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IL FU MATTIA PASCAL. ANALISI STILISTICO-TEMATICA E TRAMA

Monica Staibano

Created on January 4, 2024

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Transcript

IL FU MATTIA PASCAL

TRAMA, ANALISI E COMMENTO

A cura di Matteo Peri

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L'AUTORE

+ INFO

Luigi Pirandello Nasce nel 1867 vicino Agrigento, in una località chiamata Caos, per questo si definisce "figlio del Caos". Nel 1887 si iscrive alla facoltà di Lettere a Roma, ma poi si trasferisce a Bonn dove si laurea nel 1891 con una tesi sul dialetto di Agrigento. Tornato a Roma collabora con le prime riviste e nel 1901 esce il romanzo l'Esclusa, l'anno successivo Il turno. Ma è il 1903 l'anno della svolta per Pirandello a causa dell'allagamento della miniera di zolfo dei genitori e la conseguente caduta in rovina della famiglia; e la malattia mentale della moglie che la costringerà a vivere in una casa di cura. Sarà il suo teatro a portarlo al successo internazionale. Nel 1921 viene riproposto a Milano Sei personaggi in cerca d'autore che riscuote un successo strepitoso e lo porterà al premio Nobel nel 1934. Nello stesso periodo aveva riunito tutte le sue novelle nella raccolta Novelle per un anno e aveva dato alle stampe nel 1926 il suo ultimo romanzo: Uno nessuno e Centomila. infine morì nel 1936 a Roma. Per capire il pensiero di Pirandello è necessario scinderlo in 3 pilastri: 1. Vitalismo 2. Umorismo 3. Metaletteratura

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TRAMA

CAPITOLO 16

CAPITOLO 8

CAPITOLO 12

CAPITOLO 4

CAPITOLO 18

CAPITOLO 2

CAPITOLO 10

CAPITOLO 14

CAPITOLO 6

CAPITOLO 1

CAPITOLO 7

CAPITOLO 11

CAPITOLO 15

CAPITOLO 3

CAPITOLO 17

CAPITOLO 13

CAPITOLO 9

CAPITOLO 5

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IL PROTAGONISTA

Esplorando la doppia personalità del fu Mattia Pascal

ADRIANO MEIS

MATTIA PASCAL

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PERSONAGGI

DON ELIGIO

PADRE DI MATTIA

MADRE DI MATTIA

ZIA SCOLASTICA

ROBERTO PASCAL

MARIANNA DONDI

ROMILDA PESCATORE

ANSELMO PALEARI

ADRIANA PALEARI

BATTA MALAGNA

SILVIA CAPORALE

TERENZIO PAPIANO

CONTINua

CONTINua

TEMI

IL GIOCOD'AZZARDO

L'INETTITUDINE

LA FAMIGLIA

+ INFO

+ INFO

+ INFO

LA LANTERNINOSOFIA

IL DOPPIO E LA CRISI D'IDENTITÀ

LA MASCHERA

+ INFO

+ INFO

+ INFO

Passi che mi hanno colpito

L'ANELLO

IL BACIO

+ INFO

+ INFO

CONTINua

ANALISI STILISTICA DEL ROMANZO

Sono presenti numerosi elementi stilistici analizzabili nel "Fu Mattia Pascal": Fabula, Intreccio e Narratore Tempo Durata Stile e lessico

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AMBIENTAZIONE, I VIAGGI

L'ambientazione si svolge in numerosi luoghi, alcuni descritti secondo le emozioni del protagonista, altri in modo oggettivo. Vi sono luoghi immaginari tra cui proprio la città natale di Mattia Pascal, Miragno: paese ligure fantastico.

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BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

  • TRAMA: Pirandello L. , "Il fu Mattia Pascal", edizione 1921, UNIVERSALE ECONOMICA FELTRINELLI/CLASSICI
  • NOTE TEMATICHE: https://www.pirandelloweb.com/il-fu-mattia-pascal-riassunto-analisi/?print=pdf, https://www.studenti.it/il-fu-mattia-pascal-scheda-libro-e-tematiche.html,
  • INFORMAZIONI SULL'AUTORE: https://www.studenti.it/pirandello-vita-opere.html

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GRAZIE PER L'ATTENZIONE!

Lavoro a cura di Matteo Giuseppe Peri

Capitolo XV

Il protagonista ipotizza che le aure siano generate dai colori in quanto appena aperta la finestra al protagonista vennero in mente delle angosce che con il buio erano affievolite, tuttavia una volta alla luce, Adriano non riusciva a godere del distacco finale che aveva avuto dalla brutta figura di Mattia Pascal, ma cominciò a pensare come il suo amore per Adriana, ormai sugellato dal bacio, fosse impossibile, in quanto lui era uomo che non poteva dichiararsi e viveva come ombra. Due tocchi sulla porta distolsero il protagonista dal flusso di coscienza, era Adriana, venuta a dargli una lettera da parte del medico, in realtà era una scusa per vederlo. Adriano era tentato di dirle la realtà ma si morse la lingua per evitare di farle più male di quello che la felicità momentanea le avrebbe fatto. Per cambiare discorso Adriano finse di ricordare in quel momento del pagamento al dottore, così prendendo i soldi si accorse che qualcuno aveva messo mano sul cassetto, presa la busta con i soldi si accorse che mancavano 12000 lire, un furto ingente al quale non si poteva dare poco conto, sicuramente era stato lui, Papiano. Adriana cercava di persuadere il protagonista a denunciare il fatto in modo tale da levarsi dalla casa il cognato crudele. Ma Adriano, o meglio Mattia, non poteva denunciare niente in quanto lui non esisteva, era(come dice lui a pagina 166 ultimo rigo) morto per la vita e vivo per la morte, così fa giurare ad Adriana che non avrebbe detto nulla del furto. Continua la riflessione sulla vita da ombra, esplicativi sono i righi 7-11 di pag 169.

Don Eligio Pellegrinotto

Prete che, assieme al protagonista, custodisce una collezione di libri lasciata in donazione al Comune da un certo Monsignore Boccamazza. Rimane accanto al protagonista mentre questi scrive il romanzo, ed è a lui che Mattia ha intenzione di affidare l’opera una volta terminata.

Mattia Pascal

Si definisce da giovane con una faccia "placida e stizzosa" (Pag 16) con un occhio strabico che "tende a guardare per conto suo", e per questo per molto tempo fu obbligato a portare gli occhiali nel tentativo di raddrizzarlo, fino a quando li rifiutò lui stesso. Possiede da sempre una buona salute. Raggiunta una certa età, gli crebbe in volto un “barbone rossastro e ricciuto”, ad accompagnare un naso piuttosto piccolo ed una fronte spaziosa e grave. Attraverserà una serie quasi infinita di traviamenti che lo porteranno a amare per un periodo il gioco d'azzardo e a compiere una vera e propria fuga dalla realtà. Tornato a casa da un viaggio a Nizza, infatti, Mattia lesse sul giornale della sua morte, ovviamente impossibile, avevano scambiato un contadino suicida per lui, probabilmente scambiato di proposito. Mattia decide dunque di liberarsi della sua vecchia vita e come simbolo di rottura delle catene che lo legavano a quest'ultima, pensò di liberarsi della fede di matrimonio con Romilda Pescatore.

Capitolo XI

Per adriano(mattia) diveniva sempre più difficile mantenere il segreto in una famiglia nella quale si sentiva intruso. Spesso si riposava davanti alla finestra osservando il flusso del fiume. Adriana, la mammina, annaffiava i suoi fiori fingendo di non vedere il protagonista che la guardava dalla sua finestra, probabilmente poiché meis rappresentava la follia di suo padre che smise di lavorare per affittare camere. Adriano non potendosi esporre racconta che andava o in luoghi desolati o molto affollati, racconta di un episodio in piazza san pietro dove gli sembrò che solo la fontana fosse viva. Un giorno mentre camminava, un ubriaco gli urlò di cercare anche lui la felicità nell'alcol, ma lui racconta che frequentava posti di classe caffè borghesi dove si discuteva di politica(in questo discorso a pag 108 mattia parla di un avvocato che possiede un giudizio politico simile a quello dantesco e nella stessa pagina una critica alla democrazia indice del pensiero politico pirandelliano) nella stessa notte incontra dei rissanti che davano addosso a una donna, la difese e quando arrivò la polizia lei elogiò adriano, ma non poteva andare in questura a farsi scoprire quindi resistette alla proposta di apparire come eroe suo giornale. Un giorno la silvia caporale e adriana gli chiesero di passare del tempo con loro sul terrazzino e la caporale gli chiese se fosse vedovo in quanto si toccava sempre l'anulare, adriano la stronca dicendo che se uno fosse vedovo andrebbe fiero dell'anello e no lo toglierebbe. Nei giorni seguenti i tre si riunivano a parlare nel porticato e la signorina caporale continuava a fare domande imbarazzanti alle quali adriano doveva rispondere mentendo, finanche un giorno questa chiese di perché nessuno gli scrivesse, a questa domanda adriano rispose che era per i suoi viaggi, non era mai rimasto da qualche parte abbastanza da farsi degli amici, così chiese dei suoi viaggi e adriano finalmente poté smettere di fingere. Nei giorni successivi continuò con i suoi racconti e si accorse che la caporale si era innamorata di lui, anche se i suoi racconti non erano mai rivolti a lei ma alla piccola adriana. Un giorno adriano ebbe un discorso con la caporale riguardo la sua bruttezza e da questo si rese conto che adriana avrebbe potuto, come ci tiene a specificare, amarlo. Avendo sempre più fastidio dell'occhio strabico, adriano mattia decise finalmente di farselo operare. Il giorno dopo adriano di sera sentì un uomo parlare con la caporale, era papiano, tornato da napoli, l'amante della donna, parlavano di lui, mandò a chiamare adriana per sapere se avesse fatto un buon lavoro. A causa della cattiveria con la quale papiano trattava adriana, adriano si arrabbiò e guardò dalla finestra, dopo. Che la donna lo vide lo chiamò a scendere e i papiano come una serpe si comportò in modo gentile

Capitolo VII

Decise di imbarcarsi nel treno di ritorno a casa fantasticando riguardo alla reazione della moglie e della vedova, malignamente indifferenti. Alla prima stazione italiana comprò un giornale dove lesse varie notizie. A seguito di un lieve pisolino, Mattia riprese a leggere il giornale leggendo di un SUICIDIO(così riportato a pag 64) pensò che fosse quello di Montecarlo, ma invece, con incredibile stupore, lesse che il suicidio, ERA IL SUO. Le autorità di Miragno avevano ritrovato un uomo morto e lo avevano identificato come lui. Sceso dal treno alla fermata successiva, Mattia, si affrettò a cercare un giornale, decise di salire su un calesse sgangherato per dirigersi verso il centro della cittadella di Alenga. Chiese al signore che guidava il calesse se in città ci fosse un’azienda giornalistica, rispose di no ma che il giornale lo vendeva il farmacista. Arrivato in città andò a chiedere al farmacista una copia del giornale “Il Foglietto” il giornale di Miragno, ma vedendo che questo non lo conosceva, gli chiese di mandare un telegramma alla redazione per farsene mandare 15 copie, sotto sua dettatura, il farmacista mandò il telegramma. Arrivati i giornali Mattia lesse alla terza pagina, il suo necrologio scritto ovviamente da Lodoletta come si vedeva dalle iniziali alla fine dello scritto. Mattia si agitò pensando che veramente tutti lo credevano morto. Ma si rese conto che in realtà rimanendo tale non avrebbe fatto male a nessuno: ai parenti dell’uomo che veramente era morto, dava speranza, ai suoi parenti, non importava, quindi riuscì a tirare un respiro di sollievo e pensò di rimanere morto.

Capitolo XVI

Il capitolo inizia con Adriano che ritorna a casa e si accorge dalle parole della signorina Caporale che tutti seppero del furto. Il protagonista per tranquillizzarli, in realtà per salvarsi la pelle, disse che aveva ritrovato i soldi e che era tutto apposto, anche se non era vero. Adriana scoppiò in lacrime e se ne andò dalla camera seguita dalla signorina Caporale, mentre Papiano cercava di scusarsi in lacrime per aver perquisito e quasi violentato il fratello ritenendolo colpevole, in realtà era palese che fosse lui il colpevole e che appena si era visto in difficoltà cercò di addossare la colpa al fratello, il pianto era dato dallo stress della situazione. Il signor Papiano così propose a tutti di andare a casa del Marchese, il padre di Pantogada, e Adriano(Mattia) accettò sapendo che veniva anche Adriana. Riguardo a questa, era inconsolabile, in quanto sapeva che in realtà le dodicimila lire non erano state trovate. Adriano era distrutto dalle menzogne che doveva continuare a dire. Nonostante ciò si recò lo stesso alla casa del marchese. Arrivati furono introdotti da Papiano e videro un quadro dove era ritratta Minerva, la cagnetta. Poi entrò la signorina Pantogada con le serve e poco dopo il marchese, che il protagonista descrive come un vecchietto stanco di un pallore cadaverico, ma l’abbaiare della cagnetta al treppiede impedisce i soliti convenevoli. Appena entrato raccontò dei ricordi presenti in quella casa e di quello che probabilmente fu il motivo del nome Marchese Giglio d’Auletta, infatti durante l’ultima passeggiata del re a Napoli, un farmacista stava smontando il simbolo regale del giglio dalla sua farmacia, e il marchese d’Auletta lo prese e gli sputò addosso rimontando il giglio di legno, per fargli onore gli fu dato questo nome dal re. Poco dopo arrivò il pittore in ritardo e per questo disprezzato dalla Pantogada, che cominciò a far la civetta con il protagonista. Il pittore così continuò il quadro ma fu impossibilitato dal continuo movimento di Minerva, così chiamo la Pantogada per farla stare ferma ed è in questo momento che scatta una scintilla di furore tra il poeta e Adriano. Il litigio si accese fino alla imminente lotta. Il marchese consigliò di portarsi due amici per il duello con il pittore il giorno dopo. Adriano chiese prima al Paleari e al Papiano ma nessuno dei due lo aiutò, così si recò in una taverna piena di ufficiali militari per chiedere loro aiuto, ma fallì anche qui. Così tempestato dalle angosce mentre camminava, Adriano arrivò su un ponte e decise di mettere finalmente fine a quella farsa facendo morire non la sua persona ma quel fantoccio di Adriano Meis. Mattia allora prese il suo cappello, vi inserì un fogliettino con su scritto Adriano Meis e lo appoggiò sulla ringhiera del ponte in modo tale da simulare un suicidio. Era la fine di Adriano Meis, Mattia si mise in testa il suo berrettino da viaggio e scomparve.

Capitolo III

Comincia la descrizione della famiglia: il padre morì quando Mattia aveva otto anni e il fratello Roberto dieci. Era un uomo intelligente che si arricchì investendo in proprietà fondarie, anche se molti credevano che la sua ricchezza derivasse da scommesse fatte con il comandante di un battello per un carico di zolfo. La madre, schiva e placida, era una donna poco sveglia, attaccatissima ai figli, non usciva mai di casa se non per andare a messa e stesso in casa non usciva da tre stanze precise. La cognata della mamma, sorella del padre, la Zia Scolastica, era una zitellona il cui unico desiderio era far risposare la cognata, in quanto questa, rimasta vedova non era capace di gestire le finanze. Voleva che si sposasse con Gerolamo Pomino, vedovo che da tempo faceva la corte a Scolastica che non ne voleva sapere in quanto avrebbe commesso un delitto solo se l’uomo avesse pensato di tradirla. La mamma era talmente dormiente che necessitava di affidare a un uomo, Batta Malagna, le finanze, uomo che come verra detto successivamente è un ladro. La mamma era tanto attaccata ai figli che non li mandava a scuola, essi avevano un maestro Pinzone, uomo anziano che faceva fare quello che volevano, anche se poi confessava tutto alla mamma, Mattia racconta di una volta quando i bambini sarebbero dovuti andare in chiesa, a salutare una zia e poi a casa, ma andarono a giocare sugli alberi col permesso di Pinzone, corrotto da un litro di vino. Pinzone si ostinava a leggere delle poesie come Eco a pag. 14. Infine Mattia da una breve descrizione sua e del fratello, lui non tanto bello con un naso particolare, mentre il fratello bello di viso e di corpo. Infine riflette su se parlare o meno del suo matrimonio chiedendolo a don Eligio che però vorrebbe leggere Boccaccio.

Batta Malagna

“L’uomo di fiducia” al quale la madre di Mattia dà l’incarico di gestire il patrimonio di famiglia. In realtà lui, nonostante gli aiuti che il padre dei ragazzi gli aveva concesso in vita, inganna la famiglia, inventando continue tasse e spese inesistenti, allo scopo di giustificare prelievi di denaro a suo beneficio. Viene descritto come un uomo dal “lungo faccione”, sul quale “scivolavano” le sopracciglia e gli occhi, così come anche il naso, i baffi “melensi” e il pizzo; anche il pancione languido sembra “scivolare” sulle gambe piccole e tozze. Ha un modo di camminare lento, e una voce molle e miagolante. Si è sposato con una donna di livello sociale superiore al suo (la signora Guendalina), che gli impone uno stile di vita particolarmente agiato: il protagonista suppone come questo possa essere uno dei motivi per il quale Malagna si trova a rubare alla sua famiglia.

I Personaggi

L’opera pirandelliana è caratterizzata da una grande quantità di personaggi (almeno una trentina) tutti differenti tra loro e tutti con una diversa importanza nella vicenda. Se alcuni sono fondamentali, altri potrebbero essere considerati quasi superflui ma servono ugualmente a creare un piccolo e verosimile mondo, fatto di sfaccettature e di personaggi molto eterogenei tra loro, per rappresentare quanto più possibile il reale. Ogni personaggio viene presentato da Mattia in modi diversi ma la descrizione iniziale è minima, spesso senza un accenno di aspetto fisico. Il carattere del personaggio che entra in scena si presenta da sé, indirettamente, attraverso lo sviluppo della vicenda. Dalle sue azioni e dai dialoghi è possibile capire anche il suo modo di pensare. Infine si nota che alla fine della storia l’unico che veramente è cambiato e maturato rispetto alla condizione iniziale è il protagonista Mattia Pascal. Quindi tutti gli altri personaggi a parte lui hanno la funzione di cornice.

Capitolo VI

Il protagonista, distrutto, decide di partire per Marsiglia e poi prendere un biglietto di terza classe per andare in America. Senonché arrivato a Nizza si rende conto che non ci sarebbe riuscito con il danaro che aveva. Sbarcato a Nizza si imbattè in una bottega che aveva in vetrina un opuscolo che spiegava come vincere alla roulette. Per curiosità e nient’altro come tiene a specificare Mattia, lo compra e cerca di comprenderlo anche se gli è difficile in quanto non conosceva bene il francese. Con le competenze ottenute si reca in un casinò, dove entrato spera di non sperperare tutto il danaro nel gioco d’azzardo e che gli rimangano dei soldi per poi tornare a casa(A pag 48-49 Pirandello fa fare a Mattia una similitudine tra un mattatoio e un casinò. Nel mattatoio gli animali vanno a morire senza poterne godere, mentre il casinò ti porta alla morte facendoti divertire). Mattia entrato nel casinò decise prima di osservare bene il funzionamento del gioco della roulette. Prima di puntare racconta la storia di un uomo che riteneva il 12 il suo numero preferito e fortunato, racconta di un episodio nel quale quest’uomo puntò tante volte sul 12 perdendo sempre e all’ultima puntata vinse, paragona quest’avvenimento a dei versi del Pinzone: “Ero gia stanco di stare alla basa della Fortuna. La dea capricciosa dovea pure passar per la mia strada. E passò finalmente. Ma tignosa”. La prima puntata era sul 25, Mattia vinse, ma un tedesco rubò la vincita. Quindi Mattia gli strappò il suo danaro e se ne andò a un altro tavolo che descrive con un climax nella parte finale di pag 51. Un altro climax a pag 52-53 descrive le puntate successive di Pascal, era in uno stato di ebrezza dato dalle continue vittorie, decise di puntare tutto e vinse, lo rifece e vinse ancora. A questo punto prese il denaro vinto, e sul punto di svenire su un divano, uscì dal casinò. Uscito, una donna che era al tavolo dove prima stava giocando gli si avvicinò proponendogli di giocare insieme a lei, lui rifiutò maleducatamente e quando rientrò la vide parlare di lui con un altro signore. Signore che quando Mattia si sedette a un tavolo, si accostò a lui facendo finta di niente e cominciò a giocare forte. Mattia così tornò al tavolo di prima dove vide la donna allo stesso posto, continuò a giocare e vincendo ancora decise di fermarsi e tornarsene in albergo. Un uomo lo seguì per molto tempo elogiandolo per il suo gioco, spiegando che era lui che aveva mandato la donna, erano tre giorni che dava qualche centinaio di lire a questa per giocare dato che lui aveva una disdetta incredibile. Mattia dovette cenare con lui, e qui che gli chiese se conosceva qualche trucco per vincere alla roulette, ma il protagonista cerca di spiegare che in realtà ci vuole solo fortuna e che lui quel giorno ne ebbe ma secondo i suoi mezzi ossia limitatamente al denaro che possedeva. Allora propone all’uomo, dove lui punterà poco lui deve puntare tanto, così l’uomo scoppia in una risata finta e irritante che sottointendeva una sospettosità verso Mattia, così il protagonista, arrabbiato si alza dal tavolo e se ne va, cercò un albergo per molto e quando lo trovò si chiuse in camera notando che aveva guadagnato 11mila lire con le quali poteva o tornare a casa dalla moglie che descrive come brutta e che non si cura più, o andare in America, non riuscì a prendere sonno come descritto da una serie di interrogativi a pag 59. Nei seguenti 12 giorni continuò a giocare vincendo fino al nono, l’uomo lo seguì mai puntando alto dove puntava lui e perdendo sempre. Il decimo giorno entrò con lui il signore di Lugano innamorato del numero 12 che gli disse che poco prima nel giardino qualcuno si era ucciso, Mattia pensò subito al mezzo spagnolo(il signore di prima), bensì era un giovincello che il primo giorno giocava al suo tavolo in maniera indifferente solo buttando i soldi sul tavolo, Mattia pose un fazzoletto sul viso dell’uomo e decise di tornarsene a Nizza per partire quel giorno stesso o per casa o per l’America.

Terenzio Papiano

Marito vedovo della sorella di Adriana. È descritto come un uomo di circa quarant’anni, alto di statura e robusto; un po’ calvo, con i baffi brizzolati e un naso grande dalle narici frementi; occhi grigi, acuti e irrequieti come le mani. Quando Adriano arriva a Roma, lui si trova inizialmente a Napoli con il fratello Scipione Papiano, come segretario del marchese del Giglio. Vuole sposare Adriana, in modo da riottenere la dote della defunta moglie, persa non avendo avuto figli

Capitolo XIII

Il capitolo si apre con Adriano(Mattia) che ha finalmente portato a termine la sua trasformazione attraverso la compiuta operazione all’occhio. Dovette stare quaranta giorni chiuso in camera al buio per non portare problemi all’occhio, e il signor Anselmo Paleari si premurava di tenergli compagnia condividendo con lui teorie filosofiche. Pirandello decide di inserire in questo romanzo la teoria della Lanterninosofia che considera ogni uomo come illuminato da una lanterna che lo distingue dal buio circostante, la luce del “Lanternino” allude al nostro io e all’inconsistenza della realtà, segnando il confine tra buio e luce ovvero tra IO e non IO. A fargli visita era anche Adriana che per convenienza chiedeva sempre come stesse Adriano. Anche il signor Papiano gli faceva visita e Adriano spesso faceva a posta a tirargli dei pugni. Papiano gli parlava sempre di una donna: Pepita Pantogada, figlia del marchese Giglio d’Auletta, forse sperando di distogliere lo sguardo di Adriano da Adriana. Papiano affermò che l’avrebbe presto conosciuta a una delle sedute del signor Paleari, che come abbiamo detto teneva delle sedute spiritiche. A queste sedute doveva partecipare anche Adriana che però aveva paura, riuscirono tuttavia a convincerla. Per la seduta si presero un tappeto, un tavolino e una chitarra, tutto alla luce del famoso lanternino. Era naturalmente invitata anche Silvia Caporale(che abbiamo detto essere una “medium”), la quale avrebbe suonato fino allo svenimento per invocare lo spirito di un certo Max Oliz. Adriano andò incontro al signor Papiano chiedendogli se credesse davvero nelle sedute spiritiche e lui rispose che non ci credeva tanto ma che si trovava lì per passare il tempo, i due si salutarono. Il signor Papianto tornò poco dopo con la signora Pantogada, la sua governante e un pittore spagnolo che sicuramente aveva qualche intrigo con Pantogada. Prima dell’inizio la Pantogada fu disposta vicino al protagonista, ma da snob quale era si lamentò e così le posero vicino la sua governante. A quel punto fu spiegato il linguaggio Tiptologico ossia un linguaggio numerico per la seduta. Il capitolo termina con l’inizio della seduta.

Capitolo IV

Nel quarto capitolo inizia la descrizione di Batta Malagna, uomo tanto grasso da avere la pancia fino a terra, aveva sposato una donna di ceto superiore al suo, malata di una malattia che le impediva di bere, sterile e che sarebbe potuta morire nel parto. Una donna molto fragile di corpo insomma, che però non esitava a far prevalere il suo potere su quello di Batta. Come si vede dal fatto che per paura del suo giudizio il marito smise di bere anche lui, quando venne a sapere che lei beveva di nascosto ricominciò anche lui. Una cosa che Malagna fece sempre era rubare. Alla morte della moglie Guendalina, era senza figli. Prese in moglie una donna che aveva avuto una relazione con Mattia ormai ventenne: Olivia, dalla genuina onestà. Il matrimonio risulta da subito problematico in quanto non riescono ad avere figli dopo 5 anni di matrimonio. Il problema era anche la vecchiaia di Batta che non permettev di aspettare ulteriormente. Il figlio di Gerolamo Pomino, Mino, si appiccicava ai fratelli Pascal, i quali ne erano infastiditi, un giorno, questo si innamorò di una ragazza, figlia di una cugina di Malagna, con la quale non aveva potuto parlare neanche. Un giorno con la scusa di una cambiale, Mattia andò a casa Malagna dove conobbe Romilda(la ragazza) che gli offri del rosolio e la vedova Pescatore che non sembrava contenta della visita. Raccontò poi le impressioni a Mino: Romilda bella e gentile, la madre una vera strega, il padre morto pazzo a Torino era un artista che lasciò parecchi soldi motivo per cui non c’era il problema della dote. Mattia allora cominciò a frequentare la casa parlando sempre dell’amore di Pomino, il problema era che anche lui se ne era innamorato e un giorno la ragazza lo supplicò anche di portarsela via dalla famiglia. Mattia pensava che il matrimonio fosse imminente quando ad un tratto gli fu mandata una lettera dove Romilda diceva che non l’avrebbe più potuta vedere. Nello stesso momento Oliva corse piangendo dalla madre di Mattia, e Batta Malagna annunciò la venuta del suo bambino, da Romilda, bambino che non era realmente suo. Poiché il bambino non era suo, Pascal voleva far credere a Malagna di poter avere un figlio, così mise incinta la moglie, Oliva. Il Malagna, furioso con Mattia per aver disonorato una nipote, lo obbligò a provvedere al nascituro, cosa che fece anche la vedova Pescatore, che obbligò Mattia a sposare Romilda.

Capitolo XVIII

In questo capitolo, Mattia Pascal racconta che, appena arrivato a Miragno, andò subito nella casa di Pomino e bussò alla porta. Gli rispose la suocera (madre di Romilda) e lui (Mattia) con voce cavernosa le disse: “Mattia Pascal! Dall’altro mondo”. Pomino aprì la porta esterrefatto. Mattia entrò in casa; anche Romilda venne all’ingresso, e appena vide Mattia Pascal, redivivo, svenne lasciando la bambina in braccio di Mattia Pascal il quale, preso da spavento, la calmò. Dopo una lunga discussione fra tutti, Mattia decise di lasciare Romilda e Pomino. Mattia andò a cercarsi una nuova casa, dove vivere. Uscì da casa di Romilda, girò il paese nella speranza di essere riconosciuto dagli altri, ma nessuno lo riconobbe. Mattia Pascal, preso dall’indignazione di questa indifferenza, se ne andò nella sua vecchia biblioteca, dove incontrò il vecchio bibliotecario, Don Eligio Pellegrinotto, il quale lo ripresentò ai suoi concittadini che furono lieti di accoglierlo. Poi Mattia frequentò, per sei mesi, la vecchia biblioteca con Don Eligio, il quale diceva a Mattia che: “Fuori dalla legge e di quelle particolarità, liete o tristi che sieno, per cui noi siamo noi, caro signor Pascal, non è possibile vivere”. A queste parole, Mattia Pascal gli rispondeva che lui, Mattia, non era affatto rientrato né nella legge né nelle sue particolarità. Di tanto in tanto Mattia Pascal andava a visitare “la fossa di quel povero ignoto che si uccise alla Stia” e a guardare la sua tomba dove sulla lapide c’era scritto, ancora, l’epitaffio dettato da Lodoletta: COLPITO DA AVVERSI FATI MATTIA PASCAL BIBLIOTECARIO CUOR GENEROSO ANIMA APERTA QUI VOLONTARIO RIPOSA. LA PIETA’ DEI CONCITTADINI QUESTA LAPIDE POSE Qualche volta qualche curioso, che lo seguiva da lontano, lo accompagnava e gli domandava: “Ma voi, insomma, si può sapere chi siete?”. E Mattia, stringendo le spalle e socchiudendo gli occhi, gli rispondeva: “Eh, caro amico…Io sono il fu MATTIA PASCAL”.

Zia Scolastica

Sorella del padre di Mattia. Definita come una zitella bisbetica, con occhi da furetto, bruna e fiera. Facilmente irascibile, nelle sue visite alla cognata si trattiene sempre brevemente, per poi fuggire irata per qualche motivo (aspetto che nel tempo ha fatto crescere nei bambini una sorta di paura e timoroso rispetto nei suoi confronti). A differenza del resto della famiglia, capisce che Batta Malagna li sta ingannando, e cerca di mettere la cognata in guardia da quest’individuo. Vorrebbe anche che la cognata si risposasse, e le presenta alcuni partiti (tra i quali Gerolamo “I” Pomino, padre di Gerolamo, un amico di Mattia e Roberto), tutti successivamente rifiutati.

Immagine dal cast del film "Il Fu Mattia Pascal" del 1937

Capitolo 1

Il primo capitolo introduce la storia dicendo che forse l’unica cose che Mattia Pascal conosceva era il suo nome e rispondeva dicendo “io mi chiamo Mattia Pascal” a tutte le domande che gli venivano fatte. Racconta poi che il Monsignore Boccamazza nel 1803 lasciò al Comune di Miragno una pila di libri, che venne tenuta prima in un magazzino poi nella chiasetta sconsacrata di Santa Maria Liberale, dove rimasero a marcire sotto la vista di qualche guardiano che ogni tanto veniva pagato 2 soldi per sopportarne la puzza della muffa.

Anselmo Paleari

Anselmo è presso la sua casa a Roma che il protagonista, stanco di viaggiare con la sua nuova identità, affitta una camera. È descritto come un uomo sui sessant’anni, dal torso ciccioso, appassionato della scuola teosofica. Con lui Matteo riesce ad instaurare un rapporto molto simile ad un’amicizia, senza aprire a lui il suo animo e senza quindi rinunciare o ridimensionare la libertà ottenuta. Tiene in casa delle sedute spiritiche, senza sapere che in realtà queste sono truccate dal genero Terenzio e dal fratello di questi, Scipione.

Capitolo V

La vedova Pescatore rimase sempre ostile e Romilda si fece sempre più gelosa di Oliva che grazie alla gravidanza era divenuta un fiore. La famiglia di Mattia fu per giunta come se non bastasse, liquidata dalla casa, di conseguenza egli fu costretto a cercare un altro lavoro. La mamma viveva con loro, e si chiudeva in se stessa a causa del maltrattamento di quella strega della vedova. Mattia pensò di mandarla a casa del fratello Roberto, ma la moglie poteva esserne infastidita in quanto oltre alla bellezza, Berto non aveva molto. Un giorno l’ira della vedova scoppiò contro una delle serve della madre, Margherita, che le aveva proposto di andare a vivere con lei. La vedova si adirò con la serva e la mandò via, lei però teneva testa aiutata anche da Pascal che si schierava contro la vedova dicendo che era lei che sarebbe dovuta andar via. Romilda in lacrime pregò la madre di non andare, ma lei la spinse dicendo che non l’avrebbe aiutata, naturalmente non se ne andò. Così a portar via la mamma fu zia Scolastica che entrò nella casa senza salutare nessuno, disse alla sorella di vestirsi per andare via, e si scagliò contro la vedova che stava preparando il pane: prese la pasta e gliela spalmò su tutto il viso e i capelli. La vedova, imbestialita, si scagliò prima su Mattia che moriva dalle risate e poi si gettò a terra strappandosi le vesti, Mattia allora prendendola in giro le pregò di non mostrargli le gambe. Il giorno dopo Mattia incontrò Pomino, che inizialmente era arrabbiato per il tradimento che gli aveva fatto sposando Romilda, ma poi lo tranquillizzò rivelandogli quanto fosse straziante essersi sposato. Il padre di Pomino, era divenuto assessore della pubblica istruzione e per ringraziare Mattia di avergli scampato il matrimonio con Romilda, Pomino gli offrì un posto come bibliotecario alla biblioteca Boccamazza. Mattia accettò e per i primi quattro mesi condivise il posto con un vecchietto di nome Romitelli, che pur essendo stato deposto, ogni mattina in punto era in biblioteca che leggeva un libro, urlando, data la sua sordità. La biblioteca era decadente e popolata da topi, così Mattia chiese all’assessore due gatti belli grossi e delle trappole per topi, con i quali riuscì ad eliminarli. Per scherzo prese due topi vivi e li inserì nel cassetto del signor Romitelli, questo come se niente fosse li sentì ma continuò a leggere, e intanto Mattia rideva. Dopo la morte di Romitelli, anche Mattia iniziò a leggere, libri di filosofia, in particolare. Un giorno mentre stava nella biblioteca fu chiamato a correre a casa poiché la moglie era assalita dalle doglie. Arrivato a casa, la vedova lo mandò via a cercare un medico che in realtà c’era già. Tornato a casa dopo una ricerca infinita, vide due piccole bambine gracili, nate. Una morì poco dopo, l’altra invece crebbe fino a un anno, e il padre vi si affezionò molto, ma fu in questo momento che gli fu portata via sia la bimba che la madre. Rimase attonito come una lastra di pietra, incapace di provare emozioni e dopo giorni il dolore lo assalì. Il fratello gli diede 500 lire per la sepoltura della mamma, lire che rimasero in un libro per molto tempo e poi servirono per la prima morte di Mattia.

Padre di Mattia

Muore quando Mattia ha 4 anni e mezzo, di perniciosa, mentre si trova in Corsica per lavoro, all’età di 38 anni. Possedeva una ricchezza notevole ed era riuscito a lasciarla alla moglie e a due figli, anche attraverso l’acquisto di numerosi terreni e proprietà.

Roberto Pascal

Fratello di Mattia. Come lui, da ragazzo conduce una vita da “scioperato”, senza occuparsi dell’istruzione e del risparmio. Al contrario del fratello, però, si presenta di bell’aspetto: bello di volto e di corpo, ne è pienamente consapevole, e passa il tempo a pavoneggiarsi davanti allo specchio, spendendo denaro per nuove cravatte, profumi e vestiti. Riesce a contrarre un matrimonio vantaggioso, e sente quindi con minor peso la crisi economica che si scatena alla morte della madre, grazie alla dote della moglie.

Capitolo IX

In questo capitolo, Adriano Meis frequenta alberghi e trattorie dove conosce il cavalier TITO LENZI il quale gli racconta tante bugie, pag 91(bastava guardarlo per accorgersi ch'egli mentiva). Adriano Meis si sente un forestiero della vita a causa del suo girovagare. Approda a Milano e qui vede i tram elettrici e un vecchietto gli dice: “Che bella invenzione! Con due soldini, in pochi minuti, mi giro mezza Milano”. Così Adriano Meis rifletté e pensò che la scienza dà soltanto l’illusione di rendere più facile e più comoda l’esistenza. Infine Adriano si rese conto che lui non poteva più vivere come un girovago, ma voleva vivere una vita concreta. “Io, insomma, dovevo vivere, vivere, vivere”. (Pag. 94).

Capitolo XVII

Il rinvenuto Mattia allora prese un biglietto per Pisa dove rimase per qualche giorno, prima di andare ad Oneglia dal fratello, gironzolando guidato dall’ombra di Adriano Meis che ci era stato. Nella mente di Mattia venivano pensieri riguardanti la possibilità che il suo improvviso suicidio avesse potuto far male a qualcuno, ma Adriana non poteva esser ulteriormente ferita. Non aveva lasciato nessun indizio riguardo il motivo del suicidio, pensò che avrebbero potuto parlare dei suoi biglietti di banca o dell’amore per Pepita ostacolato dal pittore. La stampa alluse alla seconda ipotesi ma nessuno fino a quel momento arrivò a pensare che ci fosse qualcosa di losco dietro. Per ora Adriano Meis si era ucciso per Pepita Pantogada e andava benissimo così: il nome di Adriana non c’era e non c’erano riferimenti ai biglietti di banca. Dopodiché Mattia partì per Oneglia. Trovò il fratello nella villa datagli in dote dalla moglie, fu accolto da un servo al quale disse di annunciarlo come un caro amico, entrato vide un bambino di quattro anni, che era il figlio maggiore di Berto. Quando il fratello arrivò fu grande festa, Mattia introdusse brevemente il motivo della sua ricomparsa e quello per il quale non c’era stato fino a quel momento, quando Mattia accennò alla volontà di ritornare a Miragno, Berto gli fece sapere che Romilda aveva ripreso marito, Pomino, così Mattia si scompisciò dalle risate godendo della sfortuna del Gerolamo. Ma Berto lo informò del fatto che avrebbe dovuto riprendersela in moglie, dopodiché Berto introdusse Mattia alla moglie e al cognato, il quale essendo laureato in legge gli confermò con presunzione la legge. I quattro poi desinarono e Mattia partì per Miragno con il treno delle otto.

Capitolo X

In questo capitolo, Adriano Meis si stabilisce a Roma e alloggia presso una famiglia che mette in affitto una parte del proprio appartamento situato in un palazzo di fronte al Tevere. La famiglia era composta dal signor Anselmo Paleari, da sua figlia Adriana, dal signor Papiano suo genero, marito della sua prima figlia morta (al momento dell’arrivo di Adriano Meis assente) e da un’altra inquilina Silvia Caporale, maestra di pianoforte. Papiano aveva anche un fratello, epilettico che abitava con lui. Adriano incominciò a fare amicizia con queste persone e crea un buon rapporto con Adriana e con la signorina Caporale. Tutti e tre passano serate parlando su un terrazzino serenamente. In una discussione tra Anselmo Paleari e Adriano, il padrone di casa parlando di Roma, gli disse: “I Papi ne avevano fatto – a modo loro, si intende – un’acquasantiera; noi italiani, ne abbiamo fatto, a modo nostro un portacenere.

Adriana Paleari

Figlia di Anselmo. Secondo la descrizione, è una donna che si presenta molto simile nell’aspetto ad una bambina, piccola e minuta, se non fosse per l’espressione già da donna adulta. Veste con uno stile quasi a lutto, con una veste da camera che la fa apparire goffa. È calma, istintivamente buona e religiosa. Si innamora di Adriano, ricambiandone le attenzioni con un timido e discreto gioco di sguardi e gesti.

Seconda premessa

Il capitolo è un’altra premessa per spiegare che l’idea di scrivere il libro gli fu data da don Eligo Pellegrinotto, amico di Mattia Pascal e custode dei libri. Il libro fu scritto proprio all’interno della chiesetta con l’aiuto della luce che proveniva dall’abside. Pascal maledice Copernico che, scoprendo la rotazione della Terra, l'aveva resa un atomo insignificante in un universo in continua espansione, una trottolina di sabbia che gira e che ha come corda un filo di Sole. Scrivere libri era inutile, in particolare era inutile scrivere dei particolari, quindi afferma che scriverà solo delle cose che riterrà importanti. Cominciamo.

Silvia Caporale

È un’insegnante di pianoforte che affitta una camera nella stessa abitazione di Anselmo Paleari. È descritta come una donna dalla faccia volgarmente brutta, da maschera carnevalesca, ma con bellissimi occhi dolenti, neri, intensi e ovati. Ha più di quarant’anni, “e anche i baffi”, sotto un naso piccolo e dalla forma a palla.

Capitolo XIV

La seduta inizia nel buio e la prima indicazione di Max è di cambiare la catena, Pantogada vicino al pittore e Adriana vicino ad Adriano. A questo punto succede una cosa inaspettata, la signorina Caporale riceve un pugno in bocca da “forse” lo spirito. Cala lo stupore e il panico tra i componenti del gruppo. La seduta nonostante ciò ricomincia con lo scopo di chiedere a Max perché le avesse tirato un pugno. Chiesero se volesse spiegare perché aveva dato il pugno ma con tre tocchi sul tavolo rispose di no, poi chiesero se la catena andava bene e con due tocchi sulla fronte di Adriano rispose di si, era palese che a dare i tocchi fu il signor Papiano, o in segno di sfida o di tregua, dopodiché i quattro tocchi significavano che avrebbero dovuto parlare. A questo punto Adriano sentì come una coda di un cane sulla gamba e tentò di spiegarselo invano, lo comunicò prima come un sentore dietro la gamba, poi appena nominò un cane la signora Pantogada scoppiò a ridere dicendo che era solo la sua cagnetta Minerva. La seduta continuò tra le “apparizioni” di Max che in realtà era solo Scipione, il fratello di Papiano che era entrato al buio con precise indicazioni di Papiano e Caporale. Tra il baccano finalmente scattò una scintilla tra Adriano e Adriana che li portò a baciarsi, un bacio passionale. Infine Scipione cadde a terra a causa di un attacco epilettico e si accese la luce. Un evento inspiegabile conclude il capitolo: alla luce il tavolino si alzò da terra inducendo a ipotizzare l’esistenza di un vero spirito che Adriano(Mattia) pensò essere colui a cui aveva rubato la morte. Il capitolo termina con la fine della seduta spiritica e Adriano(Mattia) che dopo quaranta giorni finalmente apre la finestra alla luce.

Marianna Dondi

Madre di Romilda e cugina di Batta Malagna, è una vera strega secondo Mattia Pascal, cui cerca di impedire di mantenere una relazione con la figlia poiché lo ritiene uno sfaccendato e inetto. Nonostante preferisca la "candidatura" di Batta Malagna come marito della figlia, si arrende alla scelta di questa di sposare Mattia. Tuttavia non accetta la sua misera condizione di vita dovuta al matrimonio della figlia con Mattia, ormai poverissimo. Quindi fa di tutto per vendicarsi e, da brava suocera, è la causa principale dei litigi in casa Pascal, spesso troppo violenti. Il suo personaggio esprime sicuramente antipatia ed è divertente vedere il comportamento di Mattia nei suoi confronti, quanto poco venga considerata e rispettata.

Adriano Meis

Nuova identità assunta dal protagonista dopo che, al suo ritorno da Montecarlo, scopre come il cadavere di un suicida ritrovato nella sua vecchia proprietà sia stato scambiato per il suo. La nuova identità di Mattia si differenzia sia per l’apparenza esteriore, sia per la storia della sua vita che egli si “ricostruisce”: Adriano Meis, nome inventato grazie all'episodio sul treno (Pag 76) presenta una barba molto corta, che evidenzia il mento appuntito, i capelli lunghi che ricadono sulla fronte e dei grandi occhiali colorati che nascondono in parte l’occhio strabico; figlio di genitori emigrati, poi morti, si immagina allevato dal nonno. Nel creare questa nuova identità, il protagonista si accorgere di come niente possa essere creato dal nulla, ma di come ogni più piccolo particolare della sua nuova personalità provenga da altre persone, desideri nascosti, o da ispirazioni improvvise dettate da eventi occasionali. Si separa dal fu Mattia pascal eliminando la fede.

Capitolo XII

Inizia con una descrizione della commedia d'oreste seguirà da una riflessione sulla figura delle marionette che probabilmente riflette la concezione delle maschere di pirandello. Il signor papiano aveva perso la brutta impressione che si era fatto di adriano. Non macchinava di farlo andare via ma qualcos'altro, qualcosa di ignoto. Adriana da quando era arrivato si comportava in maniera cupa e triste, in quanto questo trattava male sia lei che caporale. Infatti, adriano un giorno vide la signora caporale piangere sul terrazzino dove ormai non si riunivano più con tanta frequenza, vi si avvicinò per confortarla e lei spiegò come mai era così triste, lei afferma di voler morire ma che nemmeno la morte la voleva. Era preoccupata per adriana a causa del signor papiano che era il marito della sorella. A causa di quest'uomo ha dovuto vendere il pianoforte, la sua unica felicità che le permetteva di sfogarsi tanto che una volta della gente si riuní sotto casa sua per applaudire. Il signor papiano voleva che, morta la sorella, adriana divenisse sua moglie. Ma la donnina, timida com era aveva paura. Così adriano cominciò una sfida sottintesa con il papiano, cercò di sforzare la timidezza di adriana. Intanto giorni prima il papiano aveva messo suo fratello a sorvegliare meis seduto su un baule. E nello spirito della sfida adriano gli impose di levarsi di lì, e lui lo fece. Un giorno papiano chiamò adriano(mattia) dicendo di aver trovato un suo parente un uobriacone che evidentemente non era parente del protagonista. Mattia cominciò a sospettare che papiano fiutasse qualcosa sul suo passato. Di fatti un giorno sentì dal corridoio una voce del suo passato, lo spagnolo di montecarlo, non sapeva se scappare o affrontarlo, non ricordava se gli avesse detto il suo vero nome. Lo spagnolo, il qui jome era pantogada, si era sposato in italia ma morta la moglie dovette tornare in spagna a madrid. Qui aveva incontrato il signor papiano. Era quindi questione di tempo prima che i due si incontrassero

Romilda Pescatore

La figlia di una cugina di Batta Malagna, Maria Dondi, vedova Pescatore. La madre cerca di darla in sposa all’uomo, senza però riuscirci. Romilda presenta un bel sorriso con uno sguardo dolce e mesto insieme: ha gli occhi verdi, ombreggiati dalle lunghe ciglia, e capelli neri come l’ebano, a far meglio risaltare la carnagione bianca. Pomino, l’amico di Mattia, è innamorato di lei, e Mattia, per suo conto, inizia e vederla ed a frequentarla. Ma i due ragazzi si innamorano, e quando Romilda rimane incinta (anche se inizialmente pensa di dare il bambino a Malagna, che non ha ancora un figlio) la verità viene presto a sapersi, e Mattia è costretto a sposarla.

Madre di Mattia

Donna timida e sensibile che alla morte del marito è troppo semplice ed ingenua per gestire il patrimonio di famiglia, ne affida l’incarico a Batta Malagna, un uomo che aveva ricevuto molti favori dal padre di Mattia e che per questo lei considerava, erroneamente, degno di fiducia.

Capitolo VIII

Il protagonista era morto, era finalmente libero da tutti gli avvenimenti che hanno caratterizzato il Fu Mattia Pascal. Doveva essere artefice del suo nuovo destino. Andare in cerca di ameni luoghi(in questo si ispira probabilmente al locus amoenus utilizzato anche da Petrarca nel Canzoniere, pag 73). Dopodiché il fu Mattia si recò dal barbiere per fare in modo da eliminare la barba e cambiare aspetto, scoprì di avere un mento piccolissimo. Prese un treno per Torino dove sentì delle persone parlare della bruttezza di Cristo, ad un tratto sentì urlare Adriano e cominciò a ripeterlo nella sua mente, dopodiché sentì “Camillo de Meis”, tolse subito il de e si battezzò: “Adriano Meis”. Nel treno si accorse della fede, pezzo della catena che lo legava al passato(l’anello è l’adamantina catena per Pascal come l’amore per Laura lo è per Petrarca). Decise di buttarlo nel gabinetto degli uomini. Nel treno per Torino cominciò a pensare alla storia di questo Adriano Meis, nato in America, Argentina. Il padre, Paolo Meis si era illuso di poter arricchirsi in America, così partì con la moglie. Alla nascita del figlio(Adriano che sarebbe Mattia), se ne tornò in Italia in quanto il nonno, al quale Paolo aveva dato tante delusioni, lo aveva perdonato vedendo l’innocenza del figlio. Il padre nonostante ciò se ne ripartì da solo lasciando la moglie e il figlio a vivere con il nonno. Il protagonista insiste sulla figura del nonno dicendo che la compose prendendo spunto da vari vecchietti che vide nella sua vita, dai quali venne fuori un simpatico signore amante dell’arte che lo portò a girare il mondo. Infine si guarda allo specchio pensando al vecchio se, e riflettendo sul fatto che probabilmente i suoi parenti non si erano curati di rendergli omaggio. Cominciava a sentirsi solo e se ne accorse in germania, quando pensò di prendere un cane, cosa che non riuscì a fare in quanto avrebbe dovuto pagare una tassa che non poteva pagare.