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Storie di migrazioni
Edoardo Rabaglino
Created on December 21, 2023
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Transcript
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Storie di immigrazione
Esperienze a confronto
Tommaso Fersini, Greta Mussatto, Ludovico Piovaz, Rita Porcelli, Edoardo Rabaglino, Edoardo Soccavo
Storie di Italiani
Questo è il racconto autentico, narrato in prima persona e trascritto, di un uomo, la cui famiglia, orginaria della Calabria, fu parte del fenomeno di migrazione che verso l'inizio del XX secolo vide gli Italiani lasciare la Penisola per cercare fortuna in America. Il racconto, acompagnato anche da riflessioni personali, fornisce una prospettiva in prima persona su uno dei capitoli più importanti della storia moderna degli Italiani.
riflessioni
Racconto completo
Le storie che seguiranno sono state raccontate da Paolo, un membro del gruppo di volontari della Croce Rossa Italiana. Paolo ha acconsentito a raccontare alcune storie di immigrati, provenienti da diversi Paesi, che ha avuto l'occasione di incontrare.Le immagini riportate sono disegni elaborati dall'intervistatrice, realizzati in base alle sensazioni immediate e alle emozioni comunicate dalle storie, anche drammatiche, trascritte e narrate fedelmente dal punto di vista di chi quotidianamente opera anche in aiuto degli immigrati.
I racconti sugli immigrati
Purtroppo, non tutte le persone possono essere aiutate come meriterebbero, e ci sono anche storie che presentano un epilogo negativo o che non testimoniano un miglioramento nelle condizioni di vita delle persone coinvolte.
La storia di Carol
La storia di Elisabetta
La storia di Nassere
I racconti sugli immigrati
Fortunatamente, sono numerose anche le storie a lieto fine , in cui le persone riescono a migliorare le proprie condizioni e ad avviarsi verso un nuovo cammino di vita. Ecco alcuni esempi, riportati dal volontario della Croce Rossa e trascritti di seguito.
La storia di Sonia
Chi è Paolo
La storia di Mircea
La storia di Jereffin
"Elisabetta è un soprano ungherese che viene picchiata dal compagno, dal quale non riusciamo a farla separare. Subisce violenza continua, e vive di stenti. Lei ogni tanto va al semaforo per guadagnare con l’elemosina. Canta arie di opera classica, ed è una professionista, ma vive in una baracca e spessosi ubriaca. Non si riesce a separarla dal compagno, non ci sono gli estremi per intervenire d’ufficio. Siamo in buoni rapporti con il compagno, che però diventa violento quando beve, e lei lo giustifica dicendo che quando è sobrio ha un comportamento rispettoso. Per lei avevamo anche attivato la casa segreta in cui portarla d’urgenza, ma è lei che si rifiuta di separarsi dal compagno. In certi casi bisogna dare la possibilità alle donne vittime di violenza di sparire per impedire che l’uomo violento le trovi e possa fare loro del male. Se però non c’è la volontà, non si può intervenire, perché la violenza non è mai così grave da giustificare un intervento della polizia." Ma se lei non ha mai denunciato le violenze che subisce, come avete fatto a mettervi in contatto con lei? "Nelle unità di strada, dalle 20 a mezzanotte, il martedì il nostro camper fa il giro del quartiere, e ci sono punti in cui incontriamo le persone. Lei vive in una baracca e risulta senza fissa dimora, le portiamo da mangiare,coperte… e così abbiamo la scusa per entrare in contatto e conoscere. A volte alcune persone hanno solo la necessità di avere qualcuno con cui parlare e di cui potersi fidare, senza rischi. A questo punto ci si occupa di solitudine non volontaria,un fenomeno frequente nelle grandi città. "
"Nassere è tunisino, ma è lontano dal suo paese da ormai più di 20 anni. Si è sposato con una donna italiana, e ha avuto qui, in Italia, dei figli. Ha commesso un reato minore, per il quale viene condannato. Nassere sconta la pena, ma nonostante questo, quando esce, scopre che la legge italiana impone, per questi reati, l’espulsione dal paese. Tutte le conoscenze di Nassere, i suoi affetti, i suoi unici parenti sono qui, in Italia, da dove viene cacciato. A questo punto abbiamo coinvolto degli avvocati, specialisti nelle tematiche di immigrazione, che hanno presentato la faccenda all’ufficio stranieri della questura di Roma; dopo 10 mesi, finalmente, Nassere ottiene il suo permesso di soggiorno, valido però per soli due anni, per via del reato commesso – e scontato -. Grazie al permesso di soggiorno, comunque, Nassere può lavorare veramente, e smettere con i lavori in nero. Ora ha delle tutele. Come avete fatto a fare in modo che gli venisse concesso il permesso di soggiorno, se volevano espellerlo? Esiste un istituto – che il governo sta cercando di togliere -….: sostanzialmente la questura ha la possibilità di analizzare i casi specifici, ed è per questo che abbiamo contatto avvocati specializzati nell’ambito. Questi hanno puntato sul fatto che Nassere fosse lontano dalla Tunisia da più di 20 anni, e che lì non avesse alcuna rete di conoscenze come appoggio. Il suo unico parente più prossimo era suo figlio, nato e cresciuto in italia, seppur fosse ormai maggiorenne. La questura allora, nonostante il decreto di espulsioni, gli ha consegnato il soggiorno provvisorio. Il problema delle leggi è questo: ci sono i casi generali, ma poi, nella vita, ci sono i casi umani, dei singoli. Non bisogna ragionare per numeri, o per fantasmi, ma capire che ci sono individui e storie diverse."
Paolo, nonchè zio dell'intervistatricce, è il delegato agli obbiettivi strategici di supporto e inclusione sociale del municipio 15 dei comitati territoriali del gruppo della Croce Rossa (delegata ai temi sociali) di Roma.Paolo durante la prima ondata del covid-19 si è reso disponibile come volontario della Croce Rossa di Roma e da allora è passato dal consegnare la spesa a casa delle persone a trattare con ogni tipo di realtà sociale gli venisse posta davanti, prima fra tutte la povertà intesa come la mancanza di cibo e di una casa.Nei suoi anni da volontario ha partecipato a molte azioni umanitarie ma la più importante è stata quella del campo invernale, creato l'anno scorso, per ospitare circa 20 senzatetto o particolarmente bisognosi di cure o al contrario già sulla pista di lancio per riuscire ad ottenere un lavoro e ricrearsi una vita.
Dopo il racconto, l'intervistato ha risposto a delle domande ulteriori, offrendo anche un interessante spunto di riflessione sul tema del rapporto tra immigrazione e criminale. Quando hai deciso di lasciare il tuo paese, in base a che cosa hai scelto la tua meta finale? Che aspettative avevi su di essa? sono state confermate quando l’hai raggiunta? L’opinione pubblica, soprattutto degli italiani, tende ad accostare il fenomeno dell’immigrazione ad un aumento della criminalità. Cosa ne pensi al riguardo? 1) Mio padre scelse di andare in Argentina perché si usava andare dove c’era qualche familiare come appoggio: anche mio bisnonno fece così. Che aspettative aveva? L’argentina era bellissima secondo lui, in argentina si ballava, si suonava: lì ha imparato a suonare la fisarmonica e a ballare il tango. l’argentina era l’America degli italiani. C’erano soldi, si stava bene, e quando è arrivato lì, era esattamente come se l’era immaginata. Tornò in italia solo per nostalgia, infatti, ma tutti i suoli cugini rimasero lì. 2) Non è vero. È da stupidi associare l’immigrato al criminale: la criminalità nasce, in relazione all’immigrazione, perché essi sono sfruttati dalla criminalità locale. Gli stranieri, o i minorenni – che non vanno in galera- , sono quelli che hanno più bisogno e, per necessità, è più facile che si prestino ad attività illegali.
"Carol è un uomo polacco nato a novembre del 1960. Era un ingegnere civile, che lavorava nei grandi stabilimenti di acqua e petrolio. Il suo impiego gli permetteva di girare il mondo, a partire dai lontani paesi arabi fino ad arrivare a Ravenna e alla grande Inghilterra. Carol è di origine rumena, quando in Romania c'era la dittatura comunista che obbligava i cittadini a lavorare e studiare; nell'aria c'era il retaggio di quella convinzione per cui la Romania, tra tutti i paesi coinvolti nel patto di Varsavia, fosse il paese più ricco e con la cultura più alta, e non si ammettevano errori per i rumeni. Le impronte lasciate dal dopoguerra e dalla cortina di ferro ersno ben visibili. Carol nel frattempo divorzia, e va per un breve periodo a Padova, dove suo fratello si era stabilizzato. Dopo poco, però, entra nel vizio dell'alcol e finisce per strada. La costante di tutte queste storie è, se ci pensi, ciò che li fa viver male l'essere immigrati, è l'assenza dei legami. Sono lasciati soli e isolati dal mondo: o reagiscono buttandosi nel gioco o nell'alcol. Spendono tutti i loro soldi nel gioco d'azzardo, sperando nella fortuna, ma poi perdono tutto. Si detestano, bevono e finiscono per strada. Carol viene accolto subito da noi, vive nel nostto campo di accoglienza e piano piano riesce ad allontanarsi dall'alcol. Poi, però si ammala ed è costretto a passare tutte le sue giornate in questo campo, una baracca invernale, fatta di legno e molto modesta. Carol dimagrisce molto e ha difficoltà a muoversi. Le sue condizioni peggiorano al punto che siamo costretti a portarlo al pronto soccorso, dove, però, lo rifiutano, dicendo che non possono fare nulla per lui, e che probabilmente dovesse essere ricoverato. Carol ritorna alla sua baracca, dove continua a peggiorare. Il suo medico lì lo visita e gli fa chiedere il ricovero. Viene portato in ospedale, ma viene dimenticato su una barella, dove attende per troppo tempo. Carol torna da solo fino alla sua baracca. Torna a bere. Questa è una delle storie di insuccesso, una delle tantissime, purtroppo, anche se con Carol non vogliamo ancora mollare; speriamo di poterlo far uscire dall'alcol."
"Sonia è una ragazza di 35 anni, è del Guatemala e vive da 12 anni in italia senza alcun tipo di documento. Per 12 anni è stata trasparente, non esisteva. È arrivata in italia con la figlia, quand’essa aveva 1 anno; ora ha 13 anni e può frequentare qualsiasi scuola italiana, perché - segno di civltà molto alta, almeno questo – la legge italiana riconosce l’istruzione dei bambini come cosa più importante. Se non dispone di documenti non è certo colpa sua, è solo una bambina, e intanto è bene che frequenti la scuola. Sua figlia, quindi, è cresciuta come italiana. Ha avuto una vita molto dignitosa, grazie agli sforzi di Sonia, una grandissima donna. Sonia infatti lavorava, anche se in modo irregolare. In questa condizione, priva di qualsiasi tutela, viene ingannata da uno dei suoi datori di lavoro: praticamente Sonia, avrebbe potuto richiedere la legalizzazione alla questura, e aveva infatti consegnato 100 euro al suo datore di lavoro per cercare di ottenerla. Lui le ha consegnato una serie di fogli bianchi, falsamente timbrati e che non valevano nulla, e poi si è intascato i soldi. Sonia, ovviamente, non ricevette alcuna regolarizzazione. Sonia, allora, si reca al nostro sportello sociale, dove le persone che hanno un qualche tipo di fragilità vengono a farsi aiutare, e qui chiede aiuto per avere il documento italiano. Abbiamo quindi contattato avvocati specialisti, che le hanno fatto ottenere il documento in nemmeno un mese, visti i 12 anni trascorsi in italia e il suo profilo penale intonso. Ora Sonia lavora davvero."
"Mircea era un grande giornalista, c’è una sua intervista anche con il primo ministro romeno di qualche anno fa. Ha fatto concorsi di scrittura in Romania e ne ha anche vinti. Dopo la caduta del Muro di Berlino viene in Italia e fa il muratore. Era privo di rete famigliare, a parte qualche parente a San Marino con cui perde i contatti. Allora inizia a bere e a vivere per strada. Viene accolto nello stesso campo di Carl durante l'inverno. C’era anche una fase estiva del progetto. Ad inizio giugno io vado a parlare con lui verso l’ora di pranzo e sento che mi risponde in modo strano, non era lucida. Chiamo il mio superiore nell’organizzazione e le spiego che Mircea sembra strano e dice cose insensate. Lo portiamo in ospedale e aveva un ictus. Al pronto soccorso il primo medico lo liquida dando la colpa all'alcool, ma per sua fortuna passava di lì un neurologo, che si avvicina e iriconosce l’ictus. Lo curano bene e lo mandano in una clinica di riabilitazione a spese dello Stato per quattro o cinque mesi. Adesso ha smesso di bere, scrive racconti e vive in un centro di accoglienza. Ha bisogno di un bastone, ma è il male minore rispetto al pericolo che ha corso. Mircea ha fatto concorsi di scrittura in Romania e ne ha anche vinti."
"Mio papà è a sua volta figlio di un immigrato. Mio nonno, Salvatore, emigrò in Nord America, a New York, nei primi anni del 900. Tornò poi al paese, Caria, in Calabria, e lì mise incinta la nonna. Decise però di ritornare subito in America, dove era riuscito nel frattempo a mettere su un po’ di denaro: con questo, manteneva la nonna e i loro figli, rimasti in Calabria; erano una famiglia povera, e vivevano solo di terra e dei soldi che il nonno mandava dall’America. Mio papà, grazie a quei soldi, riuscì a studiare, frequentando addirittura fino alla quinta elementare. Poi si mantenne facendo anch’egli il contadino. Nel 1946, con i suoi tre cugini, partirono insieme per l’Argentina, dove avevano uno zio già sistemato a Buenos Aires. Mio nonno e gli altri avevano appena 20 anni, e volevano evitare la leva. Da Caria, il loro paesino, andarono a Napoli e da lì si imbarcarono per Buenos Aires; il viaggio durò molto, due settimane all’incirca. Una volta giunti lì, mio padre e i cugini raggiunsero lo zio, il quale trovò loro occupazione come idraulici, con i quali fecero i loro primi veri soldi. Comprarono un appezzamento di terra e lì costruirono da soli le loro quattro case, una a fianco all’altra. Erano casette modeste, ma con un bel giardinetto in comune. Tutti e quattro tornarono poi in Calabria per cercare moglie. Mio papà sposò nel 56’ mia mamma e con lei ripartì subito per l’Argentina: fecero quattro figli, due li persero e due siamo noi, io e mio fratello. Qui conducemmo una vita direi agiata, rispetto a tutto ciò che i miei genitori erano sempre stati abituati a vedere: avevamo ora una casa di proprietà e mio papà aveva guadagnato bene continuando a fare l’idraulico. In Argentina si stava bene, c’era ricchezza, Peròn aveva migliorato le condizioni di vita. Della vita in Argentina ricordo poco, solo la mia casa e mio fratello, e le conversazioni dei miei genitori in italiano. Tra di loro parlavano italiano, con noi parlavano in spagnolo e in italiano, e io e Aldo parlavamo in spagnolo, cosa che non piaceva tanto a mio papà. Quando avevo quattro anni, per evitare di frequentare la scuola lì, mio papà decise di ritornare in Italia, anche se la mamma non era d’accordo. Affrontammo un lungo viaggio in barca, dove mi ammalai: presi una brutta polmonite, e mi diedero un farmaco per curarla, uno di quelli nuovi. Guarii, ma solo anni dopo, tornati in Italia, scoprimmo che mi aveva causato sordità, e difatti fu da lì a poco tolto dal commercio per la sua ototossicità. Appena arrivati in Italia, tornammo per breve tempo in Calabria, ma mio papà capì subito che lì non c’era da che vivere, e andò al Nord a cercare lavoro, lasciando me, Aldo e la mamma a casa. Andò prima a Milano, e poi a Torino, nel ‘67, dove trovò lavoro come idraulico di un cantiere edilizio, e poi alloggio, grazie ad un datore di lavoro piemontese che garantì per lui. Quelli erano, infatti, gli anni del boom economico, e arrivavano al Nord treni stracolmi di meridionali che cercavano lavoro e alloggio, il quale era concesso, ai meridionali, solo se qualche datore di lavoro piemontese poteva garantire per loro. Le stazioni erano piene di datori di lavoro che attendevano i meridionali, per prenderli subito a lavorare con sé, tanto era grande la richiesta di lavoro. Comunque, ci trasferimmo anche noi a Torino, e lì frequentai la scuola elementare. Ebbi qualche difficoltà durante i primi anni, per via della mia sordità - non esistevano gli apparecchi acustici -, e per via della lingua. Mi bocciarono il primo anno delle elementari."
"Jereffin aveva usufruito di un servizio di registrazione all’INPS a residenza non specificata, potendo così beneficiare delle cure mediche per un anno solare. Alla fine dell’anno solare torna a vivere per strada perché non si era organizzato diversamente. A dicembre mi viene segnalato che Jereffin sputa sangue, chiamano l’ambulanza,chelo porta all’ospedale nel centro di Roma, dove viene aiutato da un buon team di medici, che capiscono, lo visitano a fondo e gli trovano un brutto tumore al polmone. Lo curano e organizzano per metà gennaio la prima chemioterapia. Il 15 di gennaio va all’ospedale e scopre che la sua iscrizione all’INPS è scaduta da quindici giorni. Non c’è la tessera sanitaria e non può essere curato. Si paga di nuovo la somma per l’iscrizione e riceve le cure. Si rimette e comincia a lavorare, e ogni venerdì metteva via dei soldi per la nuova iscrizione, per non farsitrovare impreparato. Jereffin è quasi guarito e le visite dicono che il grosso del tumore è scomparso. "