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Annunciata di Palermo di Antonello da Messina

Irene Prodigo

Created on December 17, 2023

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Transcript

Annunciata di Palermo

Antonello da Messina

L'Annunciata di Palermo (conosciuta anche come “La Vergine Annunciata”) è una delle opere più note e rappresentative del pittore siciliano Antonello da Messina, artista di spicco del Quattrocento italiano divenuto celebre per la profondità psicologica dei suoi ritratti. Antonello fu il primo a riuscire a fondere nella sua pittura la monumentalità e la razionalità della tradizione italiana con la luce e l’attenzione per i dettagli tipici della pittura fiamminga.

Autore
Analisi
Descrizione
Storia

Il quadro rappresenta l’annunciazione dell’Angelo a Maria, ma sorprendentemente, la figura angelica non viene rappresentata, bensì evocata dalla presenza della luce che illumina la ragazza e dal movimento delle mani. Questa “assenza”, teologicamente innovativa, e la posa di Maria, creano una sospensione del tempo ed una suspense che coinvolgono lo spettatore. Il manto, di un azzurro celestiale, incornicia il bellissimo ovale della Madonna, colta nell’attimo in cui l’angelo le comunica il lieto e straordinario evento: sarebbe diventata la madre del Signore. La figura emerge dal buio opaco e nero, tagliata da una luce trasversale che cade dall’alto. Davanti a lei, un leggìo in legno, fine e semplice, regge il sacro libro delle Scritture, perché secondo la teologia del ‘400 l’Antico Testamento aveva già annunziato la venuta di Cristo.

Antonello da Messina (Messina, fra 1425 e 1430[1] – Messina, febbraio 1479) è stato un pittore italiano. Fu il principale pittore siciliano del Quattrocento, primo nel difficile equilibrio di fondere la luce, l'atmosfera e l'attenzione al dettaglio della pittura fiamminga con la monumentalità e la spazialità razionale della scuola italiana. I suoi ritratti sono celebri per vitalità e profondità psicologica. Durante la sua carriera dimostrò una costante capacità dinamica di recepire i molteplici stimoli artistici delle città che visitava, offrendo ogni volta importanti contributi autonomi, che spesso andavano ad arricchire le scuole locali. Soprattutto a Venezia rivoluzionò la pittura locale, facendo ammirare i suoi traguardi - ripresi poi dai grandi maestri lagunari - apripista dunque per quella "pittura tonale" dolce e umana che caratterizzò il Rinascimento veneto.

Maria sembra essere colta alla sprovvista dall'angelo: la mano destra, protesa in avanti, vuole quasi bloccarlo, come a chiedergli di non procedere oltre; se da un lato ella è certamente impreparata a quell'incontro, al tempo stesso si domanda cosa avrà da dirle il messaggero di Dio. La mano sinistra, che subito cerca di celare il corpo con il velo, rivela la pudicizia della ragazza. E nonostante la rapidità dell’azione, la Vergine non si scompone, anzi: l’eleganza rimane inalterata.Antonello sottopone l’intera opera a un evidente quanto severo ordine geometrico: il volto è inscritto in un ovale, il velo forma un triangolo, l’apertura del velo sul volto a sua volta forma un triangolo rovesciato, le pieghe ricadono perpendicolari. Malgrado tutto ciò, il dipinto è pieno di vita, per i motivi sopra descritti: perché siamo nelle fasi iniziali di un incontro, perché si sta per instaurare un dialogo, perché le movenze della Vergine sono molto espressive. E come se non bastasse, c’è anche un sottile alito di vento che scompone le pagine del libro appoggiato sul leggio: segno dell’arrivo dell’arcangelo che muove l’aria attorno a sé.

È singolare che di un’opera tanto emozionante quanto capitale per l’arte occidentale non si sia saputo alcunché per secoli. La prima citazione risale infatti al 1866, quando il prelato nonché storico dell’arte palermitano Gioacchino Di Marzo scrisse di aver visto a Venezia un’opera uguale all’Annunciata, che allora si trovava nella collezione di un certo monsignor Vincenzo Di Giovanni. L’opera, a sua volta acquistata dalla nobile famiglia palermitana dei Colluzio, era allora ascritta ad Albrecht Dürer. Il dibattito su quale fosse l’esemplare originale, se quello che Di Marzo aveva visto a Venezia, oppure quello palermitano, andò avanti irrisolto fino al 1907: l’anno prima, l’Annunciata era entrata a far parte della raccolta di quello che era all’epoca il Museo Nazionale di Palermo, oggi diventato Galleria Regionale, e veniva esposta per la prima volta nelle sale di Palazzo Abatellis, dove la si può tuttora ammirare. L’originalità dell’opera di Palazzo Abatellis e l’attribuzione ad Antonello da Messina (Messina, 1430 circa - 1479) vennero confermate da Enrico Brunelli nel 1907, che stabilì la precedenza dell’Annunciata di Palermo rispetto al dipinto di Venezia: “liscia, fredda, monotona è la copia di Venezia, sebbene diligentissima: qui l’esecuzione è di una precisione estrema, di un rigore tutto antonellesco, e il colore è robusto e vigoroso, più vario anche e più ricco che non nell’altro esemplare. Mentre le vesti del quadro veneziano offrono una superficie azzurra uniforme, senza vivezza e senza intensità, qui il rosso della tunica ravviva l’azzurro del mantello: il rosso è un rosso vermiglio, simile al sangue arterioso, l’azzurro volge al verde marino e ha un’intonazione particolarissima che si riscontra talora nel mare siciliano, quando l’azzurro intenso di un cielo sereno del meriggio è rispecchiato e pare si fonda quasi nelle acque tranquille e profonde”. L’opera di Venezia sarebbe stata poi attribuita a un altro pittore siciliano, Antonio di Saliba, peraltro parente di Antonello da Messina.