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Tesi universitaria armonia
Vittoria Martini
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Transcript
LAVORO DI LATINO IV LIBRO DELLE GEORGICHE La società delle api
Martini Vittoria, Urbini Francesca, Fiorilla Sarah
01/12/2023
TESTO :
Per tutte uno solo è il riposo, una sola la fatica: al mattino si riversano dalle porte; non c'è sosta; di nuovo, quando la sera ordina di abbandonare finalmente il pascolo nei cam-pi, allora si avviano a casa, allora si rifocillano; si leva un ronzio, rumoreggiano intorno alle entrate e sulle soglie. Poi, quando ormai si sono adagiate nelle stanze da letto, c'è silenzio per tutta la notte e il giusto sonno si impossessa delle membra stanche. Però, se la pioggia incombe, non si staccano troppo dalle loro sedi, né si fidano del cielo quando giungono gli Euri, ) ma raccolgono acqua li intorno, al sicuro sotto i bastioni della città, azzardando brevi sortite e spesso, come le barche instabili all'urto dei flutti si zavorrano, portano con sé dei sassolini, e con essi si reggono in volo tra le nubi prive di peso.C'è un comportamento, fra le api, che davvero ti stupirà: non si abbandonano ai con-giungimenti, non fiaccano con indolenza i loro corpi al servizio di Venere né generano i piccoli con le doglie. Invece, da sole, raccolgono con la bocca i figli dalle fronde, dalle erbe soavi,° da sole rimpiazzano il re e i piccoli cittadini, riplasmano la corte e i reami di cera. Spesso, anche, nel vagabondare spezzano le ali contro duri roccioni e così rendono l'anima, con libera scelta, sotto il carico; tanto è l'amore dei fiori, tanta la gloria di generare il miele! Dunque, anche se le afferra in breve tempo il limite della vita (infatti non sopravvivono alla settima estate), 10 la razza, però, quella resta, immortale, e per molti anni si regge la fortuna di una famiglia: si può risalire agli avi degli avi.Inoltre, non venerano altrettanto il loro re l'Egitto, la vasta Lidia o le popolazioni dei Parti o l'Idaspe di Media." Se il re è indenne hanno un'anima sola; se è mancato, subito rompono il patto d'obbedienza e loro stesse saccheggiano il miele immagazzinato e sfasciano il graticcio dei favi. Lui è il regolatore dei lavori, lui riveriscono e circondano tutte a ranghi serrati con denso brusio; spesso lo sollevano sulle spalle e lo riparano dal combattimento coi loro corpi, e cercano in mezzo alle ferite una bella morte.Da questi segni, osservando questi comportamenti esemplari, alcuni hanno detto che nelle api c'è una parte della mente divina, un respiro dell'etere; 12 perché un Dio penetra in ogni cosa, nelle terre negli spazi di mare nel cielo profondo; da lui le bestie, gli armen-ti, gli uomini, ogni specie di fiere, ciascuno insomma attinge nascendo la sua vita impal-pabile; certamente a lui ogni cosa è restituita e ritorna, dissolta: per la morte non c'è spa-zio, ma le vite volano e si aggiungono alle stelle, prendono posto nelle altezze del cielo.
Su dunque, ora descriverò le doti naturali che Giove in persona ha attribuito alle api. come ricompensa' perché, seguendo il frastuono dei Cureti e i loro bronzi tintinnanti, vennero a nutrire il re del ciclo sotto l'antro dittèo.? Sole, hanno in comune i piccoli, congiunte le abitazioni a formare una città, trascorrono la vita seguendo leggi grandiose; sole, riconoscono una patria e Penati fissi, e, memori dell'inverno che arriverà, in estate affrontano la fatica e depositano in comune ciò che hanno guadagnato. Infatti alcune sono assegnate al cibo e, secondo un accordo prestabilito, si affaticano nei campi; una parte, nel chiuso delle case, pone la stilla del narciso e il vischioso glutine della corteccia come prima base dei favi, poi vi stende sopra la cera tenace; altre fanno uscire i figli già adulti, speranza della nazione; altre ammassano miele purissimo e gonfiano le celle di un nettare trasparente. Ad alcune è capitata in sorte la custodia dei portali, e a turno osservano le nuvole e le acque del cielo, oppure raccolgono il fardello di chi arriva o, schierate in colonna, respingono i fuchi, bestie ignave, dalle mangiatoie; ferve il lavoro e profuma di timo il miele fragrante. E come i Ciclopi quando approntano in fretta i fulmini dalle masse di metallo duttile, alcuni raccolgono e soffiano fuori l'aria con mantici di pelle taurina, altri immergono in un bacino i bronzi sfrigolanti; geme al peso delle incudini l'Etna; e quelli a turno con gran forza sollevano le braccia, ritmicamente, e rigirano il ferro nella presa delle tenaglie: non diversamente, se è giusto confrontare il piccolo col grande, una passione innata di possedere incalza le api cecropie, ognuna al suo posto di lavoro. Le anziane badano alle dimore, a munire i favi e plasmare i tetti con arte; ma sfiancate tornano a notte fonda le più giovani, le zampe colme di timo; colgono dovunque il cibo, sui corbezzoli e i salici grigi, la cassia, lo zafferano rossastro, il tiglio unto e i giacinti oscuri.
Publio Virgilio Marone
Note del testo
Index
Virgilio si riferisce alla nascita di Giove. Crono dopo aver spodestato il padre Urano teme che un suo figlio possa fare altrettanto con lui e quindi divora tutti i suoi figli nati con la sposa Rea. Lei per proteggere il suo ultimo nato, Giove, lo nasconde a Creta dove alcuni guerrieri, i Cureti, coprono con la loro danza e il rumore delle armi il pianto del piccolo che sarebbe stato nutrito con il miele delle api le quali vengono ricompensate da Giove. Rea fa ingoiare a Crono al posto di Giove, un masso. Il giovane Dio, una volta cresciuto, rovescia il potere del padre costringendolo a divorare tutti i figli divorati.
1.
2.
Il dono concesso da Giove alle api è ancora più grande perché egli stesso non lo ha mai concesso a nessun altro animale. L’educazione dei figli, affidata alla comunità, era anche nella costruzione spartana.
Virgilio descrive i vari lavori delle api: ci sono quelle che fanno la cera; le api nutrici; le api operaie; le api guardiane; le api ausiliarie accolgono le api operaie e le api guerriere cacciano via i fuochi.
3.
4.
I fuochi sono i maschi delle api: non lavorano nell’arnia e il loro unico scopo è quello di fecondare la regina.
Il lavoro delle api è paragonato a quello dei ciclopi che fabbricano i fulmini nella fucina dell’Etna.
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Index
6.
La parola “cecropie” deriva “di cecrope”, il primo re di Atene. Secondo gli antichi in quella regione si produceva un miele eccellente famoso anche tra gli dei.
7.
L’euro, portatore di pioggia, soffia da est verso ovest.
Gli antichi non conoscevano il sistema riproduttivo delle api. Virgilio, come molti, pensava che i piccoli nascessero per generazione spontanea sulle foglie e venissero poi raccolti e portati nelle celle dalle api. Alcuni critici ritengono che se il poeta avesse saputo che la società delle api era di fatto una società matriarcale (il potere politico ed economico è dato alla madre più anziana della comunità) difficilmente l’avrebbe presa a modello per uno stato ideale.
8.
Virgilio definisce i piccoli delle api “parvi quirites” usa l’appellativo con cui venivano definiti i romani, dal nome dell’antico dio Quirino, il primo re di Roma (Romolo), dopo la sua assunzione tra gli dei. Virgilio crede che lo stato romano per essere efficiente dovrebbe seguire il modello delle api.
9.
10. 11.
La vita delle api dura in media 45 giorni, non 6 anni come riteneva Virgilio.
Gli antichi ignoravano che a guida dell’alveare ci fosse l’ape regina e attribuivano invece al re l’autorità regale. L’obbedienza delle api al loro re è paragonata alla sottomissione ai monarchi assoluti orientali tra cui quelli dell’Egitto, della Lidia, dell’Impero Persiano abitato dai Parti e da quello dei Medi lungo il fiume Idaspe.
ANALISI DEL TESTO
Affascinato dal micromondo delle api, nella sua trattazione Virgilio ha seguito uno schema tipicamente etnografico: dopo aver descritto l’area di maggiore diffusione di questa specie le attività condotte nelle varie stagioni, il loro comportamento in guerra, il poeta si sofferma – come farebbe un etnografo – sugli aspetti più insoliti e curiosi: nel caso delle api, una certa capacità divinatoria di cui questi insetti sarebbero dotati la castità la grande venerazione per il loro rex (cioè l’ape regina, di cui Virgilio, come quasi tutti i trattatisti antichi, ignorava il sesso femminile) e la loro natura spirituale e divina. Il poeta impiega per le api un lessico umanizzante non solo in forza di un tópos poetico ma anche perché l’esistenza di questi insetti era considerata la trasfigurazione di una società umana ideale. Si dice, infatti, nei versi successivi che le api vivono tutta la vita magnis sub legibus, grazie alle quali riconoscono patriam… et… penates. Poco dopo si fa riferimento al foedere pacto, all’accordo prestabilito, che presiede al lavoro in campagna, ancora una volta assimilando la società della api a quella umana e alle regole che sanciscono la convivenza del gruppo. Da perfetta comunità organizzata quale sono, le api appaiono anche in grado di far fronte al pericolo: esse si schierano in ordine di combattimento (agmine facto : può essere curioso notare che anche l’italiano «sciame» deriva da un termine militare, exagmen, propriamente «colonna di soldati schierati») per allontanare i fuchi; difendono gli alveari, indicati con il termine oppida, quasi fossero vere e proprie «città fortificate», e difendono i favi . Proprio l’organizzazione delle api consente a Virgilio di sviluppare la trasfigurazione tradizionale della società umana ideale. Questi insetti assurgono a modello di convivenza civile, di Stato perfetto, in cui tutti agiscono per il bene comune aggregati attorno a una figura regale, garante dell’ordine e della concordia, e uniti da un forte senso di legalità reciproca: insomma, esattamente il progetto politico vagheggiato da Ottaviano, che negli anni in cui il poeta componeva i Georgica, stava affermando il proprio potere. A fugare ogni dubbio interviene l’inequivocabile locuzione: parvos Quirites «piccoli Quiriti», utilizzata per definire le api. In questo modo l’allegoria che Virgilio va delineando è resa quanto mai esplicita: le api finiscono per rappresentare, a tutti gli effetti, l’immagine stessa della Romana civitas.
Virgilio si rivolge a un tema particolare e per i moderni apparentemente insolito: l’allevamento delle api, argomento al quale dedica una buona parte del IV libro dei Georgica. Di questi insetti il poeta valorizza una serie di caratteristiche e comportamenti, descrivendone la prodigiosa vita sociale: nella loro comunità ogni individuo esiste in funzione della collettività, assolvendo scrupolosamente i compiti che il suo ruolo gli impone.
LA SOCIETÀ PERFETTA DELLE API
Virgilio prende come società perfetta quella delle api grazie al loro duro lavoro. Gran parte delle loro attività si svolgono in un ambiente idillico dunque il mezzo al profumo e al colore dei fiori, l’amor florum. Il poeta parlando delle api vuole far riferimento agli uomini, proprio per questo chiama i loro piccoli “parvi Quirites”. Virgilio reputa la società delle api perfetta in quanto fondata sui valori della tradizione romana sia dal punto di vista della civiltà contadina che politico in quanto restauratrici di Ottaviano. La divisione dei compiti che c’era tra le api rende più pacifica la vita delle singole e di conseguenza un’armonia tra di loro producendo così del miele profumato.
LA FIGURA DELL'AGRICOLA
LA NECESSITÀ DEL LAVORO PER IL PROCESSO
Tema centrale è quello del labor. Virgilio attribuisce al lavoro dei campi un significato etico e politico.Dopo aver ripreso il tópos dei diversi tipi di vita umana, il poeta contrappone a tutti quello dell'agricola, che con il suo lavoro sostiene la famiglia e la patria, vive nella sicurezza e gode di semplici piaceri. Il quadro che ne esce è la celebrazione del modo di vivere della Roma antica, antitetico rispetto a quello contemporaneo e superiore addirittura alla stessa "età dell'oro", afflitta dal veternus, una specie di torpore che toglieva all'uomo la possibilità di sentirsi vivo e ne ostacolava il progresso.
Proprio per porre rimedio a questa apatia Giove introdusse la dura necessità del lavoro, non come punizione per l'umanità, ma come strumento perché avanzasse lungo il cammino della civiltà, attraverso la creazione di nuove tecniche e nuove arti: il lavoro dunque come atto di giustizia della divinità.
PERCHÉ le api rinascono?
Quando Euridice viene morsa dal serpente e muore, Aristeo è all'oscuro della fine della nin-fa, non sa di essere la causa della sua morte; ma gli dèi hanno visto e conoscono la sua colpa, pur indiretta. Per questo decidono di punirlo con la morte delle api di cui il pastore andava orgoglioso e questo determina una catena di eventi fino alla cosiddetta bugonia, ovvero alla rigenerazione delle api. Rimane però una domanda: perché gli dèi decidono proprio quella punizione invece di altre possibili? Per rispondere alla domanda bisogna conoscere la valenza che gli antichi assegnavano all'ape, da cui deriva anche la sua "presenza" nella letteratura filo-sofica, in particolare nelle scuole epicuree e stoiche.
Se dunque vogliamo capire perché le api vengano fatte nascere dalla carcassa di un bue, dobbiamo in primo luogo capire che cos'è l'ape per gli antichi, qual è il significato culturale che essi attribuivano a tale insetto. Essi lo concepivano come una creatura caratterizzata da straordinaria castità, che ha in odio ogni forma di adulterio e trasgressione sessuale, ogni forma di eccesso. Adesso si comprende perché le api di Aristeo fossero morte in seguito al gesto sconsiderato dell'apicoltore: come avrebbero potuto rimanere in compagnia di un violentatore di donne, di un uomo che non sapeva trattenere le proprie passioni? Per gli antichi, anzi, questi insetti non conoscono l'unione sessuale - la loro riproduzione non prevede unione tra maschi e femmine - e rifuggono dai cattivi odori, dal sangue e dagli escrementi. Di più, l'ape è uno dei simboli usati per rappresentare l'anima in tutta la sua purezza, lo spirito non destinato a restare per sempre imprigionato fra le ombre dell'Ade, ma al contrario indirizzato verso la reincarna-zione, «Insetto divino» come Virgilio chiamava l'ape, essa simboleggia insomma l'anima che «rinasce» dalla morte. Ecco perché l'ape «rinasce» attraverso un processo, la bugonia, che vede prima la morte e la putrefazione di un essere mortale e poi il librarsi in aria dei preziosi inset-ti: è come se l'ape, scaturendo dalla carcassa putrefatta di un bue, rendesse visibile lo staccarsi dell'anima purificata verso una nuova vita.
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COMMENTO E APPROFONDIMENTO
Fin dall’età classica le api rappresentarono uno stimolo importante per intellettuali e artisti, che le hanno sovente immortalate nei loro lavori o utilizzate come oggetto di paragone. I motivi di questo interesse vanno ricercati nella laboriosità di questi insetti, nella loro ordinata ed efficiente struttura socio-lavorativa e, soprattutto, nella grande considerazione che hanno sempre ricevuto per la produzione del miele, uno dei rarissimi dolcificanti disponibili, nonché – assieme alla propoli – rimedio curativo per eccellenza. Non pochi nel mondo antico attribuirono alle api il ruolo di animale sacro e considerarono i suoi prodotti doni celesti, diretta elargizione divina.
In epoca remota, si riteneva che il miele venisse giù dal cielo come la rugiada e si posasse sulle foglie e sui fiori, da dove le api lo raccoglievano, mentre si pensava che la cera stilasse direttamente dalle piante.
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LE API IMMUNI ALL' AMORE
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Quest’ultimo tema, quello della verginità, lo possiamo ritrovare nel IV libro delle Georgiche: qui le api – modello quasi divino di saggezza – appaiono immuni all’Eros poiché non costrette a riprodursi sessualmente, fedeli alla «domus» e alle sue leggi, disposte al sacrificio e devote al loro sovrano. Così le api costituiscono per Virgilio un esempio perfetto di organizzazione comunitaria ordinata e armonica: essa poteva rappresentare l’ideale «res publica» arcaica, la quale aveva come suo unico compito quello di mantenere il bene comune.