L'ALIENAZIONE SOCIALE
ATTRAVERSO LE OPERE DI OSAMU DAZAI, FERNANDO PESSOA E CESARE PAVESE
DI CHIARA LUISI
Indice
CESARE PAVESE
FERNANDO PESSOA
OSAMU DAZAI
PESSOA: "IL LIBRO DELL'INQUIETUDINE"
PAVESE: "IL MESTIERE DI VIVERE"
DAZAI: OPERE PRINCIPALI
DAZAI: IL PARADOSSO DEL CLOWN TRISTE E I DISTURBI PSICOLOGICI
DAZAI: "LO SQUALIFICATO"
OSAMU DAZAI
"Gli umani non baderanno a me se sarò estraneo alle loro vite. Sarò nulla, sarò il vento, sarò il cielo." (Da "Lo squalificato")
Autore e novellista giapponese della prima metà del '900. Ottavo e ultimo figlio di un ricco proprietario terriero (genitori entrambi assenti) Carattere dissoluto: rapporti con 5 donne, 3 figli da madri differenti, disconosciuto dalla famiglia dopo essere fuggito con una geisha. Morì a 37 anni in uno "shinju" (doppio suicidio) con una vedova di guerra conosciuta poco prima. Esordì intorno agli anni '30 con racconti di ispirazione autobiografica. Tematiche: rivolta contro la famiglia, adesione ai partiti di sinistra (marxista, comunista), depressione e alienazione sociale Influenze letterarie: - Akutagawa (inizio '900), in particolar modo "Aru Aho no Issho" ("La vita di uno stolto"): "Cos'è la vita di un uomo? Una goccia di rugiada, la luce di un fulmine? Tristezza. E' tutta tristezza." - Dostoevskij, in particolar modo "Delitto e castigo" e "Memorie dal sottosuolo" - Grande ammiratore di Dante Alighieri e della sua opera "Divina Commedia", citata in più occasioni
OPERE PRINCIPALI
- "DOKE NO HANA" ("I fiori della buffoneria"), 1935: opera semi-autobiografica, racconta la storia di Oba Yozo e del suo tempo in recupero in ospedale dopo un tentato suicidio. Anche se i suoi amici tentano di tirarlo su di morale, le loro parole risultano false all'uomo, che finisce dunque per rimanere in ospedale a riflettere sulla sua vita. Questo periodo fu particolarmente duro per Dazai: dopo aver combattuto la dipendenza per un anno, fu portato in un istituto psichiatrico, rinchiuso in una stanza e costretto alla pratica del “cold turkey”. - "SHAYO" ("Il sole si spegne"), 1947: “Vittime. Vittime di un periodo di morale transitoria. Ecco cosa siamo certamente, sia tu, sia io.” Basato sul diario di Shizuko Ota, la storia è incentrata su una famiglia aristocratica in declino durante i primi anni dopo la seconda guerra mondiale. La giovane donna Kazuko, suo fratello Naoji e la loro madre vedova sono i protagonisti. Naoji, che ha prestato servizio con l'esercito è stato dichiarato scomparso. Il narratore è Kazuko: lei e sua madre si trasferiscono nella campagna e lei inizia a lavorare nei campi, sostenendo di star diventando una "donna grossolana". Nel corso del romanzo sopravvive alla morte della sua aristocratica madre (tubercolosi) e del suo sensibile fratello tossicodipendente (oppio) Naoji, ritornato a casa dopo anni dalla sparizione: egli rappresenta un intellettuale devastato dai suoi fallimenti. Naoji muore suicidandosi, lasciando dietro di sé una lettera a sua sorella che dà voce ai suoi sentimenti di debolezza dovuti alla discendenza aristocratica (le ideologie sopprimono l'individuo).
IL PARADOSSO DEL "CLOWN TRISTE"
Studi psicologici (fine '900, Kaufman e Kozbelt) basati sulla condizione dei lavoratori del circo: contraddittoria associazione nel soggetto di commedia e disturbi quali depressione o ansia Nella cultura popolare, BARZELLETTA DEL SIGNOR PAGLIACCI Primi casi attastati nella letteratura: - "Un buffone sciocco del palcoscenico italiano a Parigi" (1814) - "Ride mentre piange" (fine XIX secolo, Juan de Dios Peza) Nell'arte: Jan Matejko ("Stancyzk durante un ballo alla corte della regina Bona dopo la notizia della perdita di Smolensk") In filosofia: - Nietzsche -Kierkegaard
DISTURBO CICLOTIMICO
Temperamento ciclotimico riscontrato nei soggetti a cui è applicabile il paradosso del clown triste Disturbo di personalità (subtipo bipolare) del cluster "non altrimenti identificabile/depressivo"; disturbo per procura (causa: trauma) Alternazione di momenti di estrema felicità a momenti di depressione e crisi maniacali (non in pieno sviluppo: differisce dal disturbo bipolare ed è più simile alla depressione atipica) Ipotesi: abbandono o rifiuto parentale (assenza emotiva genitoriale)
NINGEN SHIKKAKU ("Lo squalificato")
Romanzo semi-autobiografico datato 1948 (pubblicato postumo), genere del Burai-ha Opera più famosa della letteratura classica giapponese per le tematiche affrontate, considerate attuali Struttura: prologo - 3 taccuini (4 parti) - epilogo (prologo/epilogo: narratore senza nome; taccuini: prima persona, Dazai stesso sotto il nome di Oba Yozo) Tematiche: alienazione sociale, esistenza convissuta con la depressione Presenti piccole incongruenze tra la vita di Dazai e la vita di Yozo (professione, figli, rapporti "sentimentali")
PROLOGO:
“Che bimbo orribile, rinsecchito e orripilante.”
PRIMO TACCUINO:
“La mia è stata una vita di estrema vergogna. Non riesco lontanamente ad immaginarmi cosa significhi vivere la vita d’un essere umano.” “Mi è impossibile conversare con il prossimo, dunque inventai le mie pagliacciate, l’ultima richiesta di amore che avrei rivolto agli esseri umani.” “Di fronte agli esseri umani ho sempre sussultato di terrore.” “Le fantesche e i servi mi stavano traviando. avevo un nuovo scorcio da cui osservare quanto fossero pietosi gli esseri umani, un motivo per sorridere nella mia debolezza. se fossi stato onesto, avrei raccontato della nefandezza alla mamma o al babbo.” “Quando mio padre mi chiese cosa desiderassi come regalo da Tokyo, borbottai «Nulla». era tutto lo stesso, niente mi avrebbe reso felice.”
SECONDO TACCUINO:
"Ecco il mio vero io, che avevo disperatamente nascosto. Avevo sorriso allegramente, avevo fatto ridere il prossimo… eppure questa era la verità lancinante. Un ritratto così straziante che me ne sbalordivo io per primo” “L’odore del «rubacuori» mi aveva impregnato tutto, e le donne… quelle prostitute erano meno esigenti degli uomini. Le donne non hanno senso della moderazione, vogliono sempre di più, chiedono ancora e ancora, si rimpinzano di piaceri” «Dammi da bere. non ho soldi», e questa fu un’umiliazione più strana di quante ne avessi mai assaggiate, un’umiliazione impossibile da viverci insieme. Non ero riuscito a svincolarmi dalla figura di figlio del ricco. E fu in quel momento che decisi di ammazzarmi. Lei morì, io fui tratto in salvo” “Tra tutte le persone, quella miserabile fu l’unica che amai” “Al carceriere che mi interrogò mostrai una recita superba, che tuttavia non arrecò alcun vantaggio. Cos’è mai, dico io, che mi ha reso così? Quando mi legarono come un criminale, mi sentii sollevato” “La gente parla di «proscritti sociali», termine che denota i miserabili perdenti del mondo, i depravati, ma a me sembra d’essere stato un «proscritto sociale» fin dal momento in cui naqui”
TERZO TACCUINO (P.1)
«Che regalo vorresti da dio?» «Il mio babbo, quello vero» “Che mai si intendeva per «società»? il plurale di essere umano? La società non è disposta a sopportare. Non è la società… sei tu che non vuoi sopportare… dico bene? Se continui così, la società te ne farà pentire? Non è la società… sei tu, sì o no? Non è la società… sei tu che ti prepari a darmi l’ostracismo. Cos’è mai la società, se non un individuo?” “Gli esseri umani non soggiacciono mai agli esseri umani. L’oggetto di ogni sforzo è il bisogno dell’individuo. la società è l’individuo. L’incomprensibilità della società è dovuta all’individuo.” “«Bevi troppo» «Da domani la faccio finita, non tocco più una goccia»”
TERZO TACCUINO (P.2)
“Horiki e io. Ci disprezzavamo a vicenda, degradandoci di conseguenza. Horiki e io. Certe volte avevo l’impressione fosse uguale a me.” “«Il tabacco?» «Tragico» «Le medicine?» «Tragiche» «La morte?» «Comica. La vita è tragica.»” "Sono forse un’egoista? o quello che viene definito un’anima debole all’eccesso? non lo so nemmeno io, sono un’ammasso di vizi che non ha un piano per evitare il declino. Piansi." “«Non sono buono a nulla» «Le darò qualche medicina, smetta di bere.» Era morfina. … Me ne dia un’altra scatola, la pagherò a fine mese.”
“Voglio morire. Voglio morire più di quanto non l’abbia mai voluto. Non mi resta alcuna possibilità di guarigione. Qualunque cosa io faccia, sarà sicuramente un fallimento, nient’altro che un’ultima mano di tinta pitturata sulla mia infamia. Voglio morire. Debbo morire. Vivere è già di per se la fonte di ogni peccato.” “E adesso ero diventato un pazzo. Anche se m’avessero dimesso, sarei rimasto perpetuamente bollato in fronte dalla parola «pazzo», «reietto». Squalificato come essere umano. Cessavo una volta e per sempre d’esistere come essere umano.” “Credo che «reietto» sia proprio un nome comico… mi si addice. Presi delle medicine per trovare sonno. Ora non sono felice, ma non sono neanche infelice. Tutto passa. Questa è l’unica cosa che a parer mio s’avvicini alla verità, nella società degli esseri umani dove ho dimorato fino ad oggi come in un inferno rovente. Tutto passa. Ho compiuto 27 anni. I miei capelli sono grigi. Molta gente direbbe che ho passato la quarantina”
EPILOGO:
“«Per la prima volta lessi i taccuini da cima a fondo» «E pianse?» «Non piansi, no… pensai semplicemente che quando gli esseri umani si mettono su quella strada, non sono più buoni a nulla… Fu colpa del padre. Lo Yozo che conobbi io era così divertente… sarebbe bastato non si fosse messo a bere. No, anche se beveva, era un buon figliolo, era un angelo.»”
FERNANDO PESSOA
“Se scrivo quello che sento, è per ridurre la febbre del provare emozioni”.
Scrittore, poeta e aforista portoghese di fine '800 La sua più grande creazione è l'invenzione degli eteronimi (diversamente dagli pseudonimi, sono identità poetiche completamente differenti fra loro): Alvaro de Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro (i più importanti) "I più grandi poeti portoghesi di età moderna sono tutti Pessoa"
"LIVRO DO DESASSOSEGO" ("Il libro dell'inquietudine")
"L'autobiografia di un uomo che non è mai esistito" Opera postuma, incompiuta, "frammenti, tutto frammenti" Accreditata all'eteronimo Bernando Soares e all'ortonimo Fernando Pessoa (opera semi-eteronimica) Prosa e poesia Tematiche: mortalità, transitorietà esistenza, alienazione sociale, anomia «Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso volere essere niente. » «Una delle mie preoccupazioni costanti è capire com'è che esista altra gente, com'è che esistano anime che non sono la mia anima, coscienze estranee alla mia coscienza; la quale, proprio perché è coscienza, mi sembra essere l'unica possibile.» “Non so come pensare, provare, amare. Penso continuamente, eppure manco di ragione; provo ma manco di sentimento.”
CESARE PAVESE
«Passavo la sera seduto davanti allo specchio per tenermi compagnia.» (Da "Il mestiere di vivere")
"IL MESTIERE DI VIVERE"
Diario scritto tra il 1935 (esilio a Brancaleone) e il 1950 (suicidio) Viaggio interiore, processo di autoanalisi, confessione esistenziale, contraddizione tra la chiarezza e l'incapacità di superare il romanticismo tipico delle sue opere (assillante richiamo al suicidio, masochistico compiacimento, misoginismo) Ispirato da Baudelaire, "Il mio cuore messo a nudo" (1864), Leopardi, "Zibaldone di pensieri" (1832) e Petrarca, "Secretum" (1347) Scrittura asciutta, cruda, spietata, pensieri concisi
"Vivere tra la gente è sentirsi foglia sbattuta. Viene il bisogno d’isolarsi. (...) In fondo, l’unica ragione perché si pensa sempre al proprio io è che col nostro io dobbiamo stare più continuamente che non chiunque altro."
"Povera gente, i testicoli da cui siamo nati sono ancora sempre la nostra sostanza. Immensamente più felice è lo scemo, il povero, il malvagio, di cui funzioni il membro, che non il genio, il ricco, l'evangelico, anormale là sotto." "Ma la grande, la tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente." "Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, amore, disillusione, destino, morte." "Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più."
Alienazione sociale (Dazai, Pessoa, Pavese)
chiara.luisi
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L'ALIENAZIONE SOCIALE
ATTRAVERSO LE OPERE DI OSAMU DAZAI, FERNANDO PESSOA E CESARE PAVESE
DI CHIARA LUISI
Indice
CESARE PAVESE
FERNANDO PESSOA
OSAMU DAZAI
PESSOA: "IL LIBRO DELL'INQUIETUDINE"
PAVESE: "IL MESTIERE DI VIVERE"
DAZAI: OPERE PRINCIPALI
DAZAI: IL PARADOSSO DEL CLOWN TRISTE E I DISTURBI PSICOLOGICI
DAZAI: "LO SQUALIFICATO"
OSAMU DAZAI
"Gli umani non baderanno a me se sarò estraneo alle loro vite. Sarò nulla, sarò il vento, sarò il cielo." (Da "Lo squalificato")
Autore e novellista giapponese della prima metà del '900. Ottavo e ultimo figlio di un ricco proprietario terriero (genitori entrambi assenti) Carattere dissoluto: rapporti con 5 donne, 3 figli da madri differenti, disconosciuto dalla famiglia dopo essere fuggito con una geisha. Morì a 37 anni in uno "shinju" (doppio suicidio) con una vedova di guerra conosciuta poco prima. Esordì intorno agli anni '30 con racconti di ispirazione autobiografica. Tematiche: rivolta contro la famiglia, adesione ai partiti di sinistra (marxista, comunista), depressione e alienazione sociale Influenze letterarie: - Akutagawa (inizio '900), in particolar modo "Aru Aho no Issho" ("La vita di uno stolto"): "Cos'è la vita di un uomo? Una goccia di rugiada, la luce di un fulmine? Tristezza. E' tutta tristezza." - Dostoevskij, in particolar modo "Delitto e castigo" e "Memorie dal sottosuolo" - Grande ammiratore di Dante Alighieri e della sua opera "Divina Commedia", citata in più occasioni
OPERE PRINCIPALI
- "DOKE NO HANA" ("I fiori della buffoneria"), 1935: opera semi-autobiografica, racconta la storia di Oba Yozo e del suo tempo in recupero in ospedale dopo un tentato suicidio. Anche se i suoi amici tentano di tirarlo su di morale, le loro parole risultano false all'uomo, che finisce dunque per rimanere in ospedale a riflettere sulla sua vita. Questo periodo fu particolarmente duro per Dazai: dopo aver combattuto la dipendenza per un anno, fu portato in un istituto psichiatrico, rinchiuso in una stanza e costretto alla pratica del “cold turkey”. - "SHAYO" ("Il sole si spegne"), 1947: “Vittime. Vittime di un periodo di morale transitoria. Ecco cosa siamo certamente, sia tu, sia io.” Basato sul diario di Shizuko Ota, la storia è incentrata su una famiglia aristocratica in declino durante i primi anni dopo la seconda guerra mondiale. La giovane donna Kazuko, suo fratello Naoji e la loro madre vedova sono i protagonisti. Naoji, che ha prestato servizio con l'esercito è stato dichiarato scomparso. Il narratore è Kazuko: lei e sua madre si trasferiscono nella campagna e lei inizia a lavorare nei campi, sostenendo di star diventando una "donna grossolana". Nel corso del romanzo sopravvive alla morte della sua aristocratica madre (tubercolosi) e del suo sensibile fratello tossicodipendente (oppio) Naoji, ritornato a casa dopo anni dalla sparizione: egli rappresenta un intellettuale devastato dai suoi fallimenti. Naoji muore suicidandosi, lasciando dietro di sé una lettera a sua sorella che dà voce ai suoi sentimenti di debolezza dovuti alla discendenza aristocratica (le ideologie sopprimono l'individuo).
IL PARADOSSO DEL "CLOWN TRISTE"
Studi psicologici (fine '900, Kaufman e Kozbelt) basati sulla condizione dei lavoratori del circo: contraddittoria associazione nel soggetto di commedia e disturbi quali depressione o ansia Nella cultura popolare, BARZELLETTA DEL SIGNOR PAGLIACCI Primi casi attastati nella letteratura: - "Un buffone sciocco del palcoscenico italiano a Parigi" (1814) - "Ride mentre piange" (fine XIX secolo, Juan de Dios Peza) Nell'arte: Jan Matejko ("Stancyzk durante un ballo alla corte della regina Bona dopo la notizia della perdita di Smolensk") In filosofia: - Nietzsche -Kierkegaard
DISTURBO CICLOTIMICO
Temperamento ciclotimico riscontrato nei soggetti a cui è applicabile il paradosso del clown triste Disturbo di personalità (subtipo bipolare) del cluster "non altrimenti identificabile/depressivo"; disturbo per procura (causa: trauma) Alternazione di momenti di estrema felicità a momenti di depressione e crisi maniacali (non in pieno sviluppo: differisce dal disturbo bipolare ed è più simile alla depressione atipica) Ipotesi: abbandono o rifiuto parentale (assenza emotiva genitoriale)
NINGEN SHIKKAKU ("Lo squalificato")
Romanzo semi-autobiografico datato 1948 (pubblicato postumo), genere del Burai-ha Opera più famosa della letteratura classica giapponese per le tematiche affrontate, considerate attuali Struttura: prologo - 3 taccuini (4 parti) - epilogo (prologo/epilogo: narratore senza nome; taccuini: prima persona, Dazai stesso sotto il nome di Oba Yozo) Tematiche: alienazione sociale, esistenza convissuta con la depressione Presenti piccole incongruenze tra la vita di Dazai e la vita di Yozo (professione, figli, rapporti "sentimentali")
PROLOGO:
“Che bimbo orribile, rinsecchito e orripilante.”
PRIMO TACCUINO:
“La mia è stata una vita di estrema vergogna. Non riesco lontanamente ad immaginarmi cosa significhi vivere la vita d’un essere umano.” “Mi è impossibile conversare con il prossimo, dunque inventai le mie pagliacciate, l’ultima richiesta di amore che avrei rivolto agli esseri umani.” “Di fronte agli esseri umani ho sempre sussultato di terrore.” “Le fantesche e i servi mi stavano traviando. avevo un nuovo scorcio da cui osservare quanto fossero pietosi gli esseri umani, un motivo per sorridere nella mia debolezza. se fossi stato onesto, avrei raccontato della nefandezza alla mamma o al babbo.” “Quando mio padre mi chiese cosa desiderassi come regalo da Tokyo, borbottai «Nulla». era tutto lo stesso, niente mi avrebbe reso felice.”
SECONDO TACCUINO:
"Ecco il mio vero io, che avevo disperatamente nascosto. Avevo sorriso allegramente, avevo fatto ridere il prossimo… eppure questa era la verità lancinante. Un ritratto così straziante che me ne sbalordivo io per primo” “L’odore del «rubacuori» mi aveva impregnato tutto, e le donne… quelle prostitute erano meno esigenti degli uomini. Le donne non hanno senso della moderazione, vogliono sempre di più, chiedono ancora e ancora, si rimpinzano di piaceri” «Dammi da bere. non ho soldi», e questa fu un’umiliazione più strana di quante ne avessi mai assaggiate, un’umiliazione impossibile da viverci insieme. Non ero riuscito a svincolarmi dalla figura di figlio del ricco. E fu in quel momento che decisi di ammazzarmi. Lei morì, io fui tratto in salvo” “Tra tutte le persone, quella miserabile fu l’unica che amai” “Al carceriere che mi interrogò mostrai una recita superba, che tuttavia non arrecò alcun vantaggio. Cos’è mai, dico io, che mi ha reso così? Quando mi legarono come un criminale, mi sentii sollevato” “La gente parla di «proscritti sociali», termine che denota i miserabili perdenti del mondo, i depravati, ma a me sembra d’essere stato un «proscritto sociale» fin dal momento in cui naqui”
TERZO TACCUINO (P.1)
«Che regalo vorresti da dio?» «Il mio babbo, quello vero» “Che mai si intendeva per «società»? il plurale di essere umano? La società non è disposta a sopportare. Non è la società… sei tu che non vuoi sopportare… dico bene? Se continui così, la società te ne farà pentire? Non è la società… sei tu, sì o no? Non è la società… sei tu che ti prepari a darmi l’ostracismo. Cos’è mai la società, se non un individuo?” “Gli esseri umani non soggiacciono mai agli esseri umani. L’oggetto di ogni sforzo è il bisogno dell’individuo. la società è l’individuo. L’incomprensibilità della società è dovuta all’individuo.” “«Bevi troppo» «Da domani la faccio finita, non tocco più una goccia»”
TERZO TACCUINO (P.2)
“Horiki e io. Ci disprezzavamo a vicenda, degradandoci di conseguenza. Horiki e io. Certe volte avevo l’impressione fosse uguale a me.” “«Il tabacco?» «Tragico» «Le medicine?» «Tragiche» «La morte?» «Comica. La vita è tragica.»” "Sono forse un’egoista? o quello che viene definito un’anima debole all’eccesso? non lo so nemmeno io, sono un’ammasso di vizi che non ha un piano per evitare il declino. Piansi." “«Non sono buono a nulla» «Le darò qualche medicina, smetta di bere.» Era morfina. … Me ne dia un’altra scatola, la pagherò a fine mese.”
“Voglio morire. Voglio morire più di quanto non l’abbia mai voluto. Non mi resta alcuna possibilità di guarigione. Qualunque cosa io faccia, sarà sicuramente un fallimento, nient’altro che un’ultima mano di tinta pitturata sulla mia infamia. Voglio morire. Debbo morire. Vivere è già di per se la fonte di ogni peccato.” “E adesso ero diventato un pazzo. Anche se m’avessero dimesso, sarei rimasto perpetuamente bollato in fronte dalla parola «pazzo», «reietto». Squalificato come essere umano. Cessavo una volta e per sempre d’esistere come essere umano.” “Credo che «reietto» sia proprio un nome comico… mi si addice. Presi delle medicine per trovare sonno. Ora non sono felice, ma non sono neanche infelice. Tutto passa. Questa è l’unica cosa che a parer mio s’avvicini alla verità, nella società degli esseri umani dove ho dimorato fino ad oggi come in un inferno rovente. Tutto passa. Ho compiuto 27 anni. I miei capelli sono grigi. Molta gente direbbe che ho passato la quarantina”
EPILOGO:
“«Per la prima volta lessi i taccuini da cima a fondo» «E pianse?» «Non piansi, no… pensai semplicemente che quando gli esseri umani si mettono su quella strada, non sono più buoni a nulla… Fu colpa del padre. Lo Yozo che conobbi io era così divertente… sarebbe bastato non si fosse messo a bere. No, anche se beveva, era un buon figliolo, era un angelo.»”
FERNANDO PESSOA
“Se scrivo quello che sento, è per ridurre la febbre del provare emozioni”.
Scrittore, poeta e aforista portoghese di fine '800 La sua più grande creazione è l'invenzione degli eteronimi (diversamente dagli pseudonimi, sono identità poetiche completamente differenti fra loro): Alvaro de Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro (i più importanti) "I più grandi poeti portoghesi di età moderna sono tutti Pessoa"
"LIVRO DO DESASSOSEGO" ("Il libro dell'inquietudine")
"L'autobiografia di un uomo che non è mai esistito" Opera postuma, incompiuta, "frammenti, tutto frammenti" Accreditata all'eteronimo Bernando Soares e all'ortonimo Fernando Pessoa (opera semi-eteronimica) Prosa e poesia Tematiche: mortalità, transitorietà esistenza, alienazione sociale, anomia «Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso volere essere niente. » «Una delle mie preoccupazioni costanti è capire com'è che esista altra gente, com'è che esistano anime che non sono la mia anima, coscienze estranee alla mia coscienza; la quale, proprio perché è coscienza, mi sembra essere l'unica possibile.» “Non so come pensare, provare, amare. Penso continuamente, eppure manco di ragione; provo ma manco di sentimento.”
CESARE PAVESE
«Passavo la sera seduto davanti allo specchio per tenermi compagnia.» (Da "Il mestiere di vivere")
"IL MESTIERE DI VIVERE"
Diario scritto tra il 1935 (esilio a Brancaleone) e il 1950 (suicidio) Viaggio interiore, processo di autoanalisi, confessione esistenziale, contraddizione tra la chiarezza e l'incapacità di superare il romanticismo tipico delle sue opere (assillante richiamo al suicidio, masochistico compiacimento, misoginismo) Ispirato da Baudelaire, "Il mio cuore messo a nudo" (1864), Leopardi, "Zibaldone di pensieri" (1832) e Petrarca, "Secretum" (1347) Scrittura asciutta, cruda, spietata, pensieri concisi
"Vivere tra la gente è sentirsi foglia sbattuta. Viene il bisogno d’isolarsi. (...) In fondo, l’unica ragione perché si pensa sempre al proprio io è che col nostro io dobbiamo stare più continuamente che non chiunque altro." "Povera gente, i testicoli da cui siamo nati sono ancora sempre la nostra sostanza. Immensamente più felice è lo scemo, il povero, il malvagio, di cui funzioni il membro, che non il genio, il ricco, l'evangelico, anormale là sotto." "Ma la grande, la tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente." "Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, amore, disillusione, destino, morte." "Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più."