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Gian Lorenzo Bernini

Anna

Created on November 26, 2023

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Transcript

Gian Lorenzo Bernini

Anna Fiorino

Barocco

Biografia

Opere mitologiche

Confronto David

Sculture religiose

indice

Monumenti

Opere allegoriche e metaforiche

Anima Dannata e beata

Ringraziamenti

Barocco

Il Barocco va dall'inizio del '600 alla metà del '700: alla misura, al classicismo, all'ordine e all'equilibrio propri del Rinascimento sostituisce il senso del fantastico, il dinamismo, l'effetto scenografico e l'illusionismo.

Caratteristiche

Dinamismo e Movimento: le sue sculture di Bernini sembrano spesso catturare un momento in rapido cambiamento Teatralità e Drammaticità: Bernini utilizzava lo spazio e la prospettiva per coinvolgere gli spettatori, creando una sorta di teatro tridimensionale. Contrasto e Dualità: Bernini utilizza contrasti cromatici e testurali per enfatizzare dettagli specifici nelle sue opere, contribuendo alla loro drammaticità. Dettagli Ornati: anche se il Barocco è noto per i dettagli ricchi, Bernini aggiunge un tocco di naturalismo. Rappresentazione dell'Emozione: Bernini cerca di coinvolgere emotivamente gli osservatori, usando espressioni facciali intense e posture dinamiche.

Biografia

Architetto, scultore, pittore e scenografo Bernini (1598-1680) è stato uno dei più grandi artisti dell'età barocca. Massimo interprete della Controriforma, godette dell'apprezzamento di tutti i pontefici che si sono succeduti durante la sua lunga carriera artistica. Grande virtuoso dello scalpello, cominciò prestissimo la carriera artistica grazie al Cardinale Scipione Borghese che gli commissionò tra il 1616 e il 1624 quattro sculture a tema biblico e mitologico: Enea e Anchise, Il ratto di Proserpina, David e Apollo e Dafne. Queste opere, tutte conservate presso la Galleria Borghese di Roma, mostrano già una grande padronanza della materia e una concezione dei corpi nello spazio assolutamente innovativa. Le ultime due, in particolare, esprimono pienamente la ricerca di dinamismo ed espressività che caratterizza tutta l'opera scultorea di Bernini.

Opere mitologiche

Apollo e Dafne

Il ratto di Proserpina

Enea e Anchise

David

Nettuno e Tritone

Ratto di Proserpina

Storia

Il Ratto di Proserpina è un opera in marmo di Carrara realizzata tra il 1621 e il 1622. Il cardinale Borghese Scipione finanziò il progetto nel 1621 e l'opera completata fu collocata nella Villa Borghese, l'opera fu donata nel 1623 al cardinale Ludovico Ludovisi per motivazioni politiche o gesto di "buona volontà". Nel 1908 fu acquistata dallo Stato italiano e ricollocata presso la Galleria Borghese, dove è esposta su un piedistallo progettato da Pietro Fortunati.

Mito della dea Proserpina

Narra di Cerere, la dea che curava la terra per farvi crescere piante e frutti. La figlia Proserpina trascorreva giorni felici nei boschi siciliani con la madre. Plutone, dio dei morti, la rapì con il consenso di Giove, portandola nel regno dei morti. Plutone cercò di consolarla annunciando che sarebbe diventata regina. La madre Cerere, devastata, smise di coltivare la terra, causando la fine della fertilità dei campi. Giove, vedendo le conseguenze, inviò Mercurio per avvertire Proserpina di non mangiare nel regno dei morti. Tuttavia, Plutone la convinse ad assaggiare sei chicchi di melograno. Secondo la legge divina, chi mangia nel regno dei morti non può tornare sulla Terra. Giove decise che Proserpina avrebbe vissuto sei mesi all'anno con Plutone e sei sulla Terra con Cerere. Il ritorno di Proserpina sulla Terra segna la primavera, mentre il suo ritorno nell'Ade, sei mesi dopo, coincide con l'arrivo dell'autunno.

Ratto di Proserpina

Analisi

L'opera rappresenta un momento culminante e pieno di pathos. Le emozioni dei personaggi sono rappresentate attraverso la gestualità e l'espressività dei loro volti. Plutone, contraddistinto dai suoi attributi regali, è affiancato dal feroce guardiano dell'Ade, Cerbero. Proserpina lotta disperatamente per sfuggire alla presa di Plutone, il quale la trattiene con forza, rendendo con notevole verosimiglianza la morbidezza della carne attraverso dettagli come le dita affondate nella coscia e nel fianco della donna. La visione di Plutone è appannata dalla mano di Proserpina che preme sul suo sopracciglio sinistro. Nel momento rappresentato, Proserpina grida un'invocazione disperata a Cerere e alle campagne. I suoi occhi, pieni di lacrime di marmo per la perdita dei fiori, riflettono una gamma di emozioni, tra cui la vergogna per la sua nudità violata, il terrore dell'oscurità degli Inferi e la paura della brutalità di Plutone. La composizione dinamica del gruppo è evidenziata dai movimenti degli arti, delle teste e dai dettagli come i capelli e il drappo che svelano il corpo sensuale di Proserpina. Bernini, mirando a rendere i personaggi mitici quasi come figure reali, ha creato una scena teatrale di grande impatto emotivo e visivo. Nonostante la natura innaturale della posa a spirale, la scultura è straordinariamente rifinita e ricca di dettagli. Il punto di vista frontale privilegiato consente di riconoscere i personaggi, ma l'opera è altrettanto leggibile da diverse prospettive.

Apollo e dafne

Storia

L'esecuzione iniziò nel 1622 ma fu interrotta nel 1623 a causa della morte del cardinale Alessandro Peretti, il committente originale del David. Dopo aver completato il David nel 1624, Bernini riprese il lavoro sull'opera nel 1625, con l'assistenza dello scultore Giuliano Finelli.

Metamorfosi di Ovidio

L'episodio narrato riguarda un tentativo di stupro compiuto da Apollo nei confronti della ninfa Dafne. Dopo aver ucciso il serpente Pitone, Apollo si vantò della sua impresa con Cupido, il quale, geloso e indignato, decise di vendicarsi. Cupido scoccò due frecce: una d'oro per far nascere l'amore e una di piombo per prosciugare l'amore. Lanciò la freccia d'oro su Apollo e quella di piombo su Dafne, la quale, spaventata, iniziò a fuggire. Apollo, innamoratosi per l'effetto della freccia d'oro, la inseguì. Tuttavia, Dafne, per evitare la violenza, pregò suo padre, il dio-fiume Peneo, di trasformarla. La richiesta fu accolta, e così Dafne divenne un albero d'alloro, che diventò sacro per Apollo.

Apollo e dafne

Analisi

La scultura raffigura il dio Apollo nel momento in cui sta per raggiungere la ninfa Dafne, la quale, per sottrarsi al suo tentativo di stupro, si trasforma in un albero d'alloro. Apollo è ritratto con un dinamismo e un realismo senza precedenti, in una corsa che culmina nel leggero tocco della mano sinistra sulla figura di Dafne. Il corpo di Apollo è anatomicamente dettagliato, con muscoli e tendini tesi per lo sforzo, mentre il suo mantello svolazza dietro di lui e i capelli sono mossi dall'impeto della corsa. Dafne, nuda e in lotta per la sua verginità, mostra una dinamicità nella sua figura, con il busto inarcato in avanti per contrastare la spinta di Apollo. La metamorfosi ha già inizio: i piedi di Dafne si stanno trasformando in radici, e la corteccia avvolge gradualmente il suo corpo. Le mani si trasformano in ramoscelli d'alloro, e il volto di Dafne rivela emozioni contrastanti di terrore e sollievo per la metamorfosi in corso. L'opera è caratterizzata dal pathos della scena, accentuato dal dinamismo, dall'alternanza di pieni e vuoti, dai giochi di luce e ombra, e dall'attenzione ai dettagli delle superfici per imitare la varietà di texture.

Enea e Anchise

Storia

L'opera fu inizialmente attribuita al padre di Bernini. Tuttavia, il ritrovamento di una nota di pagamento per il piedistallo risalente al 1619 ha collocato la data di realizzazione intorno al 1618-1619. Si ritiene che l'opera sia stata realizzata da Bernini con la collaborazione del padre Pietro. L'opera è esposta nella Galleria Borghese a Roma dal 1888, arredando la villa di Scipione Borghese dal 1619.

Analisi

L'opera riprende il soggetto dal secondo libro dell'Eneide di Virgilio, narrando la fuga di Enea, Anchise e Ascanio da Troia in fiamme. Bernini interpreta la storia con spunti personali. Enea porta il padre sulle spalle, Anchise tiene il vaso con le ceneri degli antenati, mentre il piccolo Ascanio stringe il fuoco eterno custodito nel tempio di Vesta, destinato a accendere la nuova vita di Roma. L'artista mostra il suo virtuosismo tecnico nella resa della pelle dei tre personaggi, dalla morbidezza del bambino alla robustezza di Enea e alla mollezza di Anchise. La composizione, con una spirale ascendente legata alle forme manieriste, trasmette dinamismo fisico e psicologico. Anchise, timoroso ma ottimista, sostiene amorevolmente il simbolo della patria abbandonata; Enea, rassegnato ma virile, è segnato dai presagi della fondazione di Roma; Ascanio è spaventato ma speranzoso, riflettendo il nonno Anchise.

David

Bernini iniziò il David nel 1623. Dopo la morte del cardinale Alessandro Peretti, la commissione fu rilevata dal cardinale Scipione Borghese, che collocò l'opera nella sua villa presso nel 1624. Bernini scelse di raffigurare David nell'istante precedente al lancio del sasso contro Golia, distinguendosi così dall'iconografia tradizionale del soggetto. La scultura esprime un dinamismo pienamente barocco, con David concentrato nel gesto di raccogliere le energie per lanciare la pietra. Dettagli come l'espressione corrucciata, le braccia contratte sulla fionda, lo sguardo teso verso il bersaglio e le labbra serrate evidenziano l'impegno e la determinazione dell'eroe. Si dice che il volto di David rappresenti un autoritratto di Bernini, che avrebbe fissato le proprie fattezze nel marmo guardando al proprio riflesso in uno specchio tenuto da Maffeo Barberini, futuro committente dell'artista. La statua offre varie visuali, ciascuna catturando in modo diverso lo slancio rotatorio di David. Da un lato, si percepisce l'instabilità dovuta al caricamento della fionda, mentre frontalmente la scena sembra congelata nel momento in cui David prende la mira. La statua trasmette un dinamismo che anima la pietra, evidenziato dalle luci e ombre generate dalla collocazione dell'opera. Ai piedi di David, sono presenti la corazza di re Saul e una cetra, concludendosi con una testa d'aquila in un chiaro riferimento all'esaltazione dinastica della famiglia del committente dell'opera.

confronto david

1623

1501

1472

1440

Bernini

Michelangelo

Verrocchio

Donatello

Differisce notevolmente dagli altri, mostrando l'eroe nel momento precedente al lancio della pietra. L'effetto è altamente dinamico, con una sensazione di movimento e azione. La scena è intensa e coinvolgente, caratterizzata da un dinamismo tipico dello stile barocco di Bernini.

Ritrae l'eroe in una posa riflessiva, mentre si prepara a lanciare la pietra. La figura è muscolosa e ben proporzionata, con un equilibrio classico e un senso di staticità nella posizione. La rappresentazione riflette una calma prima della tempesta.

Mostra un eroe vestito, snello ed elegante. In questa rappresentazione, David ha già sconfitto Golia, la cui testa giace ai suoi piedi. La figura di David è più raffinata e stilizzata, e la scena riflette un senso di eleganza artistica.

Presenta un giovane eroe appena dopo aver sconfitto Golia. Nudo e in posa trionfante, tiene la spada nella mano, mentre la testa di Golia giace a terra. La scena è dinamica e celebrativa, con un'evidente espressione di vittoria.

Nettuno e Tritone

Storia

La scultura è stata realizzata tra il 1622 e il 1623 e commissionata dal cardinale Alessandro Peretti, fu scolpita per decorare una fontana nei giardini della villa Peretti a Roma. Inizialmente chiamata "Nettuno e Glauco", il suo nome fu corretto in "Nettuno e Tritone." L'opera fu acquistata da Thomas Jenkins, da Joshua Reynolds e da Charles Anderson-Pelham, conte di Yarborough, e esposta nei suoi giardini a Chelsea. Nel 1938 fu esposta alla Royal Academy e nel 1950 al Victoria and Albert Museum di Londra.

Analisi

Raffigura il dio del mare Nettuno e suo figlio Tritone, i quali nella mitologia assistono le navi troiane. La composizione mostra Nettuno in piedi, a cavalcioni su Tritone, entrambi su un guscio marino utilizzato come zoccolo e in una posizione dinamica. Nettuno, rappresentato come un uomo maturo barbuto, punta il tridente verso il mare con uno sguardo rabbioso, simboleggiando il suo potere sulle acque. Tritone, più giovane, è steso tra le gambe di Nettuno e soffia nella conchiglia. Tritone è ritratto con due code, simulando le gambe umane. Nettuno con lo sguardo accigliato trasmette forza feroce, e Tritone, più sottomesso con tensione nel volto, incarnano divinità mitologiche che agiscono in modo autentico. Il naturalismo evidenzia l'intenzione di Bernini di conferire vita ai miti.

sculture religiose

Estasi di Santa Teresa

San Sebastiano

San Lorenzo sulla graticola

Estasi della beata Ludovica Albertoni

Estasi di Santa Teresa

Storia

È una scultura in marmo e bronzo dorato realizzata tra il 1645 e il 1652, collocata nella cappella Cornaro della chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma. Commissionata dal cardinale Federico Corner. La scultura rappresenta un momento mistico e spirituale nella vita di Santa Teresa d'Avila.

Analisi

La santa è rappresentata in uno stato di trance mistica, semi-distesa su una nuvola che la trasporta in alto, con un Cherubino sopra di lei che scaglia un dardo per colpirla al cuore, spostando il tessuto della sua veste. Il suo abito è ampio e vaporoso, mosso dal vento, creando pieghe scomposte. Il corpo è completamente abbandonato, con gli occhi chiusi rivolti al cielo e le labbra socchiuse. L'opera è anche conosciuta come la "Transverberazione di Santa Teresa d'Avila", un termine che si riferisce al trafiggere mistico del cuore del fedele da parte di Cristo o di un angelo. Bernini si ispirò ai resoconti della santa, in particolare a un passo in cui descrive una sua esperienza mistica di rapimento celeste. Il dardo del Cherubino simboleggia l'amore divino. La scena è teatrale, enfatizzata dalla luce gialla proveniente da una finestra appositamente aperta, che colpisce le figure dall'alto, creando un'atmosfera vibrante e mistica.

Pietà di Michelangelo

Pietà Bandini

san sebastiano

La scultura di San Sebastiano è attualmente conservata presso il Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid. Commissionata dai Barberini, fu pagata cinquanta scudi nel 1617 ed era probabilmente destinata alla cappellina privata di San Sebastiano nella basilica di Sant'Andrea della Valle a Roma, dove fu ritrovato il corpo del santo. L'opera segna una svolta nella formazione di Bernini, indicando un indirizzo autonomo nel suo stile rispetto a quello del padre. Il corpo di San Sebastiano, rappresentato in uno stato di languore e agonia, mostra somiglianze con le immagini del Cristo nelle "Pietà" di Michelangelo, come nella Pietà Bandini. La morbidezza del modellato e l'uso attento della luce, donano all'opera una qualità chiaroscurale notevole. La scultura, per la prima volta privilegia la visione da un lato specifico, il destro, permettendo di osservare completamente la caduta del corpo del martire.

San Lorenzo sulla graticola

Storia

L'opera realizzata intorno al 1614, ma l'identità del committente non è nota. Nel 1682, l'opera era in possesso di Leone Strozzi conservata nella sua villa romana. In seguito, fu trasferita al palazzo Strozzi alle Stimmate a Roma e al palazzo fiorentino. Un emblema Strozzi sulla base lignea del monumento conferma questa origine, suggerendo che potrebbe essere stato disegnato dallo stesso Bernini. Tuttavia, c'è anche un'ipotesi che suggerisce che il marmo potrebbe essere stata pagata da Maffeo Barberini nel 1617. La scultura è attualmente conservata agli Uffizi a Firenze.

Analisi

La scultura raffigura San Lorenzo durante il martirio, sdraiato su una graticola attraversata da lingue di fuoco. Con lo sguardo rivolto a Dio, il santo raccomanda la città di Roma, trasformando la sofferenza fisica in estasi. Bernini si ispirò probabilmente a modelli pittorici, come l'Adamo di Michelangelo per la posa, e scultorei, come il Galata morente, per il volto. Potrebbe anche aver studiato da modelli naturali, come riportato da suo figlio Domenico, che racconta come Bernini abbia messo una coscia nuda vicino a una brace accesa, schizzando il proprio volto riflesso in uno specchio per catturare realistamente l'espressione del dolore.

Galata morente

Adamo di Michelangelo

Estasi della beata Ludovica Albertoni

Storia

È stata realizzata nel 1674 e conservata nella chiesa di San Francesco a Ripa a Roma. Ludovica Albertoni, beatificata nel 1671 per le sue visioni mistiche, ispirò la realizzazione di questa opera, commissionata dalla famiglia Altieri per la cappella privata di San Francesco. Posizionata nella cappella Altieri, la scultura raffigura in modo sobrio il tema dell'estasi cristiana.

Analisi

La figura della beata giace su un letto marmoreo finemente ricamato, posto in modo non convenzionale sull'altare della cappella. Nonostante lo spazio limitato, Bernini crea un effetto scenografico con pareti inclinate che fungono da quinte per il sarcofago della beata. Due piccole finestre verticali nascoste sulla parete di fondo permettono una luce radente, illuminando la statua bianca nella penombra della cappella. Giovan Battista Gaulli dipinse una tela sullo sfondo, creando un contrasto tra il bianco marmo della scultura e i colori cupi del dipinto. La figura contorta della beata si contrappone alla visione paradisiaca dipinta sullo sfondo. Nel 2019, la statua e gli elementi circostanti, inclusi lo sfondo dorato con rilievi, gli angeli in stucco bianco e il drappo in alabastro con frange in bronzo dorato, sono stati restaurati.

monumenti

Monumento funebre di Urbano VIII

Baldacchino di San Pietro

Monumento funebre di Urbano VIII

Il sepolcro di Urbano VIII, commissionato da papa Urbano VIII nel 1628, si trova nella basilica di San Pietro. L'opera presenta diversi livelli e una struttura bicroma e polimaterica, combinando bronzo dorato, marmo e legno. Il monumento è caratterizzato da una parte superiore su un ricco piedistallo, dove è collocata la figura benedicente del pontefice seduto sul trono. Ai lati del sepolcro, due Virtù marmoree, rappresentate dalla Carità (che allatta un bambino, ispirata alla modella Costanza Bonarelli) e dalla Giustizia, vigilano sulla tomba. Sopra il sacello, la figura della Morte, personificata da uno scheletro, è raffigurata mentre scrive l'epitaffio del papa. L'opera, ispirata alla tomba dei Medici di Michelangelo, fu parte del progetto di ampliamento della basilica di San Pietro. Il sepolcro rappresenta un modello significativo per i monumenti funerari barocchi, evidenziando l'abilità di Bernini nel trasporre e reinterpretare i modelli classici in chiave barocca.

Tomba dei Medici di Michelangelo

Baldacchino di San Pietro

Storia

È un'opera realizzata tra il 1624 e il 1633 in bronzo dorato e in marmo nella basilica di San Pietro in Vaticano. Commissionato da papa Urbano VIII per segnare il luogo del sepolcro di San Pietro, il Baldacchino si trova sopra la cripta, ora chiamata "Grotte Vaticane", custode delle spoglie papali. Quest'opera sottolinea l'importanza dell'altare maggiore e del Papa come intermediario tra Dio e l'umanità. Realizzato in collaborazione con Francesco Borromini e altri artisti, il Baldacchino rappresenta una fusione innovativa di scultura e architettura. Nonostante la credenza erronea diffusa, il bronzo del Pantheon non fu utilizzato per la sua realizzazione. Inaugurato nel 1633, il Baldacchino simboleggia il genio artistico di Bernini, unendo elementi liturgici con uno stile scenografico e innovativo.

Baldacchino di San Pietro

Analisi

Il Baldacchino descritto attraverso un passo poetico di Gabriele D'Annunzio, è caratterizzato da quattro colonne tortili (attorcigliate) alte 11 metri, con decorazioni in oro di motivi fitomorfi e ornate da capitelli compositi (sintesi ionico e corinzio) e basamenti in pietra raffiguranti le fasi di un parto, con richiami di carattere naturalistico, come lucertole e api. La trabeazione concava collega i quattro pilastri, creando un movimento ascendente verso la cupola di Michelangelo. La parte superiore presenta una struttura a dorso di delfino per alleggerire l'aspetto, con statue di angeli e putti che reggono festoni. I drappi sotto la trabeazione sembrano mossi dal vento. Bernini fonde due elementi liturgici: il ciborio paleocristiano e il baldacchino processionale. Questa unione dona all'opera la monumentalità di una struttura architettonica e la leggerezza di un baldacchino processionale, grazie all'uso sapiente di materiali e virtuosismi tecnici.

opere allegoriche e metaforiche

Verità svelata dal Tempo

Busto di medusa

Verità svelata dal Tempo

Storia

È una scultura incompleta realizzata tra il 1646 e il 1652, esposta nella Galleria Borghese a Roma. La figura rappresenta l'allegoria della Verità ed è caratterizzata dall'assenza di committente, contribuendo a creare un alone di mistero attorno all'opera. Nonostante la mancanza di documentazione sulla commissione dell'opera, si ipotizza che Bernini abbia concepito anche un'allegoria del Tempo, che tuttavia non è stata completata. Le leggende suggeriscono che i rapporti tesi con Papa Innocenzo X e le difficoltà con progetti precedenti abbiano contribuito all'incompletezza dell'opera. Alcune speculazioni suggeriscono che Bernini potesse rivolgere un messaggio al Papa, proclamando che col passare del Tempo la Verità sarebbe stata rivelata, e il maestro del Barocco sarebbe stato riconosciuto come il migliore. Altre voci suggeriscono che Bernini, forse affiliato agli Illuminati, volesse veicolare un messaggio contro la Chiesa.

Analisi

La Verità è raffigurata come una giovane donna seduta su una roccia: tiene il piede sinistro sopra un globo e nella mano destra tiene il sole. I veli che la coprono solo in minima parte sono tratti in alto. Sono sopravvissuti diversi disegni e schizzi preliminari, che ci hanno permesso di immaginare come l’autore vedeva la sua futura creazione (lui stesso ha dato alla statua il nome La Verità, figlia del Tempo). Le dimensioni della statua rafforzano il concetto allegorico: l’immagine della Verità sembra elevarsi al di sopra della pianura dell’esistenza umana.

busto di medusa

Storia

Il busto di Medusa, ospitato nei Musei Capitolini a Roma, è datato circa al 1640 e fu donato nel 1731 dal marchese Francesco Bichi. L'iscrizione sul piedistallo fornisce informazioni sul donatore e collega il busto all'immagine di Medusa utilizzata dagli antichi romani per spaventare i nemici.

Analisi

Il busto rappresenta una deviazione dalla tradizionale raffigurazione di Medusa, con un viso di bellezza perfetta che esprime sofferenza. La sofferenza raffigurata potrebbe essere di natura morale piuttosto che fisica, interpretata come un'autorappresentazione metaforica di Bernini. Medusa guarda in un immaginario specchio, consapevole del suo destino, e nel momento di angoscia si trasforma in marmo. Bernini utilizza la figura di Medusa come una metafora barocca sulla scultura e sul potere trasformativo dell'artista, capace di "impietrire" chi ammira la sua abilità. Alcuni esperti individuano una connessione tra il busto di Medusa e la figura della Verità svelata.

Anima Dannata e beata

L'"Anima Dannata" è una scultura realizzata nel 1619, è stata commissionata dal Monsignor Pedro De Foix Montoya, e rappresenta un giovane tormentato, contrapposto ad un altro busto chiamato "Anima Beata". Entrambi i busti sono l'esempio delle anime condannate alla dannazione eterna e di quelle salve dei beati formano un'opera chiamata "Animas". Ora sono conservate presso l’ambasciata spagnola nel Palazzo di Spagna a Roma.

Anima Beata

Anima Dannata

I dettagli dei capelli ricci e l'espressione beata che coinvolge il soggetto sono gli aspetti caratteristici di questa scultura, mentre i tratti e l'aspetto "Anima Dannata" si traducono in un lavoro più virtuoso, questo è abbastanza scarno e povero di caratteristiche, facendo cadere questo lavoro berniniano nel dimenticatoio. Nonostante la poca fortuna che quest'opera ha avuto, è stata soggetto di innumerevoli studi: molte altre opere del Bernini erano legate al mondo cristiano, ma degli approfondimenti da parte di vari studiosi hanno svelato che questo busto in realtà rappresenta una ninfa e non una personificazione della Beatitudine Cristiana.

Un'espressione così incisiva e violenta non era mai stata sperimentata nel mondo dell'arte prima del tentativo di Bernini. Rappresenta un giovane oppresso dal tormento, che guarda in basso, come se stesse osservando, e contemporaneamente sentendo, gli orrori dell'inferno. L'espressione è caratterizzata dagli occhi sbarrati, dalle sopracciglia alte e dalla bocca spalancata: tutti questi attributi conferiscono al volto della giovane anima un'espressione di sorpresa mista a terrore. Recenti studi hanno ipotizzato che non si tratti della raffigurazione di un soggetto cristiano, bensì di quella di un satiro.

Grazie per la vostra attenzione

Anna fiorino