Mario Sironi Dal libro "Quattro strade" (capitolo 16 “Il progetto ‘Zement’, da pagina 303 a 324). Da pagina 45 a 52 Anche Mario Sironi amava l'Italia. Era un ragazzo di soli 19 anni quando nella notte del 24 novembre 1944 irruppero nella sua casa di via Madonnina 5, al primo piano, nel cortile chiamato più tardi "dei murunit", una quindicina di camicie nere.
- Tutti in piedi, forza, dobbiamo fare un perquisizione. Angelo, il padre di Mario, tentò una reazione subito zittito dai militi e dalla moglie Maria che stringeva a sé il piccolo Carlo, di 5 anni. A piedi scalzi, tutti schierati, fra urla e pianti dei bambini più piccoli, il comandante delle camicie nere sembrò fare una specie di rassegna militare, soffermandosi e sorridendo davanti a Mario e al fratello Luigi di 27 anni.
Siete voi i partigiani? - chiese sardonicamente. Nessuno rispose.
- E così non parlate - aggiunse sorridente.
- Non fa nulla. Parlerete anche voi. Quando siete in mano nostra parlano tutti. Anche quell'altro non voleva parlare, ma alla fine si è deciso e così siamo arrivati a voi.
Poi, rivolto ai militi - Portateli via. Mario e Luigi fecero appena in tempo a prendere qualche cosa da indossare che furono fatti salire su due distinte macchine. Quella con a bordo Luigi, si diresse velocemente verso la Baia del Re, per poi prendere per Monza. Mario, stretto fra due camicie nere, aveva un tarlo nel cervello. Il milite aveva fatto un accenno ad un tale che aveva parlato e fatto i nomi. Chi poteva essere? E cosa sapevano? Luigi, era sicuro, non poteva essere accusato di nulla, ma lui sì, lui da tempo lavorava attivamente nella Resistenza di Nova e, anche in fabbrica, alla Peretti di Nova, si dava da fare per convincere gli indecisi. La macchina di Mario si diresse verso la fermata del tram, poi si fermò in via Baracca, proprio vicino alla casa di Enrico Riboldi. Anche lì, i militi neri, svegliarono tutti e compirono una perquisizione, chiedendo insistentemente di Enrico. Questi era riuscito a fuggire al sopraggiungere dei fascisti. Mario fu portato a casa dei Riboldi, incatenato. La sorella di Enrico, Maria, di 24 anni, seguiva con apprensione quella perquisizione. Alla fine, senza aver trovato nulla di compromettente e profferendo minacce ai familiari di Enrico, se ne andarono. Mentre la macchina velocemente si dirigeva verso Monza, Mario pensò subito a come comportarsi durante l'interrogatorio. L'unica cosa, secondo lui, era negare. Negare tutto quello che gli avrebbero detto. Era questo l'unico modo per salvare gli altri compagni. E le torture? Cosa gli avrebbero fatto per farlo parlare? Per farlo tradire? Mario scacciò dalla mente il terribile pensiero e si concentrò, invece, sulle probabili accuse. Recentemente aveva partecipato al sequestro di un'automobile che avrebbe dovuto servire a portare armi in montagna. Era forse stato questo episodio a farlo finire nelle mani delle camicie nere? E poi perché andavano verso Monza? Dove lo stavano portando? A Monza, Mario lo sapeva bene, nella villa Reale si erano insediati i tedeschi e quelli che finivano lì, difficilmente ritornavano a casa. Mentalmente diresse il suo pensiero a Dio e si mise, con la mente, a pregare. La macchina imboccò il viale che sfociava alla villa Reale.
Quante volte Mario, appassionato di bicicletta, aveva fatto quel viale imitando nei gesti quelli che dovevano essere stati fatti da Gino Bartali vincitore anni prima della Milano-Sanremo e di Fausto Coppi vincitore del giro d'Italia. Ormai era giorno fatto. Dalla finestra, Mario poteva scorgere gli alberi del Parco e una fetta di cielo che stranamente, dopo le nebbie dei giorni passati, era terso. Del fratello Luigi non aveva avuto più notizie. Ora aspettava di essere interrogato. La porta della piccola cella si aprì e un militare tedesco gli fece segno di uscire.
Scortato dalla sentinella, Mario percorse un lungo corridoio quando, improvvisamente, due camicie nere nell'uscire da una stanza tardarono a chiudere la porta. Mario, instintivamente, gettò uno sguardo nella stanza e il cuore ebbe un balzo. Sdraiato su un lettino, con il naso che colava sangue, c'era Giovanni Frigerio, un partigiano di Nova che lui ben conosceva. Ora Mario capiva tutto. Con Frigerio, ed altri, aveva partecipato al sequestro dell'auto. Quindi se anche Giovanni Frigerio era stato arrestato, la motivazione del suo arresto non poteva che essere quella. Cognome e nome. Il generale Willy Tensfeld si rivolse a Mario prima ancora che la guardia tedesca gli indicasse di sedersi. Sironi Mario.
Era un po' buffa la pronuncia del generale tedesco mentre si alzava dalla scrivania e un militare scriveva a macchina le risposte. Vicino a lui, ma ad una certa distanza, la camicia nera che aveva fatto irruzione nella notte a casa sua. Era, questo, un individuo sui 30 anni, alto e stempiato. Portava una grossa pistola al fianco, ma, stranamente, senza fodero. A Nova Milanese. Quando?
- Il 3 luglio 1925.
- Quale lavoro?
- Sono operaio.
- Già, sempre operai. Sei comunista?
- No.
Tu essere partigiano badogliano? Mario non rispose. Cosa significava? Cosa poteva rispondere? Il frustino che teneva in mano il tedesco si abbattè improvvisamente sulla guancia di Mario rompendo la pelle e striandogli il viso di sangue. Gli occhi si inumidirono più per la rabbia che per il dolore, anzi, si meravigliò di sentire solo un grosso bruciore. Tu essere partigiano badogliano?
Anche la camicia nera si era messa a fianco di Mario e improvvisamente alzò il braccio. Mario, in modo instintivo cercò di ripararsi e nel farlo perse l'equilibrio e cadde rovesciando la sedia. Una risata isterica irruppe dalla bocca della camicia nera che strattonò Mario e lo rimise in piedi. Il generale, invece, non rideva. Con gli occhi fissava Mario, ma con la mente pensava a casa, a suo figlio Wilfred che aveva più o meno l'età di questo operaio. Ma suo figlio non era certo partigiano, faceva parte dei giovani hitleriani. Lui proprio non li capiva questi italiani. Erano giorni che interrogava giovani e meno giovani e poi li faceva torturare dalle brigate della "Muti", eppure quasi nessuno parlava. Guardò la camicia nera che gridava
sconcezze nei confronti di Mario e si accorse di disprezzarlo. Ma aveva bisogno di loro, dei loro servigi, per poter compiere il lavoro sporco.
- In piedi, pezzo di merda, bastardo di un comunista. Sempre pronti a sparare a tradimento alle camicie nere e ai gloriosi camerati tedeschi, ma quando arrivate qui vi cagate tutti addosso. Ma è finita per voi. Ora ci siamo noi della "Muti" e vi faremo fare la fine come a quelli di piazzale Loreto.
Mario ebbe voglia di rispondere, ma si trattenne. Non voleva dare soddisfazione al "mutino". Tu sei un partigiano - continuò il milite nero - e noi lo sappiamo. Hai partecipato a sequestrare un'auto. Un tuo amico ha già parlato e fatto i nomi, quindi è inutile negare. Adesso tu ci dici chi comanda a Nova e a chi erano dirette le armi.
- Non so niente. Non conosco nessuno.
- Non fare lo stronzo, perché noi sappiamo come farti parlare.
- Non posso dire cose che non conosco.
Ormai la camicia nera urlava come un ossesso. Poi si mise dietro la schiena di Mario, prese la pistola e l'abbattè su Mario. Il colpo gli arrivò fra il collo e la spalla destra, gli smorzò il respiro e mentre cadeva, l'ultima cosa che Mario vide, fu il ghigno osceno del milite nero. Il silenzio della notte era rotto ogni tanto da un grido. Per il resto un silenzio completo avvolgeva la villa Reale di Monza. Quando Mario riprese i sensi, si trovò sdraiato nel lettino di una cella, con una coperta buttata sul corpo. Il freddo intenso lo intorpidiva, ma soprattutto era il dolore della spalla destra che lo infastidiva mentre la testa ronzava e un dolore lancinante sembrava perforargli il cervello. Si toccò la guancia sinistra e al tatto notò il gonfiore e il sangue rappreso. Ebbe difficoltà a ricordare cosa fosse successo. Poi, poco a poco, cominciò a ricordare. Sì, ora ricordava tutto. Era svenuto subito dopo il colpo col calcio della pistola ed ora sapeva perché il milite non portava la fondina. E adesso cosa gli avrebbero fatto?
L'avevano condotto nello stesso ufficio del giorno prima e fatto sedere sulla solita sedia, di fronte alla scrivania dove era seduto il generale Tensfeld. In un tavolino, vicino ad una porta, lo scrivano pronto a raccogliere le dichiarazioni dei prigionieri. Mario notò, con sollievo, che il fascista non era presente. - Confiene a tutti non perdere tempo... Ancora quel ridicolo accento, ma il tono del tedesco era suasivo, accattivante. Sembrava una paternale nei confronti di un figlio un po' scapestrato. -... Ti risparmierai anche torture. Tanto poi tutti parlano. Tu fare nomi e io lascio andare come già fatto con tuo fratello... Per Mario fu una bella notizia. Luigi forse era già a casa dai genitori, dagli altri fratelli. Forse c'era qualche possibilità di farcela. Doveva guadagnare tempo, raccontare episodi vecchi, senza importanza, fare qualche nome di personaggi già bruciati. -... voi ittaliani tutti tradditori e maccaroni. Non afete coraggio di buoni soltati. Le parole colpirono Mario come frustrate. Cosa ne sapeva questo tedesco degli italiani.
- Sì, è vero generale, sono un partigiano. Ma non sono un traditore e i nomi dei miei compagni non li farò mai. E voi tutti la pagherete perché saranno questi italiani che vi scacceranno.
- Basta - lo interruppe il generale alzandosi in piedi rosso in viso e suonando un campanello.
- Portatelo via, raus,!
Tre militi neri entrarono e lo portarono via, strattonandolo e dandogli dei pugni sulla nuca.
La casa del Balilla di Monza, allo scalo merci, vicino allo stadio, è brutta, tetra e sinistra. Mario sa perfettamente che con quella frase gettata in faccia all'ufficiale tedesco, ha firmato la sua condanna. Sa che per lui non ci sono speranze. L'unica cosa che spera è di non essere torturato. Ma è una speranza illusoria. La casa del Balilla è proprio il luogo dove SS e fascisti hanno la possibilità di esprimere tutta la loro ferocia. Una delle tante "villa Triste" che gli scherani hanno disseminato nel nostro Paese. Quando lo portano all'interrogatorio, Mario è però calmo.
- Dunque non vuoi parlare? - gli chiede Werner, l'aguzzino delle SS.
- Non so nulla e non conosco nessuno.
Werner è un personaggio molto conosciuto fra gli uomini della Resistenza. Tutti hanno paura di lui, anche i suoi uomini. Ha improvvisi scatti d'ira e personalmente conduce gli interrogatori con sadismo. E mentre fa ciò gli piace parlare della sua casa natia, di argomenti musicali, di Bach e Beethoven. Poi, dopo il fervorino musicale, spesso la fucilazione. -Se non ti sbrighi a parlare ti metto in mano all'ucraino e lui ti farà parlare. Quando lo riportano in cella, svenuto, il viso di Mario è una maschera di sangue. L'ucraino ha cercato di farlo parlare, ma senza esito e Werner si meraviglia della resistenza di questi italiani. Anche l'anno prima, il 18 dicembre 1943, dopo l'esecuzione, da parte dei partigiani, del federale fascista Aldo Resega, gli avevano consegnato alcuni partigiani per farli parlare. Nove di essi li aveva mandati subito alla fucilazione, gli altri torturati. Uno di questi, Egidio Rubini, aveva preferito impiccarsi piuttosto di parlare. Lui, Werner, aveva una scheda molto aggiornata su questo partigiano. Sapeva che era stato in Spagna a combattere, che aveva comandato una formazione di "Maquis" in Francia, la resistenza francese, e che, a Milano, aveva organizzato i GAP. Forse era implicato anche nell'esecuzione dell'industriale Gerolamo Crivelli di Monza e di altri due personaggi, Primiero Lamperti, impiegato della Caproni e Piero de Angeli, due amici fidati dei Reich che con le loro delazioni le SS erano riuscite a dare un colpo notevole alla Resistenza. Con Rubini avevano tentato ogni possibile sadismo: gli avevano strappato le unghie, i capelli, gli avevano ricoperto con ferri roventi le ferite riportate in Spagna. Poi, svenuto, lo avevano abbandonato in cella. Quando lo andarono a riprendere, per un nuovo interrogatorio, lo trovarono morto. Egidio Rubini, era riuscito a strappare un lenzuolo e si era impiccato alle sbarre della cella. Si era ucciso pur di non rilevare i nomi dei compagni. E adesso anche questo ragazzo non vuole parlare. Werner guardò la scheda di Mario Sironi. In fondo al foglio, fra timbri e precisione burocratica, c'era la destinazione di Mario Sironi: Flossenburg. Werner sorrise. Poi alzò la cornetta e telefonò a Nadia, una ragazza italiana che aveva conosciuto qualche giorno prima, molto disponibile nei suoi confronti. Si mise d'accordo per la sera: l'avrebbe portata a cena nel miglior ristorante di Milano, poi a casa sua, dove l'avrebbe iniziata alle delizie che procurava una misteriosa polverina bianca e che lui, da un po' di tempo, usava frequentemente.
Dal libro "Quattro strade" (capitolo 8 “Il progetto ‘Zement’, da pagina 155 a 174). Fuga dal treno Mario Sironi, dopo un po' di giorni, venne portato nel carcere di Monza e da qui dopo 3 settimane a quello di San Vittore dove resterà fino al 24 gennaio 1945. Prima in isolamento,
al secondo piano, poi in cella con altri carcerati. Ora si trovava in una grossa camerata già piena di altri giovani. E lì potè rivedere Emilio Bacio Capuzzo e Giovanni Frigerio, gli altri due suoi compagni che erano stati arrestati nella stessa notte del suo arresto. Ora stavano tutti e tre seduti per terra in attesa. In attesa di cosa? Da un po' di giorni girava la voce che sarebbero partiti per la Germania a lavorare, una partenza che secondo alcuni avrebbe dovuto arrivare da un momento all'altro. [...] L'indomani mattina i prigionieri furono tutti caricati su 4 pullman. Con loro, chiusi nei pullman, alcuni militari tedeschi. Ormai la destinazione è nota: Bolzano. Ma i pullman sono scassati e uno si rompe. Vengono sistemati, alla meglio, per passare la notte, nel carcere di Brescia. Poi l'indomani mattina, di nuovo verso Bolzano. II campo di concentramento di Bolzano, campo di transito, è un grande spiazzo rettangolare circondato da un'alta muraglia con le garitte per le sentinelle. Il comando è situato in una palazzina ad un tempo ti passerà. L'indomani mattina i prigionieri furono tutti caricati su 4 pullman. Con loro, chiusi nei pullman, alcuni militari tedeschi. Ormai la destinazione è nota: Bolzano. Ma i pullman sono scassati e uno si rompe. Vengono sistemati, alla meglio, per passare la notte, nel carcere di Brescia. Poi l'indomani mattina, di nuovo verso Bolzano. II campo di concentramento di Bolzano, campo di transito, è un grande spiazzo rettangolare circondato da un'alta muraglia con le garitte per le sentinelle. Il comando è situato in una palazzina ad un piano. Sulla destra, un grande capannone suddiviso internamente in baracche da muri. Per dormire, i prigionieri hanno a disposizione una fila di letti a castello, a due piani, lungo tutte le pareti e una doppia fila nel centro. Fra appelli, controappelli, conta ed altri adempimenti burocratici venne sera. Mario, Giovanni e Bacio restarono vicini nei castelli. L'indomani mattina consegnarono a tutti due pezzi di tela bianca con impresso un triangolo rosso e il numero di matricola di ciascuno. Tutti in fila, sfilarono davanti ad alcune donne deportate che cucirono le pezze sui pantaloni. [...] La mattina del 27 gennaio la sveglia è avvenuta prestissimo. Fuori è ancora buio e fa un freddo terribile. Quei pochi giorni, trascorsi a Bolzano, sono passati in fretta. Stavano tutti assieme nelle camerate. E ora?
Grida mischiate italiane e tedesche si sovrapponevano, ma una cosa era certa. Bisogna uscire dalle camerate, in fretta. Chi si attardava, conosceva sul proprio corpo bastonate e calci. Fuori, un po' spaventati al freddo, furono inquadrati nel piazzale per l'appello. Leggeva i nomi un graduato tedesco aiutato da un interprete italiano, in borghese. Poi, in fila per cinque, furono portati alla stazione dove già alcuni treni erano in attesa di caricare i prigionieri.
- Mario, Giovanni, statemi vicino. Cercate di stare con me quando ci metteranno sui vagoni!
- Forza! Presto! Avanti!
Ora tedeschi e fascisti avevano aperto le porte dei carri bestiame. Poi, a gruppi di 50, venivano fatti salire sui carri. Nella confusione generale Mario Sironi restò un po' indietro rispetto ai compagni. Quando questi salirono, un militare tedesco lo prese per un braccio e lo portò verso un altro vagone. Bacio! - gridò Mario.
- Non ti preoccupare, Mario - gridò Capuzzo - quando arriviamo staremo ancora insieme...
Non ti rivedrò più, sono sicuro... Le porte dei vagoni sono ormai chiusi. Capuzzo si trova spinto verso l'interno del vagone. Sono una cinquantina, schiacciati uno sull'altro. Ritrova Giovanni, poi a forza di spinte riesce a crearsi un po' di spazio.
- Mario l'hanno portato su un altro vagone.
- Mi spiace. L'ho visto molto provato in questi giorni. Speriamo che lo possiamo ritrovare presto.
- Io non aspetto quel momento. Io voglio fuggire.
- Non dire stupidate!
Chi era intervenuto era una persona anziana, distinta, malgrado il vestito tutto stracciato.
- Tu vuoi fuggire, ma non pensi a chi rimane? A quello che potrebbero farci?
- Fuggite anche voi!
- No. Io non fuggo. Ci hanno detto che ci portano a lavorare. Perché mai avrebbero dovuto dirci una menzogna. Se hanno bisogno di noi...
- E' quello che dico io - intervenne Frigerio -. Non ci possono mica ammazzare tutti.
La discussione, mentre il treno cominciava ad avviarsi, era generalizzata. Chi voleva fuggire e chi, invece, era convinto di potercela fare andando a lavorare in Germania. Voi fate come volete - disse Capuzzo-. Io se trovo il modo di fuggire lo faccio. Tanto qua ci ammazzeranno tutti lo stesso.
- Sei un irresponsabile!
- No. Quel giovane ha ragione.
Era una persona sui 35 anni che aveva parlato. Vestiva semplicemente una tuta da lavoro sopra un maglione.
- Sì ha ragione. Perché nessuno si deve fare illusioni. I tedeschi non ci portano in Germania per lavorare, ma per ucciderci.
- Come fai ad essere sicuro? Non ti rivedrò più, sono sicuro...
Le porte dei vagoni sono ormai chiusi. Capuzzo si trova spinto verso l'interno del vagone. Sono una cinquantina, schiacciati uno sull'altro. Ritrova Giovanni, poi a forza di spinte riesce a crearsi un po' di spazio.
- Mario l'hanno portato su un altro vagone.
- Mi spiace. L'ho visto molto provato in questi giorni. Speriamo che lo possiamo ritrovare presto.
- Io non aspetto quel momento. Io voglio fuggire.
- Non dire stupidate!
Chi era intervenuto era una persona anziana, distinta, malgrado il vestito tutto stracciato.
- Tu vuoi fuggire, ma non pensi a chi rimane? A quello che potrebbero farci?
- Fuggite anche voi!
- No. Io non fuggo. Ci hanno detto che ci portano a lavorare. Perché mai avrebbero dovuto dirci una menzogna. Se hanno bisogno di noi...
- E' quello che dico io - intervenne Frigerio -. Non ci possono mica ammazzare tutti.
La discussione, mentre il treno cominciava ad avviarsi, era generalizzata. Chi voleva fuggire e chi, invece, era convinto di potercela fare andando a lavorare in Germania. Voi fate come volete - disse Capuzzo-. Io se trovo il modo di fuggire lo faccio. Tanto qua ci ammazzeranno tutti lo stesso.
- Sei un irresponsabile!
- No. Quel giovane ha ragione.
Era una persona sui 35 anni che aveva parlato. Vestiva semplicemente una tuta da lavoro sopra un maglione.
- Sì ha ragione. Perché nessuno si deve fare illusioni. I tedeschi non ci portano in Germania per lavorare, ma per ucciderci.
- Come fai ad essere sicuro?
- Tutti quelli che sono partiti, non sono più tornati. Forse ci faranno anche lavorare, ma quando non serviremo più ci uccideranno.
-No. Non è possibile - continuò l'anziano -. Non c'è motivo per farlo. Noi andremo nelle fabbriche a lavorare e magari con la fine della guerra torneremo tutti a casa. Tu sei ebreo? Sì, ma cosa significa? Per me nulla - rispose l'operaio -. Ma pensaci. Quando ti hanno arrestato cosa ti hanno lasciato? Beh! Prima ci hanno detto di portare con noi tutte le cose di valore perché dovevamo fare un lungo viaggio...
- ...E dove sono ora?
- Non lo so... Non mi hanno restituito più nulla. Due lacrime spuntarono sulle gote dell'anziano.
Io sono un musicista. Mi hanno portato via anche il clarino. E non so più che fine abbia fatto mia moglie e mia figlia. Ormai singhiozzava senza ritegno. Si era attaccato disperatamente a quella illusione, all'illusione di poter rivedere la sua famiglia. Ora quell'operaio lo faceva tornare alla realtà, alla dura realtà di quel vagone piombato.
- Guardate come ci hanno messo - continuò l'operaio -. Vi sembra possibile che ci mettono in 50 dentro un vagone per portarci a lavorare?
No. Questi ci portano al macello. Ha ragione quel giovane che voleva fuggire. Anzi, io sono riuscito a nascondere una lima e l'userò per aprire la porta. Chi vuole può saltare giù con me. Gli altri sono liberissimi di restare. Il treno, intanto, percorreva lentamente il suo viaggio. Spesso si fermava, per delle ore, in aperta campagna. Da un piccolo finestrino, in alto del vagone, si poteva vedere qualcosa e a turno i prigionieri si arrampicavano e commentavano quello che vedevano. Ma ciò che vede era neve, neve e ancora neve. Verso sera erano ancora al Brennero, circondati da neve. L'operaio si era messo di buona lena a limare, attraverso la fessura, il catenaccio. Era un lavoro difficile proprio per lo spazio limitato che aveva per introdurre la lima. Dopo alcune ore di lavoro il catenaccio saltò. La porta, ora, si poteva aprire e bastò aprirla un poco per ricevere una ventata piacevole di aria pura anche se freddissima. Nel vagone, infatti, l'aria era ormai irrespirabile, la sete terribile. Ogni qual volta treno si fermava i prigionieri chiedevano, gridando, dell'acqua, ma senza risultato. Qualcuno allungò la mano fuori del vagone e riuscì a prendere un po' di ghiaccio e metterselo in bocca, imitato, con una certa confusione, dai più. Un angolo del vagone era stato usato come latrina e una puzza, che prendeva la gola, aleggiava ormai in tutto il vagone, oltre al fatto che chi era a ridosso dell'improvvisata latrina, spinto dagli altri, spesso era costretto a schiacciare l'immonda materia umana.
- Forza, appena il treno rallenta - disse l'operaio - saltiamo. La neve ci impedirà di farci male.
- Giovanni - disse Capuzzo - io ho deciso e salto. Tu che fai?
- No, Bacio. Mi sembra troppo pericoloso. Io resto. Bacio e Giovanni si abbracciarono. Poi Bacio disse:
- Se puoi, stai attento a Mario. E' ancora debole. Stagli vicino e appena potete cercare di scappare anche voi.
L'operaio e altri due prigionieri erano già pronti per saltare. Lo fecero ad una curva mentre il treno rallentava. Bacio si attardava con Giovanni, quasi non volesse lasciarlo.
- Vai Bacio! E' troppo pericoloso viaggiare con la porta aperta. Ci vediamo a Nova! Bacio lo toccò sulla testa, poi saltò nel silenzio della notte sulla neve fresca.
Giovanni Frigerio riuscì a tornare vivo dal campo di eliminazione. E rivide Bacio Capuzzo. Mario, purtroppo, non fece più ritorno. Bacio era saltato nei pressi di Fortezza, attorno alle 4 del mattino. Dopo varie peripezie, troverà un compagno di viaggio, saltato poco prima di lui, di Bovisio, e assieme cercheranno il modo per arrivare a Milano. Non è certo semplice trovare passaggi per due che sono scappati da un treno per l'internamento. Così, per avere più probabilità, decidono di dividersi. Bacio, entra in contatto con alcuni operai della Montecatini. Questi gli daranno dei bollini per mangiare e lo nasconderanno in un camion della stessa ditta che ogni settimana va a Milano. Ad Usmate scende. Da lì, con mezzi di fortuna, a Nova, dove continuerà la sua battaglia contro il fascismo che culminerà con la scelta di andare in Val d'Ossola, nella Brigata comandata da Cino Moscatelli. La tradotta, lentamente, procedeva il suo viaggio. A turno, nel vagone dove c'era Mario, ci si metteva sulle spalle del compagno per guardare fuori, per capire verso dove andavano, per respirare un po' di aria fresca. Ma i nomi non dicevano loro nulla: Hausham, Rosenheim, Steinhoring, Muhldorf, Passau. Dov'erano? Ad un certo punto il treno girò decisamente a sinistra. Poi si fermò. E Mario lesse un nome: Flossenburg. Da quella posizione non vedeva molto, sentiva solo delle parole urlate, probabilmente in tedesco, e vedeva qualche militare. Le porte, finalmente, si aprirono, li fecero scendere dai vagoni e incolonnati, pronti per marciare, per raggiungere la loro nuova destinazione. Mario e Giovanni erano di nuovo assieme. Questo li riempì di gioia e di ottimismo. Anche attraversando il paese, guardando le case con tanti bambini biondi che si sporgevano serenamente a guardare quell'esercito di straccioni, fu per loro motivo di ottimismo. Il pano- rama, poi, era a meraviglioso. Si trovavano in Bavaria, vicinissimi alla frontiera con la Cecoslovacchia, con pinete a perdite d'occhio. Era anche una bella giornata, con il sole ormai alto e tanta neve attorno. Ma l'ottimismo durò poco. Superato il paese la loro marcia venne interrotta da una sbarra che fu alzata appena loro arrivarono. Tutto attorno cartelli che avvertivano che quella era zona militare e non ci si avvicinare. Vicino alla sbarra alcune SS Testa di morto, le guardie dei campi di sterminio nazisti che ridevano e ogni tanto, a caso, davano qualche calcio o qualche pugno al prigioniero più vicino a loro. All'entrata del campo c’era una scritta a grandi lettere: KONZENTRATIONSLAGER FLOSSENBURG. Attorno al campo, filo spinato; tre sbarramenti, per impedire eventuali fughe, percorsi da corrente ad alta tensione. All'entrata, sulla sinistra, una specie di torretta dove il comandante del campo faceva la conta dei prigionieri che entravano. Giovanni e Mario erano ammutoliti. C'era un senso di oppressione che mal si conciliava con il paesaggio, tutto pini e collinette.
Ma non ebbero troppo tempo di pensare. Furono subito messi in quadrato e un ufficiale delle SS disse alcune frasi che un interprete tradusse: - Qui si entra e non si esce più, se non morti o per andare in un altro campo come questo. Il cibo che vi verrà dato basta solo a non morire. Una frase terribile che spense gli ultimi sussulti di ottimismo dei prigionieri. Poi vennero tutti portati alla vestizione, sotto un grande tendone. Giovanni e Mario erano nudi, in fila. Fu la prima cosa che i tedeschi fecero. Togliergli i vestiti fu come togliere loro l'identità. E gli avevano tolto tutto quello che possedevano: orologi, anelli, spille, catenine. Anche in bocca guardavano. Se qualcuno aveva denti d'oro venivano estratti all'istante, fra le grida dei malcapitati. Ad uno ad uno passarono davanti ad altri prigionieri, seduti su sgabelli, che con rasoi e forbici gli rasero tutti i peli in tutte le parti del corpo. Un'operazione dolorissima perché compiuta senza nessun accorgimento. Infine li raggrupparono davanti ad una costruzione bassa: le docce. Gli inservienti delle docce avevano il triangolo verde dei delinquenti comuni tedeschi e fra una spinta e l'altra fecero loro assaggiare i bastoni che tenevano in mano. Dopo la doccia, mentre passavano tutti in fila, gettavano loro la divisa del campo: mutante, camicia, maglia, pantaloni, giacca. Le misure erano a caso. Le giacche, davanti e dietro, avevano delle vistose lettere, K.L., verniciate. Alla fine, anche un paio di zoccoli di tela. Dopo la doccia vennero accompagnati verso alcune baracche, i Block, tutti numerati all'esterno. Nella baracca dei due novesi, li aspettava il capo-blocco, un triangolo verde. L'interprete fece in fretta a tradurre. Jo sono il capo blocco, questo è il segretario, gli altri gli aiutanti. Mi dovete obbedienza assoluta: ho diritto di vita e di morte su ognuno di voi. Fece l'appello chiarendo che ogni qualvolta si veniva chiamati, bisognava rispondere "irch". I prigionieri avevano adesso il cuore gonfio di tristezza. Non sembrava loro possibile una vita del genere. Mentre aspettavano nuovi ordini videro al di là di un divisorio di filo spinato, un gruppo di prigionieri che si apprestava a ricevere la zuppa. Erano di una magrezza spaventosa, ma la cosa che li fece più inorridire fu alla fine, quando un gruppo di prigionieri, infilarono le mani nei pentoloni ormai vuoti e se li leccarono incuranti delle bastonate che i guardiani, ridendo, assestavano in continuazione. Mario guardò Giovanni che non riusciva a distogliere gli occhi da quelle figure spettrali. Ci ridurremo anche noi così? Con le forbici gli rasero tutti i peli in tutte le parti del corpo. Un'operazione dolorissima perché compiuta senza nessun accorgimento. Infine li raggrupparono davanti ad una costruzione bassa: le docce. Gli inservienti delle docce avevano il triangolo verde dei delinquenti comuni tedeschi e fra una spinta e l'altra fecero loro assaggiare i bastoni che tenevano in mano. Dopo la doccia, mentre passavano tutti in fila. gettavano loro la divisa del campo: mutante, camicia, maglia, pantaloni, giacca. Le misure erano a caso. Le giacche, davanti e dietro, avevano delle vistose lettere, K.L., verniciate. Alla fine, anche un paio di zoccoli di tela. Dopo la doccia vennero accompagnati verso alcune baracche, i Block, tutti numerati all'esterno. Nella baracca dei due novesi, li aspettava il capo-blocco, un triangolo verde. L'interprete fece in fretta a tradurre. Jo sono il capo blocco, questo è il segretario, gli altri gli aiutanti. Mi dovete obbedienza assoluta: ho diritto di vita e di morte su ognuno di voi. Fece l'appello chiarendo che ogni qualvolta si veniva chiamati, bisognava rispondere "irch". I prigionieri avevano adesso il cuore gonfio di tristezza. Non sembrava loro possibile una vita del genere. Mentre aspettavano nuovi ordini videro al di là di un divisorio di filo spinato, un
gruppo di prigionieri che si apprestava a ricevere la zuppa. Erano di una magrezza spaventosa, ma la cosa che li fece più inorridire fu alla fine, quando un gruppo di prigionieri, infilarono le mani nei pentoloni ormai vuoti e se li leccarono incuranti delle bastonate che i guardiani, ridendo, assestavano in continuazione. Mario guardò Giovanni che non riusciva a distogliere gli occhi da quelle figure spettrali. Ci ridurremo anche noi così? Mario! Noi dobbiamo farcela, non possiamo ridurci così. Noi siamo giovani, quelli sono vecchi. Giovanni non sapeva che quegli spettri avevano la loro età. Tutti sui 20 anni. Solo che erano arrivati a Flossenburg prima di loro. Anche a loro diedero da mangiare, sempre schierati, bastonati e controllati: un pezzettino di margarina sintetica e un pezzetto di pane. Pane? Era qualcosa di simile ma non era pane. Era una cosa strana con dentro pezzi di paglia. E, il tutto, bisognava mangiarlo all'aperto, al freddo, per non sporcare la baracca. Alla fine fu concesso ai prigionieri di prendere posto nei giacigli. Pigiati uno sull'altro, due per ogni pagliericcio, in castelli a tre piani. Nei pagliericci la paglia era scarsa e a grumi, così che i prigionieri erano in pratica sdraiati sul duro legno. In mezzo alla baracca una fila di tavoli e seggiolini dove il capo-blocco e gli aiutanti consumavano i pasti. Una tenda separava la cuccetta del capo-blocco.
- Giovanni, comincio a pensare che Bacio ha fatto bene a fuggire.
- Sì, lo credo anch'io. Però se riusciamo a farci assegnare alle squadre di lavoro siamo a posto. Se hanno bisogno di noi per lavorare dovranno pur trattarci meglio. Forse questo è solo il primo giorno. Poi andrà meglio.
Ruhe! Ruhe! - il capoblocco intimava, gridando, il silenzio. Nell'oscurità della baracca pochi dormivano. Si sentiva piangere sommessamente. Ogni tanto da qualche pagliericcio vicino, un'esclamazione più alta, "Mamma!", poi continui movimenti per cercare la posizione più comoda, un'operazione questa non semplice perché si urtava contro il corpo del vicino, suscitando riprovazione. A Flossenburg fu portato anche Antonio Scollo, un giovane partigiano, uno dei pochi che ritornò da quel campo. Da quella terribile esperienza scrisse un bel libro: "I campi della demenza". [...]. Anche a loro toccarono le bastonate per farli uscire in fretta da parte degli aguzzini con il triangolo verde, anche loro si dovettero lavare con l'acqua gelida, senza potersi asciugare. Quando uscirono dalla baracca li accolse un nauseabondo odore dolciastro, di carne e grasso bruciato, mentre dietro ad alcune baracche si levava una colonna di fumo nero. Non ci volle molto a capire cosa fosse. Qualche prigioniero più vecchio di loro spiegò che era il crematorio, il krematorium. Seppero anche che la loro squadra sarebbe stata inviata in Arbeitkommando, cioè al lavoro. Se tutto andava per il meglio, se sarebbero riusciti a superare le difficoltà del lavoro, sarebbero finiti al "convalescenziario, l'anticamera del forno crematorio. In un modo o nell'altro - come avevano sentito appena entrati - da lì non sarebbero usciti vivi. Mario, Giovanni e i nuovi arrivati ora non parlavano più, non domandavano più nulla. L'oscurità del pessimismo li stava ormai avvolgendo. CAPITOLO 13 (da pagina 251 a 262) I morti non si baciano Giovanni Frigerio e Mario Sironi erano stati divisi. Per tutti e due fu un brutto momento. Certo, c'erano nel campo altri italiani e una certa solidarietà esisteva, ma il fatto di venire separati non aveva certo aiutato l'ottimismo dei due novesi. Anche le baracche dove
dormivano erano divise e Mario si era trovato vicino ad uno di Cesano Maderno, Mario Monguzzi, con cui divideva il poco spazio a disposizione. Erano diventati amici e il fatto di abitare a pochi chilometri di distanza uno dall'altro, li aveva uniti ancora di più. Erano, però, stati assegnati, sia Giovanni che Mario Sironi all'Arbeitkommando, la squadra di lavoro. Alle quattro del mattino risuonava il grido del Blockaltester, il capobaracca, triangolo verde: "Aufstehen, schnell" (alzarsi presto). Poi tutti a lavarsi, senza potersi asciugare, nel Waschraum, poi ancora, sempre correndo sull' Appellplatz, il piazzale dell'appello. Infine, tutti in fila, ben allineati si partiva per il lavoro. Alla porta il solito grido idiota e senza senso: "Mutzen ab!" (giù i berretti) e usciti tutti "Mutzen auf!" (ricopritevi). Erano stati assegnati ad un lavoro in una officina, guardati a vista dall' Oberkapo di fabbrica che non esitava a bastonarli ogni qual volta vedeva un lavoro mal fatto. Si lavorava con un trapano elettrico. Si facevano dei fori su lamiere che sembra servissero per le riparazioni di materiale di guerra. Se un foro era fatto male era sabotaggio, punito a secondo dell'umore dell'Oberkapo, da 25 a 50 nerbate o all'impiccagione. Mario e Giovanni erano nella stessa immensa officina, ma non potevano avvicinarsi né parlare fra loro. Solo nella pausa di mezzogiorno, dopo il grido di "Mittag, Mittag, essen" (mezzogiorno giare) riuscivano a stare vicini.
- Come stai Mario?
- Non bene. Ho questa gamba che mi preoccupa.
Mario rialzò un po' i calzoni e Giovanni vide un gonfiore violaceo che lo impressionò. Cosa hai fatto?
- Niente. Ieri mattina quando mi hanno chiamato per l'appello ho scoperto che era gonfia e dura.
-Senti Mario. Io cerco di trovare qualcosa. C'è un polacco che lavora al revier, all'infermeria, che è diventato mio amico. Vedrò cosa posso fare. Tu, però, non farti ricoverare. -No... In infermeria non ci vado. Quelli che ci vanno non tornano più. -L'importante è continuare ad essere assegnati all'officina. Così di mattina riusciamo a mettere in pancia la fetta di pane che ci danno in più.
- L'importante che non si accorgano loro della gamba. A quelli malati non li mandano a lavorare e ogni mattina nel Warschraum ci sono dei cadaveri... Quando finirà... Non c'è la faccio più.
- Non lasciarti andare Mario. Ormai è marzo. Si dice che le truppe russe stiano avanzando... "Arbeit, Arbeit" (al lavoro). Il grido risuonò forte nel capannone e interruppe Giovanni che tentò velocemente di raggiungere il suo posto senza farsi vedere dall' Oberkapo. Tentativo malriuscito perché sulla sua testa si abbatte il tubetto di rame del triangolo verde accompagnato dalle grida: "Macaroni, Badoglio". Ma, forse, quel giorno l'Oberkapo
era in buona. Non gli fece altro e Giovanni potè riprendere il suo lavoro al trapano. Quando di sera li fecero rientrare, Mario faceva fatica a camminare. Li tennero per delle ore fermi ad aspettare il pane. Poi, finalmente, venne il permesso di potersi sdraiare. Ma non era finita. Dopo alcune ore, ancora imbruttiti del sonno, furono fatti scendere dalle cuccette con i soliti comandi gridati. -Appellium, Eins, Zwei, Drei, Vier, Muttzen ab, Mutzen auf, schnell, schnell. Ormai erano tutti fuori, al freddo, coperti in malo modo, al buio, senza zoccoli. Venne portato un prigioniero, magrissimo, nudo, una larva umana. Il poveretto aveva osato, mentre veniva picchiato da un kapo, alzare un braccio, come per colpire l'uomo o difendersi. Era stato bastonato, massacrato di botte. Adesso, davanti, a tutti, come monito, era stato legato, nudo, ad un palo, mentre un kapo, lo investiva con un getto d'acqua gelata. Fu lasciato così
legato, per tutta la notte. Nessuno seppe se morì subito o durante le ore della notte. I prigionieri guardavano sbigottiti. In mezzo a loro passavano i kapo e guai se qualcuno abbassava la testa per non vedere. Dovevano guardare! Anche Mario guardava quel povero corpo. Ma dagli occhi, malgrado fosse notte e forse i kapo non se ne sarebbero accorti, non scesero lacrime. Mario non aveva più lacrime. Finita la feroce esecuzione, partirono per andare a lavorare. Non li avevano fatto dormire e, per ciò che era avvenuto, non gli avevano dato il solito pezzo di pane e il filo di margarina. Macaroni maledetto! Sabotage! Mario mentre tagliava un pezzo di lamiera, stanco, con la vista annebbiata dalla fame e dal sonno, dal freddo, dal dolore della gamba, non si era accorto che ne aveva tagliata troppa. L'Oberkapo continuava, con il maledetto tubo di rame, a picchiarlo. Mario era a terra e un calcio del kapo gli aveva colpito la gamba malata e lo aveva fatto gridare dal dolore. Raus, Rus! Mario fu mandato via dall'officina e assegnato ad una squadra che doveva andare a lavorare nella cava di pietra. Era una punizione tremenda. All'aperto, senza guanti, bisognava trasportare dei massi di granito per oltre un chilometro. Dopo un'ora di lavoro, Mario, come del resto tutti i suoi compagni, ai piedi aveva grosse vesciche. Dell'Oberkapo della cava si raccontavano cose tremende. Spesso afferrava un piccone e lo calava con forza sulla testa del prigioniero più vicino. C'è anche una scalinata e quando i prigionieri, caricati dai massi, erano in cima, il kapo ne spingeva qualcuno giù. Mario viene messo nella squadra che deve togliere il ghiaccio dai gradini della scalinata. Con un raschietto e senza guanti non è facile. E se non è fatto alla perfezione, sono bastonate. Anche quella notte Mario non potè dormire. Dopo averli trattenuti sul piazzale per oltre un'ora sotto un'acqua gelida, li mandarono a dormire. Non passò molto che furono di nuovo svegliati dal grido di "Aufstehen Lausenkontrolle!" (sveglia, controllo dei pidocchi!). All'aperto dovevano passare nudi davanti al Blocktester, salire su uno sgabello illuminati da una potente lampada. Poi tutti al bagno sotto un getto potente di acqua calda. Infine, sempre nudi, tutti fuori ad asciugare. [...]. Giovanni Frigerio non riuscì ad avvicinarsi a Mario e dare a lui l'unguento, che gli aveva procurato il polacco, per diversi giorni. Una mattina era suonato l'allarme e i prigionieri erano stati lasciati nelle camerate. Giovanni riuscì ad arrivare alla cuccetta di Mario. Era sdraiato, magrissimo e pallido. La gamba era gonfia a dismisura e aveva dovuto tagliarsi una parte dei pantaloni per poterseli infilare, le mani e i piedi tutti tagliati e piene di vesciche. Giovanni guardò desolato Mario Monguzzi che scosse la testa. Poi gli rialzarono un poco la testa e gli diedero da bere. Mario prese a tossire e non riuscì a mandare giù che qualche goccia.
- Mario, sono Giovanni. Ti ho portato la medicina. Ora la mettiamo e così ti sentirai meglio.
- No... è inutile... Lasciami in pace, voglio morire.
- Ma cosa dici. Dai - si rivolse a Mario Monguzzi - aiutami ad alzargli la gamba.
Appena mosse la gamba di Mario, dalla ferita si sparse un fetore tremendo. Era grossa, sempre più viola, purulenta. Giovanni ricacciò indietro il vomito e prese, delicatamente, a mettergli la pomata. Mario sembrava insensibile anche al dolore. Continuava a tenere gli occhi chiusi. Se domani se ne accorgono - disse Monguzzi - lo porteranno all'infermeria.
- No! - rispose Frigerio - non deve andare. Sennò è la fine.
Il guaio - continuò Monguzzi - è che il kapo ormai se la prende sempre con lui. Ieri lo ha picchiato di nuovo. Maledetto!
Mario agitò la testa, poi aprì gli occhi.
- Giovanni... ho molto caldo. Devo avere la febbre. Dammi da bere.
La poca acqua rimasta nella gamella finì quasi tutta sui laceri vestiti di Mario. Non riusciva, ormai ad inghiottire, quasi nulla.
- Ieri la sua razione - disse Monguzzi - se l'ha mangiata il russo che gli dorme vicino e lui non ha fatto una piega. Sembra che non gli interessi niente.
Giovanni... senti... ho sempre in mente quando siamo andati al parco di Monza, in bicicletta... Ti ricordi. Come sarà adesso con la neve... Il sole. Ho voglia di sole... Non ho fatto niente... andiamo via. dobbiamo fermare... mamma! Erano frasi smozzicate, senza senso. La febbre alta lo faceva delirare. Giovanni gli bagnò la fronte.
- Sì mi ricordo Mario. E appena arriviamo a Nova ci andiamo ancora al parco di Monza. E tu starai davanti a tutti, perché in bicicletta sei sempre stato il più veloce. E poi andremo anche a ballare e al cinema.
Mario, i russi sono oltre Stalingrado. Per le fragole siamo a Nova.
Se almeno ci fosse ancora Diena! Giovanni si riferiva a Giuseppe Diena, un medico torinese, ebreo, antifascista che a Flossenburg aveva cercato sempre di aiutare, come poteva, tutti. Non aveva mezzi, materiale medico, eppure riusciva a passare da tutti a dire una buona parola, ad aggiustare una fasciatura, a portare un po' di carta igienica, trovata chissà dove, per fasciare un flemmone, una ferita. No. Diena non c'era più. Era stato ucciso a bastonate all'inizio di marzo, il giorno due. Suonò la sirena del cessato allarme e si cominciarono a sentire le solite grida gutturali dei kapo. Debbo andare Mario. Ritornerò a trovarti. Cerca di mangiare qualcosa.
Mario si afferrò al braccio di Giovanni. Poi lasciò la presa e chiuse gli occhi. Quando la mattina dopo furono svegliati nel solito modo Mario fece più fatica del solito a scendere dalla cuccetta. Monguzzi e il russo cercarono di aiutarlo, anzi, il russo gli diede due schiaffi sulle guance per fargli passare il pallidume diffuso, per dimostrare che Mario stesse bene. Ma bisognava correre fuori, all'aperto e questo Mario non lo poteva più fare.
- Macaroni, italiansky, badoglio!
Il kapo si era accorto subito delle condizioni di Mario e ghignava urlando. Krematorium! Krematorium! Invece del crematorio, lo portarono all'infermeria, al revier, proprio dove nessuno voleva andare! Ormai erano alcuni giorni che sta lì. Quando Giovanni, attraverso il polacco, riuscì ad andarlo a vedere, Mario era alla fine. Aveva ogni tanto sprazzi di lucidità. Ma la maggior parte del tempo la passava inebetito. Al revier erano tutti nudi, anche in quattro per cuccetta. Una puzza tremenda aleggiava in tutta la baracca e non veniva praticata nessuna cura. Sulla fronte, Mario aveva un numero tracciato con la vernice, il numero 4. Era, questa, un'abitudine del dottore del campo: segnava 1 se le condizioni del prigioniero erano buone; 2 se le condizioni erano così così; 3 tutti gli altri. Per i numeri successivi la condanna era segnata.
- Tuo amico finito! Avrebbe dovuto andare già da tempo al Waschraum. Se ancora qui merito mio.
Sì lo so. Ti ringrazio. Oggi, come promesso, ti porto quattro sigarette...
Il polacco cercava di farsi capire che voleva mangiare, soprattutto margarina
- Sì. Ieri mattina non l'ho mangiata e la fetta ce l'ho qui.
Così facendo Giovanni si tolse gli zoccoli e diede al polacco due finissime fette di pane sporche di margarina. Per non farseli trovare dai cercarono di aiutarlo, anzi, il russo gli diede due schiaffi sulle guance per fargli passare il pallidume diffuso, per dimostrare che Mario stesse bene. Ma bisognava correre fuori, all'aperto e questo Mario non lo poteva più fare.
- Macaroni, italiansky, badoglio!
Il kapo si era accorto subito delle condizioni di Mario e ghignava urlando. Krematorium! Krematorium! Invece del crematorio, lo portarono all'infermeria, al revier, proprio dove nessuno voleva andare! I prigionieri nascondevano il pane fra la pianta del piede e gli Zoccoli. Non aveva nessuna importanza se i piedi erano infetti e sporchi di sangue. L'importante era mangiare! Ed era quello che in quel momento stava facendo il polacco, con il triangolo nero cucito sulla giacca, il segno degli asociali. Giovanni guardò il polacco mangiare la sua razione e inghiottì amaro. Aveva saltato due Fruhstuck, come venivano chiamati dai tedeschi, due colazioni, per dare la fetta a quel polacco.
- Muoviti a parlare al tuo italiansky. Dottore non tarda.
- Mario! Mario!
Giovanni chiamò l'amico sottovoce dopo essere riuscito a farsi largo fra alcuni corpi nudi. Anche Mario era nudo, di una magrezza spaventosa. L'unica cosa grossa che aveva era la gamba sinistra, un flemmone enorme. Lasciò perdere Mario e andò dal polacco.
- La gamba. Bisogna curare la gamba!
No. Niente gamba. Tuo amico kaput! Niente medicine! Giovanni ritornò nella cuccetta di Mario. Gli sollevò la testa e di nuovo lo chiamò. Mario aprì gli occhi con grande sforzo.
- Sei tornato?
- Come stai?
- Mi fa male solo... la gamba. Sto bene.
- Ma cosa ti fanno qui?
- Niente. Qua si muore.
- Non dire stupidate. Ricordati che dobbiamo tornare.
- No. Io non torno più. E poi non ho vogli... sono stanco, voglio dormire.
-Senti Mario. Ormai è aprile. Basta un piccolo sforzo. Ho saputo che i tedeschi si stanno ritirando, i russi avanzano e gli americani sono vicini a noi. Anche nel campo hanno allentato la vigilanza. Mario aveva di nuovo chiuso gli occhi. Giovanni lo scosse preoccupato. Svegliati! Mario! Non lasciarti andare. Ti ho portato un po' di carne. Giovanni mise una mano in tasca e, con molta circospezione, tiro fuori una specie di pallina rossa, un pezzetto di carne che era riuscito a procurarsi in un momento che il kapo non si era accorto mentre la lanciava al proprio cane. O, forse, era talmente cattivo, quel pezzetto di carne, che neppure il cane l'aveva voluta. Gliela mise fra le labbra.
Ma Mario ebbe come un rigurgito.
- Non ce la faccio.
- Sforzati a mandare giù qualcosa.
- No... Ho sonno... Sognavo un campo... pannocchie. Quanto tempo che non vedo un campo!
- Lo vedrai ancora Mario. Devi reagire!
Si era di nuovo appisolato. Il polacco fece fretta a Giovanni per paura che tornasse il medico. Giovanni lasciò Mario così, mentre dormiva. Non lo rivide più. Quella stessa notte il corpo di Mario Sironi venne gettato all'ingresso del Waschraum, assieme agli altri cadaveri deceduti quella notte. Lo notò, casualmente, Mario Monguzzi mentre stava trasportando nel mucchio un altro prigioniero della sua baracca. Questi si era permesso di fasciarsi i piedi con pezzetti di coperta lacera e strappata. Fu bastonato a morte e gettato vicino al corpo di Mario Sironi, numero di matricola 43768. Monguzzi andò subito ad avvisare Gianfranco Mariconti, un partigiano di Lodi che stava nella stessa baracca dei due, la numero 20. Mariconti aveva combattuto nelle Langhe dove si era arruolato nella 49a Brigata "Domenico Viano". Nel Canavese era stato ferito dai tedeschi, alla gamba sinistra, arrestato, medicato in qualche modo e portato a Flossenburg, con lo stesso trasporto di Mario Sironi. Svegliati! Mario! Non lasciarti andare. Ti ho portato un po' di carne. Giovanni mise una mano in tasca e, con molta circospezione, tiro fuori una specie di pallina rossa, un pezzetto di carne che era riuscito a procurarsi in un momento che il kapo non si era accorto mentre la lanciava al proprio cane. O, forse, era talmente cattivo, quel pezzetto di carne, che neppure il cane l'aveva voluta. Gliela mise fra le labbra. Ma Mario ebbe come un rigurgito.
- Non ce la faccio.
- Sforzati a mandare giù qualcosa.
- No... Ho sonno... Sognavo un campo... pannocchie. Quanto tempo che non vedo un campo!
- Lo vedrai ancora Mario. Devi reagire!
Si era di nuovo appisolato. Il polacco fece fretta a Giovanni per paura che tornasse il medico. Giovanni lasciò Mario così, mentre dormiva. Non lo rivide più. Quella stessa notte il corpo di Mario Sironi venne gettato all'ingresso del Waschraum, assieme agli altri cadaveri deceduti quella notte. Lo notò, casualmente, Mario Monguzzi mentre stava trasportando nel mucchio un altro prigioniero della sua baracca. Questi si era permesso di fasciarsi i piedi con pezzetti di coperta lacera e strappata. Fu bastonato a morte e gettato vicino al corpo di Mario Sironi, numero di matricola 43768. Monguzzi andò subito ad avvisare Gianfranco Mariconti, un partigiano di Lodi che stava nella stessa baracca dei due, la numero 20. Mariconti aveva combattuto nelle Langhe dove si era arruolato nella 49a Brigata "Domenico Viano". Nel Canavese era stato ferito dai tedeschi, alla gamba sinistra, arrestato, medicato in qualche modo e portato a Flossenburg, con lo stesso trasporto di Mario Sironi. Raccon- ta Gianfranco Mariconti: Era il 7 aprile 1945!
Pochi giorni dopo, il 13 aprile venne evacuato il campo di Swickau, proprio dove era morto Sironi, un campo di lavoro dipendente da Flossenburg. Gli Alleati erano alle porte e i prigionieri furono fatti marciare in direzione della Cecoslovacchia, una marcia durata dieci giorni. Partirono in 1.500. Ne arrivarono solo 150. Molti perirono di stenti, tanti altri uccisi dalle pistolmachine dei tedeschi. Sui loro cinturoni c'era stampigliata una scritta: "Gott mit uns", "Dio è con noi"!
Mario Sironi (1)
Domenica Lavalle
Created on November 22, 2023
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Mario Sironi Dal libro "Quattro strade" (capitolo 16 “Il progetto ‘Zement’, da pagina 303 a 324). Da pagina 45 a 52 Anche Mario Sironi amava l'Italia. Era un ragazzo di soli 19 anni quando nella notte del 24 novembre 1944 irruppero nella sua casa di via Madonnina 5, al primo piano, nel cortile chiamato più tardi "dei murunit", una quindicina di camicie nere.
- Tutti in piedi, forza, dobbiamo fare un perquisizione. Angelo, il padre di Mario, tentò una reazione subito zittito dai militi e dalla moglie Maria che stringeva a sé il piccolo Carlo, di 5 anni. A piedi scalzi, tutti schierati, fra urla e pianti dei bambini più piccoli, il comandante delle camicie nere sembrò fare una specie di rassegna militare, soffermandosi e sorridendo davanti a Mario e al fratello Luigi di 27 anni.
Siete voi i partigiani? - chiese sardonicamente. Nessuno rispose.- E così non parlate - aggiunse sorridente.
- Non fa nulla. Parlerete anche voi. Quando siete in mano nostra parlano tutti. Anche quell'altro non voleva parlare, ma alla fine si è deciso e così siamo arrivati a voi.
Poi, rivolto ai militi - Portateli via. Mario e Luigi fecero appena in tempo a prendere qualche cosa da indossare che furono fatti salire su due distinte macchine. Quella con a bordo Luigi, si diresse velocemente verso la Baia del Re, per poi prendere per Monza. Mario, stretto fra due camicie nere, aveva un tarlo nel cervello. Il milite aveva fatto un accenno ad un tale che aveva parlato e fatto i nomi. Chi poteva essere? E cosa sapevano? Luigi, era sicuro, non poteva essere accusato di nulla, ma lui sì, lui da tempo lavorava attivamente nella Resistenza di Nova e, anche in fabbrica, alla Peretti di Nova, si dava da fare per convincere gli indecisi. La macchina di Mario si diresse verso la fermata del tram, poi si fermò in via Baracca, proprio vicino alla casa di Enrico Riboldi. Anche lì, i militi neri, svegliarono tutti e compirono una perquisizione, chiedendo insistentemente di Enrico. Questi era riuscito a fuggire al sopraggiungere dei fascisti. Mario fu portato a casa dei Riboldi, incatenato. La sorella di Enrico, Maria, di 24 anni, seguiva con apprensione quella perquisizione. Alla fine, senza aver trovato nulla di compromettente e profferendo minacce ai familiari di Enrico, se ne andarono. Mentre la macchina velocemente si dirigeva verso Monza, Mario pensò subito a come comportarsi durante l'interrogatorio. L'unica cosa, secondo lui, era negare. Negare tutto quello che gli avrebbero detto. Era questo l'unico modo per salvare gli altri compagni. E le torture? Cosa gli avrebbero fatto per farlo parlare? Per farlo tradire? Mario scacciò dalla mente il terribile pensiero e si concentrò, invece, sulle probabili accuse. Recentemente aveva partecipato al sequestro di un'automobile che avrebbe dovuto servire a portare armi in montagna. Era forse stato questo episodio a farlo finire nelle mani delle camicie nere? E poi perché andavano verso Monza? Dove lo stavano portando? A Monza, Mario lo sapeva bene, nella villa Reale si erano insediati i tedeschi e quelli che finivano lì, difficilmente ritornavano a casa. Mentalmente diresse il suo pensiero a Dio e si mise, con la mente, a pregare. La macchina imboccò il viale che sfociava alla villa Reale.Quante volte Mario, appassionato di bicicletta, aveva fatto quel viale imitando nei gesti quelli che dovevano essere stati fatti da Gino Bartali vincitore anni prima della Milano-Sanremo e di Fausto Coppi vincitore del giro d'Italia. Ormai era giorno fatto. Dalla finestra, Mario poteva scorgere gli alberi del Parco e una fetta di cielo che stranamente, dopo le nebbie dei giorni passati, era terso. Del fratello Luigi non aveva avuto più notizie. Ora aspettava di essere interrogato. La porta della piccola cella si aprì e un militare tedesco gli fece segno di uscire.
- Raus, raus.
Scortato dalla sentinella, Mario percorse un lungo corridoio quando, improvvisamente, due camicie nere nell'uscire da una stanza tardarono a chiudere la porta. Mario, instintivamente, gettò uno sguardo nella stanza e il cuore ebbe un balzo. Sdraiato su un lettino, con il naso che colava sangue, c'era Giovanni Frigerio, un partigiano di Nova che lui ben conosceva. Ora Mario capiva tutto. Con Frigerio, ed altri, aveva partecipato al sequestro dell'auto. Quindi se anche Giovanni Frigerio era stato arrestato, la motivazione del suo arresto non poteva che essere quella. Cognome e nome. Il generale Willy Tensfeld si rivolse a Mario prima ancora che la guardia tedesca gli indicasse di sedersi. Sironi Mario.- Dove nato?
Era un po' buffa la pronuncia del generale tedesco mentre si alzava dalla scrivania e un militare scriveva a macchina le risposte. Vicino a lui, ma ad una certa distanza, la camicia nera che aveva fatto irruzione nella notte a casa sua. Era, questo, un individuo sui 30 anni, alto e stempiato. Portava una grossa pistola al fianco, ma, stranamente, senza fodero. A Nova Milanese. Quando?- Il 3 luglio 1925.
- Quale lavoro?
- Sono operaio.
- Già, sempre operai. Sei comunista?
- No.
Tu essere partigiano badogliano? Mario non rispose. Cosa significava? Cosa poteva rispondere? Il frustino che teneva in mano il tedesco si abbattè improvvisamente sulla guancia di Mario rompendo la pelle e striandogli il viso di sangue. Gli occhi si inumidirono più per la rabbia che per il dolore, anzi, si meravigliò di sentire solo un grosso bruciore. Tu essere partigiano badogliano?- No.
Anche la camicia nera si era messa a fianco di Mario e improvvisamente alzò il braccio. Mario, in modo instintivo cercò di ripararsi e nel farlo perse l'equilibrio e cadde rovesciando la sedia. Una risata isterica irruppe dalla bocca della camicia nera che strattonò Mario e lo rimise in piedi. Il generale, invece, non rideva. Con gli occhi fissava Mario, ma con la mente pensava a casa, a suo figlio Wilfred che aveva più o meno l'età di questo operaio. Ma suo figlio non era certo partigiano, faceva parte dei giovani hitleriani. Lui proprio non li capiva questi italiani. Erano giorni che interrogava giovani e meno giovani e poi li faceva torturare dalle brigate della "Muti", eppure quasi nessuno parlava. Guardò la camicia nera che gridavasconcezze nei confronti di Mario e si accorse di disprezzarlo. Ma aveva bisogno di loro, dei loro servigi, per poter compiere il lavoro sporco.
- In piedi, pezzo di merda, bastardo di un comunista. Sempre pronti a sparare a tradimento alle camicie nere e ai gloriosi camerati tedeschi, ma quando arrivate qui vi cagate tutti addosso. Ma è finita per voi. Ora ci siamo noi della "Muti" e vi faremo fare la fine come a quelli di piazzale Loreto.
Mario ebbe voglia di rispondere, ma si trattenne. Non voleva dare soddisfazione al "mutino". Tu sei un partigiano - continuò il milite nero - e noi lo sappiamo. Hai partecipato a sequestrare un'auto. Un tuo amico ha già parlato e fatto i nomi, quindi è inutile negare. Adesso tu ci dici chi comanda a Nova e a chi erano dirette le armi.- Non so niente. Non conosco nessuno.
- Non fare lo stronzo, perché noi sappiamo come farti parlare.
- Non posso dire cose che non conosco.
Ormai la camicia nera urlava come un ossesso. Poi si mise dietro la schiena di Mario, prese la pistola e l'abbattè su Mario. Il colpo gli arrivò fra il collo e la spalla destra, gli smorzò il respiro e mentre cadeva, l'ultima cosa che Mario vide, fu il ghigno osceno del milite nero. Il silenzio della notte era rotto ogni tanto da un grido. Per il resto un silenzio completo avvolgeva la villa Reale di Monza. Quando Mario riprese i sensi, si trovò sdraiato nel lettino di una cella, con una coperta buttata sul corpo. Il freddo intenso lo intorpidiva, ma soprattutto era il dolore della spalla destra che lo infastidiva mentre la testa ronzava e un dolore lancinante sembrava perforargli il cervello. Si toccò la guancia sinistra e al tatto notò il gonfiore e il sangue rappreso. Ebbe difficoltà a ricordare cosa fosse successo. Poi, poco a poco, cominciò a ricordare. Sì, ora ricordava tutto. Era svenuto subito dopo il colpo col calcio della pistola ed ora sapeva perché il milite non portava la fondina. E adesso cosa gli avrebbero fatto?- Tu essere partigiano...
L'avevano condotto nello stesso ufficio del giorno prima e fatto sedere sulla solita sedia, di fronte alla scrivania dove era seduto il generale Tensfeld. In un tavolino, vicino ad una porta, lo scrivano pronto a raccogliere le dichiarazioni dei prigionieri. Mario notò, con sollievo, che il fascista non era presente. - Confiene a tutti non perdere tempo... Ancora quel ridicolo accento, ma il tono del tedesco era suasivo, accattivante. Sembrava una paternale nei confronti di un figlio un po' scapestrato. -... Ti risparmierai anche torture. Tanto poi tutti parlano. Tu fare nomi e io lascio andare come già fatto con tuo fratello... Per Mario fu una bella notizia. Luigi forse era già a casa dai genitori, dagli altri fratelli. Forse c'era qualche possibilità di farcela. Doveva guadagnare tempo, raccontare episodi vecchi, senza importanza, fare qualche nome di personaggi già bruciati. -... voi ittaliani tutti tradditori e maccaroni. Non afete coraggio di buoni soltati. Le parole colpirono Mario come frustrate. Cosa ne sapeva questo tedesco degli italiani.- Sì, è vero generale, sono un partigiano. Ma non sono un traditore e i nomi dei miei compagni non li farò mai. E voi tutti la pagherete perché saranno questi italiani che vi scacceranno.
- Basta - lo interruppe il generale alzandosi in piedi rosso in viso e suonando un campanello.
- Portatelo via, raus,!
Tre militi neri entrarono e lo portarono via, strattonandolo e dandogli dei pugni sulla nuca.La casa del Balilla di Monza, allo scalo merci, vicino allo stadio, è brutta, tetra e sinistra. Mario sa perfettamente che con quella frase gettata in faccia all'ufficiale tedesco, ha firmato la sua condanna. Sa che per lui non ci sono speranze. L'unica cosa che spera è di non essere torturato. Ma è una speranza illusoria. La casa del Balilla è proprio il luogo dove SS e fascisti hanno la possibilità di esprimere tutta la loro ferocia. Una delle tante "villa Triste" che gli scherani hanno disseminato nel nostro Paese. Quando lo portano all'interrogatorio, Mario è però calmo.
- Dunque non vuoi parlare? - gli chiede Werner, l'aguzzino delle SS.
- Non so nulla e non conosco nessuno.
Werner è un personaggio molto conosciuto fra gli uomini della Resistenza. Tutti hanno paura di lui, anche i suoi uomini. Ha improvvisi scatti d'ira e personalmente conduce gli interrogatori con sadismo. E mentre fa ciò gli piace parlare della sua casa natia, di argomenti musicali, di Bach e Beethoven. Poi, dopo il fervorino musicale, spesso la fucilazione. -Se non ti sbrighi a parlare ti metto in mano all'ucraino e lui ti farà parlare. Quando lo riportano in cella, svenuto, il viso di Mario è una maschera di sangue. L'ucraino ha cercato di farlo parlare, ma senza esito e Werner si meraviglia della resistenza di questi italiani. Anche l'anno prima, il 18 dicembre 1943, dopo l'esecuzione, da parte dei partigiani, del federale fascista Aldo Resega, gli avevano consegnato alcuni partigiani per farli parlare. Nove di essi li aveva mandati subito alla fucilazione, gli altri torturati. Uno di questi, Egidio Rubini, aveva preferito impiccarsi piuttosto di parlare. Lui, Werner, aveva una scheda molto aggiornata su questo partigiano. Sapeva che era stato in Spagna a combattere, che aveva comandato una formazione di "Maquis" in Francia, la resistenza francese, e che, a Milano, aveva organizzato i GAP. Forse era implicato anche nell'esecuzione dell'industriale Gerolamo Crivelli di Monza e di altri due personaggi, Primiero Lamperti, impiegato della Caproni e Piero de Angeli, due amici fidati dei Reich che con le loro delazioni le SS erano riuscite a dare un colpo notevole alla Resistenza. Con Rubini avevano tentato ogni possibile sadismo: gli avevano strappato le unghie, i capelli, gli avevano ricoperto con ferri roventi le ferite riportate in Spagna. Poi, svenuto, lo avevano abbandonato in cella. Quando lo andarono a riprendere, per un nuovo interrogatorio, lo trovarono morto. Egidio Rubini, era riuscito a strappare un lenzuolo e si era impiccato alle sbarre della cella. Si era ucciso pur di non rilevare i nomi dei compagni. E adesso anche questo ragazzo non vuole parlare. Werner guardò la scheda di Mario Sironi. In fondo al foglio, fra timbri e precisione burocratica, c'era la destinazione di Mario Sironi: Flossenburg. Werner sorrise. Poi alzò la cornetta e telefonò a Nadia, una ragazza italiana che aveva conosciuto qualche giorno prima, molto disponibile nei suoi confronti. Si mise d'accordo per la sera: l'avrebbe portata a cena nel miglior ristorante di Milano, poi a casa sua, dove l'avrebbe iniziata alle delizie che procurava una misteriosa polverina bianca e che lui, da un po' di tempo, usava frequentemente.Dal libro "Quattro strade" (capitolo 8 “Il progetto ‘Zement’, da pagina 155 a 174). Fuga dal treno Mario Sironi, dopo un po' di giorni, venne portato nel carcere di Monza e da qui dopo 3 settimane a quello di San Vittore dove resterà fino al 24 gennaio 1945. Prima in isolamento,
al secondo piano, poi in cella con altri carcerati. Ora si trovava in una grossa camerata già piena di altri giovani. E lì potè rivedere Emilio Bacio Capuzzo e Giovanni Frigerio, gli altri due suoi compagni che erano stati arrestati nella stessa notte del suo arresto. Ora stavano tutti e tre seduti per terra in attesa. In attesa di cosa? Da un po' di giorni girava la voce che sarebbero partiti per la Germania a lavorare, una partenza che secondo alcuni avrebbe dovuto arrivare da un momento all'altro. [...] L'indomani mattina i prigionieri furono tutti caricati su 4 pullman. Con loro, chiusi nei pullman, alcuni militari tedeschi. Ormai la destinazione è nota: Bolzano. Ma i pullman sono scassati e uno si rompe. Vengono sistemati, alla meglio, per passare la notte, nel carcere di Brescia. Poi l'indomani mattina, di nuovo verso Bolzano. II campo di concentramento di Bolzano, campo di transito, è un grande spiazzo rettangolare circondato da un'alta muraglia con le garitte per le sentinelle. Il comando è situato in una palazzina ad un tempo ti passerà. L'indomani mattina i prigionieri furono tutti caricati su 4 pullman. Con loro, chiusi nei pullman, alcuni militari tedeschi. Ormai la destinazione è nota: Bolzano. Ma i pullman sono scassati e uno si rompe. Vengono sistemati, alla meglio, per passare la notte, nel carcere di Brescia. Poi l'indomani mattina, di nuovo verso Bolzano. II campo di concentramento di Bolzano, campo di transito, è un grande spiazzo rettangolare circondato da un'alta muraglia con le garitte per le sentinelle. Il comando è situato in una palazzina ad un piano. Sulla destra, un grande capannone suddiviso internamente in baracche da muri. Per dormire, i prigionieri hanno a disposizione una fila di letti a castello, a due piani, lungo tutte le pareti e una doppia fila nel centro. Fra appelli, controappelli, conta ed altri adempimenti burocratici venne sera. Mario, Giovanni e Bacio restarono vicini nei castelli. L'indomani mattina consegnarono a tutti due pezzi di tela bianca con impresso un triangolo rosso e il numero di matricola di ciascuno. Tutti in fila, sfilarono davanti ad alcune donne deportate che cucirono le pezze sui pantaloni. [...] La mattina del 27 gennaio la sveglia è avvenuta prestissimo. Fuori è ancora buio e fa un freddo terribile. Quei pochi giorni, trascorsi a Bolzano, sono passati in fretta. Stavano tutti assieme nelle camerate. E ora?
- Fuori! Raus! Fuori!
Grida mischiate italiane e tedesche si sovrapponevano, ma una cosa era certa. Bisogna uscire dalle camerate, in fretta. Chi si attardava, conosceva sul proprio corpo bastonate e calci. Fuori, un po' spaventati al freddo, furono inquadrati nel piazzale per l'appello. Leggeva i nomi un graduato tedesco aiutato da un interprete italiano, in borghese. Poi, in fila per cinque, furono portati alla stazione dove già alcuni treni erano in attesa di caricare i prigionieri.- Mario, Giovanni, statemi vicino. Cercate di stare con me quando ci metteranno sui vagoni!
- Forza! Presto! Avanti!
Ora tedeschi e fascisti avevano aperto le porte dei carri bestiame. Poi, a gruppi di 50, venivano fatti salire sui carri. Nella confusione generale Mario Sironi restò un po' indietro rispetto ai compagni. Quando questi salirono, un militare tedesco lo prese per un braccio e lo portò verso un altro vagone. Bacio! - gridò Mario.Non ti rivedrò più, sono sicuro... Le porte dei vagoni sono ormai chiusi. Capuzzo si trova spinto verso l'interno del vagone. Sono una cinquantina, schiacciati uno sull'altro. Ritrova Giovanni, poi a forza di spinte riesce a crearsi un po' di spazio.
- Mario l'hanno portato su un altro vagone.
- Mi spiace. L'ho visto molto provato in questi giorni. Speriamo che lo possiamo ritrovare presto.
- Io non aspetto quel momento. Io voglio fuggire.
- Non dire stupidate!
Chi era intervenuto era una persona anziana, distinta, malgrado il vestito tutto stracciato.- Tu vuoi fuggire, ma non pensi a chi rimane? A quello che potrebbero farci?
- Fuggite anche voi!
- No. Io non fuggo. Ci hanno detto che ci portano a lavorare. Perché mai avrebbero dovuto dirci una menzogna. Se hanno bisogno di noi...
- E' quello che dico io - intervenne Frigerio -. Non ci possono mica ammazzare tutti.
La discussione, mentre il treno cominciava ad avviarsi, era generalizzata. Chi voleva fuggire e chi, invece, era convinto di potercela fare andando a lavorare in Germania. Voi fate come volete - disse Capuzzo-. Io se trovo il modo di fuggire lo faccio. Tanto qua ci ammazzeranno tutti lo stesso.- Sei un irresponsabile!
- No. Quel giovane ha ragione.
Era una persona sui 35 anni che aveva parlato. Vestiva semplicemente una tuta da lavoro sopra un maglione.- Sì ha ragione. Perché nessuno si deve fare illusioni. I tedeschi non ci portano in Germania per lavorare, ma per ucciderci.
- Come fai ad essere sicuro? Non ti rivedrò più, sono sicuro...
Le porte dei vagoni sono ormai chiusi. Capuzzo si trova spinto verso l'interno del vagone. Sono una cinquantina, schiacciati uno sull'altro. Ritrova Giovanni, poi a forza di spinte riesce a crearsi un po' di spazio.- Mario l'hanno portato su un altro vagone.
- Mi spiace. L'ho visto molto provato in questi giorni. Speriamo che lo possiamo ritrovare presto.
- Io non aspetto quel momento. Io voglio fuggire.
- Non dire stupidate!
Chi era intervenuto era una persona anziana, distinta, malgrado il vestito tutto stracciato.- Tu vuoi fuggire, ma non pensi a chi rimane? A quello che potrebbero farci?
- Fuggite anche voi!
- No. Io non fuggo. Ci hanno detto che ci portano a lavorare. Perché mai avrebbero dovuto dirci una menzogna. Se hanno bisogno di noi...
- E' quello che dico io - intervenne Frigerio -. Non ci possono mica ammazzare tutti.
La discussione, mentre il treno cominciava ad avviarsi, era generalizzata. Chi voleva fuggire e chi, invece, era convinto di potercela fare andando a lavorare in Germania. Voi fate come volete - disse Capuzzo-. Io se trovo il modo di fuggire lo faccio. Tanto qua ci ammazzeranno tutti lo stesso.Era una persona sui 35 anni che aveva parlato. Vestiva semplicemente una tuta da lavoro sopra un maglione.
- Sì ha ragione. Perché nessuno si deve fare illusioni. I tedeschi non ci portano in Germania per lavorare, ma per ucciderci.
- Come fai ad essere sicuro?
- Tutti quelli che sono partiti, non sono più tornati. Forse ci faranno anche lavorare, ma quando non serviremo più ci uccideranno.
-No. Non è possibile - continuò l'anziano -. Non c'è motivo per farlo. Noi andremo nelle fabbriche a lavorare e magari con la fine della guerra torneremo tutti a casa. Tu sei ebreo? Sì, ma cosa significa? Per me nulla - rispose l'operaio -. Ma pensaci. Quando ti hanno arrestato cosa ti hanno lasciato? Beh! Prima ci hanno detto di portare con noi tutte le cose di valore perché dovevamo fare un lungo viaggio...- ...E dove sono ora?
- Non lo so... Non mi hanno restituito più nulla. Due lacrime spuntarono sulle gote dell'anziano.
Io sono un musicista. Mi hanno portato via anche il clarino. E non so più che fine abbia fatto mia moglie e mia figlia. Ormai singhiozzava senza ritegno. Si era attaccato disperatamente a quella illusione, all'illusione di poter rivedere la sua famiglia. Ora quell'operaio lo faceva tornare alla realtà, alla dura realtà di quel vagone piombato.- Guardate come ci hanno messo - continuò l'operaio -. Vi sembra possibile che ci mettono in 50 dentro un vagone per portarci a lavorare?
No. Questi ci portano al macello. Ha ragione quel giovane che voleva fuggire. Anzi, io sono riuscito a nascondere una lima e l'userò per aprire la porta. Chi vuole può saltare giù con me. Gli altri sono liberissimi di restare. Il treno, intanto, percorreva lentamente il suo viaggio. Spesso si fermava, per delle ore, in aperta campagna. Da un piccolo finestrino, in alto del vagone, si poteva vedere qualcosa e a turno i prigionieri si arrampicavano e commentavano quello che vedevano. Ma ciò che vede era neve, neve e ancora neve. Verso sera erano ancora al Brennero, circondati da neve. L'operaio si era messo di buona lena a limare, attraverso la fessura, il catenaccio. Era un lavoro difficile proprio per lo spazio limitato che aveva per introdurre la lima. Dopo alcune ore di lavoro il catenaccio saltò. La porta, ora, si poteva aprire e bastò aprirla un poco per ricevere una ventata piacevole di aria pura anche se freddissima. Nel vagone, infatti, l'aria era ormai irrespirabile, la sete terribile. Ogni qual volta treno si fermava i prigionieri chiedevano, gridando, dell'acqua, ma senza risultato. Qualcuno allungò la mano fuori del vagone e riuscì a prendere un po' di ghiaccio e metterselo in bocca, imitato, con una certa confusione, dai più. Un angolo del vagone era stato usato come latrina e una puzza, che prendeva la gola, aleggiava ormai in tutto il vagone, oltre al fatto che chi era a ridosso dell'improvvisata latrina, spinto dagli altri, spesso era costretto a schiacciare l'immonda materia umana.- No, Bacio. Mi sembra troppo pericoloso. Io resto. Bacio e Giovanni si abbracciarono. Poi Bacio disse:
- Se puoi, stai attento a Mario. E' ancora debole. Stagli vicino e appena potete cercare di scappare anche voi.
L'operaio e altri due prigionieri erano già pronti per saltare. Lo fecero ad una curva mentre il treno rallentava. Bacio si attardava con Giovanni, quasi non volesse lasciarlo.- Vai Bacio! E' troppo pericoloso viaggiare con la porta aperta. Ci vediamo a Nova! Bacio lo toccò sulla testa, poi saltò nel silenzio della notte sulla neve fresca.
Giovanni Frigerio riuscì a tornare vivo dal campo di eliminazione. E rivide Bacio Capuzzo. Mario, purtroppo, non fece più ritorno. Bacio era saltato nei pressi di Fortezza, attorno alle 4 del mattino. Dopo varie peripezie, troverà un compagno di viaggio, saltato poco prima di lui, di Bovisio, e assieme cercheranno il modo per arrivare a Milano. Non è certo semplice trovare passaggi per due che sono scappati da un treno per l'internamento. Così, per avere più probabilità, decidono di dividersi. Bacio, entra in contatto con alcuni operai della Montecatini. Questi gli daranno dei bollini per mangiare e lo nasconderanno in un camion della stessa ditta che ogni settimana va a Milano. Ad Usmate scende. Da lì, con mezzi di fortuna, a Nova, dove continuerà la sua battaglia contro il fascismo che culminerà con la scelta di andare in Val d'Ossola, nella Brigata comandata da Cino Moscatelli. La tradotta, lentamente, procedeva il suo viaggio. A turno, nel vagone dove c'era Mario, ci si metteva sulle spalle del compagno per guardare fuori, per capire verso dove andavano, per respirare un po' di aria fresca. Ma i nomi non dicevano loro nulla: Hausham, Rosenheim, Steinhoring, Muhldorf, Passau. Dov'erano? Ad un certo punto il treno girò decisamente a sinistra. Poi si fermò. E Mario lesse un nome: Flossenburg. Da quella posizione non vedeva molto, sentiva solo delle parole urlate, probabilmente in tedesco, e vedeva qualche militare. Le porte, finalmente, si aprirono, li fecero scendere dai vagoni e incolonnati, pronti per marciare, per raggiungere la loro nuova destinazione. Mario e Giovanni erano di nuovo assieme. Questo li riempì di gioia e di ottimismo. Anche attraversando il paese, guardando le case con tanti bambini biondi che si sporgevano serenamente a guardare quell'esercito di straccioni, fu per loro motivo di ottimismo. Il pano- rama, poi, era a meraviglioso. Si trovavano in Bavaria, vicinissimi alla frontiera con la Cecoslovacchia, con pinete a perdite d'occhio. Era anche una bella giornata, con il sole ormai alto e tanta neve attorno. Ma l'ottimismo durò poco. Superato il paese la loro marcia venne interrotta da una sbarra che fu alzata appena loro arrivarono. Tutto attorno cartelli che avvertivano che quella era zona militare e non ci si avvicinare. Vicino alla sbarra alcune SS Testa di morto, le guardie dei campi di sterminio nazisti che ridevano e ogni tanto, a caso, davano qualche calcio o qualche pugno al prigioniero più vicino a loro. All'entrata del campo c’era una scritta a grandi lettere: KONZENTRATIONSLAGER FLOSSENBURG. Attorno al campo, filo spinato; tre sbarramenti, per impedire eventuali fughe, percorsi da corrente ad alta tensione. All'entrata, sulla sinistra, una specie di torretta dove il comandante del campo faceva la conta dei prigionieri che entravano. Giovanni e Mario erano ammutoliti. C'era un senso di oppressione che mal si conciliava con il paesaggio, tutto pini e collinette.Ma non ebbero troppo tempo di pensare. Furono subito messi in quadrato e un ufficiale delle SS disse alcune frasi che un interprete tradusse: - Qui si entra e non si esce più, se non morti o per andare in un altro campo come questo. Il cibo che vi verrà dato basta solo a non morire. Una frase terribile che spense gli ultimi sussulti di ottimismo dei prigionieri. Poi vennero tutti portati alla vestizione, sotto un grande tendone. Giovanni e Mario erano nudi, in fila. Fu la prima cosa che i tedeschi fecero. Togliergli i vestiti fu come togliere loro l'identità. E gli avevano tolto tutto quello che possedevano: orologi, anelli, spille, catenine. Anche in bocca guardavano. Se qualcuno aveva denti d'oro venivano estratti all'istante, fra le grida dei malcapitati. Ad uno ad uno passarono davanti ad altri prigionieri, seduti su sgabelli, che con rasoi e forbici gli rasero tutti i peli in tutte le parti del corpo. Un'operazione dolorissima perché compiuta senza nessun accorgimento. Infine li raggrupparono davanti ad una costruzione bassa: le docce. Gli inservienti delle docce avevano il triangolo verde dei delinquenti comuni tedeschi e fra una spinta e l'altra fecero loro assaggiare i bastoni che tenevano in mano. Dopo la doccia, mentre passavano tutti in fila, gettavano loro la divisa del campo: mutante, camicia, maglia, pantaloni, giacca. Le misure erano a caso. Le giacche, davanti e dietro, avevano delle vistose lettere, K.L., verniciate. Alla fine, anche un paio di zoccoli di tela. Dopo la doccia vennero accompagnati verso alcune baracche, i Block, tutti numerati all'esterno. Nella baracca dei due novesi, li aspettava il capo-blocco, un triangolo verde. L'interprete fece in fretta a tradurre. Jo sono il capo blocco, questo è il segretario, gli altri gli aiutanti. Mi dovete obbedienza assoluta: ho diritto di vita e di morte su ognuno di voi. Fece l'appello chiarendo che ogni qualvolta si veniva chiamati, bisognava rispondere "irch". I prigionieri avevano adesso il cuore gonfio di tristezza. Non sembrava loro possibile una vita del genere. Mentre aspettavano nuovi ordini videro al di là di un divisorio di filo spinato, un gruppo di prigionieri che si apprestava a ricevere la zuppa. Erano di una magrezza spaventosa, ma la cosa che li fece più inorridire fu alla fine, quando un gruppo di prigionieri, infilarono le mani nei pentoloni ormai vuoti e se li leccarono incuranti delle bastonate che i guardiani, ridendo, assestavano in continuazione. Mario guardò Giovanni che non riusciva a distogliere gli occhi da quelle figure spettrali. Ci ridurremo anche noi così? Con le forbici gli rasero tutti i peli in tutte le parti del corpo. Un'operazione dolorissima perché compiuta senza nessun accorgimento. Infine li raggrupparono davanti ad una costruzione bassa: le docce. Gli inservienti delle docce avevano il triangolo verde dei delinquenti comuni tedeschi e fra una spinta e l'altra fecero loro assaggiare i bastoni che tenevano in mano. Dopo la doccia, mentre passavano tutti in fila. gettavano loro la divisa del campo: mutante, camicia, maglia, pantaloni, giacca. Le misure erano a caso. Le giacche, davanti e dietro, avevano delle vistose lettere, K.L., verniciate. Alla fine, anche un paio di zoccoli di tela. Dopo la doccia vennero accompagnati verso alcune baracche, i Block, tutti numerati all'esterno. Nella baracca dei due novesi, li aspettava il capo-blocco, un triangolo verde. L'interprete fece in fretta a tradurre. Jo sono il capo blocco, questo è il segretario, gli altri gli aiutanti. Mi dovete obbedienza assoluta: ho diritto di vita e di morte su ognuno di voi. Fece l'appello chiarendo che ogni qualvolta si veniva chiamati, bisognava rispondere "irch". I prigionieri avevano adesso il cuore gonfio di tristezza. Non sembrava loro possibile una vita del genere. Mentre aspettavano nuovi ordini videro al di là di un divisorio di filo spinato, un
gruppo di prigionieri che si apprestava a ricevere la zuppa. Erano di una magrezza spaventosa, ma la cosa che li fece più inorridire fu alla fine, quando un gruppo di prigionieri, infilarono le mani nei pentoloni ormai vuoti e se li leccarono incuranti delle bastonate che i guardiani, ridendo, assestavano in continuazione. Mario guardò Giovanni che non riusciva a distogliere gli occhi da quelle figure spettrali. Ci ridurremo anche noi così? Mario! Noi dobbiamo farcela, non possiamo ridurci così. Noi siamo giovani, quelli sono vecchi. Giovanni non sapeva che quegli spettri avevano la loro età. Tutti sui 20 anni. Solo che erano arrivati a Flossenburg prima di loro. Anche a loro diedero da mangiare, sempre schierati, bastonati e controllati: un pezzettino di margarina sintetica e un pezzetto di pane. Pane? Era qualcosa di simile ma non era pane. Era una cosa strana con dentro pezzi di paglia. E, il tutto, bisognava mangiarlo all'aperto, al freddo, per non sporcare la baracca. Alla fine fu concesso ai prigionieri di prendere posto nei giacigli. Pigiati uno sull'altro, due per ogni pagliericcio, in castelli a tre piani. Nei pagliericci la paglia era scarsa e a grumi, così che i prigionieri erano in pratica sdraiati sul duro legno. In mezzo alla baracca una fila di tavoli e seggiolini dove il capo-blocco e gli aiutanti consumavano i pasti. Una tenda separava la cuccetta del capo-blocco.
- Giovanni, comincio a pensare che Bacio ha fatto bene a fuggire.
- Sì, lo credo anch'io. Però se riusciamo a farci assegnare alle squadre di lavoro siamo a posto. Se hanno bisogno di noi per lavorare dovranno pur trattarci meglio. Forse questo è solo il primo giorno. Poi andrà meglio.
Ruhe! Ruhe! - il capoblocco intimava, gridando, il silenzio. Nell'oscurità della baracca pochi dormivano. Si sentiva piangere sommessamente. Ogni tanto da qualche pagliericcio vicino, un'esclamazione più alta, "Mamma!", poi continui movimenti per cercare la posizione più comoda, un'operazione questa non semplice perché si urtava contro il corpo del vicino, suscitando riprovazione. A Flossenburg fu portato anche Antonio Scollo, un giovane partigiano, uno dei pochi che ritornò da quel campo. Da quella terribile esperienza scrisse un bel libro: "I campi della demenza". [...]. Anche a loro toccarono le bastonate per farli uscire in fretta da parte degli aguzzini con il triangolo verde, anche loro si dovettero lavare con l'acqua gelida, senza potersi asciugare. Quando uscirono dalla baracca li accolse un nauseabondo odore dolciastro, di carne e grasso bruciato, mentre dietro ad alcune baracche si levava una colonna di fumo nero. Non ci volle molto a capire cosa fosse. Qualche prigioniero più vecchio di loro spiegò che era il crematorio, il krematorium. Seppero anche che la loro squadra sarebbe stata inviata in Arbeitkommando, cioè al lavoro. Se tutto andava per il meglio, se sarebbero riusciti a superare le difficoltà del lavoro, sarebbero finiti al "convalescenziario, l'anticamera del forno crematorio. In un modo o nell'altro - come avevano sentito appena entrati - da lì non sarebbero usciti vivi. Mario, Giovanni e i nuovi arrivati ora non parlavano più, non domandavano più nulla. L'oscurità del pessimismo li stava ormai avvolgendo. CAPITOLO 13 (da pagina 251 a 262) I morti non si baciano Giovanni Frigerio e Mario Sironi erano stati divisi. Per tutti e due fu un brutto momento. Certo, c'erano nel campo altri italiani e una certa solidarietà esisteva, ma il fatto di venire separati non aveva certo aiutato l'ottimismo dei due novesi. Anche le baracche dovedormivano erano divise e Mario si era trovato vicino ad uno di Cesano Maderno, Mario Monguzzi, con cui divideva il poco spazio a disposizione. Erano diventati amici e il fatto di abitare a pochi chilometri di distanza uno dall'altro, li aveva uniti ancora di più. Erano, però, stati assegnati, sia Giovanni che Mario Sironi all'Arbeitkommando, la squadra di lavoro. Alle quattro del mattino risuonava il grido del Blockaltester, il capobaracca, triangolo verde: "Aufstehen, schnell" (alzarsi presto). Poi tutti a lavarsi, senza potersi asciugare, nel Waschraum, poi ancora, sempre correndo sull' Appellplatz, il piazzale dell'appello. Infine, tutti in fila, ben allineati si partiva per il lavoro. Alla porta il solito grido idiota e senza senso: "Mutzen ab!" (giù i berretti) e usciti tutti "Mutzen auf!" (ricopritevi). Erano stati assegnati ad un lavoro in una officina, guardati a vista dall' Oberkapo di fabbrica che non esitava a bastonarli ogni qual volta vedeva un lavoro mal fatto. Si lavorava con un trapano elettrico. Si facevano dei fori su lamiere che sembra servissero per le riparazioni di materiale di guerra. Se un foro era fatto male era sabotaggio, punito a secondo dell'umore dell'Oberkapo, da 25 a 50 nerbate o all'impiccagione. Mario e Giovanni erano nella stessa immensa officina, ma non potevano avvicinarsi né parlare fra loro. Solo nella pausa di mezzogiorno, dopo il grido di "Mittag, Mittag, essen" (mezzogiorno giare) riuscivano a stare vicini.
- Come stai Mario?
- Non bene. Ho questa gamba che mi preoccupa.
Mario rialzò un po' i calzoni e Giovanni vide un gonfiore violaceo che lo impressionò. Cosa hai fatto?- Niente. Ieri mattina quando mi hanno chiamato per l'appello ho scoperto che era gonfia e dura.
-Senti Mario. Io cerco di trovare qualcosa. C'è un polacco che lavora al revier, all'infermeria, che è diventato mio amico. Vedrò cosa posso fare. Tu, però, non farti ricoverare. -No... In infermeria non ci vado. Quelli che ci vanno non tornano più. -L'importante è continuare ad essere assegnati all'officina. Così di mattina riusciamo a mettere in pancia la fetta di pane che ci danno in più.- L'importante che non si accorgano loro della gamba. A quelli malati non li mandano a lavorare e ogni mattina nel Warschraum ci sono dei cadaveri... Quando finirà... Non c'è la faccio più.
- Non lasciarti andare Mario. Ormai è marzo. Si dice che le truppe russe stiano avanzando... "Arbeit, Arbeit" (al lavoro). Il grido risuonò forte nel capannone e interruppe Giovanni che tentò velocemente di raggiungere il suo posto senza farsi vedere dall' Oberkapo. Tentativo malriuscito perché sulla sua testa si abbatte il tubetto di rame del triangolo verde accompagnato dalle grida: "Macaroni, Badoglio". Ma, forse, quel giorno l'Oberkapo
era in buona. Non gli fece altro e Giovanni potè riprendere il suo lavoro al trapano. Quando di sera li fecero rientrare, Mario faceva fatica a camminare. Li tennero per delle ore fermi ad aspettare il pane. Poi, finalmente, venne il permesso di potersi sdraiare. Ma non era finita. Dopo alcune ore, ancora imbruttiti del sonno, furono fatti scendere dalle cuccette con i soliti comandi gridati. -Appellium, Eins, Zwei, Drei, Vier, Muttzen ab, Mutzen auf, schnell, schnell. Ormai erano tutti fuori, al freddo, coperti in malo modo, al buio, senza zoccoli. Venne portato un prigioniero, magrissimo, nudo, una larva umana. Il poveretto aveva osato, mentre veniva picchiato da un kapo, alzare un braccio, come per colpire l'uomo o difendersi. Era stato bastonato, massacrato di botte. Adesso, davanti, a tutti, come monito, era stato legato, nudo, ad un palo, mentre un kapo, lo investiva con un getto d'acqua gelata. Fu lasciato cosìlegato, per tutta la notte. Nessuno seppe se morì subito o durante le ore della notte. I prigionieri guardavano sbigottiti. In mezzo a loro passavano i kapo e guai se qualcuno abbassava la testa per non vedere. Dovevano guardare! Anche Mario guardava quel povero corpo. Ma dagli occhi, malgrado fosse notte e forse i kapo non se ne sarebbero accorti, non scesero lacrime. Mario non aveva più lacrime. Finita la feroce esecuzione, partirono per andare a lavorare. Non li avevano fatto dormire e, per ciò che era avvenuto, non gli avevano dato il solito pezzo di pane e il filo di margarina. Macaroni maledetto! Sabotage! Mario mentre tagliava un pezzo di lamiera, stanco, con la vista annebbiata dalla fame e dal sonno, dal freddo, dal dolore della gamba, non si era accorto che ne aveva tagliata troppa. L'Oberkapo continuava, con il maledetto tubo di rame, a picchiarlo. Mario era a terra e un calcio del kapo gli aveva colpito la gamba malata e lo aveva fatto gridare dal dolore. Raus, Rus! Mario fu mandato via dall'officina e assegnato ad una squadra che doveva andare a lavorare nella cava di pietra. Era una punizione tremenda. All'aperto, senza guanti, bisognava trasportare dei massi di granito per oltre un chilometro. Dopo un'ora di lavoro, Mario, come del resto tutti i suoi compagni, ai piedi aveva grosse vesciche. Dell'Oberkapo della cava si raccontavano cose tremende. Spesso afferrava un piccone e lo calava con forza sulla testa del prigioniero più vicino. C'è anche una scalinata e quando i prigionieri, caricati dai massi, erano in cima, il kapo ne spingeva qualcuno giù. Mario viene messo nella squadra che deve togliere il ghiaccio dai gradini della scalinata. Con un raschietto e senza guanti non è facile. E se non è fatto alla perfezione, sono bastonate. Anche quella notte Mario non potè dormire. Dopo averli trattenuti sul piazzale per oltre un'ora sotto un'acqua gelida, li mandarono a dormire. Non passò molto che furono di nuovo svegliati dal grido di "Aufstehen Lausenkontrolle!" (sveglia, controllo dei pidocchi!). All'aperto dovevano passare nudi davanti al Blocktester, salire su uno sgabello illuminati da una potente lampada. Poi tutti al bagno sotto un getto potente di acqua calda. Infine, sempre nudi, tutti fuori ad asciugare. [...]. Giovanni Frigerio non riuscì ad avvicinarsi a Mario e dare a lui l'unguento, che gli aveva procurato il polacco, per diversi giorni. Una mattina era suonato l'allarme e i prigionieri erano stati lasciati nelle camerate. Giovanni riuscì ad arrivare alla cuccetta di Mario. Era sdraiato, magrissimo e pallido. La gamba era gonfia a dismisura e aveva dovuto tagliarsi una parte dei pantaloni per poterseli infilare, le mani e i piedi tutti tagliati e piene di vesciche. Giovanni guardò desolato Mario Monguzzi che scosse la testa. Poi gli rialzarono un poco la testa e gli diedero da bere. Mario prese a tossire e non riuscì a mandare giù che qualche goccia.
- Mario, sono Giovanni. Ti ho portato la medicina. Ora la mettiamo e così ti sentirai meglio.
- No... è inutile... Lasciami in pace, voglio morire.
- Ma cosa dici. Dai - si rivolse a Mario Monguzzi - aiutami ad alzargli la gamba.
Appena mosse la gamba di Mario, dalla ferita si sparse un fetore tremendo. Era grossa, sempre più viola, purulenta. Giovanni ricacciò indietro il vomito e prese, delicatamente, a mettergli la pomata. Mario sembrava insensibile anche al dolore. Continuava a tenere gli occhi chiusi. Se domani se ne accorgono - disse Monguzzi - lo porteranno all'infermeria.- No! - rispose Frigerio - non deve andare. Sennò è la fine.
Il guaio - continuò Monguzzi - è che il kapo ormai se la prende sempre con lui. Ieri lo ha picchiato di nuovo. Maledetto!Mario agitò la testa, poi aprì gli occhi.
- Giovanni... ho molto caldo. Devo avere la febbre. Dammi da bere.
La poca acqua rimasta nella gamella finì quasi tutta sui laceri vestiti di Mario. Non riusciva, ormai ad inghiottire, quasi nulla.- Ieri la sua razione - disse Monguzzi - se l'ha mangiata il russo che gli dorme vicino e lui non ha fatto una piega. Sembra che non gli interessi niente.
Giovanni... senti... ho sempre in mente quando siamo andati al parco di Monza, in bicicletta... Ti ricordi. Come sarà adesso con la neve... Il sole. Ho voglia di sole... Non ho fatto niente... andiamo via. dobbiamo fermare... mamma! Erano frasi smozzicate, senza senso. La febbre alta lo faceva delirare. Giovanni gli bagnò la fronte.- Sì mi ricordo Mario. E appena arriviamo a Nova ci andiamo ancora al parco di Monza. E tu starai davanti a tutti, perché in bicicletta sei sempre stato il più veloce. E poi andremo anche a ballare e al cinema.
Mario, i russi sono oltre Stalingrado. Per le fragole siamo a Nova.- Ho voglia... la mamma...
Se almeno ci fosse ancora Diena! Giovanni si riferiva a Giuseppe Diena, un medico torinese, ebreo, antifascista che a Flossenburg aveva cercato sempre di aiutare, come poteva, tutti. Non aveva mezzi, materiale medico, eppure riusciva a passare da tutti a dire una buona parola, ad aggiustare una fasciatura, a portare un po' di carta igienica, trovata chissà dove, per fasciare un flemmone, una ferita. No. Diena non c'era più. Era stato ucciso a bastonate all'inizio di marzo, il giorno due. Suonò la sirena del cessato allarme e si cominciarono a sentire le solite grida gutturali dei kapo. Debbo andare Mario. Ritornerò a trovarti. Cerca di mangiare qualcosa.- No... non andare...
Mario si afferrò al braccio di Giovanni. Poi lasciò la presa e chiuse gli occhi. Quando la mattina dopo furono svegliati nel solito modo Mario fece più fatica del solito a scendere dalla cuccetta. Monguzzi e il russo cercarono di aiutarlo, anzi, il russo gli diede due schiaffi sulle guance per fargli passare il pallidume diffuso, per dimostrare che Mario stesse bene. Ma bisognava correre fuori, all'aperto e questo Mario non lo poteva più fare.- Macaroni, italiansky, badoglio!
Il kapo si era accorto subito delle condizioni di Mario e ghignava urlando. Krematorium! Krematorium! Invece del crematorio, lo portarono all'infermeria, al revier, proprio dove nessuno voleva andare! Ormai erano alcuni giorni che sta lì. Quando Giovanni, attraverso il polacco, riuscì ad andarlo a vedere, Mario era alla fine. Aveva ogni tanto sprazzi di lucidità. Ma la maggior parte del tempo la passava inebetito. Al revier erano tutti nudi, anche in quattro per cuccetta. Una puzza tremenda aleggiava in tutta la baracca e non veniva praticata nessuna cura. Sulla fronte, Mario aveva un numero tracciato con la vernice, il numero 4. Era, questa, un'abitudine del dottore del campo: segnava 1 se le condizioni del prigioniero erano buone; 2 se le condizioni erano così così; 3 tutti gli altri. Per i numeri successivi la condanna era segnata.Sì lo so. Ti ringrazio. Oggi, come promesso, ti porto quattro sigarette...
- Margarina! Essen!
Il polacco cercava di farsi capire che voleva mangiare, soprattutto margarina- Sì. Ieri mattina non l'ho mangiata e la fetta ce l'ho qui.
Così facendo Giovanni si tolse gli zoccoli e diede al polacco due finissime fette di pane sporche di margarina. Per non farseli trovare dai cercarono di aiutarlo, anzi, il russo gli diede due schiaffi sulle guance per fargli passare il pallidume diffuso, per dimostrare che Mario stesse bene. Ma bisognava correre fuori, all'aperto e questo Mario non lo poteva più fare.- Macaroni, italiansky, badoglio!
Il kapo si era accorto subito delle condizioni di Mario e ghignava urlando. Krematorium! Krematorium! Invece del crematorio, lo portarono all'infermeria, al revier, proprio dove nessuno voleva andare! I prigionieri nascondevano il pane fra la pianta del piede e gli Zoccoli. Non aveva nessuna importanza se i piedi erano infetti e sporchi di sangue. L'importante era mangiare! Ed era quello che in quel momento stava facendo il polacco, con il triangolo nero cucito sulla giacca, il segno degli asociali. Giovanni guardò il polacco mangiare la sua razione e inghiottì amaro. Aveva saltato due Fruhstuck, come venivano chiamati dai tedeschi, due colazioni, per dare la fetta a quel polacco.- Muoviti a parlare al tuo italiansky. Dottore non tarda.
- Mario! Mario!
Giovanni chiamò l'amico sottovoce dopo essere riuscito a farsi largo fra alcuni corpi nudi. Anche Mario era nudo, di una magrezza spaventosa. L'unica cosa grossa che aveva era la gamba sinistra, un flemmone enorme. Lasciò perdere Mario e andò dal polacco.- La gamba. Bisogna curare la gamba!
No. Niente gamba. Tuo amico kaput! Niente medicine! Giovanni ritornò nella cuccetta di Mario. Gli sollevò la testa e di nuovo lo chiamò. Mario aprì gli occhi con grande sforzo.- Sei tornato?
- Come stai?
- Mi fa male solo... la gamba. Sto bene.
- Ma cosa ti fanno qui?
- Niente. Qua si muore.
- Non dire stupidate. Ricordati che dobbiamo tornare.
- No. Io non torno più. E poi non ho vogli... sono stanco, voglio dormire.
-Senti Mario. Ormai è aprile. Basta un piccolo sforzo. Ho saputo che i tedeschi si stanno ritirando, i russi avanzano e gli americani sono vicini a noi. Anche nel campo hanno allentato la vigilanza. Mario aveva di nuovo chiuso gli occhi. Giovanni lo scosse preoccupato. Svegliati! Mario! Non lasciarti andare. Ti ho portato un po' di carne. Giovanni mise una mano in tasca e, con molta circospezione, tiro fuori una specie di pallina rossa, un pezzetto di carne che era riuscito a procurarsi in un momento che il kapo non si era accorto mentre la lanciava al proprio cane. O, forse, era talmente cattivo, quel pezzetto di carne, che neppure il cane l'aveva voluta. Gliela mise fra le labbra.Ma Mario ebbe come un rigurgito.
- Non ce la faccio.
- Sforzati a mandare giù qualcosa.
- No... Ho sonno... Sognavo un campo... pannocchie. Quanto tempo che non vedo un campo!
- Lo vedrai ancora Mario. Devi reagire!
Si era di nuovo appisolato. Il polacco fece fretta a Giovanni per paura che tornasse il medico. Giovanni lasciò Mario così, mentre dormiva. Non lo rivide più. Quella stessa notte il corpo di Mario Sironi venne gettato all'ingresso del Waschraum, assieme agli altri cadaveri deceduti quella notte. Lo notò, casualmente, Mario Monguzzi mentre stava trasportando nel mucchio un altro prigioniero della sua baracca. Questi si era permesso di fasciarsi i piedi con pezzetti di coperta lacera e strappata. Fu bastonato a morte e gettato vicino al corpo di Mario Sironi, numero di matricola 43768. Monguzzi andò subito ad avvisare Gianfranco Mariconti, un partigiano di Lodi che stava nella stessa baracca dei due, la numero 20. Mariconti aveva combattuto nelle Langhe dove si era arruolato nella 49a Brigata "Domenico Viano". Nel Canavese era stato ferito dai tedeschi, alla gamba sinistra, arrestato, medicato in qualche modo e portato a Flossenburg, con lo stesso trasporto di Mario Sironi. Svegliati! Mario! Non lasciarti andare. Ti ho portato un po' di carne. Giovanni mise una mano in tasca e, con molta circospezione, tiro fuori una specie di pallina rossa, un pezzetto di carne che era riuscito a procurarsi in un momento che il kapo non si era accorto mentre la lanciava al proprio cane. O, forse, era talmente cattivo, quel pezzetto di carne, che neppure il cane l'aveva voluta. Gliela mise fra le labbra. Ma Mario ebbe come un rigurgito.- Non ce la faccio.
- Sforzati a mandare giù qualcosa.
- No... Ho sonno... Sognavo un campo... pannocchie. Quanto tempo che non vedo un campo!
- Lo vedrai ancora Mario. Devi reagire!
Si era di nuovo appisolato. Il polacco fece fretta a Giovanni per paura che tornasse il medico. Giovanni lasciò Mario così, mentre dormiva. Non lo rivide più. Quella stessa notte il corpo di Mario Sironi venne gettato all'ingresso del Waschraum, assieme agli altri cadaveri deceduti quella notte. Lo notò, casualmente, Mario Monguzzi mentre stava trasportando nel mucchio un altro prigioniero della sua baracca. Questi si era permesso di fasciarsi i piedi con pezzetti di coperta lacera e strappata. Fu bastonato a morte e gettato vicino al corpo di Mario Sironi, numero di matricola 43768. Monguzzi andò subito ad avvisare Gianfranco Mariconti, un partigiano di Lodi che stava nella stessa baracca dei due, la numero 20. Mariconti aveva combattuto nelle Langhe dove si era arruolato nella 49a Brigata "Domenico Viano". Nel Canavese era stato ferito dai tedeschi, alla gamba sinistra, arrestato, medicato in qualche modo e portato a Flossenburg, con lo stesso trasporto di Mario Sironi. Raccon- ta Gianfranco Mariconti: Era il 7 aprile 1945!Pochi giorni dopo, il 13 aprile venne evacuato il campo di Swickau, proprio dove era morto Sironi, un campo di lavoro dipendente da Flossenburg. Gli Alleati erano alle porte e i prigionieri furono fatti marciare in direzione della Cecoslovacchia, una marcia durata dieci giorni. Partirono in 1.500. Ne arrivarono solo 150. Molti perirono di stenti, tanti altri uccisi dalle pistolmachine dei tedeschi. Sui loro cinturoni c'era stampigliata una scritta: "Gott mit uns", "Dio è con noi"!