Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira
Guido Cavalcanti
Questo sonetto è dedicato alla lode della donna, tema centrale già nella poesia di Guinizzelli, che Cavalcanti affronta in maniera nuova.
L'apparizione della donna desta così meraviglia per le sue qualità da impedire, a chi ne è testimone come il poeta, di parlarne e di comprenderne fino in fondo la potenza.
Parafrasi
Metrica
Sonetto di endecasillabi raggruppati in due quartine e due terzine
Metrica
SCHEMA DELLE RIMEQuartine di rime incrociate
Metrica
SCHEMA DELLE RIMETerzine di rime invertite
Metrica
Rime ricche ai vv. 1 e 8 e ai vv. 2 e 3
Livello lessicale
vv.3-4è presente un enjambement parlare / null’omo Sul piano delle scelte lessicali il poeta evita le consonanti aspre
Latinismi: “chiaritate”, “umiltà”, “ira”; Provenzalismi: “piagenza”, e poi “virtute”, “beltate”, “salute”, “canoscenza”
Figure retoriche
In questo testo compaiono iperboli ai vv. 2 (la donna fa tremare l’aria intorno), 8 (ogni altra donna al suo cospetto appare superba), 11 (la stessa bellezza la addita come sua divinità). L’iperbole è una figura di pensiero che enfatizza un concetto mediante la sua esagerazione.
Interrogativa retorica: Chi è questa che vèn?
Allitterazione: della nasale “m” o “n” nelle quartine: ven, om, mira, tremar, mena, amor, null’omo, ma, ciascun, sembra, quando, Amor, nol, cotanto, umiltà, dona, mi, chiam; della “r”: mira, tremar, are, Amor, parlare, sospira, sembra, gira, Amor, savria, contare, pare, altra, ver, ira; della “t” (v. 7): cotanto d’umiltà;
Enjambement: parlare / null’omo (vv. 3-4);
Anastrofe: di chiaritate l’are (v. 2);
Antitesi: umilità - ira (vv. 7-8);
Figure retoriche
Apostrofe: o Deo (v. 5);
Personificazione: dical' Amor (vv. 3, 6);
Chiasmo: parlare / null’omo pote, ma ciascun sospira (vv. 3-4);
10
Anafora: che /ch’ /ch’ / che (vv. 2, 8, 10, 14); non / non / e non (vv. 9, 12, 13);
11
Metafore: a lei s'inchin' ogni gentil (v. 10), e la beltate per sua dea (v. 11).
Temi
Temi
Struttura
Il sonetto può essere diviso in 4 tempi.vv. 1-4 Il poeta vede la donna che si avvicina e domanda a se stesso e agli altri chi è, qual è la sua vera identità (che non va intesa come l’identità anagrafica, il nome, ma piuttosto come la sua vera essenza), visto che ha effetti così dirompenti tanto su coloro che la contemplano (incapaci di articolare parola, possono soltanto sospirare) quanto sull’atmosfera intorno a lei (è la meravigliosa immagine sinestetica dell’aria che trema di chiarezza).
vv. 5-8 La descrizione si concentra sulle fattezze della donna, ma il tentativo di esprimerle con parole («che sembra quando li occhi gira») fallisce subito, per l’ineffabilità di tanta bellezza («dical’ Amor, ch’i’ nol savria contare»): la donna è “signora (donna = domina) dell’umiltà”, cioè è umilissima, tanto che ogni altra creatura femminile, a paragone con lei, merita il nome di ira, cioè di sdegno, superbia.
vv. 9-11 Se nella prima quartina la lode era basata sugli effetti della donna, nella seconda sul suo atteggiamento, ora diventa una lode iperbolica, che diventa allegoria: ogni più nobile (gentile) virtù, dice il poeta, si inchina di fronte a lei, e la bellezza (ma possiamo anche qui usare la maiuscola: Beltate) indica in lei la sua dea, la sua regina. Dalla realtà terrena ci siamo spostati in una sorta di Olimpo: l’aura miracolosa che circonda la donna si fa ancora più densa.
vv. 12-14 Nel quarto tempo la donna è un essere così perfetto che non solo non può essere adeguatamente descritto, ma non può neppure essere compreso da mente umana. La poesia del Duecento aveva già sviluppato il topos della donna perfetta, celestiale; ma mai con tanta chiarezza essa era stata assimilata a una creatura ultraterrena, ontologicamente diversa da chi ha il bene di contemplarla.
CAVALCANTI - Chi è questa che ven, ch'ogn'om la mira
Patrizia Codutti
Created on November 3, 2023
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Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira
Guido Cavalcanti
Questo sonetto è dedicato alla lode della donna, tema centrale già nella poesia di Guinizzelli, che Cavalcanti affronta in maniera nuova.
L'apparizione della donna desta così meraviglia per le sue qualità da impedire, a chi ne è testimone come il poeta, di parlarne e di comprenderne fino in fondo la potenza.
Parafrasi
Metrica
Sonetto di endecasillabi raggruppati in due quartine e due terzine
Metrica
SCHEMA DELLE RIMEQuartine di rime incrociate
Metrica
SCHEMA DELLE RIMETerzine di rime invertite
Metrica
Rime ricche ai vv. 1 e 8 e ai vv. 2 e 3
Livello lessicale
vv.3-4è presente un enjambement parlare / null’omo Sul piano delle scelte lessicali il poeta evita le consonanti aspre
Latinismi: “chiaritate”, “umiltà”, “ira”; Provenzalismi: “piagenza”, e poi “virtute”, “beltate”, “salute”, “canoscenza”
Figure retoriche
In questo testo compaiono iperboli ai vv. 2 (la donna fa tremare l’aria intorno), 8 (ogni altra donna al suo cospetto appare superba), 11 (la stessa bellezza la addita come sua divinità). L’iperbole è una figura di pensiero che enfatizza un concetto mediante la sua esagerazione.
Interrogativa retorica: Chi è questa che vèn?
Allitterazione: della nasale “m” o “n” nelle quartine: ven, om, mira, tremar, mena, amor, null’omo, ma, ciascun, sembra, quando, Amor, nol, cotanto, umiltà, dona, mi, chiam; della “r”: mira, tremar, are, Amor, parlare, sospira, sembra, gira, Amor, savria, contare, pare, altra, ver, ira; della “t” (v. 7): cotanto d’umiltà;
Enjambement: parlare / null’omo (vv. 3-4);
Anastrofe: di chiaritate l’are (v. 2);
Antitesi: umilità - ira (vv. 7-8);
Figure retoriche
Apostrofe: o Deo (v. 5);
Personificazione: dical' Amor (vv. 3, 6);
Chiasmo: parlare / null’omo pote, ma ciascun sospira (vv. 3-4);
10
Anafora: che /ch’ /ch’ / che (vv. 2, 8, 10, 14); non / non / e non (vv. 9, 12, 13);
11
Metafore: a lei s'inchin' ogni gentil (v. 10), e la beltate per sua dea (v. 11).
Temi
Temi
Struttura
Il sonetto può essere diviso in 4 tempi.vv. 1-4 Il poeta vede la donna che si avvicina e domanda a se stesso e agli altri chi è, qual è la sua vera identità (che non va intesa come l’identità anagrafica, il nome, ma piuttosto come la sua vera essenza), visto che ha effetti così dirompenti tanto su coloro che la contemplano (incapaci di articolare parola, possono soltanto sospirare) quanto sull’atmosfera intorno a lei (è la meravigliosa immagine sinestetica dell’aria che trema di chiarezza).
vv. 5-8 La descrizione si concentra sulle fattezze della donna, ma il tentativo di esprimerle con parole («che sembra quando li occhi gira») fallisce subito, per l’ineffabilità di tanta bellezza («dical’ Amor, ch’i’ nol savria contare»): la donna è “signora (donna = domina) dell’umiltà”, cioè è umilissima, tanto che ogni altra creatura femminile, a paragone con lei, merita il nome di ira, cioè di sdegno, superbia.
vv. 9-11 Se nella prima quartina la lode era basata sugli effetti della donna, nella seconda sul suo atteggiamento, ora diventa una lode iperbolica, che diventa allegoria: ogni più nobile (gentile) virtù, dice il poeta, si inchina di fronte a lei, e la bellezza (ma possiamo anche qui usare la maiuscola: Beltate) indica in lei la sua dea, la sua regina. Dalla realtà terrena ci siamo spostati in una sorta di Olimpo: l’aura miracolosa che circonda la donna si fa ancora più densa.
vv. 12-14 Nel quarto tempo la donna è un essere così perfetto che non solo non può essere adeguatamente descritto, ma non può neppure essere compreso da mente umana. La poesia del Duecento aveva già sviluppato il topos della donna perfetta, celestiale; ma mai con tanta chiarezza essa era stata assimilata a una creatura ultraterrena, ontologicamente diversa da chi ha il bene di contemplarla.