Laboratorio Interventi psico-educativi e didattici con disturbi relazionali
QUESTO È FARE L’INSEGNANTE
DI ENRICO GALIANO
Questa si ripete più o meno un paio di volte a settimana, o almeno ogni volta che conosco qualcuno di
nuovo.
– E tu, che lavoro fai? – Il prof. – Ah. – Già. – E… com’è?
Di solito rispondo “Eh, figo”. Ma quello che vorrei dire in realtà è questo. Stare in una stanza con venticinque persone di cui almeno venti non hanno nessuna voglia di essere lì.
Questo, è fare l’insegnante.
Partire da casa con sei matite, dodici penne e ventotto pennarelli, e tornare a casa con in tasca solo una
mezza matita mangiucchiata. Che non è neanche tua. Questo, è fare l’insegnante. Avere amici che ogni volta che ti vedono, dopo il saluto, ti dicono: “Beato te che non fai un c…”.Questo, è
fare l’insegnante.
Dire una parola, o un’altra, e sapere che ogni volta la scelta potrebbe cambiare la vita di qualcuno. A volte pure la tua. Questo, è fare l’insegnante.Ricevere messaggi su whatsapp da gente che non senti da mesi e che ti chiede come si scrive una parola, come se ne dice un’altra, o se si può dire “a me mi”. Questo, è fare l’insegnante. Asciugare lacrime, tenere mani, ascoltare silenzi. Spendere parti considerevoli del proprio stipendio in tè caldi offerti a studenti arrabbiati, ragazze doloranti, colleghi vicini a una crisi di nervi. Questo, è fare l’insegnante. Trovarsi di fronte a figli incazzati con i genitori, genitori incazzati con i figli, e soprattutto a genitori incazzati con te. Questo, è fare l’insegnante. Correggere per cinque ore di fila congiuntivi sbagliati, verbi presi a calci, sintassi torturate. E poi, al primo piccolo “Ma però” detto in velocità, subire la gogna eterna. Questo, è fare l’insegnante. Inscenare incazzature con tanto di monologhi shakespeariani degni di una candidatura all’Academy Awards. Questo, è fare l’insegnante.
Vedere in prima fila storie d’amore strazianti che sbocciano il lunedì e finiscono il venerdì. Questo, è fare l’insegnante.Rispondere ogni giorno a tonnellate di domande di ogni genere, dalla riproduzione dei pesci-palla alla possibilità di una invasione aliena sulla Terra, ma soprattutto a una, sempre la stessa, che è: “Posso andare in bagno?”. Questo, è fare l’insegnante. Dividere risse, evitare incidenti potenzialmente mortali, rischiare l’infarto dalle due alle trenta volte al giorno. Questo e poi tipo un milione di altre cose, è fare l’insegnante. Ed è qualcosa che non farei a cambio con niente al mondo. (Sì, lo so che non si dice “qualcosa che non farei a cambio”. Ma mi piace così. Almeno qui, lasciatemelo dire)
Sempre più spesso i docenti si trovano a dover svolgere il proprio ruolo in classi molto numerose, multietniche e multiproblematiche che, a volte, rendono difficile la gestione degli apprendimenti, delle regole e delle relazioni.
La classe è il luogo in cui lo studente sperimenta le proprie competenze e
sviluppa la propria identità in un continuo scambio con i pari e gli insegnanti,
nel quale i processi emotivi e relazionali assumono un ruolo centrale.
L’insegnante ha il compito di gestire la classe:
-
facendo scelte educative, metodologiche e didattiche
-
cercando di motivare e coinvolgere gli studenti
-
rilevando le eventuali problematiche
«L’educazione è l’impegno più complesso
e significativo esercitato dall’umanità»
Aldo
Fabi
L’azione didattica si caratterizza per:
SISTEMATICITÀ
INTENZIONALITÀ
SISTEMATICITÀ
L’azione educativa deve essere una sequenza
composta da:
•
analisi della realtà
•
ricerca del tipo di intervento educativo da sviluppare
•
progettazione iniziale
•
programmazione
•
azione
•
verifica dell’azione, sia durante sia al termine •
valutazione •
sviluppo successivo della progettazione iniziale
“
La nostra maestra ha una
teoria interessante ...
… dice che l
insegnamento è
come il bowling ...
...si può solo tirare la boccia
nel mezzo e sperare di
toccare il maggior numero di
studenti
“
Deve essere una giocatrice
tremenda!
RISCHIO «
BURN OUT»
La
sindrome da burnout (o più semplicemente burnout ) è l'esito patologico
di un processo stressogeno che interessa, in varia misura, diversi operatori e
professionisti che sono impegnati quotidianamente e ripetutamente in
attività che implicano le relazioni interpersonali. 3 DIMENSIONI: -
deterioramento dell'impegno nei confronti del lavoro; -
deterioramento delle emozioni originariamente associate al lavoro; -
un problema di adattamento tra la persona ed il lavoro, a causa delle
eccessive richieste di quest'ultimo.
Spesso l’insegnante, stando molte ore a contatto con gli studenti, è il primo a rilevare
forme di disagio e difficoltà che si presentano a livello relazionale. Le cause sono
differenti ma le manifestazioni possono collocarsi lungo due direzioni e addirittura
alternarsi: 1) può presentare un comportamento ritirato, chiuso in se stesso, con la tendenza a
evitare il confronto (per es. vuole stare nell’ultimo banco, parla poco, è sfuggente, …); 2) può presentare sentimenti di rabbia che portano a comportamenti disadattivi,
oppositivi e aggressivi, diventando un problema nella classe.
THOMAS
GORDON INSEGNANTI EFFICACI
Nel 1966,
Thomas Gordon , nel testo “Insegnanti
efficaci” propone alcune metodologie utili in classe
per creare un’efficace relazione fra insegnante e
allievo e fra gli allievi stessi.
Gordon si rifà al pensiero di
Carl Rogers, suo
maestro, padre della psicologia non direttiva,
secondo il quale rivestono grande importanza
l’ accettazione , autenticità , empatia , la corretta
comunicazione nel rapporto fra adulti e giovani.
Questo approccio promuove: -
Fiducia in se stessi
-
Crescita senso di responsabilità e autodisciplina
-
Aumento autostima
-
Acquisizione della capacità di stare insieme
-
Miglioramento rapporti interpersonali, sia nel gruppo dei pari che nei confronti degli
adulti
THOMAS
GORDON INSEGNANTI EFFICACI Gordon considera che gli insegnanti, pur mossi da buone intenzioni, tuttavia non sempre riescono
ad aiutare i ragazzi nel risolvere le loro difficoltà, poiché si rapportano in modo sbagliato. Spesso gli insegnanti non sono stati preparati a comunicare efficacemente e a trovare soluzioni
ai conflitti. La vita scolastica può diventare fonte di frustrazione sia per l’insegnante che per
l’alunno.
Il docente, pur preparato e motivato, finisce per sentirsi insoddisfatto; insegnare diventa una
fatica, poiché il rendimento ed il comportamento degli studenti non è soddisfacente rispetto al
proprio impegno.
Lo studente trova nella scuola costrizione o fonte di stress.
TECNICHE PER MODIFICARE I COMPORTAMENTI
INADEGUATI 1.
L’ascolto attivo 2. il messaggio Io 3. la risoluzione dei conflitti con il metodo del
problem solving Cosa fare???? Come affrontare i comportamenti problema che sorgono in
classe??
IL RETTANGOLO DEL COMPORTAMENTO Per ogni studente con cui siamo in rapporto ci costruiamo una “finestra”
attraverso cui osserviamo i comportamenti. Per comportamento si intende qualsiasi cosa lo studente possa fare in nostra presenza, non il
nostro giudizio sulla persona. Es. Luigi ha insultato Luca (comportamento) Luigi è un maleducato (giudizio) Es. Marco ha svolto la verifica in modo corretto (comportamento) Marco è un bravo ragazzo
(giudizio) Es. Lucia non fa i compiti assegnati per casa (comportamento) Lucia è un’irresponsabile
(giudizio)
IL LIVELLO DI TOLLERANZA SUI COMPORTAMENTI •
Riteniamo alcuni comportamenti accettabili ( l’alunno esegue gli esercizi
assegnati, esegue le istruzioni, aiuta il compagno, ripone ordinatamente il
materiale, …) e altri inaccettabili (l’alunno chiacchiera e disturba i compagni,
non rimette in ordine il materiale utilizzato, picchia e spinge i compagni,
disturba i compagni durante l’interrogazione, …) •
La SOGLIA DI TOLLERABILITÀ varia da insegnante a insegnante e anche
nell’insegnante stesso.
FATTORI CHE FANNO SALIRE O SCENDERE LA LINEA CHE
SEPARA I COMPORTAMENTI ACCETTABILI DA QUELLI
INACCETTABILI Fattori interni alla persona (insegnanti) problemi a casa, impegni di
lavoro, stanchezza, … Variazioni dello stato d’animo, indipendenti dall’altro, che incidono sulla
accettazione/non accettazione di un comportamento. Es. Se sono prossimo alle vacanze estive o ho passato una bella giornata tendo ad
accettare quasi tutto quello che fa un alunno.
FATTORI CHE FANNO SALIRE O SCENDERE LA LINEA CHE
SEPARA I COMPORTAMENTI ACCETTABILI DA QUELLI
INACCETTABILI L’altro (studente) Valutazione diversa del comportamento dell’altro per
motivi differenti. Uno stesso comportamento può essere
considerato accettabile se compiuto da uno studente o da
un altro. Gordon fa riferimento a simpatia e antipatia. Variazioni dello stato d’animo, dipendenti dall’altro, che incidono sulla
accettazione/non accettazione di un comportamento. Es. Due studenti chiacchierano. L’insegnante reputa inaccettabile il comportamento di uno
dei due perché lo aveva richiamato precedentemente.
FATTORI CHE FANNO SALIRE O SCENDERE LA LINEA CHE
SEPARA I COMPORTAMENTI ACCETTABILI DA QUELLI
INACCETTABILI Contesto o ambiente Il luogo in cui avviene un comportamento può determinare
i sentimenti di accettazione/non accettazione del
comportamento. Fare la cosa sbagliata al momento sbagliato.
Es. Comportamento accettabile: mangiare in corridoio. Comportamento inaccettabile:
mangiare in classe
Es. Comportamento accettabile: correre nel cortile della scuola. Comportamento
inaccettabile: correre in classe
ZONE DI FALSA TOLLERANZA
L’alunno gira continuamente per chiedere aiuto a un compagno FALSA TOLLERANZA Comportamenti accettabili Comportamenti inaccettabili
A volte l’insegnante finge di tollerare alcuni comportamenti che in realtà non
accetterebbe. Magari sorride, annuisce ma in cuor suo è infastidito dal
comportamento. I corsi fatti o la sua educazione gli impediscono di non
accettare il comportamento. Il rischio però è di apparire ambiguo, gli alunni hanno sensibilità nel cogliere i messaggi inviati dagli insegnanti: una tensione
nei muscoli, un’espressione del volto e il messaggio del corpo vanno in contrasto
con il messaggio verbale.
ZONE DI FALSA TOLLERANZA
Lo studente arriva in ritardo Lo studente
ripassa in classe
A volte l’insegnante disapprova comportamenti che in realtà accetterebbe. A
volte alcuni colleghi sollecitano a pensarla come loro circa certi comportamenti
e in nome della coerenza educativa ci si conforma. Magari l’insegnante si
mostra arrabbiato, ma gli esce un sorriso perché di fatto non è infastidito dal
comportamento.
I PROBLEMI RELATIVI ALLO STUDENTE
IL
LINGUAGGIO DEL RIFIUTO
- Sara si innervosisce a ogni rimprovero - Luca è spesso assente - Marta trascorre l’intervallo seduta su una sedia in
disparte - Carlo dorme a occhi aperti - Marco improvvisamente si veste in modo
trasandato - - Paolo è polemico
Questi sono messaggi inviati dagli alunni che si traducono spesso in difficoltà relazionali che indicano
che lui/lei sta attraversando un periodo problematico. L’insegnante pretende che lo studente muti
atteggiamento, che si comporti come non avesse un problema o ritiene che non sia un suo compito
aiutarlo. Tale atteggiamento dell’insegnante è chiamato da Gordon Linguaggio del rifiuto .
IL LINGUAGGIO DEL RIFIUTO: LE BARRIERE DELLA
COMUNICAZIONE
I
messaggi del rifiuto si dividono in 12 categorie.
Essi
impediscono la comunicazione tra studenti e insegnanti e compromettono la
risoluzione di problemi che incidono su relazioni e apprendimenti.
LE BARRIERE DELLA
COMUNICAZIONE
1.
Dare ordini, comandare, esigere. “ Bisogna che tu ...”
“Tu devi …”
“Tu farai …” Es. : «Smetti di agitarti e porta a termine il lavoro che ti è stato assegnato»
Il messaggio può comunicare allo studente che i suoi sentimenti o esigenze non sono
importanti e che deve adeguarsi alle necessità del docente. Può generare paura del
potere dell’insegnante e può provocare nello studente sentimenti di rabbia e ostilità.
2. Minacciare, avvisare, mettere in guardia.
“E’ meglio per te …, altrimenti …”
“Se non farai così …”
Es.: «Sarà meglio che ti ci metta d’impegno se vuoi avere un buon voto in questa
materia.»
Il messaggio comunica un ordine ed esplicita le conseguenze della disobbedienza. Può
far provare allo studente paura e sottomissione. Può causare sentimenti di ostilità e
può indurre lo studente a mettere alla prova il docente.
3. Fare la predica, rimproverare.
“Tu dovresti …”
“Non dovresti …”
“Sarebbe opportuno …”
“Sta al tuo senso di responsabilità di …”
Es.: «Sai che è tuo dovere studiare quando vieni a scuola. Dovresti lasciare i tuoi problemi
personali a casa. »
Il messaggio moralistico può indurre a credere che l’insegnante non ha fiducia nelle
capacità dello studente, il quale farebbe bene ad accettare ciò che gli altri ritengono
giusto. Può creare nell’alunno sensi di colpa.
4. Offrire soluzioni , consigli, avvertimenti.
“Perché tu non …?”
“Quello che farei io al posto tuo è …”
“Consentimi di darti un suggerimento …”
Es.: «La miglior cosa da fare è calcolare meglio i tempi. Dopodiché sarai in grado
di finire la verifica negli stessi tempi dei tuoi compagni »
Il messaggio può indurre lo studente a sentirsi inadeguato. Può provocare
dipendenza dall’insegnante per la paura di intraprendere soluzioni sbagliate.
5. Argomentare, persuadere con la logica.
“Ecco perché tu sbagli …”
“In realtà le cose stanno così …”
Es.: «Guardiamo in faccia alla realtà. Dovresti renderti conto che sono rimasti
soltanto due mesi di scuola per riprenderti da questo brutto voto.» Il messaggio può sollecitare posizioni difensive e
controargomentazioni . Spesso
portano l’alunno a tirarsi indietro e a smettere di ascoltare l’insegnante.
6. Giudicare, criticare, biasimare.
“Tu sei uno svogliato…”
“Ti comporti come un bambino piccolo…”
Es.: «Non hai mai voglia di far niente.»
Questo tipo di messaggio insinua un giudizio di inferiorità. Gli studenti possono
rispondere con chiusura o rabbia e difficilmente modificheranno il proprio
comportamento (rispettano il ruolo attribuitogli).
7. Definire, etichettare, stereotipare.
“Scansafatiche!”
“Piagnone!”
“Sei proprio un furbacchione …”
Es.: «Ti stai comportando come un bambino della scuola dell’infanzia, non come qualcuno
che sta per andare alla scuola secondaria di secondo grado. »
Possono far sentire lo studente svalutato, non amato, possono avere effetti negativi
sull’immagine di sé. La risposta dell’alunno non è autocritica, ma volta a utilizzare gli
stessi contenuti del docente per giustificarsi: “io non sono un bambino piccolo”
8. Interpretare, analizzare, diagnosticare.
“Sai bene perché …”
“Tu sei semplicemente stanco …”
“Tu in realtà non vuoi dire questo …”
“Ciò che non va con te è …”
Es.: «Quello che ti manca è la forza di volontà»
Lo studente può sentirsi contemporaneamente scoperto e non compreso. Può sentirsi
denudato se l’analisi dell’insegnante è corretta. Può sentirsi invece accusato
ingiustamente quando l’analisi è sbagliata.
9. Fare apprezzamenti, manifestare compiacimenti.
“Bene, io penso che tu stia facendo un ottimo lavoro …”
Es.: «Sei davvero un ragazzo capace. Sono sicuro che in un modo o nell’altro
riuscirai a finire il compito che ti è stato assegnato.»
Lo studente può sentirsi sotto pressione in quanto non è in grado di rispondere
alle alte aspettative dell’insegnante.
10. Rassicurare, consolare.
“Non aver paura …”
“Vedrai, ti andrà meglio …”
“Su, fatti coraggio …”
Es.: «Non sei l’unico che ha provato questi sentimenti, capita a tutti…»
Lo studente si può sentire incompreso. Lo studente può ritenere che l’insegnante
sottovaluti il suo problema.
11. Contestare, indagare, mettere in dubbio.
“Perché …?” “Chi …?” “Ma cosa hai fatto?” “Come?”
Es.: «Credi che la verifica sia troppo difficile? Hai letto bene i comandi? Perché hai
aspettato così tanto a chiedere aiuto? »
L’atteggiamento indagatorio può portare a risposte ansiose e far perdere di
vista il problema visto che lo studente è chiamato a dar continue risposte. Può
portare lo studente, da una parte, ad essere sospettoso verso l’atteggiamento
dell’insegnante quando non vuole esporsi troppo, dall’altra, ad essere
infastidito quando vuole raccontare ed è continuamente interrotto dal docente.
12. Cambiare argomento, minimizzare, ironizzare.
“Parliamo piuttosto di cose piacevoli, …” “Adesso non è il momento …”
“Torniamo di nuovo alla nostra lezione” Es.: «Sembra che qualcuno si sia alzato col piede sbagliato questa mattina …» L’alunno può essere portato a pensare che i suoi problemi non siano degni di
essere presi in carico.
ASCOLTO ATTIVO
Gli insegnanti ritengono che per aiutare una persona turbata si debba per forza parlare non
accettando che una persona possa essere aiutata solo ascoltandola. Prima di parlare è opportuno
saper ascoltare
L’insegnante che sa ascoltare può portare l’alunno a liberarsi da ciò che lo opprime parlandone,
facendo esprimere i suoi sentimenti ed emozioni, facendogli comprendere che lo accetta con tutti i
suoi problemi.
4 modi per ascoltare uno studente:
-
Ascolto passivo
-
Cenni di accettazione
-
Espressioni facilitanti
-
Ascolto attivo
Ascolto passivo
E’ un silenzio che comunica accettazione e tolleranza. E’ un silenzio che aiuta lo
studente a liberare i propri pensieri ed evita all’insegnante di incorrere nelle dodici
barriere della comunicazione. L’interazione però è assente.
Cenni di attenzione
Sono cenni che indicano allo studente che l’insegnante li sta ascoltando:
-
Cenni non verbali: annuire, sorridere, aggrottare le ciglia, ecc
-
Cenni verbali: “oh”, “ti capisco”
Espressioni facilitanti
Invitano lo studente a parlare, ad andare più a fondo. Sono
definiti messaggi incoraggianti.
Es. “Vorresti dirmi qualcosa di più su questo problema?” , “E’ interessante, continua”.
ASCOLTO ATTIVO
Rogers individua alcune condizioni affinché la relazione d’aiuto abbia successo:
1) Empatia : capacità di sintonizzarsi sullo stato emotivo
2)
Autenticità : esprimere solo ciò che corrisponde realmente al proprio sentire e
non al proprio ruolo;
3)
Accettazione incondizionata : Accettare il vissuto e le esperienze dell’altro
senza giudicare. Accettare non significa approvare.
ASCOLTO ATTIVO
L’insegnante
“riflette” il messaggio dell’alunno con un feedback , senza aggiungere suoi
messaggi personali. Restituisce quanto ha compreso mettendosi nei panni dell’altro. In
tale modo l’allievo si sente accettato, non riceve valutazioni negative e nemmeno
soluzioni ma pone le condizioni affinché lo studente possa trovare le proprie.
Quattro momenti:
1)
Osservare e ascoltare attentamente il messaggio dell’altro
2)
Fare un’ipotesi in merito al vissuto dell’altro
3)
Comunicare la propria impressione in maniera empatica
4)
L’altro conferma o corregge
SEGNALI VERBALI DI ASCOLTO ATTIVO
Ricordare i punti salienti della conversazione
. Se la conversazione è lunga,
ricordarne i punti salienti dà prova di aver ascoltato l’interlocutore.
Fare domande
. Fare domande è un modo per far sapere che stiamo
ascoltando attivamente. Possono essere domande aperte oppure specifiche,
tese a chiarire dei determinati aspetti della discussione.
Ripetere e ricapitolare
. Ripetere quello che viene detto rinforza il messaggio e
dimostra che lo stiamo comprendendo. Anche ricapitolare la situazione è
importante perché consente all’interlocutore di chiarire o di correggere
eventuali punti poco chiari.
SEGNALI NON VERBALI DI ASCOLTO ATTIVO
Il
sorriso
Il
contatto visivo
Il
mirroring , ossia il rispecchiamento di alcuni atteggiamenti o espressioni
facciali del nostro interlocutore
ATTIVITÀ 1
Provate a immaginare un dialogo tra insegnante e studente in cui venga utilizzata
la tecnica dell’ascolto attivo. Trascrivere su un foglio la conversazione.
Segnali che caratterizzano l’ascolto attivo:
Ricordare i punti salienti della conversazione
Fare domande
Ripetere e ricapitolare
Cenni di attenzione (sorriso, contatto visivo, mirroring)
Espressioni facilitanti
IL
PROBLEM SOLVING
Gordon propone anche un metodo democratico per risolvere i conflitti in modo che non ci siano né
vincitori né vinti, cosicché nuovi processi di risoluzione dei problemi possano migliorare i
comportamenti inaccettabili e agire positivamente sul sistema classe.
Metodo in sei fasi:
1.
Esporre in modo chiaro i termini del problema. (identificare i propri bisogni ed esporli all’altro)
2.
Proporre le possibili soluzioni(senza dare giudizi).
3.
Considerare le varie soluzioni (vantaggi e svantaggi di ogni proposta).
4.
Eliminare le soluzioni valutate non appropriate ed individuare quella migliore (senza imporsi).
5.
Definire le modalità per attuare la soluzione prescelta (si decide chi fa cosa).
6.
Verificare che la soluzione individuata abbia effettivamente risolto il problema (verificare che
la soluzione abbia soddisfatto le esigenze di entrambe le parti).
PROBLEM
SOLVING
Studenti ed insegnante collaborano per trovare una soluzione che possa essere
accettata da entrambi nel rispetto delle esigenze reciproche e della reciproca
soddisfazione.
Attraverso questo metodo:
• si supera l’approccio autoritario o permissivo;
• sentimenti positivi di reciproco rispetto;
• il conflitto viene stimato come un problema da risolvere, pertanto se ne ricercano
attivamente le soluzioni;
• cooperazione e non competizione (il che favorisce la risoluzione del problema);
• sono stimolate la responsabilità e la maturità degli studenti.
PROBLEM
SOLVING ATTIVITÀ 2
Un insegnante ha un problema con una classe. Nel fare lezione, nonostante la buona
partecipazione degli studenti, sente troppa confusione ed è costretto continuamente a chiedere
agli alunni di abbassare il tono della voce.
Scrivere un dialogo i cui partecipanti siano gli studenti e l’insegnante che segua le tappe del
problem solving proposto da Gordon
1.
Esporre in modo chiaro i termini del problema.
2. Proporre le possibili soluzioni.
3. Considerare le varie soluzioni
4. Eliminare le soluzioni valutate non appropriate ed individuare quella migliore
5. Definire le modalità per attuare la soluzione prescelta.
6. Verificare che la soluzione individuata abbia effettivamente risolto il problema.
Lezione1_relazioni
Caterina Coluzzi
Created on October 18, 2023
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Laboratorio Interventi psico-educativi e didattici con disturbi relazionali
QUESTO È FARE L’INSEGNANTE DI ENRICO GALIANO
Questa si ripete più o meno un paio di volte a settimana, o almeno ogni volta che conosco qualcuno di nuovo. – E tu, che lavoro fai? – Il prof. – Ah. – Già. – E… com’è? Di solito rispondo “Eh, figo”. Ma quello che vorrei dire in realtà è questo. Stare in una stanza con venticinque persone di cui almeno venti non hanno nessuna voglia di essere lì. Questo, è fare l’insegnante. Partire da casa con sei matite, dodici penne e ventotto pennarelli, e tornare a casa con in tasca solo una mezza matita mangiucchiata. Che non è neanche tua. Questo, è fare l’insegnante. Avere amici che ogni volta che ti vedono, dopo il saluto, ti dicono: “Beato te che non fai un c…”.Questo, è fare l’insegnante.
Dire una parola, o un’altra, e sapere che ogni volta la scelta potrebbe cambiare la vita di qualcuno. A volte pure la tua. Questo, è fare l’insegnante.Ricevere messaggi su whatsapp da gente che non senti da mesi e che ti chiede come si scrive una parola, come se ne dice un’altra, o se si può dire “a me mi”. Questo, è fare l’insegnante. Asciugare lacrime, tenere mani, ascoltare silenzi. Spendere parti considerevoli del proprio stipendio in tè caldi offerti a studenti arrabbiati, ragazze doloranti, colleghi vicini a una crisi di nervi. Questo, è fare l’insegnante. Trovarsi di fronte a figli incazzati con i genitori, genitori incazzati con i figli, e soprattutto a genitori incazzati con te. Questo, è fare l’insegnante. Correggere per cinque ore di fila congiuntivi sbagliati, verbi presi a calci, sintassi torturate. E poi, al primo piccolo “Ma però” detto in velocità, subire la gogna eterna. Questo, è fare l’insegnante. Inscenare incazzature con tanto di monologhi shakespeariani degni di una candidatura all’Academy Awards. Questo, è fare l’insegnante.
Vedere in prima fila storie d’amore strazianti che sbocciano il lunedì e finiscono il venerdì. Questo, è fare l’insegnante.Rispondere ogni giorno a tonnellate di domande di ogni genere, dalla riproduzione dei pesci-palla alla possibilità di una invasione aliena sulla Terra, ma soprattutto a una, sempre la stessa, che è: “Posso andare in bagno?”. Questo, è fare l’insegnante. Dividere risse, evitare incidenti potenzialmente mortali, rischiare l’infarto dalle due alle trenta volte al giorno. Questo e poi tipo un milione di altre cose, è fare l’insegnante. Ed è qualcosa che non farei a cambio con niente al mondo. (Sì, lo so che non si dice “qualcosa che non farei a cambio”. Ma mi piace così. Almeno qui, lasciatemelo dire)
Sempre più spesso i docenti si trovano a dover svolgere il proprio ruolo in classi molto numerose, multietniche e multiproblematiche che, a volte, rendono difficile la gestione degli apprendimenti, delle regole e delle relazioni.
La classe è il luogo in cui lo studente sperimenta le proprie competenze e sviluppa la propria identità in un continuo scambio con i pari e gli insegnanti, nel quale i processi emotivi e relazionali assumono un ruolo centrale.
L’insegnante ha il compito di gestire la classe: - facendo scelte educative, metodologiche e didattiche - cercando di motivare e coinvolgere gli studenti - rilevando le eventuali problematiche
«L’educazione è l’impegno più complesso e significativo esercitato dall’umanità» Aldo Fabi
L’azione didattica si caratterizza per: SISTEMATICITÀ INTENZIONALITÀ
SISTEMATICITÀ L’azione educativa deve essere una sequenza composta da: • analisi della realtà • ricerca del tipo di intervento educativo da sviluppare • progettazione iniziale • programmazione • azione • verifica dell’azione, sia durante sia al termine • valutazione • sviluppo successivo della progettazione iniziale
“ La nostra maestra ha una teoria interessante ... … dice che l insegnamento è come il bowling ... ...si può solo tirare la boccia nel mezzo e sperare di toccare il maggior numero di studenti “ Deve essere una giocatrice tremenda!
RISCHIO « BURN OUT» La sindrome da burnout (o più semplicemente burnout ) è l'esito patologico di un processo stressogeno che interessa, in varia misura, diversi operatori e professionisti che sono impegnati quotidianamente e ripetutamente in attività che implicano le relazioni interpersonali. 3 DIMENSIONI: - deterioramento dell'impegno nei confronti del lavoro; - deterioramento delle emozioni originariamente associate al lavoro; - un problema di adattamento tra la persona ed il lavoro, a causa delle eccessive richieste di quest'ultimo.
Spesso l’insegnante, stando molte ore a contatto con gli studenti, è il primo a rilevare forme di disagio e difficoltà che si presentano a livello relazionale. Le cause sono differenti ma le manifestazioni possono collocarsi lungo due direzioni e addirittura alternarsi: 1) può presentare un comportamento ritirato, chiuso in se stesso, con la tendenza a evitare il confronto (per es. vuole stare nell’ultimo banco, parla poco, è sfuggente, …); 2) può presentare sentimenti di rabbia che portano a comportamenti disadattivi, oppositivi e aggressivi, diventando un problema nella classe.
THOMAS GORDON INSEGNANTI EFFICACI Nel 1966, Thomas Gordon , nel testo “Insegnanti efficaci” propone alcune metodologie utili in classe per creare un’efficace relazione fra insegnante e allievo e fra gli allievi stessi. Gordon si rifà al pensiero di Carl Rogers, suo maestro, padre della psicologia non direttiva, secondo il quale rivestono grande importanza l’ accettazione , autenticità , empatia , la corretta comunicazione nel rapporto fra adulti e giovani.
Questo approccio promuove: - Fiducia in se stessi - Crescita senso di responsabilità e autodisciplina - Aumento autostima - Acquisizione della capacità di stare insieme - Miglioramento rapporti interpersonali, sia nel gruppo dei pari che nei confronti degli adulti
THOMAS GORDON INSEGNANTI EFFICACI Gordon considera che gli insegnanti, pur mossi da buone intenzioni, tuttavia non sempre riescono ad aiutare i ragazzi nel risolvere le loro difficoltà, poiché si rapportano in modo sbagliato. Spesso gli insegnanti non sono stati preparati a comunicare efficacemente e a trovare soluzioni ai conflitti. La vita scolastica può diventare fonte di frustrazione sia per l’insegnante che per l’alunno. Il docente, pur preparato e motivato, finisce per sentirsi insoddisfatto; insegnare diventa una fatica, poiché il rendimento ed il comportamento degli studenti non è soddisfacente rispetto al proprio impegno. Lo studente trova nella scuola costrizione o fonte di stress.
TECNICHE PER MODIFICARE I COMPORTAMENTI INADEGUATI 1. L’ascolto attivo 2. il messaggio Io 3. la risoluzione dei conflitti con il metodo del problem solving Cosa fare???? Come affrontare i comportamenti problema che sorgono in classe??
IL RETTANGOLO DEL COMPORTAMENTO Per ogni studente con cui siamo in rapporto ci costruiamo una “finestra” attraverso cui osserviamo i comportamenti. Per comportamento si intende qualsiasi cosa lo studente possa fare in nostra presenza, non il nostro giudizio sulla persona. Es. Luigi ha insultato Luca (comportamento) Luigi è un maleducato (giudizio) Es. Marco ha svolto la verifica in modo corretto (comportamento) Marco è un bravo ragazzo (giudizio) Es. Lucia non fa i compiti assegnati per casa (comportamento) Lucia è un’irresponsabile (giudizio)
IL LIVELLO DI TOLLERANZA SUI COMPORTAMENTI • Riteniamo alcuni comportamenti accettabili ( l’alunno esegue gli esercizi assegnati, esegue le istruzioni, aiuta il compagno, ripone ordinatamente il materiale, …) e altri inaccettabili (l’alunno chiacchiera e disturba i compagni, non rimette in ordine il materiale utilizzato, picchia e spinge i compagni, disturba i compagni durante l’interrogazione, …) • La SOGLIA DI TOLLERABILITÀ varia da insegnante a insegnante e anche nell’insegnante stesso.
FATTORI CHE FANNO SALIRE O SCENDERE LA LINEA CHE SEPARA I COMPORTAMENTI ACCETTABILI DA QUELLI INACCETTABILI Fattori interni alla persona (insegnanti) problemi a casa, impegni di lavoro, stanchezza, … Variazioni dello stato d’animo, indipendenti dall’altro, che incidono sulla accettazione/non accettazione di un comportamento. Es. Se sono prossimo alle vacanze estive o ho passato una bella giornata tendo ad accettare quasi tutto quello che fa un alunno.
FATTORI CHE FANNO SALIRE O SCENDERE LA LINEA CHE SEPARA I COMPORTAMENTI ACCETTABILI DA QUELLI INACCETTABILI L’altro (studente) Valutazione diversa del comportamento dell’altro per motivi differenti. Uno stesso comportamento può essere considerato accettabile se compiuto da uno studente o da un altro. Gordon fa riferimento a simpatia e antipatia. Variazioni dello stato d’animo, dipendenti dall’altro, che incidono sulla accettazione/non accettazione di un comportamento. Es. Due studenti chiacchierano. L’insegnante reputa inaccettabile il comportamento di uno dei due perché lo aveva richiamato precedentemente.
FATTORI CHE FANNO SALIRE O SCENDERE LA LINEA CHE SEPARA I COMPORTAMENTI ACCETTABILI DA QUELLI INACCETTABILI Contesto o ambiente Il luogo in cui avviene un comportamento può determinare i sentimenti di accettazione/non accettazione del comportamento. Fare la cosa sbagliata al momento sbagliato. Es. Comportamento accettabile: mangiare in corridoio. Comportamento inaccettabile: mangiare in classe Es. Comportamento accettabile: correre nel cortile della scuola. Comportamento inaccettabile: correre in classe
ZONE DI FALSA TOLLERANZA
L’alunno gira continuamente per chiedere aiuto a un compagno FALSA TOLLERANZA Comportamenti accettabili Comportamenti inaccettabili
A volte l’insegnante finge di tollerare alcuni comportamenti che in realtà non accetterebbe. Magari sorride, annuisce ma in cuor suo è infastidito dal comportamento. I corsi fatti o la sua educazione gli impediscono di non accettare il comportamento. Il rischio però è di apparire ambiguo, gli alunni hanno sensibilità nel cogliere i messaggi inviati dagli insegnanti: una tensione nei muscoli, un’espressione del volto e il messaggio del corpo vanno in contrasto con il messaggio verbale.
ZONE DI FALSA TOLLERANZA
Lo studente arriva in ritardo Lo studente ripassa in classe
A volte l’insegnante disapprova comportamenti che in realtà accetterebbe. A volte alcuni colleghi sollecitano a pensarla come loro circa certi comportamenti e in nome della coerenza educativa ci si conforma. Magari l’insegnante si mostra arrabbiato, ma gli esce un sorriso perché di fatto non è infastidito dal comportamento.
I PROBLEMI RELATIVI ALLO STUDENTE IL LINGUAGGIO DEL RIFIUTO
- Sara si innervosisce a ogni rimprovero - Luca è spesso assente - Marta trascorre l’intervallo seduta su una sedia in disparte - Carlo dorme a occhi aperti - Marco improvvisamente si veste in modo trasandato - - Paolo è polemico
Questi sono messaggi inviati dagli alunni che si traducono spesso in difficoltà relazionali che indicano che lui/lei sta attraversando un periodo problematico. L’insegnante pretende che lo studente muti atteggiamento, che si comporti come non avesse un problema o ritiene che non sia un suo compito aiutarlo. Tale atteggiamento dell’insegnante è chiamato da Gordon Linguaggio del rifiuto .
IL LINGUAGGIO DEL RIFIUTO: LE BARRIERE DELLA COMUNICAZIONE
I messaggi del rifiuto si dividono in 12 categorie. Essi impediscono la comunicazione tra studenti e insegnanti e compromettono la risoluzione di problemi che incidono su relazioni e apprendimenti.
LE BARRIERE DELLA COMUNICAZIONE
1. Dare ordini, comandare, esigere. “ Bisogna che tu ...” “Tu devi …” “Tu farai …” Es. : «Smetti di agitarti e porta a termine il lavoro che ti è stato assegnato» Il messaggio può comunicare allo studente che i suoi sentimenti o esigenze non sono importanti e che deve adeguarsi alle necessità del docente. Può generare paura del potere dell’insegnante e può provocare nello studente sentimenti di rabbia e ostilità.
2. Minacciare, avvisare, mettere in guardia. “E’ meglio per te …, altrimenti …” “Se non farai così …” Es.: «Sarà meglio che ti ci metta d’impegno se vuoi avere un buon voto in questa materia.» Il messaggio comunica un ordine ed esplicita le conseguenze della disobbedienza. Può far provare allo studente paura e sottomissione. Può causare sentimenti di ostilità e può indurre lo studente a mettere alla prova il docente.
3. Fare la predica, rimproverare. “Tu dovresti …” “Non dovresti …” “Sarebbe opportuno …” “Sta al tuo senso di responsabilità di …” Es.: «Sai che è tuo dovere studiare quando vieni a scuola. Dovresti lasciare i tuoi problemi personali a casa. » Il messaggio moralistico può indurre a credere che l’insegnante non ha fiducia nelle capacità dello studente, il quale farebbe bene ad accettare ciò che gli altri ritengono giusto. Può creare nell’alunno sensi di colpa.
4. Offrire soluzioni , consigli, avvertimenti. “Perché tu non …?” “Quello che farei io al posto tuo è …” “Consentimi di darti un suggerimento …” Es.: «La miglior cosa da fare è calcolare meglio i tempi. Dopodiché sarai in grado di finire la verifica negli stessi tempi dei tuoi compagni » Il messaggio può indurre lo studente a sentirsi inadeguato. Può provocare dipendenza dall’insegnante per la paura di intraprendere soluzioni sbagliate.
5. Argomentare, persuadere con la logica. “Ecco perché tu sbagli …” “In realtà le cose stanno così …” Es.: «Guardiamo in faccia alla realtà. Dovresti renderti conto che sono rimasti soltanto due mesi di scuola per riprenderti da questo brutto voto.» Il messaggio può sollecitare posizioni difensive e controargomentazioni . Spesso portano l’alunno a tirarsi indietro e a smettere di ascoltare l’insegnante.
6. Giudicare, criticare, biasimare. “Tu sei uno svogliato…” “Ti comporti come un bambino piccolo…” Es.: «Non hai mai voglia di far niente.» Questo tipo di messaggio insinua un giudizio di inferiorità. Gli studenti possono rispondere con chiusura o rabbia e difficilmente modificheranno il proprio comportamento (rispettano il ruolo attribuitogli).
7. Definire, etichettare, stereotipare. “Scansafatiche!” “Piagnone!” “Sei proprio un furbacchione …” Es.: «Ti stai comportando come un bambino della scuola dell’infanzia, non come qualcuno che sta per andare alla scuola secondaria di secondo grado. » Possono far sentire lo studente svalutato, non amato, possono avere effetti negativi sull’immagine di sé. La risposta dell’alunno non è autocritica, ma volta a utilizzare gli stessi contenuti del docente per giustificarsi: “io non sono un bambino piccolo”
8. Interpretare, analizzare, diagnosticare. “Sai bene perché …” “Tu sei semplicemente stanco …” “Tu in realtà non vuoi dire questo …” “Ciò che non va con te è …” Es.: «Quello che ti manca è la forza di volontà» Lo studente può sentirsi contemporaneamente scoperto e non compreso. Può sentirsi denudato se l’analisi dell’insegnante è corretta. Può sentirsi invece accusato ingiustamente quando l’analisi è sbagliata.
9. Fare apprezzamenti, manifestare compiacimenti. “Bene, io penso che tu stia facendo un ottimo lavoro …” Es.: «Sei davvero un ragazzo capace. Sono sicuro che in un modo o nell’altro riuscirai a finire il compito che ti è stato assegnato.» Lo studente può sentirsi sotto pressione in quanto non è in grado di rispondere alle alte aspettative dell’insegnante.
10. Rassicurare, consolare. “Non aver paura …” “Vedrai, ti andrà meglio …” “Su, fatti coraggio …” Es.: «Non sei l’unico che ha provato questi sentimenti, capita a tutti…» Lo studente si può sentire incompreso. Lo studente può ritenere che l’insegnante sottovaluti il suo problema.
11. Contestare, indagare, mettere in dubbio. “Perché …?” “Chi …?” “Ma cosa hai fatto?” “Come?” Es.: «Credi che la verifica sia troppo difficile? Hai letto bene i comandi? Perché hai aspettato così tanto a chiedere aiuto? » L’atteggiamento indagatorio può portare a risposte ansiose e far perdere di vista il problema visto che lo studente è chiamato a dar continue risposte. Può portare lo studente, da una parte, ad essere sospettoso verso l’atteggiamento dell’insegnante quando non vuole esporsi troppo, dall’altra, ad essere infastidito quando vuole raccontare ed è continuamente interrotto dal docente.
12. Cambiare argomento, minimizzare, ironizzare. “Parliamo piuttosto di cose piacevoli, …” “Adesso non è il momento …” “Torniamo di nuovo alla nostra lezione” Es.: «Sembra che qualcuno si sia alzato col piede sbagliato questa mattina …» L’alunno può essere portato a pensare che i suoi problemi non siano degni di essere presi in carico.
ASCOLTO ATTIVO Gli insegnanti ritengono che per aiutare una persona turbata si debba per forza parlare non accettando che una persona possa essere aiutata solo ascoltandola. Prima di parlare è opportuno saper ascoltare L’insegnante che sa ascoltare può portare l’alunno a liberarsi da ciò che lo opprime parlandone, facendo esprimere i suoi sentimenti ed emozioni, facendogli comprendere che lo accetta con tutti i suoi problemi. 4 modi per ascoltare uno studente: - Ascolto passivo - Cenni di accettazione - Espressioni facilitanti - Ascolto attivo
Ascolto passivo E’ un silenzio che comunica accettazione e tolleranza. E’ un silenzio che aiuta lo studente a liberare i propri pensieri ed evita all’insegnante di incorrere nelle dodici barriere della comunicazione. L’interazione però è assente. Cenni di attenzione Sono cenni che indicano allo studente che l’insegnante li sta ascoltando: - Cenni non verbali: annuire, sorridere, aggrottare le ciglia, ecc - Cenni verbali: “oh”, “ti capisco” Espressioni facilitanti Invitano lo studente a parlare, ad andare più a fondo. Sono definiti messaggi incoraggianti. Es. “Vorresti dirmi qualcosa di più su questo problema?” , “E’ interessante, continua”.
ASCOLTO ATTIVO Rogers individua alcune condizioni affinché la relazione d’aiuto abbia successo: 1) Empatia : capacità di sintonizzarsi sullo stato emotivo 2) Autenticità : esprimere solo ciò che corrisponde realmente al proprio sentire e non al proprio ruolo; 3) Accettazione incondizionata : Accettare il vissuto e le esperienze dell’altro senza giudicare. Accettare non significa approvare.
ASCOLTO ATTIVO L’insegnante “riflette” il messaggio dell’alunno con un feedback , senza aggiungere suoi messaggi personali. Restituisce quanto ha compreso mettendosi nei panni dell’altro. In tale modo l’allievo si sente accettato, non riceve valutazioni negative e nemmeno soluzioni ma pone le condizioni affinché lo studente possa trovare le proprie. Quattro momenti: 1) Osservare e ascoltare attentamente il messaggio dell’altro 2) Fare un’ipotesi in merito al vissuto dell’altro 3) Comunicare la propria impressione in maniera empatica 4) L’altro conferma o corregge
SEGNALI VERBALI DI ASCOLTO ATTIVO Ricordare i punti salienti della conversazione . Se la conversazione è lunga, ricordarne i punti salienti dà prova di aver ascoltato l’interlocutore. Fare domande . Fare domande è un modo per far sapere che stiamo ascoltando attivamente. Possono essere domande aperte oppure specifiche, tese a chiarire dei determinati aspetti della discussione. Ripetere e ricapitolare . Ripetere quello che viene detto rinforza il messaggio e dimostra che lo stiamo comprendendo. Anche ricapitolare la situazione è importante perché consente all’interlocutore di chiarire o di correggere eventuali punti poco chiari.
SEGNALI NON VERBALI DI ASCOLTO ATTIVO Il sorriso Il contatto visivo Il mirroring , ossia il rispecchiamento di alcuni atteggiamenti o espressioni facciali del nostro interlocutore
ATTIVITÀ 1 Provate a immaginare un dialogo tra insegnante e studente in cui venga utilizzata la tecnica dell’ascolto attivo. Trascrivere su un foglio la conversazione. Segnali che caratterizzano l’ascolto attivo: Ricordare i punti salienti della conversazione Fare domande Ripetere e ricapitolare Cenni di attenzione (sorriso, contatto visivo, mirroring) Espressioni facilitanti
IL PROBLEM SOLVING Gordon propone anche un metodo democratico per risolvere i conflitti in modo che non ci siano né vincitori né vinti, cosicché nuovi processi di risoluzione dei problemi possano migliorare i comportamenti inaccettabili e agire positivamente sul sistema classe. Metodo in sei fasi: 1. Esporre in modo chiaro i termini del problema. (identificare i propri bisogni ed esporli all’altro) 2. Proporre le possibili soluzioni(senza dare giudizi). 3. Considerare le varie soluzioni (vantaggi e svantaggi di ogni proposta). 4. Eliminare le soluzioni valutate non appropriate ed individuare quella migliore (senza imporsi). 5. Definire le modalità per attuare la soluzione prescelta (si decide chi fa cosa). 6. Verificare che la soluzione individuata abbia effettivamente risolto il problema (verificare che la soluzione abbia soddisfatto le esigenze di entrambe le parti).
PROBLEM SOLVING Studenti ed insegnante collaborano per trovare una soluzione che possa essere accettata da entrambi nel rispetto delle esigenze reciproche e della reciproca soddisfazione. Attraverso questo metodo: • si supera l’approccio autoritario o permissivo; • sentimenti positivi di reciproco rispetto; • il conflitto viene stimato come un problema da risolvere, pertanto se ne ricercano attivamente le soluzioni; • cooperazione e non competizione (il che favorisce la risoluzione del problema); • sono stimolate la responsabilità e la maturità degli studenti.
PROBLEM SOLVING ATTIVITÀ 2 Un insegnante ha un problema con una classe. Nel fare lezione, nonostante la buona partecipazione degli studenti, sente troppa confusione ed è costretto continuamente a chiedere agli alunni di abbassare il tono della voce. Scrivere un dialogo i cui partecipanti siano gli studenti e l’insegnante che segua le tappe del problem solving proposto da Gordon 1. Esporre in modo chiaro i termini del problema. 2. Proporre le possibili soluzioni. 3. Considerare le varie soluzioni 4. Eliminare le soluzioni valutate non appropriate ed individuare quella migliore 5. Definire le modalità per attuare la soluzione prescelta. 6. Verificare che la soluzione individuata abbia effettivamente risolto il problema.