Della vita di Giacomo da Lentini si hanno poche informazioni perché molte di esse sono andate perse e non sono state tramandate nel tempo. Giacomo dalentini è nato a Lentini all’incirca intorno all’anno 1210 e sarebbe morto sempre nello stessa città all’incirca nel 1260. È valutato come uno dei rappresentanti più rilevanti della famosa Scuola Siciliana ed è considerato come il vero e proprio padre fondatore del componimento poetico noto come sonetto. Di sicuro è stato un funzionario della Corte dell’imperatore del Sacro Romano Impero, Federico di Svevia. Lo scrittore si pensa che abbia scritto circa 22 sonetti e 16 canzoni nell’arco di tempo compreso tra il 1233 ed il 1241. I componimenti di Giacomo da Lentini sono scritti in lingua siciliana e come già è stato indicato egli è stato valutato come il promotore per eccellenza della scuola poetica siciliana. La lingua utilizzata dai poeti della scuola siciliana è stata tramandata dai pochi documenti rinvenuti nel tempo e si tratta sostanzialmente della lingua siciliana colta filtrata da qualsiasi elemento volgare e proprio di un dialetto. L’insieme dei suoi componimenti cercano di ricreare ambientazioni ed elementi naturali che vengono utilizzati nella Scuola Siciliana per raccontare la realtà. La tematica maggiormente affrontata è quella amorosa, anche con una valenza spirituale e religiosa.
GIACOMO DALENTINI
MADONNA DIR LO VOGLIO ( GIACOMO DA LENTINI )
Schema metrico della canzone è formato da cinque stanze di sedici versi ciascuna, settenari ed endecasillabi secondo lo schema metrico: abaC, dbdC, eefG, hhiG
Giacomo da Lentini riporta nel suo componimento temi strettamente legati alla tradizione trobadorica che troveranno ampio spazio nella lirica italiana , quindi la contrapposizione amore/morte, amore/orgoglio (prima strofa), l’incapacità di comunicare l’amore per l’amata da parte del poeta (strofa 2), la sumpremazia di Amore (strofa 5). Sono inoltre riportate immagini tradizionali come ad esempio quelle del mare in tempesta (es verso 49) o l’immagine similitudine del pittore (es verso 42).
La canzone del poeta mostra quindi un’esperienza d’amore tormentato e afflitto, da cui non si può fuggire e senza il quale non si può vivere , infatti nel verso 56 c'è scritto " non ci resta che sospirare e piangere o peggio desiderare la separazione dal corpo . Questo testo di Giacomo da Lentini può essere rivisto nella tradizione provenzale attraverso l’opera di un trovatore, Folchetto di Marsiglia.
MARAVIGLIOSAMENTE ( GIACOMO DA LENTINI )
numerose sono le ripetizioni e le similitudini e lo schema delle rime è baciata . Il poeta, rivolgendosi direttamente alla donna amata, sottolinea l’eccezionalità e l’esclusività del sentimento d’amore che prova nei suoi confronti e pone in risalto la bellezza straordinaria della donna, che per lui è diventata oggetto di contemplazione interiore, nel profondo del suo cuore, tant’è che il dipinto pare quasi superare l’immagine reale dell’amata. Alla gioia derivante dalla contemplazione dell’amata, totalmente idealizzata come un essere divino dispensatore di salvezza, si alterna costantemente il dolore per non poter esprimere appieno il suo sentimento, una passione totalizzante che arde e consuma, a causa della timidezza: il poeta, però, ci tiene a ribadire la sincerità dei suoi sentimenti, anche se restano nascosti nel suo cuore. Alla fine, nel congedo, poi, Jacopo prega apertamente la donna di fargli dono del suo amore, tramite un’apostrofe alla canzone stessa, che dovrà rivelare alla donna l’amore del poeta“sostituendosi” a lui stesso, che è troppo timido per palesare i suoi sentimenti.
Numerose sono le ripetizioni e le similitudini e lo schema delle rime è baciata .
GUIDONE D'AREZZO
Guittone d’Arezzo è nato ad Arezzo intorno al 1235. , Guidone d'Arezzo è stato il poeta più importante prima di Dante e le sue Rime contano 50 canzoni e 260 sonetti. È autore anche delle Lettere che sono circa 50, scritte tutte quante dopo la conversione e ricche di argomentazioni politiche e morali. Nella sua gioventù viaggiò spesso e questo contribuì alla sua formazione da autodidatta. Infatti non abbiamo notizie di studi universitari: fu autonomo nell’accostarsi ai classici e alle letterature romanze. D’altronde Arezzo era un centro culturale di tutto rispetto e Guittone poté approfittarne per maturare uno stile poetico personale. Il primo genere letterario che affrontò fu la poesia erotica, ma risentendo anche degli stilemi della poesia siciliana che si affermava allora nella corte di Federico II.
HAI LASSO!(GUIDONE D'AREZZO )
L’avvenimento che ha ispirato la composizione della canzone è la sconfitta subita dai guelfi di Firenze nella battaglia di Montaperti, il 4 settembre 1260, ad opera dei ghibellini della città, in quell’occasione alleatisi con Siena e con gli altri centri ghibellini della Toscana ed appoggiati dai cavalieri tedeschi di re Manfredi di Svevia.
In seguito a quella disfatta, i guelfi furono cacciati da Firenze e da altri Comuni toscani, dando origine ad un lungo periodo di odi e rancori. Dal componimento traspare tutto il dolore dell’autore per la sconfitta di Firenze. Un sentimento che cede poi il posto al sarcasmo nei confronti dei nuovi padroni della città e della Toscana. Guittone, probabilmente nel maggio 1261, quindi ad un anno di distanza dalla battaglia di Montaperti, scrisse questa canzone, per la forte emozione provocata dalla disfatta dei guelfi. Guittone, pur esprimendo il suo dolore per la sconfitta dei guelfi e per la conseguente caduta di prestigio di Firenze, finita nelle mani di nuovi padroni, emette un giudizio di severa condanna per le lotte di fazione che dilaniano la città.
HAI LASSO!(GUIDONE D'AREZZO )
La canzone è formata da sei stanze. Il tema della prima stanza è il rammarico (“Ahi lasso!”) dell’autore per l’ingiustizia che, nel presente, ha avuto la meglio sulla giustizia del passato, come dimostra la situazione politica determinatasi in Firenze. Nella seconda stanza, tale concetto viene ulteriormente approfondito: Firenze è regredita dalla grandezza di un tempo (prima della battaglia di Montaperti), quando addirittura era capace di emulare quella dell’antica Roma, alla servitù del presente. Nella quarta stanza viene fatto un lungo elenco di tutti i beni (terre, città, cose) perduti da Firenze dopo la sconfitta di Montaperti. Nella quinta stanza l’autore scaglia una violenta invettiva contro i Fiorentini che hanno lasciato al nemico (“li Alemanni”, cioè i Tedeschi) il possesso della città. Infine, nella sesta stanza, il poeta, con sarcasmo, manifesta il proprio disappunto per la miopia politica dimostrata dagli Italiani e dai Fiorentini in particolare. Il componimento si conclude con un congedo in cui il poeta rivolge un amaro invito ai potenti d’Italia, sia del Settentrione sia del Meridione: che vengano ad osservare di persona come sono riusciti a rovinare Firenze.
HAI LASSO!(GUIDONE D'AREZZO )
La canzone è formata, per ciascuna strofa, da quindici versi, due settenari e tredici endecasillabi, disposti in uno schema a rime incrociate ABBA, CDDC, divisi in due piedi e sirima. Chiude un congedo di sette versi.
(il contrasto tra il ricordo della grandezza passata di Firenze ed il dolore per la situazione presente, è caratterizzato da una combinazione di antitesi (passato/presente, giustizia/ingiustizia, onore/vergogna), raffinatezze formali (il gioco delle rime, le immagini araldiche del giglio e del leone) e metafore con esortazioni, esclamazioni e giudizi morali.)
IL DOLCE STIL NOVO
Gli stilnovisti ragionano profondamente sulla tematica amorosa. Per lo stilnovismo l’argomento esclusivo è l’amore. Ma questo amore è concepito e ricercato al di fuori degli stretti canoni della convenzione cortese: tende sempre più a diventare un fatto individuale, nel quale ogni singolo poeta riversa la propria esperienza. Viene in primo piano l’identità di ogni creatore, non più costretta dentro i vincoli e le regole della tradizione dominante questo spiega perché nella posizione degli stilnovisti ci siano alcuni elementi comuni, ma anche molte diversità che ricalcano i caratteri individuali, personali dei singoli poeti. Questo aspetto costituisce un tratto di grande modernità nella posizione dei poeti stilnovisti. Nel modo di procedere e di ragionare degli stilnovisti è possibile ravvisare elementi di una nuova aristocrazia: non tutti possono prendere parte a tale esperienza, ma solo alcuni spiriti eletti, la cui nobiltà non deriva dalla collocazione sociale ma da una sorta di raffinatezza interiore, la nobiltà d’animo.
Il fatto che gli stilnovisti fossero consapevoli di far parte di un gruppo è dimostrato da una serie di passi della" vita nuova "in cui Dante allude a Cavalcanti come al primo dei "miei amici" e si rivolge al suo pubblico di lettori chiamandoli fedeli d’amore.
GUIDO GUINIZZELLI ( LA VITA)
Guido Guinizzelli nasce a Bologna tra il 1230 e il 1240 muore a Monselice nel 1276. Sulla sua identità si hanno notizie scarse e discordanti: alla tradizione, che lo vuole podestà di Castelfranco, si è ormai sostituita un’altra ricostruzione, che lo identifica in un giudice o giurisperito, figlio di Guinizzello da Magnano e di un’esponente della famiglia Ghisilieri, di simpatie ghibelline, e di conseguenza profondamente inserito nella vicende politiche del suo tempo. Infatti Guinizzelli sarebbe ricordato in atti notarili del 1266 come appartenente alla fazione ghibellina dei Lambertazzi: secondo questa ricostruzione, l’affermazione a Bologna del potere guelfo nel 1274 lo avrebbe portato all’esilio a Monselice, dove sarebbe morto due anni dopo.
A Guido Guinizzelli si deve la prima affermazione della centralità dell’amore per l’esperienza psichica e culturale complessiva del poeta. Guinizzelli si riallaccia alle esperienze della poesia lirica siciliana e provenzale. Nella canzone "Al cor gentile rempaira sempre amore" Guinizzelli enuncia alcuni fondamentali concetti che poi saranno approfonditi da Dante e Cavalcanti. Esiste secondo il poeta una connessione inscindibile tra ciò che egli chiama gentilezza e amore: non può esserci amore senza cuor gentile. Il discorso ruota perciò tutto intorno alla nuova essenza di questa gentilezza. Ma Guinizzelli spiega che per gentilezza non deve intendersi la nobiltà che proviene dalla posizione sociale, ma quella che sta collocata nel cuore. Distinguere tra la nobiltà di sangue e la nobiltà di spirito è decisivo. Per Guinizzelli il rapporto fra cuor gentile e amore, fra l’amante e l’amata, fra il poeta e la donna è molto simile a quello con cui Dio governa il cielo e le altre stelle. Questa relazione si presenta così spinta da provocare quasi un sospetto di blasfemia: quando l’anima del poeta si presenterà un giorno al cospetto di Dio, questo potrà rimproverarla di aver scambiato, sulla base di una superficiale somiglianza, la donna amata per un oggetto divino. La donna aveva sembianze angeliche. Anche nella poesia provenzale e siciliana si parla di una donna angelo, ma in Guinizzelli la metafora tende ad assumere un significato sempre più letterale: la donna è una creatura celeste, che illumina delle sue virtù divine il cuore del poeta amante.
GUIDO GUINIZZELLI "AL COR GENTILE REIMPARA SEMPRE AMORE "
Nonostante le difficoltà nella comprensione, l'opera descrive la tematica dell'amore in maniera molto dettagliata facendo continue similitudini e metafore per renderla ancora più importante.Per quanto riguarda l'analisi di Al cor gentil rempaira sempre amor, possiamo dire che:Nella prima strofa l'autore spiega che in un cuore nobile si potrà sempre trovare l'amore e successivamente con una similitudine naturale spiega che la natura non ha creato l'amore prima del cuore nobile e neanche il contrario, usando una forma stilistica chiamata chiasmo: "né fe' amor anti che gentil core, né gentil core anti ch'amor, natura: ch'adesso con' fu 'l sole, sì tosto lo splendore fu lucente, né fu davanti 'l sole". Nella seconda strofaGuido Guinizzelli sottolinea che l'amore colpirà solamente delle persone di animo nobile e che grazie a questo amore l'uomo potrà essere finalmente puro.
L'autore prosegue continuando con delle similitudini naturali, proprio per ribadire che l'amore lo troverà solamente la persona di nobile cuore. Guinizzelli vuole far capire ai lettori che nessun uomo si può ritenere nobile soltanto per diritto di nascita, la nobiltà d'animo può nascere in qualunque persona di qualsiasi classe sociale perché è una caratteristica innata.
Nella quinta strofa c'è una similitudine di carattere mistico: le stirpi degli angeli sono prese dal continuo desiderio di riconoscere il valore del loro Dio come l'uomo, dal momento in cui è colpito dalla donna, è preso dal desiderio di obbedirle
Nell'ultima strofa Guido Guinizzelli parla con Dio il quale gli chiede con tono minaccioso come mai lo ha paragonato al suo amore profano, ma l'autore immediatamente gli risponde spiegando che la sua amata aveva un aspetto celestiale, come un angelo, e che credeva appartenesse al regno dei cieli.
GUIDO GUINIZZELLI (io voglio del ver la mia donna laudare )
sonetto: è composto da due quartine iniziali e due terzine finali composte tutte da versi endecasillabi (11 sillabe). Il sistema delle rime presenta le quartine a rima alternata e terzine a rima ripetuta. Si analizza che nelle due quartine gli effetti dell’innamoramento sull’amante (vv. 1-2; 7-8) e l’azione di Amore (vv. 3-4; 5-6) sono disposti in chiasmo. Nel primo verso è presente un’allitterazione della lettera L, nel terzo della A e nel quarto della E. Il poeta utilizza enjambement nei versi: 1-2, 3-4, 5-6, 7-8, 9-10, e 12-13-14. Sono inoltre presenti due similitudini“come fa lo trono”(v. 9), “como statua d’ottono” (v. 12) e due metafore con la prima il poeta paragona lo sguardo dell’amata ad un dardo (v. 5), con la seconda corpo dell’amante come se fosse la torre colpita dalla saetta (vv. 9-10).
GUIDO GUINIZZELLI (lo vostro bel saluto e il gentil sguardo )
Si tratta di un sonetto che esprime l’angoscia provata dal poeta nel vedere la donna amata e per questo anticipa alcuni temi della poesia di Cavalcanti Se in altri sonetti, lo sguardo ed il saluto della donna causa effetti miracolosi di ordine morale come in “Io voglio del ver la mia donna laudare”, qui essi producono nell’animo del poeta innamorato degli effetti sconvolgenti. Le rime che lodano la donna amata, di solito descrivono l’ingentilimento e l’elevazione di colui che entra nella sfera d’azione della donna come avviene anche in Dante. In Cavalcanti troviamo il turbamento nell’uomo, provocato dalla manifestazione dell’amore (nella prima quartine dall’aspetto di passione travolgente e nella seconda legato al concetto di morte eros/thanatos e quindi con valore distruttivo), mentre in Guinizzelli, precursore dello stilnovo, troviamo entrambi gli aspetti. La vista della donna crea un conflitto interiore sottolineato da tutta una serie di metafore che ci riportano al mondo militare (amor m’assale, lanciò un dardo, lo taglia e lo divide, spezza e fende). A queste si aggiungono alcune similitudini con il mondo naturale e non naturale come il tuono che colpisce attraverso la feritoia della torre o la statua di ottone che ha perso ogni vitalità e di cui resta solo l’involucro esterno. Dal punto di vista metrico, le rime del sonetto sono articolate secondo il seguente schema: ABAB, CDE, CDE in cui la rima B è una rima siciliana.
GUIDO GUINIZZELLI (io volgio del ver la mia donna laudare )
Il motivo della lirica è la lode della donna amata dal poeta. La sua bellezza è paragonata a quanto di più luminoso ed incantevole ci sia nella natura. Il suo saluto, mentre “passa per via adorna, e sì gentile”, in coloro che incontra, produce effetti benefici nel loro cuore.
L’influenza stilnovistica si può rilevare, in primo luogo, dalla descrizione che il poeta ci offre della bellezza della sua donna: una bellezza eccezionale, ma nello stesso tempo evanescente, poiché non ha nulla di materiale, essendo il riflesso della luce e dei colori della natura. È la bellezza di una creatura celestiale. Tipico dell’esperienza stilnovistica è, in secondo luogo, il motivo della lode della donna amata. Infine appartiene al “dolce stil novo” anche il tema dei benefici influssi indotti dal suo saluto. Il saluto che la donna del poeta concede a coloro che incontra durante il suo cammino è molto di più di una semplice forma di cortesia, poiché ha il dono di purificare l’anima. Gli uomini che ricevono il saluto della donna perdono ogni forma d’orgoglio, si convertono alla fede e si predispongono al perfezionamento morale e spirituale. (continua)
GUIDO CAVALCANTI (la vita)
appartenne ad una nobile famiglia guelfa di parte bianca, travolta nel 1260 dalla sconfitta guelfa di Montaperti e tornata in auge nel 1266 dopo la disfatta dei ghibellini nella battaglia di Benevento.
Nel 1280 Guido è tra i firmatari della pace tra guelfi e ghibellini e 4 anni dopo siede nel Consiglio generale al Comune di Firenze. Nel 1300 Dante, priore di Firenze, manda in esilio l'amico Guido con i capi delle fazioni bianca e nera in seguito a nuovi scontri. Cavalcanti si reca allora a Sarzana. Malato di malaria, gli viene revocata la condanna e muore nella città natia.
GUIDO CAVALCANTI (chi è questa che ven , ch'ogn'om la miara)
In questo sonetto è presente il tema della lode,che si differenzia da Guinizzelli per il cadere dei paragoni naturali e per la trasformazione della donna in un essere sovrumano ed irraggiungibile.
Il sonetto comincia con una celebre quartina giustamente lodata: la bella donna appare tra gli sguardi ammirati e i sospiri. Non è una «entrata in scena» perché non ha nulla di spettacolare, ma una visione che crea, intorno a sé, un clima amoroso, come un'aria chiara che trema.
La frase iniziale è stata ripresa dal cantico dei cantici (quae est ista quae progreditur?); questa espressione cristiana collega la bellezza della donna a quella della Madonna, proprio perché la donna è presentata come un'apparizione fuori dall'ordinario e dalla realtà, "miracolosa" appunto. Nonostante l'aspetto fisico della donna non sia descritto, si può vedere la sua bellezza negli effetti che produce su coloro che la guardano; infatti l'arrivo della donna desta nel poeta e in tutti i presenti un turbamento, al punto che nessuno riesce a parlare. Il motivo dell'indescrivibilità, quindi, attraversa tutto il sonetto e ne diventa il tema principale. Nell'ultima terzina viene infine sviluppata una riflessione del poeta su sé stesso e sul fatto che non riesca con nessun aggettivo ad interpretare ed esprimere la bellezza della donna, quindi di non avere sufficiente capacità di conoscenza per comprendere a fondo il mistero che questa creatura angelica porta con sé.
GUIDO CAVALCANTI (chi è questa che ven , ch'ogn'om la miara)
Sonetto con rime incrociate nelle quartine e rovesciate nelle terzine, secondo lo schema secondo lo schema ABBA, ABBA, CDE, EDC.
Ogni strofa del sonetto corrisponde infatti a un periodo e ogni verso corrisponde a una frase (tranne che per i vv.3-4 in cui è presente un enjambement). Sul piano delle scelte lessicali il poeta evita le consonanti aspre e le vocali di suono chiaro. Interrogativa retorica: Chi è questa che vèn? Allitterazione: della nasale “m” o “n” nelle quartine: ven, om, mira, tremar, mena, amor, null’omo, ma, ciascun, sembra, quando, Amor, nol, cotanto, umiltà, dona, mi, chiam; della “r”: mira, tremar, are, Amor, parlare, sospira, sembra, gira, Amor, savria, contare, pare, altra, ver, ira; della “t” (v. 7): cotanto d’umiltà;
Enjambement: parlare / null’omo (vv. 3-4);
Iperbato: che sembra quando li occhi gira, / dical Amor (vv. 5-6); parlare / null’omo pote (vv. 3-4); cotanto d’umiltà donna mi pare (v. 7);
Anastrofe: di chiaritate l’are (v. 2);
Antitesi: umilità - ira (vv. 7-8);
Apostrofe: o Deo (v. 5);
Personificazione: dical' Amor (vv. 3, 6);
Chiasmo: parlare / null’omo pote, ma ciascun sospira (vv. 3-4);
Anafora: che /ch’ /ch’ / che (vv. 2, 8, 10, 14); non / non / e non (vv. 9, 12, 13);
Metafore: a lei s'inchin' ogni gentil (v. 10), e la beltate per sua dea (v. 11).
Esclamazione: O Deo, che sembra ...
GUIDO CAVALCANTI (tu m'hai si piena di dolor la mente )
Il sonetto si compone di due quartine e da due terzine con la seguente costruzione di rime: ABAB - ABAB - CDE - DCE
Nella prima quartina, il poeta parla dell'effetto che l'amore ha su di lui. E' un amore che lo fa soffrire e gli provoca così tanto dolore che l'anima non vede l'ora di lasciare il corpo (= morire). E’ l’associazione classica amore-morte.
Nella seconda quartina l'Amore è personificato e si rivolge al poeta consigliandogli di lasciar perdere la donna amata perché non conviene morire per una donna che non ha pietà verso qui la ama.
Dalla terza strofa in poi, l’attenzione si sposta sul poeta e, infatti, al “tu” iniziale viene a corrispondere il pronome “io”. Il poeta assimila se stesso quasi ad un automa, un essere che non è dotato di movimenti propri, ma guidato da altri, come se egli si osservasse da un punto di vista esterno. Sembra essere fatto di materiale inerme e nel cuore porta una profonda ferita.
In questa lirica la donna è descritta come un essere crudele e senza cuore; non ha pietà per l'uomo e questo causa nel poeta-amante molta sofferenza e desiderio di morte. E' una donna completamente diversa da quella cantata da Guinizzelli cioè la donna-angelo, di cui il poeta celebra la bellezza e che permette all'uomo di purificarsi per arrivare a Dio.
GUIDO CAVALCANTI (voi che per li ochhi mi passaste il core )
Con questa poesia, il poeta vuole rappresentare l'amore travolgente verso la sua amata e le conseguenze negative che provoca la visione della donna in lui. Quest'aspetto di doloroso struggimento viene espresso molto efficacemente mediante il seguente verso: "un dardo mi gittò dentro dal fianco" (una freccia mi ha gettato nel fianco).
Il poeta è travolto dalla passione amorosa che prova nei suoi confronti, al punto da rimanerne sconvolto. Il sentimento amoroso produce nell'uomo un senso di "sbigottimento" e di dolore, a tal punto da degenerare in forte senso di angoscia.
Ma ciò che colpisce maggiormente il lettore della poesia è l'effetto devastante che l'amore provoca nella ragione dell'individuo che prova delle sensazioni di smarrimento e sofferenza.
Nonostante gli effetti travolgenti causati dalla passione amorosa, Cavalcanti elogia lo sguardo e il saluto positivo della sua amata attraverso queste parole: "da’ vostr'occhi gentil’...".
GUIDO CAVALCANTI (voi che per li ochhi mi passaste il core )
La metrica del sonetto segue lo schema ABBA, ABBA, CDE, CDE.notte di ricercatori 2017Le rime A e D; C ed E sono assonanti tra loro. Chiaro è il tono Stilnovistico, ma nuovo è il rigore scientifico con cui utilizza i sostantivi, la ricercatezza della precisione dei termini serve per oggettivare il sentimento amoroso: vuole mettere in evidenza cosa in lui provoca l'amore e le conseguenze dello stesso con una chiara valenza negativa, lo si nota dai verbi usati che rimandano a concetti di violenza e di distruzione: passaste, sospirando, distrugge, tagliando, disfatto, tremando. Alcuni di questi verbi e il "dardo che trafigge" richiamano al tema della guerra, ricorrente in Cavalcanti. Nel sonetto non ci sono enjambements e corrispondono ritmo e sintassi.
italiano 3 superiore
Ginevra
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Della vita di Giacomo da Lentini si hanno poche informazioni perché molte di esse sono andate perse e non sono state tramandate nel tempo. Giacomo dalentini è nato a Lentini all’incirca intorno all’anno 1210 e sarebbe morto sempre nello stessa città all’incirca nel 1260. È valutato come uno dei rappresentanti più rilevanti della famosa Scuola Siciliana ed è considerato come il vero e proprio padre fondatore del componimento poetico noto come sonetto. Di sicuro è stato un funzionario della Corte dell’imperatore del Sacro Romano Impero, Federico di Svevia. Lo scrittore si pensa che abbia scritto circa 22 sonetti e 16 canzoni nell’arco di tempo compreso tra il 1233 ed il 1241. I componimenti di Giacomo da Lentini sono scritti in lingua siciliana e come già è stato indicato egli è stato valutato come il promotore per eccellenza della scuola poetica siciliana. La lingua utilizzata dai poeti della scuola siciliana è stata tramandata dai pochi documenti rinvenuti nel tempo e si tratta sostanzialmente della lingua siciliana colta filtrata da qualsiasi elemento volgare e proprio di un dialetto. L’insieme dei suoi componimenti cercano di ricreare ambientazioni ed elementi naturali che vengono utilizzati nella Scuola Siciliana per raccontare la realtà. La tematica maggiormente affrontata è quella amorosa, anche con una valenza spirituale e religiosa.
GIACOMO DALENTINI
MADONNA DIR LO VOGLIO ( GIACOMO DA LENTINI )
Schema metrico della canzone è formato da cinque stanze di sedici versi ciascuna, settenari ed endecasillabi secondo lo schema metrico: abaC, dbdC, eefG, hhiG Giacomo da Lentini riporta nel suo componimento temi strettamente legati alla tradizione trobadorica che troveranno ampio spazio nella lirica italiana , quindi la contrapposizione amore/morte, amore/orgoglio (prima strofa), l’incapacità di comunicare l’amore per l’amata da parte del poeta (strofa 2), la sumpremazia di Amore (strofa 5). Sono inoltre riportate immagini tradizionali come ad esempio quelle del mare in tempesta (es verso 49) o l’immagine similitudine del pittore (es verso 42). La canzone del poeta mostra quindi un’esperienza d’amore tormentato e afflitto, da cui non si può fuggire e senza il quale non si può vivere , infatti nel verso 56 c'è scritto " non ci resta che sospirare e piangere o peggio desiderare la separazione dal corpo . Questo testo di Giacomo da Lentini può essere rivisto nella tradizione provenzale attraverso l’opera di un trovatore, Folchetto di Marsiglia.
MARAVIGLIOSAMENTE ( GIACOMO DA LENTINI )
numerose sono le ripetizioni e le similitudini e lo schema delle rime è baciata . Il poeta, rivolgendosi direttamente alla donna amata, sottolinea l’eccezionalità e l’esclusività del sentimento d’amore che prova nei suoi confronti e pone in risalto la bellezza straordinaria della donna, che per lui è diventata oggetto di contemplazione interiore, nel profondo del suo cuore, tant’è che il dipinto pare quasi superare l’immagine reale dell’amata. Alla gioia derivante dalla contemplazione dell’amata, totalmente idealizzata come un essere divino dispensatore di salvezza, si alterna costantemente il dolore per non poter esprimere appieno il suo sentimento, una passione totalizzante che arde e consuma, a causa della timidezza: il poeta, però, ci tiene a ribadire la sincerità dei suoi sentimenti, anche se restano nascosti nel suo cuore. Alla fine, nel congedo, poi, Jacopo prega apertamente la donna di fargli dono del suo amore, tramite un’apostrofe alla canzone stessa, che dovrà rivelare alla donna l’amore del poeta“sostituendosi” a lui stesso, che è troppo timido per palesare i suoi sentimenti.
Numerose sono le ripetizioni e le similitudini e lo schema delle rime è baciata .
GUIDONE D'AREZZO
Guittone d’Arezzo è nato ad Arezzo intorno al 1235. , Guidone d'Arezzo è stato il poeta più importante prima di Dante e le sue Rime contano 50 canzoni e 260 sonetti. È autore anche delle Lettere che sono circa 50, scritte tutte quante dopo la conversione e ricche di argomentazioni politiche e morali. Nella sua gioventù viaggiò spesso e questo contribuì alla sua formazione da autodidatta. Infatti non abbiamo notizie di studi universitari: fu autonomo nell’accostarsi ai classici e alle letterature romanze. D’altronde Arezzo era un centro culturale di tutto rispetto e Guittone poté approfittarne per maturare uno stile poetico personale. Il primo genere letterario che affrontò fu la poesia erotica, ma risentendo anche degli stilemi della poesia siciliana che si affermava allora nella corte di Federico II.
HAI LASSO!(GUIDONE D'AREZZO )
L’avvenimento che ha ispirato la composizione della canzone è la sconfitta subita dai guelfi di Firenze nella battaglia di Montaperti, il 4 settembre 1260, ad opera dei ghibellini della città, in quell’occasione alleatisi con Siena e con gli altri centri ghibellini della Toscana ed appoggiati dai cavalieri tedeschi di re Manfredi di Svevia. In seguito a quella disfatta, i guelfi furono cacciati da Firenze e da altri Comuni toscani, dando origine ad un lungo periodo di odi e rancori. Dal componimento traspare tutto il dolore dell’autore per la sconfitta di Firenze. Un sentimento che cede poi il posto al sarcasmo nei confronti dei nuovi padroni della città e della Toscana. Guittone, probabilmente nel maggio 1261, quindi ad un anno di distanza dalla battaglia di Montaperti, scrisse questa canzone, per la forte emozione provocata dalla disfatta dei guelfi. Guittone, pur esprimendo il suo dolore per la sconfitta dei guelfi e per la conseguente caduta di prestigio di Firenze, finita nelle mani di nuovi padroni, emette un giudizio di severa condanna per le lotte di fazione che dilaniano la città.
HAI LASSO!(GUIDONE D'AREZZO )
La canzone è formata da sei stanze. Il tema della prima stanza è il rammarico (“Ahi lasso!”) dell’autore per l’ingiustizia che, nel presente, ha avuto la meglio sulla giustizia del passato, come dimostra la situazione politica determinatasi in Firenze. Nella seconda stanza, tale concetto viene ulteriormente approfondito: Firenze è regredita dalla grandezza di un tempo (prima della battaglia di Montaperti), quando addirittura era capace di emulare quella dell’antica Roma, alla servitù del presente. Nella quarta stanza viene fatto un lungo elenco di tutti i beni (terre, città, cose) perduti da Firenze dopo la sconfitta di Montaperti. Nella quinta stanza l’autore scaglia una violenta invettiva contro i Fiorentini che hanno lasciato al nemico (“li Alemanni”, cioè i Tedeschi) il possesso della città. Infine, nella sesta stanza, il poeta, con sarcasmo, manifesta il proprio disappunto per la miopia politica dimostrata dagli Italiani e dai Fiorentini in particolare. Il componimento si conclude con un congedo in cui il poeta rivolge un amaro invito ai potenti d’Italia, sia del Settentrione sia del Meridione: che vengano ad osservare di persona come sono riusciti a rovinare Firenze.
HAI LASSO!(GUIDONE D'AREZZO )
La canzone è formata, per ciascuna strofa, da quindici versi, due settenari e tredici endecasillabi, disposti in uno schema a rime incrociate ABBA, CDDC, divisi in due piedi e sirima. Chiude un congedo di sette versi.
(il contrasto tra il ricordo della grandezza passata di Firenze ed il dolore per la situazione presente, è caratterizzato da una combinazione di antitesi (passato/presente, giustizia/ingiustizia, onore/vergogna), raffinatezze formali (il gioco delle rime, le immagini araldiche del giglio e del leone) e metafore con esortazioni, esclamazioni e giudizi morali.)
IL DOLCE STIL NOVO
Gli stilnovisti ragionano profondamente sulla tematica amorosa. Per lo stilnovismo l’argomento esclusivo è l’amore. Ma questo amore è concepito e ricercato al di fuori degli stretti canoni della convenzione cortese: tende sempre più a diventare un fatto individuale, nel quale ogni singolo poeta riversa la propria esperienza. Viene in primo piano l’identità di ogni creatore, non più costretta dentro i vincoli e le regole della tradizione dominante questo spiega perché nella posizione degli stilnovisti ci siano alcuni elementi comuni, ma anche molte diversità che ricalcano i caratteri individuali, personali dei singoli poeti. Questo aspetto costituisce un tratto di grande modernità nella posizione dei poeti stilnovisti. Nel modo di procedere e di ragionare degli stilnovisti è possibile ravvisare elementi di una nuova aristocrazia: non tutti possono prendere parte a tale esperienza, ma solo alcuni spiriti eletti, la cui nobiltà non deriva dalla collocazione sociale ma da una sorta di raffinatezza interiore, la nobiltà d’animo. Il fatto che gli stilnovisti fossero consapevoli di far parte di un gruppo è dimostrato da una serie di passi della" vita nuova "in cui Dante allude a Cavalcanti come al primo dei "miei amici" e si rivolge al suo pubblico di lettori chiamandoli fedeli d’amore.
GUIDO GUINIZZELLI ( LA VITA)
Guido Guinizzelli nasce a Bologna tra il 1230 e il 1240 muore a Monselice nel 1276. Sulla sua identità si hanno notizie scarse e discordanti: alla tradizione, che lo vuole podestà di Castelfranco, si è ormai sostituita un’altra ricostruzione, che lo identifica in un giudice o giurisperito, figlio di Guinizzello da Magnano e di un’esponente della famiglia Ghisilieri, di simpatie ghibelline, e di conseguenza profondamente inserito nella vicende politiche del suo tempo. Infatti Guinizzelli sarebbe ricordato in atti notarili del 1266 come appartenente alla fazione ghibellina dei Lambertazzi: secondo questa ricostruzione, l’affermazione a Bologna del potere guelfo nel 1274 lo avrebbe portato all’esilio a Monselice, dove sarebbe morto due anni dopo.
A Guido Guinizzelli si deve la prima affermazione della centralità dell’amore per l’esperienza psichica e culturale complessiva del poeta. Guinizzelli si riallaccia alle esperienze della poesia lirica siciliana e provenzale. Nella canzone "Al cor gentile rempaira sempre amore" Guinizzelli enuncia alcuni fondamentali concetti che poi saranno approfonditi da Dante e Cavalcanti. Esiste secondo il poeta una connessione inscindibile tra ciò che egli chiama gentilezza e amore: non può esserci amore senza cuor gentile. Il discorso ruota perciò tutto intorno alla nuova essenza di questa gentilezza. Ma Guinizzelli spiega che per gentilezza non deve intendersi la nobiltà che proviene dalla posizione sociale, ma quella che sta collocata nel cuore. Distinguere tra la nobiltà di sangue e la nobiltà di spirito è decisivo. Per Guinizzelli il rapporto fra cuor gentile e amore, fra l’amante e l’amata, fra il poeta e la donna è molto simile a quello con cui Dio governa il cielo e le altre stelle. Questa relazione si presenta così spinta da provocare quasi un sospetto di blasfemia: quando l’anima del poeta si presenterà un giorno al cospetto di Dio, questo potrà rimproverarla di aver scambiato, sulla base di una superficiale somiglianza, la donna amata per un oggetto divino. La donna aveva sembianze angeliche. Anche nella poesia provenzale e siciliana si parla di una donna angelo, ma in Guinizzelli la metafora tende ad assumere un significato sempre più letterale: la donna è una creatura celeste, che illumina delle sue virtù divine il cuore del poeta amante.
GUIDO GUINIZZELLI "AL COR GENTILE REIMPARA SEMPRE AMORE "
Nonostante le difficoltà nella comprensione, l'opera descrive la tematica dell'amore in maniera molto dettagliata facendo continue similitudini e metafore per renderla ancora più importante.Per quanto riguarda l'analisi di Al cor gentil rempaira sempre amor, possiamo dire che:Nella prima strofa l'autore spiega che in un cuore nobile si potrà sempre trovare l'amore e successivamente con una similitudine naturale spiega che la natura non ha creato l'amore prima del cuore nobile e neanche il contrario, usando una forma stilistica chiamata chiasmo: "né fe' amor anti che gentil core, né gentil core anti ch'amor, natura: ch'adesso con' fu 'l sole, sì tosto lo splendore fu lucente, né fu davanti 'l sole". Nella seconda strofaGuido Guinizzelli sottolinea che l'amore colpirà solamente delle persone di animo nobile e che grazie a questo amore l'uomo potrà essere finalmente puro. L'autore prosegue continuando con delle similitudini naturali, proprio per ribadire che l'amore lo troverà solamente la persona di nobile cuore. Guinizzelli vuole far capire ai lettori che nessun uomo si può ritenere nobile soltanto per diritto di nascita, la nobiltà d'animo può nascere in qualunque persona di qualsiasi classe sociale perché è una caratteristica innata. Nella quinta strofa c'è una similitudine di carattere mistico: le stirpi degli angeli sono prese dal continuo desiderio di riconoscere il valore del loro Dio come l'uomo, dal momento in cui è colpito dalla donna, è preso dal desiderio di obbedirle Nell'ultima strofa Guido Guinizzelli parla con Dio il quale gli chiede con tono minaccioso come mai lo ha paragonato al suo amore profano, ma l'autore immediatamente gli risponde spiegando che la sua amata aveva un aspetto celestiale, come un angelo, e che credeva appartenesse al regno dei cieli.
GUIDO GUINIZZELLI (io voglio del ver la mia donna laudare )
sonetto: è composto da due quartine iniziali e due terzine finali composte tutte da versi endecasillabi (11 sillabe). Il sistema delle rime presenta le quartine a rima alternata e terzine a rima ripetuta. Si analizza che nelle due quartine gli effetti dell’innamoramento sull’amante (vv. 1-2; 7-8) e l’azione di Amore (vv. 3-4; 5-6) sono disposti in chiasmo. Nel primo verso è presente un’allitterazione della lettera L, nel terzo della A e nel quarto della E. Il poeta utilizza enjambement nei versi: 1-2, 3-4, 5-6, 7-8, 9-10, e 12-13-14. Sono inoltre presenti due similitudini“come fa lo trono”(v. 9), “como statua d’ottono” (v. 12) e due metafore con la prima il poeta paragona lo sguardo dell’amata ad un dardo (v. 5), con la seconda corpo dell’amante come se fosse la torre colpita dalla saetta (vv. 9-10).
GUIDO GUINIZZELLI (lo vostro bel saluto e il gentil sguardo )
Si tratta di un sonetto che esprime l’angoscia provata dal poeta nel vedere la donna amata e per questo anticipa alcuni temi della poesia di Cavalcanti Se in altri sonetti, lo sguardo ed il saluto della donna causa effetti miracolosi di ordine morale come in “Io voglio del ver la mia donna laudare”, qui essi producono nell’animo del poeta innamorato degli effetti sconvolgenti. Le rime che lodano la donna amata, di solito descrivono l’ingentilimento e l’elevazione di colui che entra nella sfera d’azione della donna come avviene anche in Dante. In Cavalcanti troviamo il turbamento nell’uomo, provocato dalla manifestazione dell’amore (nella prima quartine dall’aspetto di passione travolgente e nella seconda legato al concetto di morte eros/thanatos e quindi con valore distruttivo), mentre in Guinizzelli, precursore dello stilnovo, troviamo entrambi gli aspetti. La vista della donna crea un conflitto interiore sottolineato da tutta una serie di metafore che ci riportano al mondo militare (amor m’assale, lanciò un dardo, lo taglia e lo divide, spezza e fende). A queste si aggiungono alcune similitudini con il mondo naturale e non naturale come il tuono che colpisce attraverso la feritoia della torre o la statua di ottone che ha perso ogni vitalità e di cui resta solo l’involucro esterno. Dal punto di vista metrico, le rime del sonetto sono articolate secondo il seguente schema: ABAB, CDE, CDE in cui la rima B è una rima siciliana.
GUIDO GUINIZZELLI (io volgio del ver la mia donna laudare )
Il motivo della lirica è la lode della donna amata dal poeta. La sua bellezza è paragonata a quanto di più luminoso ed incantevole ci sia nella natura. Il suo saluto, mentre “passa per via adorna, e sì gentile”, in coloro che incontra, produce effetti benefici nel loro cuore. L’influenza stilnovistica si può rilevare, in primo luogo, dalla descrizione che il poeta ci offre della bellezza della sua donna: una bellezza eccezionale, ma nello stesso tempo evanescente, poiché non ha nulla di materiale, essendo il riflesso della luce e dei colori della natura. È la bellezza di una creatura celestiale. Tipico dell’esperienza stilnovistica è, in secondo luogo, il motivo della lode della donna amata. Infine appartiene al “dolce stil novo” anche il tema dei benefici influssi indotti dal suo saluto. Il saluto che la donna del poeta concede a coloro che incontra durante il suo cammino è molto di più di una semplice forma di cortesia, poiché ha il dono di purificare l’anima. Gli uomini che ricevono il saluto della donna perdono ogni forma d’orgoglio, si convertono alla fede e si predispongono al perfezionamento morale e spirituale. (continua)
GUIDO CAVALCANTI (la vita)
appartenne ad una nobile famiglia guelfa di parte bianca, travolta nel 1260 dalla sconfitta guelfa di Montaperti e tornata in auge nel 1266 dopo la disfatta dei ghibellini nella battaglia di Benevento. Nel 1280 Guido è tra i firmatari della pace tra guelfi e ghibellini e 4 anni dopo siede nel Consiglio generale al Comune di Firenze. Nel 1300 Dante, priore di Firenze, manda in esilio l'amico Guido con i capi delle fazioni bianca e nera in seguito a nuovi scontri. Cavalcanti si reca allora a Sarzana. Malato di malaria, gli viene revocata la condanna e muore nella città natia.
GUIDO CAVALCANTI (chi è questa che ven , ch'ogn'om la miara)
In questo sonetto è presente il tema della lode,che si differenzia da Guinizzelli per il cadere dei paragoni naturali e per la trasformazione della donna in un essere sovrumano ed irraggiungibile. Il sonetto comincia con una celebre quartina giustamente lodata: la bella donna appare tra gli sguardi ammirati e i sospiri. Non è una «entrata in scena» perché non ha nulla di spettacolare, ma una visione che crea, intorno a sé, un clima amoroso, come un'aria chiara che trema. La frase iniziale è stata ripresa dal cantico dei cantici (quae est ista quae progreditur?); questa espressione cristiana collega la bellezza della donna a quella della Madonna, proprio perché la donna è presentata come un'apparizione fuori dall'ordinario e dalla realtà, "miracolosa" appunto. Nonostante l'aspetto fisico della donna non sia descritto, si può vedere la sua bellezza negli effetti che produce su coloro che la guardano; infatti l'arrivo della donna desta nel poeta e in tutti i presenti un turbamento, al punto che nessuno riesce a parlare. Il motivo dell'indescrivibilità, quindi, attraversa tutto il sonetto e ne diventa il tema principale. Nell'ultima terzina viene infine sviluppata una riflessione del poeta su sé stesso e sul fatto che non riesca con nessun aggettivo ad interpretare ed esprimere la bellezza della donna, quindi di non avere sufficiente capacità di conoscenza per comprendere a fondo il mistero che questa creatura angelica porta con sé.
GUIDO CAVALCANTI (chi è questa che ven , ch'ogn'om la miara)
Sonetto con rime incrociate nelle quartine e rovesciate nelle terzine, secondo lo schema secondo lo schema ABBA, ABBA, CDE, EDC. Ogni strofa del sonetto corrisponde infatti a un periodo e ogni verso corrisponde a una frase (tranne che per i vv.3-4 in cui è presente un enjambement). Sul piano delle scelte lessicali il poeta evita le consonanti aspre e le vocali di suono chiaro. Interrogativa retorica: Chi è questa che vèn? Allitterazione: della nasale “m” o “n” nelle quartine: ven, om, mira, tremar, mena, amor, null’omo, ma, ciascun, sembra, quando, Amor, nol, cotanto, umiltà, dona, mi, chiam; della “r”: mira, tremar, are, Amor, parlare, sospira, sembra, gira, Amor, savria, contare, pare, altra, ver, ira; della “t” (v. 7): cotanto d’umiltà; Enjambement: parlare / null’omo (vv. 3-4); Iperbato: che sembra quando li occhi gira, / dical Amor (vv. 5-6); parlare / null’omo pote (vv. 3-4); cotanto d’umiltà donna mi pare (v. 7); Anastrofe: di chiaritate l’are (v. 2); Antitesi: umilità - ira (vv. 7-8); Apostrofe: o Deo (v. 5); Personificazione: dical' Amor (vv. 3, 6); Chiasmo: parlare / null’omo pote, ma ciascun sospira (vv. 3-4); Anafora: che /ch’ /ch’ / che (vv. 2, 8, 10, 14); non / non / e non (vv. 9, 12, 13); Metafore: a lei s'inchin' ogni gentil (v. 10), e la beltate per sua dea (v. 11). Esclamazione: O Deo, che sembra ...
GUIDO CAVALCANTI (tu m'hai si piena di dolor la mente )
Il sonetto si compone di due quartine e da due terzine con la seguente costruzione di rime: ABAB - ABAB - CDE - DCE Nella prima quartina, il poeta parla dell'effetto che l'amore ha su di lui. E' un amore che lo fa soffrire e gli provoca così tanto dolore che l'anima non vede l'ora di lasciare il corpo (= morire). E’ l’associazione classica amore-morte. Nella seconda quartina l'Amore è personificato e si rivolge al poeta consigliandogli di lasciar perdere la donna amata perché non conviene morire per una donna che non ha pietà verso qui la ama. Dalla terza strofa in poi, l’attenzione si sposta sul poeta e, infatti, al “tu” iniziale viene a corrispondere il pronome “io”. Il poeta assimila se stesso quasi ad un automa, un essere che non è dotato di movimenti propri, ma guidato da altri, come se egli si osservasse da un punto di vista esterno. Sembra essere fatto di materiale inerme e nel cuore porta una profonda ferita. In questa lirica la donna è descritta come un essere crudele e senza cuore; non ha pietà per l'uomo e questo causa nel poeta-amante molta sofferenza e desiderio di morte. E' una donna completamente diversa da quella cantata da Guinizzelli cioè la donna-angelo, di cui il poeta celebra la bellezza e che permette all'uomo di purificarsi per arrivare a Dio.
GUIDO CAVALCANTI (voi che per li ochhi mi passaste il core )
Con questa poesia, il poeta vuole rappresentare l'amore travolgente verso la sua amata e le conseguenze negative che provoca la visione della donna in lui. Quest'aspetto di doloroso struggimento viene espresso molto efficacemente mediante il seguente verso: "un dardo mi gittò dentro dal fianco" (una freccia mi ha gettato nel fianco). Il poeta è travolto dalla passione amorosa che prova nei suoi confronti, al punto da rimanerne sconvolto. Il sentimento amoroso produce nell'uomo un senso di "sbigottimento" e di dolore, a tal punto da degenerare in forte senso di angoscia. Ma ciò che colpisce maggiormente il lettore della poesia è l'effetto devastante che l'amore provoca nella ragione dell'individuo che prova delle sensazioni di smarrimento e sofferenza. Nonostante gli effetti travolgenti causati dalla passione amorosa, Cavalcanti elogia lo sguardo e il saluto positivo della sua amata attraverso queste parole: "da’ vostr'occhi gentil’...".
GUIDO CAVALCANTI (voi che per li ochhi mi passaste il core )
La metrica del sonetto segue lo schema ABBA, ABBA, CDE, CDE.notte di ricercatori 2017Le rime A e D; C ed E sono assonanti tra loro. Chiaro è il tono Stilnovistico, ma nuovo è il rigore scientifico con cui utilizza i sostantivi, la ricercatezza della precisione dei termini serve per oggettivare il sentimento amoroso: vuole mettere in evidenza cosa in lui provoca l'amore e le conseguenze dello stesso con una chiara valenza negativa, lo si nota dai verbi usati che rimandano a concetti di violenza e di distruzione: passaste, sospirando, distrugge, tagliando, disfatto, tremando. Alcuni di questi verbi e il "dardo che trafigge" richiamano al tema della guerra, ricorrente in Cavalcanti. Nel sonetto non ci sono enjambements e corrispondono ritmo e sintassi.