Giacomo Leopardi
lavoro di Russo Benedetta
Vita
Recanati
ciclo di Aspasia
Periodo di serenità e abbandono di Recanati
Collaborazioni editoriali
Conversioni
Napoli e Torre del Greco
teoria del piacere
piacere
Le poesia di Leopardi è strettamente legata alla sua visione filosofica, permettendo quindi di definirla come un “pensiero poetante”. Temi su cui ritorna spesso sono quello del piacere, il rapporto tra gli esseri viventi e la natura, l’evoluzione o la decadenza della civiltà a cui si intrecciano riflessioni sulla poesia.
natura
progresso
poetica prima fase
poetica ultima fase
Lo Zibaldone
Lo Zibaldone è una raccolta di appunti, meditazioni filosofiche, pagine di diario intimo, riflessioni sulla vita e su diverse altre questioni redatto a partire dal 1817 e risultato di un lavoro quotidiano non sistematico.
pensiero
prosa
come si può leggere
Pensieri
A Silvia
A Silvia
la quiete dopo la tempesta
la quiete dopo la tempesta
il sabato del villaggio
il sabato del villaggio
Le operette morali
Le Operette morali sono una raccolta di prose, narrative e dialogiche pubblicate per la prima volta nel 1827. La maggior parte dei componimenti sono stati composti nel 1824, a ridosso della crisi esistenziale e filosofica di Leopardi.
argomenti, temi e stili
dialogo
riflessione
lingua
personaggi
rifiuto
dialogo della Natura e di un Islandese
dialogo della Natura e di un Islandese
Cantico del Gallo Silvestre
Cantico del Gallo Silvestre
dialogo di Tristano e un amico
dialogo di Tristano e un amico
La Ginestra
L’opera risale al 1836, nel periodo in cui Leopardi risiedeva nella villa a Torre del Greco.
contemplazione sull'uomo
teoria del piacere
valori essenziali della Ginestra
recensione film
Il film è stato realizzato in maniera eccellente. Era ben evidente che fosse stata fatta molta ricerca per assicurarsi che il risultato venisse il più veritiero possibile. Bisogna anche aggiungere che non mancavano diretti riferimenti alle opere, offrendo anche una linea cronologica di quando esse fossero state realizzate. La critica maggiore da dare al film riguarda il fatto che l’abbandono definitivo di Recanati, momento cruciale della sua vita, non sia stato enfatizzato a dovere insieme all’incontro con Ranieri, il quale, come ben si evince dalla biografia di Leopardi, fu una figura fondamentale. Per il resto, dal mio punto di vista, il film è molto bello.
Periodo di serenità e abbandono di Recanati
Leopardi vive il periodo più sereno e fecondo della sua esistenza tra il 1827 e il 1828, che trascorrerà prima a Pisa e poi a Recanati.
Abbandonerà definitivamente Recanati nel 1830, ma non senza gravi ripercussioni, anche economiche, acuite dai problemi ai suoi occhi che gli precludevano nuovi ingaggi editoriali.
Anche la poetica di Leopardi si evolve nel tempo.
Nella prima fase, l’autore lavora molto sul concetto di immaginazione, la quale viene da lui definita “il primo fonte della felicità umana”. Essa non annulla la ragione, ma argina lo sconforto prodotto dal “vero”. Essa è anche in grado di rappresentare il non rappresentabile. Una forma di immaginazione particolare è la rimembranza, ovvero il ritorno alla memoria di ciò che che non è presente. Il “poetico”, quindi, si lega ad un’assenza, una vaghezza o un’indeterminatezza che suscita un sentimento di piacere. Spesso vengono accostate parole che destano l’idea di vastità a vocaboli di uso comune e quotidiano.
Napoli e Torre del Greco
Nel 1833 Leopardi e Ranieri si stabiliscono a Napoli, sperando che il clima mite possa giovare alla salute del poeta. Lui si sentirà estraneo all’ambiente intellettuale partenopeo, anche in maniera più netta rispetto a quello fiorentino.
Nel 1837, scoppiata un’epidemia di colera, Ranieri e Leopardi saranno costretti a spostarsi a Torre del Greco. Qui verranno composte le sue ultime due opere: Il tramonto della Luna e La Ginestra.
Leopardi muore nell’arco dello stesso anno.
La Ginestra, il fiore che dà il titolo al componimento, è un simbolo i cui valori essenziali sono:
- la solitudine (vive nei deserti e nei luoghi isolati del mondo)
- l’umiltà insieme alla dignità (si piega ai voleri del fato che la distruggerà, non è inutilmente orgogliosa e non si illude con una realtà consolatoria)
- la benevolenza (è compagna delle sorti sfortunate)
La composizione risale al 1829 e viene pubblicata nel 1831. Viene presentato un quadretto idillico di un borgo che attende l’arrivo del giorno di festa un sabato sera primaverile. L’autore riflette sul perché sia più liete l’attesa della domenica piuttosto che la domenica stessa. Infatti, la prima è piena di speranza mentre la seconda è turbata dal pensiero della sua fine.
Recanati
Giacomo Leopardi nasce a Recanati, un piccolo borgo chiuso nei confronti del nuovo appartenente allo Stato Pontificio, nel 1798. E’ il primo di cinque figli di una famiglia nobile. Suo padre, Monaldo, è colto, conservatore e di temperamento autoritario. Non si conoscono molti dati sulla madre oltre il fatto che fosse assente ed arida in ambito emotivo. Vi è un legame affettuoso con Carlo e Paolina, i due fratelli più cari.
Sin da bambino dimostra di essere un prodigo. Infatti, sebbene sia stato seguito da istruttori privati, lui era principalmente autodidatta. Il suo periodo di “studio matto e disperatissimo”, però, gli porterà gravi problemi di salute.
Le sue prime opere saranno di stampo erudito e filologico e si dedicherà anche a delle traduzioni dei classici.
Collaborazioni Editoriali
Nel 1824 esce la prima edizione di dieci Canzoni e prende forma il progetto delle Operette morali con il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani.
Il 1825 e 1826 sono anni di intense collaborazioni editoriali: a Milano con Fortunato Stella, a Firenze, dove entra in contatto con gli intellettuali che si raccolgono attorno alla rivista “Antologia”, rifiutando tuttavia la proposta di una collaborazione fissa con essa poiché si sentiva lontano dall’ottimismo progressista del gruppo fiorentino. Qualche anno dopo, sempre a Firenze, conoscerà Ranieri.
Quest’opera è stata composta a Recanati nel 1829 e pubblicata nel 1831. Viene impostato un quadretto paesano in cui un borgo si rallegra per il termine di una spaventosa tempesta, portando l’autore a fare una riflessione sulla natura del piacere, il quale viene visto come una cessazione momentanea del dolore.
Per quanto invece riguarda la natura, la sua visione di essa muta nel tempo.
Dapprima viene presentata dall’autore come madre benigna poiché offrirebbe agli uomini un’esistenza serena, di immediato contatto fra il mondo esterno e la tendenza umana a immaginare e a provare passioni, facendogli quindi credere che gli antichi fossero più felici dei moderni. Ma, intorno al 1822, la sua posizione cambia. Siccome nelle fonti antiche esiste un filone pessimista e nichilista, la sua ipotesi di una felicità originaria viene a mancare. In questo periodo, la natura si trasforma in una “matrigna”, una forza che distrugge ciò che genera e indifferente alle sofferenze dell’uomo.
Quest’opera viene composta a Pisa nel 1828 e pubblicata nel 1831.
La fanciulla a cui l’autore fa riferimento con lo pseudonimo “Silvia” pare dovesse essere la figlia del cocchiere di casa Leopardi, Teresa Fattorini. Lei è immagine della giovinezza illuminata dalle speranze che non potranno compiersi (muore di tisi poco più che ventenne). Questa triste sorte di privazione delle speranze e di morte spetta anche al poeta.
Questa intransigente visione materialista viene rifiutata dai contemporanei e le Operette vengono condannate, nel 1850, dalla Congregazione per l’Indice dei libri proibiti e, quindi, vietate per il loro “funesto scetticismo, e fatalismo il più desolato”.
La prosa è spontanea, a volte anche provvisoria, rispondendo all’esigenza di rapidità e di sintesi di una meditazione incalzante.
L’opera si può leggere sia in senso cronologico sia in direzione tematica.
Questo testo, composto nel 1824, si fonda sulla finzione di un manoscritto in lingua ebraica che viene ritrovato e tradotto dall’autore.
In esso, il momento in cui il gallo richiama gli uomini al risveglio è presentato come un momento di disillusione e, quindi, di infelicità.
Il tema predominante del componimento è la morte non solo di tutte le creature, ma anche dell’universo, caratterizzata da un silenzio nudo e da una quiete che riempirà lo spazio immenso. Insomma, è la finalità dell’essere delle cose.
Nell’ultima fase Leopardi accetta che si possa fare poesia meditando direttamente sul vero. Leopardi quindi sperimenta un tipo di discorso poetico, rivolto non a una comunità storica o sociale, ma al singolo individuo e alla sua universale umanità.
In esso il pensiero leopardiano viene fissato nel suo farsi progressivo e dinamico e si viene a costituire lo spazio di un fitto dialogo dell’autore con sé stesso.
Qui il poeta contempla l’infinita piccolezza dell’uomo e di ciò che lo riguarda.
Vi è però anche un ridimensionamento della teoria del piacere. D’altronde, l’autore invita a eliminare il principio del piacere anche dall’orizzonte individuale, poiché solo nell’accettazione del generale destino l’individuo può vivere un’esistenza più saggia, enunciando anche un atteggiamento che gli esseri umani dovrebbero seguire per alleviare l’infelicità.
Quest’opera, composta nel 1824, segna il distacco definitivo di Leopardi dalla visione della Natura come madre benigna in favore della sua concezione come matrigna tirannica e spietata, indifferente alle sofferenze dell’uomo e delle altre sue creature.
Infatti, il rapporto fra uomo e natura è concepito come un ciclo continuo di creazione e di distruzione. L’Islandese, il quale rappresenta l’uomo, però, crede che il mondo sia stato fatto per lui, e rimane deluso dal fatto che la natura gli sia sempre ostile e avversa (d’altronde, aveva scelto l’isolamento dai suoi simili per ricercare il minor male). Quando poi chiede alla personificazione della Natura a cosa serva un universo che produce dolore per chi vi sta, viene divorato da due leoni.
I testi sono tra loro indipendenti e presentano una varietà di argomenti, temi e stili. Ciò non le ferma dall’essere un insieme organico e unitario.
La forma del dialogo è stata scelta perché permette all’autore di calare grandi questioni sul piano “quotidiano” e di far interagire punti di vista diversi. Compaiono personaggi mitologici, delle favole, storici, filosofi o proiezioni dell’essere umano o dell’autore.
Le Operette rifiutano ogni forma di umanesimo e di antropocentrismo di origine cristiana o progressista, ma arrivano anche a smantellare i capisaldi che venivano identificati come elementi positivi del pensiero leopardiano.
Ciclo di Aspasia
Tornato a Firenze, conosce una donna giovane e affascinante, Fanny Targioni Tozzetti, la quale nel suo salotto accoglie letterati e intellettuali. Leopardi se ne innamorerà non ricambiato e la vicenda ispirerà i testi del “ciclo di Aspasia”.
Conversioni
Nel 1816 vi sarà una svolta fondamentale. A questo anno risale la sua “conversione letteraria” che lo porterà alla scoperta della poesia, passando quindi dall’”erudizione” al “bello”, e ad aprirsi al mondo intellettuale. E’ a questo periodo che risale la prima stesura dello Zibaldone, una raccolta di pensieri, appunti morali, filosofici e letterari.
Il desiderio di lasciare Recanati si fa sempre più forte, spingendo Leopardi a provare a fuggire nel 1819, ma senza riuscirci. Intanto, le sue condizioni fisiche peggiorano e avviene una conversione filosofica, in cui l’apertura al “bello” lascia spazio ad una visione materialista. Ciò, però, non ha portato ad un inaridimento della sua poesia. D’altronde, risalgono agli anni tra il 1818 al 1821 i primi capolavori: le canzoni e gli idilli.
Leopardi lascia Recanati per la prima volta, su concessione del padre, nel 1822 e soggiorna alcuni mesi a Roma. Qui verrà deluso dall’ipocrisia della vita mondana e dalla mediocrità. Inoltre, prova una solitudine ancora più nera che in provincia. Rientra a casa nel 1823.
L’unica scrittura compiuta derivata dallo Zibaldone sono i Pensieri, pubblicati nell’edizione postuma delle Opere del 1845, a cura dell’amico Ranieri.
Man mano che la scrittura procede, la riflessione si concentra sulla natura e sulla satira contro i sistemi filosofici contemporanei, senza però sfociare nell’autocommiserazione e nella rinuncia, ma, anzi facendo scoprire la virtù nuova che consiste nel fronteggiare il vero.
La lingua è una miscela di arcaismi, espressioni familiari e comiche, allusioni e memorie poetiche, unendo leggerezza apparente, lucidità concettuale e forza immaginativa.
Questa è l’ultima delle Operette, composta nel 1832. In essa è molto evidente la polemica nei confronti dei lettori, della censura e degli ambienti intellettuali italiani da parte di Leopardi, che, nel componimento, viene rappresentato da Tristano. Costui si sorprende per il rifiuto che il suo libro ha incontrato. D’altronde, credeva che chiunque avrebbe dovuto confermare, per esperienza personale, le sue tesi. Invece, la sua denuncia dell’infelicità umana viene ricondotta alle sue condizioni fisiche, facendogli capire che l'uomo preferisce ingannarsi sul presente e di illudersi sul futuro, non volendo vedere lo stato effettivo delle cose.
L’interrogatorio dell’amico può ricordare un interrogatorio dell’Inquisizione, a cui Tristano risponde ogni volta con autocritica e con l’affermazione di aver cambiato idea, sebbene il grosso della sua argomentazione ribadisca la validità del suo pensiero originario, per poi confermare ironicamente di rinunciare alle proprie idee.
E’ solo al termine che Tristano rivela il suo vero desiderio, quello di essere già morto. Sente le propria inattualità rispetto al proprio tempo ed esprime un sentimento di distacco anche nei confronti dei progetti letterari, dei libri e delle speranze di gloria.
I personaggi sono consci della perdita delle certezza. Tuttavia, sono eroicamente consapevoli della potenza dell'intelletto e della nobiltà dell’uomo. Viene quindi disegnato un nuovo umanesimo, laico, immanente, non trionfante, il quale porta l'uomo a riconoscere i propri limiti e a essere magnanimo verso gli altri.
Secondo la visione leopardiana, il piacere ha una natura materiale e si è felici quando lo si prova. L’uomo quindi è spinto a cercare il piacere dal desiderio, il quale è per sua natura infinito. Ciò però comporta anche la nascita del dolore e della noia; quest’ultima svela il vuoto dell’animo umano. Per alleviare il dolore che permea l’esistenza umana, l’immaginazione può creare ed evocare delle situazioni piacevoli, dette “illusioni”.
Leopardi non crede che l’umanità possa maturare da un’epoca all’altra, vedendo quindi la fiducia nel progresso come qualcosa di illusorio. L’unico progresso che ammette come possibile richiede la capacità di contemplare il negativo, di accettarlo e di fondare su queste premesse una nuova etica.
Giacomo Leopardi
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Giacomo Leopardi
lavoro di Russo Benedetta
Vita
Recanati
ciclo di Aspasia
Periodo di serenità e abbandono di Recanati
Collaborazioni editoriali
Conversioni
Napoli e Torre del Greco
teoria del piacere
piacere
Le poesia di Leopardi è strettamente legata alla sua visione filosofica, permettendo quindi di definirla come un “pensiero poetante”. Temi su cui ritorna spesso sono quello del piacere, il rapporto tra gli esseri viventi e la natura, l’evoluzione o la decadenza della civiltà a cui si intrecciano riflessioni sulla poesia.
natura
progresso
poetica prima fase
poetica ultima fase
Lo Zibaldone
Lo Zibaldone è una raccolta di appunti, meditazioni filosofiche, pagine di diario intimo, riflessioni sulla vita e su diverse altre questioni redatto a partire dal 1817 e risultato di un lavoro quotidiano non sistematico.
pensiero
prosa
come si può leggere
Pensieri
A Silvia
A Silvia
la quiete dopo la tempesta
la quiete dopo la tempesta
il sabato del villaggio
il sabato del villaggio
Le operette morali
Le Operette morali sono una raccolta di prose, narrative e dialogiche pubblicate per la prima volta nel 1827. La maggior parte dei componimenti sono stati composti nel 1824, a ridosso della crisi esistenziale e filosofica di Leopardi.
argomenti, temi e stili
dialogo
riflessione
lingua
personaggi
rifiuto
dialogo della Natura e di un Islandese
dialogo della Natura e di un Islandese
Cantico del Gallo Silvestre
Cantico del Gallo Silvestre
dialogo di Tristano e un amico
dialogo di Tristano e un amico
La Ginestra
L’opera risale al 1836, nel periodo in cui Leopardi risiedeva nella villa a Torre del Greco.
contemplazione sull'uomo
teoria del piacere
valori essenziali della Ginestra
recensione film
Il film è stato realizzato in maniera eccellente. Era ben evidente che fosse stata fatta molta ricerca per assicurarsi che il risultato venisse il più veritiero possibile. Bisogna anche aggiungere che non mancavano diretti riferimenti alle opere, offrendo anche una linea cronologica di quando esse fossero state realizzate. La critica maggiore da dare al film riguarda il fatto che l’abbandono definitivo di Recanati, momento cruciale della sua vita, non sia stato enfatizzato a dovere insieme all’incontro con Ranieri, il quale, come ben si evince dalla biografia di Leopardi, fu una figura fondamentale. Per il resto, dal mio punto di vista, il film è molto bello.
Periodo di serenità e abbandono di Recanati
Leopardi vive il periodo più sereno e fecondo della sua esistenza tra il 1827 e il 1828, che trascorrerà prima a Pisa e poi a Recanati. Abbandonerà definitivamente Recanati nel 1830, ma non senza gravi ripercussioni, anche economiche, acuite dai problemi ai suoi occhi che gli precludevano nuovi ingaggi editoriali.
Anche la poetica di Leopardi si evolve nel tempo. Nella prima fase, l’autore lavora molto sul concetto di immaginazione, la quale viene da lui definita “il primo fonte della felicità umana”. Essa non annulla la ragione, ma argina lo sconforto prodotto dal “vero”. Essa è anche in grado di rappresentare il non rappresentabile. Una forma di immaginazione particolare è la rimembranza, ovvero il ritorno alla memoria di ciò che che non è presente. Il “poetico”, quindi, si lega ad un’assenza, una vaghezza o un’indeterminatezza che suscita un sentimento di piacere. Spesso vengono accostate parole che destano l’idea di vastità a vocaboli di uso comune e quotidiano.
Napoli e Torre del Greco
Nel 1833 Leopardi e Ranieri si stabiliscono a Napoli, sperando che il clima mite possa giovare alla salute del poeta. Lui si sentirà estraneo all’ambiente intellettuale partenopeo, anche in maniera più netta rispetto a quello fiorentino. Nel 1837, scoppiata un’epidemia di colera, Ranieri e Leopardi saranno costretti a spostarsi a Torre del Greco. Qui verranno composte le sue ultime due opere: Il tramonto della Luna e La Ginestra. Leopardi muore nell’arco dello stesso anno.
La Ginestra, il fiore che dà il titolo al componimento, è un simbolo i cui valori essenziali sono:
La composizione risale al 1829 e viene pubblicata nel 1831. Viene presentato un quadretto idillico di un borgo che attende l’arrivo del giorno di festa un sabato sera primaverile. L’autore riflette sul perché sia più liete l’attesa della domenica piuttosto che la domenica stessa. Infatti, la prima è piena di speranza mentre la seconda è turbata dal pensiero della sua fine.
Recanati
Giacomo Leopardi nasce a Recanati, un piccolo borgo chiuso nei confronti del nuovo appartenente allo Stato Pontificio, nel 1798. E’ il primo di cinque figli di una famiglia nobile. Suo padre, Monaldo, è colto, conservatore e di temperamento autoritario. Non si conoscono molti dati sulla madre oltre il fatto che fosse assente ed arida in ambito emotivo. Vi è un legame affettuoso con Carlo e Paolina, i due fratelli più cari. Sin da bambino dimostra di essere un prodigo. Infatti, sebbene sia stato seguito da istruttori privati, lui era principalmente autodidatta. Il suo periodo di “studio matto e disperatissimo”, però, gli porterà gravi problemi di salute. Le sue prime opere saranno di stampo erudito e filologico e si dedicherà anche a delle traduzioni dei classici.
Collaborazioni Editoriali
Nel 1824 esce la prima edizione di dieci Canzoni e prende forma il progetto delle Operette morali con il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani. Il 1825 e 1826 sono anni di intense collaborazioni editoriali: a Milano con Fortunato Stella, a Firenze, dove entra in contatto con gli intellettuali che si raccolgono attorno alla rivista “Antologia”, rifiutando tuttavia la proposta di una collaborazione fissa con essa poiché si sentiva lontano dall’ottimismo progressista del gruppo fiorentino. Qualche anno dopo, sempre a Firenze, conoscerà Ranieri.
Quest’opera è stata composta a Recanati nel 1829 e pubblicata nel 1831. Viene impostato un quadretto paesano in cui un borgo si rallegra per il termine di una spaventosa tempesta, portando l’autore a fare una riflessione sulla natura del piacere, il quale viene visto come una cessazione momentanea del dolore.
Per quanto invece riguarda la natura, la sua visione di essa muta nel tempo. Dapprima viene presentata dall’autore come madre benigna poiché offrirebbe agli uomini un’esistenza serena, di immediato contatto fra il mondo esterno e la tendenza umana a immaginare e a provare passioni, facendogli quindi credere che gli antichi fossero più felici dei moderni. Ma, intorno al 1822, la sua posizione cambia. Siccome nelle fonti antiche esiste un filone pessimista e nichilista, la sua ipotesi di una felicità originaria viene a mancare. In questo periodo, la natura si trasforma in una “matrigna”, una forza che distrugge ciò che genera e indifferente alle sofferenze dell’uomo.
Quest’opera viene composta a Pisa nel 1828 e pubblicata nel 1831. La fanciulla a cui l’autore fa riferimento con lo pseudonimo “Silvia” pare dovesse essere la figlia del cocchiere di casa Leopardi, Teresa Fattorini. Lei è immagine della giovinezza illuminata dalle speranze che non potranno compiersi (muore di tisi poco più che ventenne). Questa triste sorte di privazione delle speranze e di morte spetta anche al poeta.
Questa intransigente visione materialista viene rifiutata dai contemporanei e le Operette vengono condannate, nel 1850, dalla Congregazione per l’Indice dei libri proibiti e, quindi, vietate per il loro “funesto scetticismo, e fatalismo il più desolato”.
La prosa è spontanea, a volte anche provvisoria, rispondendo all’esigenza di rapidità e di sintesi di una meditazione incalzante.
L’opera si può leggere sia in senso cronologico sia in direzione tematica.
Questo testo, composto nel 1824, si fonda sulla finzione di un manoscritto in lingua ebraica che viene ritrovato e tradotto dall’autore. In esso, il momento in cui il gallo richiama gli uomini al risveglio è presentato come un momento di disillusione e, quindi, di infelicità. Il tema predominante del componimento è la morte non solo di tutte le creature, ma anche dell’universo, caratterizzata da un silenzio nudo e da una quiete che riempirà lo spazio immenso. Insomma, è la finalità dell’essere delle cose.
Nell’ultima fase Leopardi accetta che si possa fare poesia meditando direttamente sul vero. Leopardi quindi sperimenta un tipo di discorso poetico, rivolto non a una comunità storica o sociale, ma al singolo individuo e alla sua universale umanità.
In esso il pensiero leopardiano viene fissato nel suo farsi progressivo e dinamico e si viene a costituire lo spazio di un fitto dialogo dell’autore con sé stesso.
Qui il poeta contempla l’infinita piccolezza dell’uomo e di ciò che lo riguarda.
Vi è però anche un ridimensionamento della teoria del piacere. D’altronde, l’autore invita a eliminare il principio del piacere anche dall’orizzonte individuale, poiché solo nell’accettazione del generale destino l’individuo può vivere un’esistenza più saggia, enunciando anche un atteggiamento che gli esseri umani dovrebbero seguire per alleviare l’infelicità.
Quest’opera, composta nel 1824, segna il distacco definitivo di Leopardi dalla visione della Natura come madre benigna in favore della sua concezione come matrigna tirannica e spietata, indifferente alle sofferenze dell’uomo e delle altre sue creature. Infatti, il rapporto fra uomo e natura è concepito come un ciclo continuo di creazione e di distruzione. L’Islandese, il quale rappresenta l’uomo, però, crede che il mondo sia stato fatto per lui, e rimane deluso dal fatto che la natura gli sia sempre ostile e avversa (d’altronde, aveva scelto l’isolamento dai suoi simili per ricercare il minor male). Quando poi chiede alla personificazione della Natura a cosa serva un universo che produce dolore per chi vi sta, viene divorato da due leoni.
I testi sono tra loro indipendenti e presentano una varietà di argomenti, temi e stili. Ciò non le ferma dall’essere un insieme organico e unitario.
La forma del dialogo è stata scelta perché permette all’autore di calare grandi questioni sul piano “quotidiano” e di far interagire punti di vista diversi. Compaiono personaggi mitologici, delle favole, storici, filosofi o proiezioni dell’essere umano o dell’autore. Le Operette rifiutano ogni forma di umanesimo e di antropocentrismo di origine cristiana o progressista, ma arrivano anche a smantellare i capisaldi che venivano identificati come elementi positivi del pensiero leopardiano.
Ciclo di Aspasia
Tornato a Firenze, conosce una donna giovane e affascinante, Fanny Targioni Tozzetti, la quale nel suo salotto accoglie letterati e intellettuali. Leopardi se ne innamorerà non ricambiato e la vicenda ispirerà i testi del “ciclo di Aspasia”.
Conversioni
Nel 1816 vi sarà una svolta fondamentale. A questo anno risale la sua “conversione letteraria” che lo porterà alla scoperta della poesia, passando quindi dall’”erudizione” al “bello”, e ad aprirsi al mondo intellettuale. E’ a questo periodo che risale la prima stesura dello Zibaldone, una raccolta di pensieri, appunti morali, filosofici e letterari. Il desiderio di lasciare Recanati si fa sempre più forte, spingendo Leopardi a provare a fuggire nel 1819, ma senza riuscirci. Intanto, le sue condizioni fisiche peggiorano e avviene una conversione filosofica, in cui l’apertura al “bello” lascia spazio ad una visione materialista. Ciò, però, non ha portato ad un inaridimento della sua poesia. D’altronde, risalgono agli anni tra il 1818 al 1821 i primi capolavori: le canzoni e gli idilli. Leopardi lascia Recanati per la prima volta, su concessione del padre, nel 1822 e soggiorna alcuni mesi a Roma. Qui verrà deluso dall’ipocrisia della vita mondana e dalla mediocrità. Inoltre, prova una solitudine ancora più nera che in provincia. Rientra a casa nel 1823.
L’unica scrittura compiuta derivata dallo Zibaldone sono i Pensieri, pubblicati nell’edizione postuma delle Opere del 1845, a cura dell’amico Ranieri.
Man mano che la scrittura procede, la riflessione si concentra sulla natura e sulla satira contro i sistemi filosofici contemporanei, senza però sfociare nell’autocommiserazione e nella rinuncia, ma, anzi facendo scoprire la virtù nuova che consiste nel fronteggiare il vero.
La lingua è una miscela di arcaismi, espressioni familiari e comiche, allusioni e memorie poetiche, unendo leggerezza apparente, lucidità concettuale e forza immaginativa.
Questa è l’ultima delle Operette, composta nel 1832. In essa è molto evidente la polemica nei confronti dei lettori, della censura e degli ambienti intellettuali italiani da parte di Leopardi, che, nel componimento, viene rappresentato da Tristano. Costui si sorprende per il rifiuto che il suo libro ha incontrato. D’altronde, credeva che chiunque avrebbe dovuto confermare, per esperienza personale, le sue tesi. Invece, la sua denuncia dell’infelicità umana viene ricondotta alle sue condizioni fisiche, facendogli capire che l'uomo preferisce ingannarsi sul presente e di illudersi sul futuro, non volendo vedere lo stato effettivo delle cose. L’interrogatorio dell’amico può ricordare un interrogatorio dell’Inquisizione, a cui Tristano risponde ogni volta con autocritica e con l’affermazione di aver cambiato idea, sebbene il grosso della sua argomentazione ribadisca la validità del suo pensiero originario, per poi confermare ironicamente di rinunciare alle proprie idee. E’ solo al termine che Tristano rivela il suo vero desiderio, quello di essere già morto. Sente le propria inattualità rispetto al proprio tempo ed esprime un sentimento di distacco anche nei confronti dei progetti letterari, dei libri e delle speranze di gloria.
I personaggi sono consci della perdita delle certezza. Tuttavia, sono eroicamente consapevoli della potenza dell'intelletto e della nobiltà dell’uomo. Viene quindi disegnato un nuovo umanesimo, laico, immanente, non trionfante, il quale porta l'uomo a riconoscere i propri limiti e a essere magnanimo verso gli altri.
Secondo la visione leopardiana, il piacere ha una natura materiale e si è felici quando lo si prova. L’uomo quindi è spinto a cercare il piacere dal desiderio, il quale è per sua natura infinito. Ciò però comporta anche la nascita del dolore e della noia; quest’ultima svela il vuoto dell’animo umano. Per alleviare il dolore che permea l’esistenza umana, l’immaginazione può creare ed evocare delle situazioni piacevoli, dette “illusioni”.
Leopardi non crede che l’umanità possa maturare da un’epoca all’altra, vedendo quindi la fiducia nel progresso come qualcosa di illusorio. L’unico progresso che ammette come possibile richiede la capacità di contemplare il negativo, di accettarlo e di fondare su queste premesse una nuova etica.