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Giacomo Leopardi
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Transcript
Il poeta dell'infinito
Giacomo leopardi
e il naufragar m'è dolce in questo mare.
v.15, L'Infinito - idilli
GIACOMO LEOPARDI
le due immagini
Generazioni di lettori e di studenti hanno visto in Giacomo Leopardi il poeta della sfortuna,della tristezza,se non dello squallore: fisicamente deforme,sempre chino sui libri,senza successo con le donne.Noi preferiamo leggerlo come il poeta del coraggio, della rivolta, di un contrastato amore per la vita.
All'erudizione la filosofia sostituisce la poesia(1816)
Nasce a Recanati (1798)
Studia da autodidatta(1808)
Inizia la corrispondenza con Pietro Giordani (1817)
Tenta la fuga (1819)
Soggiorna a Roma(1822)
Collaborazione editoriale con Stella(1825)
Parte per Napoli.(1833)
Lascia definitivamente Recanati per Firenze(1830)
Pisa: periodo più felice della sua esistenza(1827-28)
Muore a Napoli.(1837)
Firenze:
Recanati:
Leopardi giunge a Firenze nel 1826 e intrattiene rapporti con Gian Pietro Vieusseux. Vi torna nel 1830 dopo aver lasciato definitivamente Recanati.
Nato in questo piccolo borgo dello Stato pontifico nel 1798, non se ne allontana prima dei 24 anni.
Roma:
Bologna:
Lascia per la prima volta Recanati per venire a Roma nel 1822 ma rimane profondamente deluso dalla cità tanto vagheggiata.
Prosegue la collaborazione editoriale con Stella.
Napoli:
Milano:
Nel 1833 vi si trasferisce con l'amico Ranieri. Sul Vesuvio compone le sue ultime poesie. Morì poco dopo nel 1837.
Nel 1825 il contratto con l'editore Stella gli consente di trasferirsi a Milano.
Pisa:
Leopardi vive a Pisa tra il 1827 e il 1828 , dove compone alcuni dei suoi capolavori.
IL PENSIERO POETANTE
L'esperienza intellettuale di Leopardi è sempre legata ad una visione filosofica. Egli insiste su alcune questioni filosofiche: la ricerca del piacere, le cause dell'infelicità, il rapporto con la natura e l'evoluzione o la decadenza della civiltà umana.
Pensiero poetante 1/2
La ricerca del piacere
L'infelicità nativa
+ INFO
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Pensiero poetante 2/2
La decadenza della civiltà
Il rapporto con la natura
+ INFO
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La riflessione sulla poesia 1/2
L'immaginazione, la rimembranza e il vago
Per Leopardi l'immaginazione è "il primo fonte della felicità umana": essa non annulla la ragione, ma argina lo sconforto che il "vero" produce. Non deve essere considerata dunque come una "facoltà ingannatrice", ma come "facoltà conoscitrice" infatti essa ha la straordinaria capacità di rappresentare il non rappresentabile. Una particolare forma di immaginazione, ancora praticabile nella modernità, è la rimembranza (o ricordanza), cioè il ritorno alla memoria di ciò che non è presente in quanto lontano, passato o non contenibile dai sensi.
La riflessione sulla poesia 2/2
L'immaginazione, la rimembranza e il vago
Un oggetto o un luogo per quanto bello sia se non desta alcuna rimembranza non è poetico. Il "poetico" si lega ad un'assenza, un indeterminatezza o una vaghezza. Il cosiddetto linguaggio del vago è costituito da termini e immagini che evocano idee di lontananza, antichità e indeterminatezza: ...è come un diletto che non si può afferrare, e può paragonarsi a quello di chi corra dietro a una farfalla bella e dipinta senza poterla cogliere: e perciò lascia sempre nell'anima un gran desiderio: pur questo è il sommo de' nostri diletti. (Zibaldone, f.75, 1819)
Lo Zibaldone
l'officina del pensiero leopardiano
Lo Zibaldone nasce come una raccolta di: appunti, meditazioni filosofiche, pagine di diario intimo, riflessioni sulla vita e su questioni linguistiche e morali. Non fu pensato per la pubblicazione. Redatto a partire dal 1817 è composto da 4526 fogli con l'ultima nota nel 1832. Venne pubblicato solo nel 1900 da Giosuè Carducci. Il termine Zibaldone indica un insieme eterogeneo e occasionale di elementi diversi che va a creare un genere di letteratura nuovo, progressivo e dinamico. Quest'officina del pensiero filosofico e poetico costituisce lo spazio di un fitto dialogo dell'autore con se stesso. Data da un lavoro quotidiano e non sistematico, la prosa del diario è spontanea. A partire dal 1827 Leopardi comincia a stendere un indice del manoscritto, ordinando le riflessioni secondo categorie linguistiche, filosofiche e morali. Dunque l'opera può essere letta sia in senso cronologico sia in direzione tematica.
I CANTI 1/2
una raccolta in progressiva definizione
A partire dal 1824, Leopardi raccoglie i suoi componimenti poetici per la stampa. Diverse edizioni si susseguiranno negli anni e l'opera passerà attraverso riordini, sottrazioni e aggiunte, rispecchiando una scrittura che si rimodella sulle esperienze e sul pensiero di una vita intera.
2° edizione: Versi
1° edizione: Canzoni
4° edizione: Canti (edizione napoletana)
3° edizione: Canti
Ciclo di Aspasia
I CANTI 2/2
una raccolta in progressiva definizione
La lingua dei Canti è quella della tradizione lirica italiana ispirata dalla classicità greco-latina, la quale pur essendo in apparenza inattuale risulta straordinariamente moderna. Leopardi avvia una sperimentazione dove ridefinisce la canzone trasformandola in "canto" e conferendole una struttura della canzone libera. Essa è una rivisitazione della canzone petrarchesca e presenta tre caratteristiche:
- le strofe sono di differente estensione e struttura
- endecasillabi e settenari sono liberamente alternati
- le rime sono presenti ma non sistematicamente.
A Silvia
La quiete dopo la tempesta
L'infinito
Leopardi imposta, inizialmente, un quadretto paesano con un borgo che si rallegra dopo una spaventosa tempesta e riprende le consuete attività. In seguito viene smentito quanto appena detto subentrando una riflessione sulla natura effimera del piacere.
Silvia pare identificarsi con Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta poco più che ventenne diventa l'emblema di una giovinezza illuminata da speranze destinata a non compiersi
L'infinito, composto a Recanati nel 1819, fu pubblicato una prima volta sulla rivista milanese «Il Nuovo Ricoglitore» alla fine del 1825 e poi nell'opuscolo Versi del 1826 come primo di sei Idilli.
+ INFO
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La ginestra o il fiore del deserto
Il sabato del villaggio
Il sabato viene vissuto con felicità e gioia, perché si pensa che il giorno seguente è festa. La domenica viene vissuta con noia e tristezza perché già si pensa al giorno seguente e a ciò che ci aspetta, il lavoro.
La Ginestra o il fiore del deserto è una delle ultime poesie di Giacomo Leopardi. È stata composta nella primavera del 1836, quando l’autore di Recanati si trovava a Napoli da ormai tre anni, e dà voce a una acuta riflessione sul presente che Leopardi vive.
RIASSUNTO
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Le operette morali
Favole dell'infelicità e del coraggio
Le Operette morali sono una raccolta di prose, narrative e dialogiche pubblicate definitivamente nel 1845 per Le Monnier.I 24 testi sono tra loro indipendenti e comprendono una grande varietà di argomenti, temi e sili formando un insieme organico. La forma del dialogo consente a Leopardi di calare questioni di grande rilevanza e di far interagire tra loro punti di vista differenti: compaiono così personaggi della mitologia, delle favole, personaggi storici, filosofi. La lingua delle operette è una miscela di arcaismi, espressioni comiche, allusioni e memorie poetiche che riescono a donare un'apparente leggerezza all'opera.
Un umanesimo inattuale
Dialogo della natura e di un islandese
Cantico del gallo silvestre
Il testo si fonda sulla finzione di un manoscritto in lingua ebraica, ritrovato e tradotto da Leopardi. Il documento conterrebbe il cantico di una figura favolosa, il gigantesco gallo silvestre.
Dalle operette morali, componimento che esprime al meglio il pessimismo cosmico leopardiano
+ RIASSUNTO
+ INFO
Grazie dell'attenzione!
A cura di Florenzano Gaia e Russo Matteo 5G
2° edizione
Versi, 1826
Già nella seconda edizione Leopardi mostra di non rispecchiarsi più in una selezione così parziale. La nuova raccolta, Versi, è nel segno della varietà dei generi e dei registri ( passa dalla lirica alle elegie, dai sonetti alla poesia filosofico-morale). La comparsa degli idilli comporta un'importante svolta: sono presenti ''L'infinito'', ''La sera del dì di festa'', ''Alla Luna'' e ''La vita solitaria''. Nella poesia classica l'idillio era una poesia di breve estensione e di argomento vario: tendeva alle ambientazioni campestri e a contesti ora felici, ora malinconici. Con Leopardi gli idilli non si esauriscono nello spunto autobiografico ma lo spazio sentimentale dell'interiorità ha una natura intimamente filosofica. Gli idilli sono esperienze conoscitive, meditazioni sul tempo, sulla memoria e sull'infinito.
Cantico del gallo silvestre - Operette morali
Dopo l'introduzione in cui il narratore presenta la finzione del manoscritto il testo sembra quasi diviso in 7 movimenti musicali:
- L'invito al risveglio
- Elogio al sonno contrapposto al risveglio con la caduta delle illusioni
- Il gallo si rivolge al sole interrogandolo sulla felicità dei viventi
- Ritorna l'invito al risveglio
- Ipotesi sullo scopo della vita
- Comparazione tra i momenti del giorno e le fasi della vita
- Dichiara insolubile il mistero dell'esistenza e prefigura un tempo futuro in cui tutto l'universo sarà avvolto nel silenzio
Il gigantesco gallo silvestre ha il compito tutte le mattine di risvegliare i viventi, appena ciò accade risuona il paradosso di un invito a cui ci si vorrebbe sottrarre: alle immagini vane dei sogni si sostituisce la cruda realtà degli uomini che ritornano alla consueta infelicità. Il cantico si presenta come un momento di disillusione ma anche di consolazione, difatti esso mira a offrire conforto al ciclo naturale della creazione e della distruzione della materia.
4° edizione:
I Canti, 1831 e 1845 (edizione napoletana)
Nell'edizione napoletana dei Canti i componimenti salgono da 23 a 39 con importanti inserimenti come "Il passero solitario", "la Palinodia al marchese Gino Capponi" e il cosiddetto "Ciclo di Aspasia", una serie di testi successivi all'abbandono di Recanati. L'edizione postuma del 1845, curata da Antonio Ranieri, incluse il "Tramonto della luna" e della "Ginestra".
FORMA: L'infinito di Leopardi è composto da una sola strofa di 15 endecasillabi. Dal punto di vista della forma l'andamento è continuo e non coincide con la forma metrica (soprattutto dal v.3: ''ma sedendo e mirando...''. FIGURE RETORICHE: La figura retorica più presente nell'idillo è sicuramente l'enjambenmant. Ne ritroviamo bene 3 (aggettivo e nome: «interminati / spazi, sovrumani /silenzi; dimostrativo e nome: «quello / infinito silenzio, questa / immensità») e sono fondamentali per la conferire quella sensazione di continuità. SIEPE: Leopardi si mette a raccontare una esperienza unica ed eccezionale vissuta nel momento stesso in cui viene raccontata. L'idea stessa che sia una siepe a suscitare l'immaginazione di spazi infiniti e lo faccia proprio perché impedisce la vista, è di per sé sorprendente. Ci aspetteremmo che a farlo siano piuttosto gli spazi aperti dai quali sia possibile spingere lo sguardo a grande lontananza. L'IMMAGINAZIONE Per Leopardi l'infinito è connesso con l'immaginazione; scrive sullo Zibaldone che a volte «l'anima» desidera «una veduta ristretta […] perché allora in luogo della vista lavora l'immaginazione, e il fantastico sottentra al reale." ATTUALITÀ: L’ Infinito di Giacomo Leopardi è considerato un componimento attuale per le tematiche profonde e universali che affronta, per la sua capacità di esplorare temi filosofici, spirituali ed esistenziali che sono ancora di interesse nella società contemporanea. La sua universalità fanno sì che la poesia continui a ispirare e a stimolare la riflessione anche dopo così tanti anni.
Il sabato del villaggio - Canti XXV
Dal punto di vista strutturale troviamo una prima parte descrittiva e una seconda riflessiva:
- L'iniziale quadretto mostra scene di vita del borgo mentre scende la sera di un sabato primaverile.
- La seconda parte, corrispondente alle ultime due strofe, è di carattere riflessivo: il sabato è più lieto perchè pieno di speranza, mentre la festa vera e propria è turbata dal pensiero della sua fine.
Nel sabato del villaggio il tempo d'attesa e quello della festa vengono paragonati metaforicamente all'infanzia e alla maturità. La giovinezza è rallegrata non tanto dall'effettiva felicità quanto dalla sua aspettativa. Inoltre il sabato è metafora di giovinezza, l’età delle illusioni, mentre la domenica è metafora di età adulta, l’età delle disillusioni.
Ciclo di Aspasia
L’ultima stagione leopardiana, che si colloca dopo l’allontanamento definitivo da Recanati, segna una svolta di grande rilievo. Il ciclo di Aspasia consta di cinque componimenti scritti tra il 1833 e 1835, l'ispirazione per le liriche proviene dalla traumatica vicenda d'amore vissuta dal poeta con Fanny Targioni Tozzetti, a cui il poeta fa riferimento usando lo pseudonimo di Aspasia. Si tratta di una poesia profondamente nuova, lontanissima da quella idillica: il discorso non si basa più sulle immagini vaghe e indefinite, né vi è più il linguaggio limpido e musicale; si ha invece una poesia nuda, severa, quasi priva di immagini sensibili, fatta di puro pensiero.
Un islandese è insofferente e infelice e inizialmente crede che questo suo stato d'animo sia dovuto ai mali rapporti con i vicini. Per questo motivo decide di isolarsi ulteriormente. Ma ancora un a volta è insofferente e attribuisce la sua infelicità al clima. In casa è costretto a stare vicino al fuoco ma qui soffre per l'ambiente secco e pieno di fumo, all'esterno invece il clima è troppo rigido. Decide dunque di girare il mondo convinto di trovare un luogo adatto a lui. Ma trova luoghi troppo caldi, troppo freddi, troppo piovosi, troppo freddi, con venti forti, terremoti. Arrivato in Africa, incontra la Natura (la quale ha sembianze di donna enorme appoggiata a una montagna) à cui rivolge domande esistenziali circa l'uomo, dopo averle mostrato la sua incomprensione e contraddizione verso il suo comportamento (della Natura). La paragona inoltre a un ospite pazzo che costringe colui che ospita a stare in luoghi scomodi, lo tiranneggia e lo danneggia, impedendogli di andare via. Quindi l'islandese chiede alla Natura il senso del suo operare contro i viventi ma lei asserisce di essere al di là del bene e del male e di operare seguendo un ciclo di conservazione ben al di sopra delle vite.
Dato che il desiderio non ha limite, nessun piacere può essere completo e duraturo, pertanto la noia pervade l'esistenza umana: essa per l'uomo è uno stato di "infelicità nativa", cioè una sua condizione originaria ed essenziale. Si determina così un profondo "sentimento della vanità delle cose", che svela il nulla e l'incolmabile "vuoto dell'anima". Nella riflessione Leopardiana quindi la sofferenza è vista come stato ineliminabile.
Versi 1-51: Viene introdotta la ginestra, fiore che solitario cresce sulle pendici del Vesuvio e che offre a Leopardi lo spunto per polemizzare contro coloro che sono soliti lodare le capacità umane. Versi 52-86: Si accende qui l’aspra invettiva contro la cultura dominante nell’Ottocento, che ha insuperbito gli uomini e ha costituito una regressione nel pensiero, abbandonando quanto era stato appreso con il Rinascimento e l’Illuminismo. Versi 87-157: Dopo aver illustrato in cosa consistono la stoltezza e la nobiltà dell’uomo, Leopardi propone qui una soluzione di riscatto alla misera condizione umana: l’unione e la collaborazione di tutti gli uomini contro la comune nemica, la Natura. Versi 158-201: Viene descritta la vastità e l’infinità dell’Universo, rispetto al quale l’uomo non è che un insignificante e minuscolo punto di luce fioca. Versi 202-236: Leopardi descrive qui con grande efficacia la forza distruttrice della Natura, di fronte alla quale l’uomo non può nulla: città, Imperi, famiglie vengono sovrastate dalla potenza cieca della matrigna degli uomini. Versi 237-296: Viene rievocata qui l’eruzione del Vesuvio del 70 d.C. che distrusse le città di Pompei ed Ercolano. La Natura assume di nuovo l’immagine di forza indistruttibile e insensibile. Versi 297-317: Leopardi torna qui all’immagine con la quale si era aperta la canzone: quella della ginestra. Il docile fiore diventa emblema del pensiero del poeta illuminato, che si erge contro la Natura crudele e la stoltezza degli esseri umani.
L'interrogativo primo della meditazione di Leopardi riguarda la felicità: per l'uomo è possibile essere felici? Nella concezione puramente materialista del poeta anche il piacere ha una natura materiale. Esso consiste in una sensazione di vitalità che non ha a che fare nè con l'anima, nè con la dimensione religiosa, ma con l'esperienza soggettiva del piacere. In altri termini si è felici quando si prova piacere e per questo si cerca il piacere. Il motore di questa ricerca è il desiderio.
1° edizione:
Canzoni, 1824
In questa raccolta si è consolidata una visione filosofica che proclama la pervasività del male e del nulla in cui vengono ammesse solo le canzoni civili. La scelta del tema e la presenza di una sola forma metrica denunciano la volontà dell'autore di presentarsi come un autore classico. Questo classicismo leopardiano ha un volto del tutto particolare: è estraneo alla pura imitazione. Più che seguire la tradizione, la sovverte: lo dichiara lui stesso nell' ''annuncio delle dieci canzoni'', l'autocommento in prosa dove afferma che i componimenti non somigliano a nessuna poesia lirica italiana. Sono poesie che pretendono di far pensare il lettore.
La quiete dopo la tempesta - Canti XXIV
Il canto si articola in due momenti:
- Il primo coincide con la prima strofa la quale tratteggia un quadretto idilliaco: un borgo che torna alla vita quotidiana dopo una tempesta dove la prima impressione è quella di un testo animato da serenità.
- Il secondo, composto dalle ultime due strofe, è di carattere riflessivo e ricco di domande retoriche e si evince subito che il sollievo provocato dalla fine della tempesta è puramente momentaneo. Il poeta articola affermando come per la specie umana è diletto sfuggire al dolore e che l'unica guarigione al dolore è la morte.
La condanna della natura in questo canto è esplicita: essa è responsabile dei mali dell'uomo. La natura diventa per l'uomo muta ed estranea e qualsiasi ricerca di senso positivo appare impossibile. Rimane l'idea che la quiete non sia altro che una sospensione momentanea dell'affanno che attanaglia l'uomo e che verrà ricomposta solo dopo la morte.
3° edizione:
Canti, 1831
La terza edizione, uscita a Firenze nel 1831, rappresenta una tappa importante verso l'assetto definitivo, i Canti. Viene introdotto il gruppo dei testi pisano-recanatese del 1828-30 (che adottano una forma innovativa, la canzone libera). Con questo gruppo muta il criterio d'ordine: mentre nei Versi prevaleva il genere ora il principio guida è la successione cronologica, che disegna le tappe di una vicenda più intima e sentimentale. I canti "Il Risorgimento", "A Silvia", "Le ricordanze", "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia", " La quiete dopo la tempesta" e "Il sabato del villagio" testimoniano un potente ritorno all'ispirazione lirica. Questo gruppo di testi viene denominato i "grandi Idilli" e rispetto alla prima stagione degli idilli il dolore dell'individuo è sempre più una voce solidale a quella dell'intero consorzio umano. Non a caso assume un titolo, "Canti", del tutto nuovo e senza precedenti rispetto alla tradizione italiana.
Un umanesimo inattuale
La maggior parte dei testi è composta a ridosso di quella crisi esistenziale filosofica che Leopardi affronta nel 1824, difatti le Operette rifiutano ogni forma di umanesimo e di antropocentrismo di derivazione cristiana o progressista e arrivano a dissolvere le illusioni che leopardi aveva identificato come elementi positivi capaci di contrastare l'infelicità umana. I personaggi sono consapevoli di questa perdita delle certezze e disegnano un nuovo umanesimo, laico, immanente dove perduta ogni speranza l'uomo è consapevole dei propri limiti. L'intransigenza di questa visione materialistica fu rifiutata dai contemporanei tanto che nel 1850 le Operette morali furono inserite nell'indice dei libri proibiti.
La razionalità, il progresso, e lo stesso cristianesimo hanno innescato un'inarrestabile decadenza nella storia umana: da quando materia e spirito hanno perduto l'unità originaria il divenire storico ha assunto l'aspetto di una catastrofe. Questa concezione fa derivare l'infelicità presente da una svolta storica e viene definito come "pessimismo storico".
A Silvia - Canti XXI
Dietro a “A Silvia” non c’è una vicenda d’amore; Teresa e Leopardi condividevano condizioni simili ovvero giovinezza, illusioni, speranze, sogni e delusioni. Silvia non è la donna che il poeta ama, ma è il simbolo della speranza. Questa lirica è improntata sul linguaggio del vago: la figura di Silvia è vaga, non ci sono indicazioni concrete, Leopardi fa un discorso generico e sfumato. È vago anche l’ambiente: Il mondo esterno è privo di caratteristiche fisiche tangibili (teoria vago e indefinito) e la descrizione della realtà è filtrata. Al contrario di quanto si pensa, Leopardi non è il poeta della morte e della negatività, ma al contrario è il poeta della vita. Nell’ultima strofa di “A Silvia” di Leopardi c’è la visione della "fredda morte” e la figura della speranza che indica una tomba da lontano. L’opera racchiude quindi immagini di vita. È quindi una protesta contro la natura che ha negato all’uomo la vita e la gioia.
- La I strofa rappresenta il proemio che introduce l’immagine di Silvia; c’è l’invocazione e l’evocazione delle caratteristiche generali.
- La II e la III strofa mostrano 2 situazioni parallele, la prima riguarda Silvia, l’altra Leopardi (si rifanno tutte e due al passato e alle illusioni giovanili).
- La IV strofa è un commento dopo la delusione delle speranze.
- La V e la VI strofa che sono simmetriche alla II e alla III mostrano il vero parallelismo tra la storia di Silvia e quella di Leopardi.
La teoria del piacere è strettamente connessa alla riflessione sulla natura. Il poeta tende a presentarla come una madre benigna. Egli riteneva che gli antichi , più vicini all'armonia naturale , fossero più felici dei moderni. Nel tempo la posizione di Leopardi cambia. Già nel 1822 l'ipotesi sembra smentita dalle stesse fonti antiche , in cui esiste un rilevante filone pessimista e nichilista. Progressivamente la natura si trasforma in una forza che distrugge ciò che genera , in una matrigna del tutto indifferente alle sofferenze dell'uomo. Questa fase ha la definizione di "pessimismo cosmico".
Composta da 317 versi , La Ginestra costituisce un approfondimento della linea di pensiero già perseguita nelle Operette Morali: Leopardi sviluppa qui l’aspra critica nei confronti del suo tempo. CRITICA AGLI UOMINI DEL SUO TEMPO: L’input gli viene dato dalla vista della ginestra, un docile fiore che vede crescere sulle pendici del Vesuvio, lì dove città ed esseri umani sono stati distrutti dalla crudeltà della Natura. Da qui, Leopardi sviluppa tutto la propria polemica e il proprio scetticismo verso gli uomini a lui contemporanei che credono di essere immortali, mentre in realtà sono impotenti di fronte alla smisurata potenza della Natura.