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Discorso sulla disuguaglianza (Rousseau)

beatrice chiminelli

Created on September 17, 2023

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Transcript

Discorso sull’origine e i fondamenti dell'ineguaglianza tra gli uomini

Lavoro a cura di Beatrice Chiminelli e Maria Antonia Strada, 4ALC

È dell'uomo che devo parlare; e l'argomento che prendo in esame mi dice che dovrò parlare a degli uomini, perché non si propongono problemi simili se si teme di onorare la verità. Difenderò perciò con fiducia la causa dell'umanità davanti ai saggi che mi invitano a farlo, e non sarò insoddisfatto di me stesso se mi renderò degno dell'argomento e dei miei giudici. Io vedo nel genere umano due specie di ineguaglianze; la prima che chiamo naturale o fisica, perché è stabilita dalla natura, e che consiste nella differenza di età, della salute, delle forze fisiche e delle qualità dello spirito o dell'anima; l'altra, che si può chiamare ineguaglianza morale o politica, perché dipende da una specie di convenzione, ed è stabilita o almeno autorizzata dal consenso degli uomini. Questa consiste nei diversi privilegi di cui alcuni godono a scapito di altri, come di essere più ricchi, piú onorati, più potenti di loro, o anche di farsi obbedire. È inutile chiedersi quale sia l'origine dell'ineguaglianza naturale, perché la risposta è implicita nella semplice definizione del termine. Ancor meno è il caso di cercare se ci sia qualche legame essenziale tra i due tipi d'ineguaglianza, perché sarebbe come chiedere in altre parole se coloro che comandano valgano necessariamente di più di coloro che obbediscono, e se la forza fisica o quella spirituale, la saggezza o la virtú, si trovino negli stessi individui sempre in proporzione della potenza o della ricchezza: questione adatta forse ad essere discussa da schiavi che sanno di essere ascoltati dai loro padroni, ma che non conviene ad uomini ragionevoli e liberi, che ricercano la verità.

Di che cosa tratta dunque precisamente questo Discorso? Di stabilire nel progresso delle cose il momento in cui, avendo il diritto preso il posto della violenza, la natura fu sottoposta alla legge; di spiegare per quale concatenarsi di prodigi il forte poté accettare di servire il debole, e il popolo di acquistarsi una tranquillità ipotetica al prezzo di una felicità reale. Tutti i filosofi che hanno esaminato i fondamenti della società hanno sentito la necessità di risalire fino allo stato di natura, ma nessuno di essi ci è arrivato. Alcuni non hanno esitato ad attribuire all'uomo nello stato di natura la nozione del giusto e dell'ingiusto, senza preoccuparsi di dimostrare che questa nozione gli fosse necessaria, e neppure che gli fosse utile. Altri hanno parlato del diritto naturale che ciascuno ha di conservare ciò che gli appartiene, senza spiegare ciò che intendevano con il termine appartenere. Altri ancora, attribuendo anzitutto al più forte l'autorità sul piú debole, hanno fatto nascere subito il governo, senza pensare al tempo che dovette passare prima che potessero avere un significato per gli uomini parole come autorità e governo. Tutti infine, parlando continuamente di bisogno, avidità, oppressione, desideri, orgoglio, hanno trasferito allo stato di natura delle idee che avevano attinte nella società; essi parlavano dell'uomo selvaggio e descrivevano l'uomo civile. Non è neanche venuto in mente alla maggior parte dei nostri filosofi di dubitare dell'esistenza dello stato di natura, nonostante che sia evidente, at- traverso la lettura dei libri sacri, che il primo uomo, che ricevette direttamente da Dio lumi e comandamenti, non era neanche lui in quello stato, e che, se si presta agli scritti di Mosè la fede dovuta ad essi da tutti i filosofi cristiani, si deve negare che gli uomini, anche prima del diluvio, si siano mai trovati nel puro stato di natura, a meno che non vi siano ricaduti per qualche avvenimento straordinario: paradosso scomodo da difendere e completamente impossibile da provare.

Cominciamo dunque col mettere da parte tutti i fatti. Perché non riguardano la questione. Non bisogna considerare le ricerche nelle quali potremo addentrarci a proposito di questo argomento come verità storiche, ma solamente come ragionamenti ipotetici e condizionali, piú adatti a chiarire la natura delle cose che a mostrarne l'effettiva origine, e simili a quelli che fanno quotidianamente i nostri fisici sulla formazione del mondo". La religione ci ordina di credere che, poiché Dio stesso ha tolto gli uomini dallo stato di natura, essi sono ineguali perché egli lo ha voluto; ma essa non ci vieta di fare delle congetture basate sulla sola natura dell'uomo e degli esseri che lo circondano, su come avrebbe potuto divenire il genere umano se fosse stato abbandonato a se stesso. Ecco ciò che mi si chiede e che io mi propongo di esaminare in questo Discorso. Siccome l'argomento si riferisce all'uomo in generale, cercherò di usare un linguaggio che si adatti a tutte le nazioni; o anzi, dimenticando i tempi e i luoghi per pensare solo agli uomini a cui mi rivolgo, m'immaginerò nel Liceo di Atene mentre ripeto le lezioni dei miei maestri, avendo i Platone e i Senocrate come giudici, e il genere umano come uditorio. O uomo, di qualunque paese tu sia, e quali che siano le tue opinioni, ascolta: ecco la tua storia come mi è parso di leggerla, non nei libri dei tuoi simili, che sono menzogneri, ma nella natura che non mente mai. Tutto ciò che deriverà da essa sarà vero; sarà falso solo ciò che vi avrò inserito di mio senza volerlo. I tempi di cui mi accingo a parlare sono remoti: quanto sei cambiato da come eri! E, per cosí dire, la vita della tua specie che io descriverò, secondo le qualità che tu hai avuto, e che la tua educazione e le tue abitudini hanno potuto corrompere, ma non hanno potuto distruggere. Vi è, lo sento, un'età nella quale ciascun individuo vorrebbe fermarsi; tu cercherai l'epoca nella quale desidereresti che la tua specie si fosse fermata. Scontento della tua condizione attuale per delle ragioni che preannunciano alla tua infelice posterità cause di malcontento ancora più grandi, forse tu vorresti poter tornar indietro; e questo sentimento sarà l'elogio dei tuoi primi antenati, la critica dei tuoi contemporanei, e il terrore di coloro che avranno la sventura di vivere dopo di te.