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LA SOCIETA' ROMANA ARCAICA

martina passalacqua

Created on September 14, 2023

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LA SOCIETA' ROMANA ARCAICA

Patrizi e Plebei

La società romana era divisa in due ordini: i patrizi e i plebei. Al gruppo dei patrizi appartenevano gli aristocratici, grandi proprietari terrieri e di bestiame: a loro spettavano la responsabilità e il privilegio di partecipare alla vita pubblica e di sedere in Senato. I plebei erano invece uomini liberi di condizione sociale inferiore: artigiani, commercianti, piccoli proprietari terrieri. Secondo alcuni studiosi la diversa ricchezza e il diverso prestigio di patrizi e plebei sono da ricercare nella diversa origine dei due ordini: forse i patrizi erano gli eredi dell'originario e più antico nucleo latino-sabino dei fondatori della città, mentre i plebei discendevano da successivi abitatori di Roma. Altre teorie suggeriscono differenti cause di tale distinzione sociale, ma quella basata sull'origine etnica è la più plausibile.

La familia e la struttura gentilizia

Le famiglie romane, nei tempi più antichi solo quelle dei patrizi, avevano una struttura gentilizia: quelle legate da vincolo di sangue costituivano una gens e detenevano quindi lo stesso nomen gentilicium ("nome gentilizio"). Il cittadino romano si sentiva legato a un gruppo sovrafamiliare e dei tre nomi che portava era proprio il nomen quello che lo connotava maggiorenne. La gens era dunque formata da diverse famiglie, ma bisogna ricordare che il significato del termine latino familia non coincida con il nostro: infatti per noi la famiglia è sostanzialmente composta dal "nucleo" cui appartengono genitori e figli, mentre la struttura della familia romana era molto più complessa e di tipo patriarcale, poiché era costituita da tutte le persone (e le cose) sottoposte all'autorità o al possesso di un pater familias. La familia comprendeva dunque in primo luogo la moglie, i figli, le figlie e perfino le nuore e i nipoti, sulle cui vite il pater familias vigilava; ma nondimeno gli schiavi, che - al pari dei beni (denaro, case, cose o animali) - erano considerati proprietà esclusiva del pater, che quindi esercitava la patria potestas, cioè l'autorità paterna su tutte le persone e gli oggetti della casa.

Clientela e schiavitu'

I più autorevoli esponenti di una gens potevano vincolare altri cittadini liberi, ma plebei, in un rapporto di clientela: i clienti dovevano fedeltà assoluta ai loro ricchi padroni e - in cambio di aiuto economico - ne assecondavano la volontà di ostentazione sociale e affermazione politica. Dunque i clienti accompagnavano i patroni nelle assemblee, li proteggevano nei tumulti, combattevano al loro fianco in battaglia; i patroni, dal canto loro, permettevano ai clienti di coltivare le terre di loro proprietà. La Roma arcaica conosceva poi anche la schiavitù: gli schiavi, per lo più aggregati alla familia di nobili patrizi, erano prigionieri di guerra o di pirateria, e in qualche caso, debitori insolventi, ovvero incapaci di saldare i propri debiti. Nelle epoche successive la schiavitù diventerà un fenomeno massiccio ed economicamente rilevante, mentre non è chiaro quando si sia affermata l'usanza di liberare gli schiavi, trasformandoli in liberti. Nel corso dei secoli gli schiavi liberati, per ragioni di riconoscenza o in cambio di denaro, diverranno una categoria numericamente molto significativa nell'ambito della società romana.

La dimensione agricola e familiare

La religione di un popolo di contadini e pastori quali erano i Romani non poteva che essere, in origine, scandita dai ritmi dell'anno agricolo e dalle relative feste propiziatorie. Inoltre, già dai tempi più antichi, a Roma si praticavano forme di culto privato, come quelle per i Lari, spiriti benigni degli antenati, i Penati, divinità protettrici della famiglia e dello Stato, e i Mani, protettori delle anime dei parenti defunti. Ben presto, però, si affermò una dimensione religiosa più articolata, sia per le divinità venerate, sia per gli addetti al culto e per le implicazioni politiche e ideologiche della sfera religiosa.

Politeismo e sincretismo

Il politeismo romano fu in costante e dinamica trasformazione, pronto a fondare divinità della tradizione italica, etrusca e greca, tramite un processo detto sincretismo religioso. Conseguenza di tale dinamismo fu, tra l'altro, l'assimilazione di Vesta, antichissima dea protettrice del fuoco sacro, custode della città e simbolo della sua unità, alla greca Hestia. Già in età monarchica avvenne la sostituzione della triade Giove-Marte-Quirino (di derivazione italica) con quella di Giove-Giunone-Minerva (di ascendenza etrusco-greca). In essa, per esempio, Giunone presentava caratteri italici (identificazione con la Terra), etruschi (associazione alla dea Uni, regina) e greci (assimilazione a Hera, sposa di Zeus). Processo analogo avvenne con gli altri dei del Pantheon romano, nel quale il mondo agricolo-pastorale delle origini si mescola con le divinità greche olimpiche e anche con quelle di derivazione orientale, trasmesse per contatto dalle colonie della Magna Grecia.

I sacerdoti e i culti

Tra le figure eminenti della religione romana spicca quella del pontefice massimo, capo del collegio dei pontefici, custode delle tradizioni religiose ed esperto di diritto sacro; egli era coadiuvato, con funzione tecnico-sacrificale, dal rex sacrorum, sacerdote di Giano. Dal pontefice dipendevano i flamini, sacerdoti di divinità specifiche (i più importanti erano quelli degli antichi dei Giove, Marte e Quirino), e le vergini vestali, consacrate alla custodia del fuoco sacro alla dea Vesta. Altre figure sacerdotali rivelanti erano gli àuguri e gli aruspici, che, come quelli etruschi, predicevano il futuro interpretando rispettivamente il volo degli uccelli e le viscere degli animali. Vi erano inoltre confraternite che perpetuavano che continuavano il culto agricolo di Dia (antichissima divinità protettrice della fertilità della terra), dei salii, custodi dei dodici scudi sacri, gli ancilia, uno dei quali, caduto dal cielo sotto il regno di Nuna Pompilio, era considerato garante della salvezza di Roma e dei feziali, che sacralizzavano le dichiarazioni di guerra. Particolarmente delicato, infine, il ruolo dei sacerdoti incaricati di custodire i celebri libri sibillini, raccolta di profezie sul futuro di Roma pronunciate dalla mitica Sibilla Cumana (profetessa greca con sede nella città campana di Cuma), introdotti a Roma dall'etrusco Tarquinio il Superbo e poi conservati nel Tempio di Giove Capitolino.

Politica e religione

Ai culti pubblici presenziava sempre l'autorità politica, a sottolineare l'importanza che la religione aveva nella vita dello Stato; addirittura la permanenza sul Campidoglio del tempio dedicato a Giove, Giunone e Minerva o la presenza del fuoco acceso nel Tempio di Vesta erano considerate condizioni necessarie perché lo Stato romano continuasse a esistere. Fondamentale, in tal senso, era il ruolo del pontefice massimo: egli, custode delle gloriose gesta dei suoi magistrati, garantiva all'aristocrazia senatoria il prestigio per continuare a detenere il potere. Non stupisce dunque che, quasi in opposizione al culto capitolino, i plebei avessero costituito sull'Aventino un tempio dedicato a Cerere, Libero e Libera, divinità popolari e agricole di derivazione greca. Per quanto riguarda la componente ideologica, si è spesso insistito sul rapporto poco spirituale, ma pratico e utilitaristico, dei Romani con i loro dei. Chi sostiene ciò lo fa soprattutto alla luce delle formule di preghiera rimaste, dove si chiede sempre qualcosa promettendo in cambio sacrifici, o delle dediche epigrafiche, per lo più di epoche successive, nelle quali si ricorda il voto già esaudito.

Con “età arcaica”, nel contesto dell’antica Roma, ci riferiamo al periodo storico che va dai primi insediamenti preistorici fino al 509 a. C., anno che coincise con la cacciata dell’ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo, e con l’instaurazione della Repubblica.

La vita dei plebei

L’esercito romano era infatti composto per la maggior parte da cittadini-agricoltori e a causa delle continue guerre di Roma con i popoli vicini, le famiglie plebee che si mantenevano grazie al lavoro svolto dal capo-famiglia e dai figli maschi nei campi, non riuscivano a pagare i debiti contratti per sopravvivere durante l’assenza dei maschi impegnati in guerra. Attraverso il nexus i patrizi si impadronivano delle terre e rendevano in stato di schiavitù i contadini-combattenti e le loro famiglie.

I patrizi inoltre si tramandavano oralmente le leggi, pertanto solo loro avevano la possibilità di interpretarle.

Il sistema onomastico romano

I cittadini maschi nati liberi avevano i tria nomia, e cioè un prenomen, equivalente al nostro nome proprio, un nome gentilicium, che indica l'appartenenza a una gens e si può comparare al nostro cognome, e un cognomen, che spesso indicava il ramo di appartenenza all'interno della gens. A tali nomi spesso si aggiungeva quello del padre, oltre a quello, ma solo in epoca più tarda, anche della tribù elettorale cui si era iscritti, entrambi in forma abbreviata. Le donne libere, invece, avevano solo due nomi: il nomen e il cognomen, a stabilire uno stretto legame con la famiglia.

Diversa era la condizione di schiavi e liberti. Da schiavi avevano un nome solo, se liberati, assumevano i tria nomia (i maschi) o duo nomia (le femmine); laddove l'eventuale preanomen e il nomen erano quelli del padrone che li liberava, mentre il cognomen era il vecchio nome da schiavo

Da dove deriva la porola familia?

Alcuni studiosi ipotizzano che la parola familia derivi dal termine famulus ("servo"): se così fosse, il significato originario di questa parola potrebbe essere quello di "gruppo di servi" e solo in un secondo tempo sarebbero stati legati all'idea di familia anche i parenti. Il pater familias aveva diritto di vita e di morte sui figli, in base a una norma che lo stesso Romolo avrebbe istituito; essa costituiva un formidabile deterrente nei confronti delle potenziali "ribellioni" dei figli, a testimoniare la grande severità nei rapporti familiari d'epoca arcaica. Questa rigidità andò - con il tempo - stemperandosi, anche se il rispetto per la figura paterna fu una prerogativa costante della mentalità romana: tale rispetto era infatti un dovere sacro, come quello nei confronti degli dei e della patria

I privilegi dei patrizi

Dopo aver sconfitto la monarchia ed aver scacciato dal trono Tarquinio il Superbo nel 509 a. C., limitarono il potere di governo della Città ai soli componenti del loro Ordine e quindi solo i patrizi potevano essere eletti Consoli. Essendo gli unici a poter godere del diritto di diventare magistrati e senatori, partecipare ai comizi, ottenere cariche sacerdotali, finirono quindi per abusare della loro posizione utilizzando, ad esempio, il nexus per rendere in schiavitù la classe plebea.

I flamini

I Flamini erano sacerdoti che avevano il compito-privilegio di accendere il fuoco sull'Ara dei sacrifici, preposti al culto di una specifica divinità da cui prendeva il nome e di cui celebrava il rito e le festività. Appartenevano all'ordine senatorio. Erano in tutto 15 flamines, 3 maiores e 12 minores; ma secondo altre fonti i Flamines minori erano di più.

I figli

Il figlio che nasceva nella famiglia romana o veniva adottato era sottoposto alla proprietà del pater, spesso fino all'età matura. Se era femmina usciva dalla potestà del padre solo per passare a quella del marito; il maschio invece aveva una possibilità in più: l'emancipazione. Era la famiglia ad impartire l'educazione e l'istruzione ai figli, che concernevano sia il leggere e lo scrivere che la preparazione alla guerra e al lavoro. Un ruolo lo avevano anche i collegia iuvenum, che fornivano loro un'istruzione preliminare. Fino a sette anni d'età il bambino era curato sotto la guida del padre. Il contatto con la cultura greca fece sì che si diffondesse la pratica di chiamare pedagoghi, soprattutto dalla Magna Grecia, per curare in famiglia l'istruzione dei bambini.

Le Vergini Vestali

Potevano però uscire liberamente in lettiga e godevano di privilegi superiori a quelli delle donne romane, nonché di diritti e onori civili: mantenute a spese dello Stato, erano le uniche donne romane che potevano fare testamento, potevano testimoniare senza giuramento e i magistrati cedevano loro il passo e facevano abbassare i fasci consolari al loro passaggio. Tra le loro prerogative c'erano anche il diritto di chiedere la grazia per il condannato a morte e quello di essere sepolte entro il pomerio. Alle Vestali erano anche affidati in esclusiva gli oggetti più sacri di Roma, i Pignora imperii, i sette talismani sacri che garantivano la potenza eterna dell'Urbe: tra di essi, tutti conservati nel Tempio di Vesta, c'erano gli Ancilia (i dodici scudi sacri di Marte, dio della guerra) e il Palladio (la statua della dea Atena che Enea portò da Troia).

In principio le vestali erano quattro (o tre) fanciulle vergini, in seguito il loro numero fu portato a sei fanciulle che erano sorteggiate all'interno di un gruppo di 20 bambine di età compresa fra i 6 e i 10 anni, appartenenti esclusivamente a famiglie patrizie. La consacrazione al culto, officiata dal Pontefice massimo avveniva tramite la captio o cattura: un rito paranuziale che ricalca il matrimonio per rapimento. Al Pontefice massimo erano sottoposte come ad un marito e a lui dovevano rispondere in caso di eventuali mancanze. Il servizio aveva una durata di 30 anni; la loro vita si svolgeva nell'Atrium Vestae, accanto al tempio di Vesta, dove dovevano mantenere acceso il fuoco sacro e preparare la "mola salsa", una focaccia che veniva offerta agli dei nelle cerimonie solenni.

Con “età arcaica”, nel contesto dell’antica Roma, ci riferiamo al periodo storico che va dai primi insediamenti preistorici fino al 509 a. C., anno che coincise con la cacciata dell’ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo, e con l’instaurazione della Repubblica.

La mater familias

I figli, sia maschi che femmine, dovevano sottostare al potere del padre, ma le donne, una volta sposate, diventavano sottomesse al marito e non più al padre. Un'altra figura molto importante nella famiglia romana era quella della mater familias, ovvero la madre. Era considerata fondamentale per la costruzione di una nuova istituzione famigliare, poiché, poteva dare alla luce i discendenti del marito. Essa, quando diventava madre, veniva chiamata domina. La mater familias si occupava della casa e dirigeva le ancelle nel caso la sua famiglia fosse abbastanza ricca da possederne, ma il suo compito fondamentale era quello di tessere la lana e di realizzare degli abiti per se stessa e per i membri della propria famiglia.