Dopo il discidium, il pentimento
Dal "Corpus Tibullianum", Tibullo
Chiara Pascale
IV A
05/06/2023
Introduzione
Questo brano è tratto dal cosiddetto “Corpus Tibullianum”, attribuito al poeta Tibullo.
In questa elegia il poeta narra di essere stato lasciato dall’amata Delia per un amante più ricco. In una prima parte tenta di riconquistarla, ma poi si rende conto che non riuscirà nel suo intento.
1.
vv 1-8
Asper eram et bene discidium me ferre loquebar:
at mihi nunc longe gloria fortis abest.
Namque agor ut per plana citus sola verbere turben
quem celer adsueta versat ab arte puer. Ure ferum et torque, libeat ne dicere quicquam
magnificum post haec: horrida verba doma.
Parce tamen, per te furtivi foedera lecti, per venerem quaeso compositumque caput.
Ti trattai con asprezza, dissi che avrei sopportato bene il distacco, ma ora è lontana da me la gloria di essere forte. Infatti sono sopsinto come una trottola che vortichi qua e là su di un liscio piano mossa dalla sferza di un rapido fanciullo con la consueta abilità. Brucia e tortura il superbo affinché d'ora innanzi non si compiaccia di vantarsi: doma il suo duro linguaggio. Tuttavia perdona, lo chiedo in nome di Venere, per il letto furtivo ove ci unimmo, per il tuo capo adagiato accanto al mio.
2.
Traduzione
Io sono colui che quando giacevi allo stremo per un grave morbo, come suol dirsi, con i miei voti, ti strappai alla morte, io stesso purificai ogni cosa all'intorno con puro zolfo, quando la vegliarda con le sue formule magiche ti diede i presagi. Sempre io procurai che non potessero atterrirti funesti sogni, con la pia triplice offerta del sacro farro. Io vestito di lino e con la tunica disciolta, offrii nove voti a Trivia nella notte silenziosa. li adempii tutti: e ora un altro si gode il tuo amore, e felice trae frutto dalle mie preghiere.
vv 9-18
Ille ego cum tristi morbo defessa iaceres te dicor votis eripuisse meis:
ipseque te circum lustravi sulpure puro,
carmine cum magico praecinvisset anus;
ipse procuravi ne possent saeva nocere
somnia, ter sancta deveneranda mola; ipse ego velatus filo tunicisque solutis
vota novem Triviae nocte silente dedi.
Omnia persolvi: fruitur nunc alter amore, et precibus felix utitur ille meis.
3.
vv 19-36
Traduzione
At mihi felicem vitam, si salva fuisses,fingebam demens, et renvente deo.
"Rura colam, frugumque aderit mea Delia custos,
area dum messes sole calente teret,
aut mihi servabit plenis in lintribus uvas
pressaque veloci candida musta pede. Consuescet numerare pecus; consuescet amantis
garrulus in dominae ludere verna sinu.
Illa deo sciet agricolae pro vitibus uvam,
pro segete spicas, pro grege ferre dapem.
Illa regat cunctos, illi sint omnia curae: at iuvet in tota me nihil esse domo.
Huc veniet Messalla meus, cui dulcia poma
Delia selectis detrahat arboribus:
et, tantum venerata virum, hunc sedula curet,
huic paret atque epulas ipsa ministra gerat." Haec mihi fingebam, quae nunc Eurusque Notusque
iactat odoratos vota per Armenios.
E io, se fossi scampata alla morte,immaginavo una vita beata con te; folle! Gli dei mi erano avversi. "Coltiverò i campi e la mia Delia veglierà sulle messi, mentre sull'aia si trebbierà il grano sotto il sole ardente; oppure mi custodirà le uve nei tini ricolmi e i mosti splendenti pigiati da veloci piedi. Si abituerà a contare il greggie, e un piccolo schiavo scherzerà garullo in grembo all'affettuosa padrona. Essa saprà donare al dio dei campi l'uva per i vigneti, le spighe per i maggesi, una foccaccia per il gregge. A tutto ella presieda, di tutto si prenda cura, e a me piaccia non contare nulla in tutta la casa . Qui verrà il mio Messalla, cui Delia offrirà, spiccatili da scelti alberi, dolci frutti, e onorando un uomo così illustre, si occupi di lui con zelo, e gli appresti e gli rechi lei stessa le vivande". Questi erano i miei voti, che ora l'Euro e il Noto disperdono come sogni nell'odorosa Armenia.
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Chiara P
Created on June 5, 2023
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Dopo il discidium, il pentimento
Dal "Corpus Tibullianum", Tibullo
Chiara Pascale
IV A
05/06/2023
Introduzione
Questo brano è tratto dal cosiddetto “Corpus Tibullianum”, attribuito al poeta Tibullo. In questa elegia il poeta narra di essere stato lasciato dall’amata Delia per un amante più ricco. In una prima parte tenta di riconquistarla, ma poi si rende conto che non riuscirà nel suo intento.
1.
vv 1-8
Asper eram et bene discidium me ferre loquebar: at mihi nunc longe gloria fortis abest. Namque agor ut per plana citus sola verbere turben quem celer adsueta versat ab arte puer. Ure ferum et torque, libeat ne dicere quicquam magnificum post haec: horrida verba doma. Parce tamen, per te furtivi foedera lecti, per venerem quaeso compositumque caput.
Ti trattai con asprezza, dissi che avrei sopportato bene il distacco, ma ora è lontana da me la gloria di essere forte. Infatti sono sopsinto come una trottola che vortichi qua e là su di un liscio piano mossa dalla sferza di un rapido fanciullo con la consueta abilità. Brucia e tortura il superbo affinché d'ora innanzi non si compiaccia di vantarsi: doma il suo duro linguaggio. Tuttavia perdona, lo chiedo in nome di Venere, per il letto furtivo ove ci unimmo, per il tuo capo adagiato accanto al mio.
2.
Traduzione
Io sono colui che quando giacevi allo stremo per un grave morbo, come suol dirsi, con i miei voti, ti strappai alla morte, io stesso purificai ogni cosa all'intorno con puro zolfo, quando la vegliarda con le sue formule magiche ti diede i presagi. Sempre io procurai che non potessero atterrirti funesti sogni, con la pia triplice offerta del sacro farro. Io vestito di lino e con la tunica disciolta, offrii nove voti a Trivia nella notte silenziosa. li adempii tutti: e ora un altro si gode il tuo amore, e felice trae frutto dalle mie preghiere.
vv 9-18
Ille ego cum tristi morbo defessa iaceres te dicor votis eripuisse meis: ipseque te circum lustravi sulpure puro, carmine cum magico praecinvisset anus; ipse procuravi ne possent saeva nocere somnia, ter sancta deveneranda mola; ipse ego velatus filo tunicisque solutis vota novem Triviae nocte silente dedi. Omnia persolvi: fruitur nunc alter amore, et precibus felix utitur ille meis.
3.
vv 19-36
Traduzione
At mihi felicem vitam, si salva fuisses,fingebam demens, et renvente deo. "Rura colam, frugumque aderit mea Delia custos, area dum messes sole calente teret, aut mihi servabit plenis in lintribus uvas pressaque veloci candida musta pede. Consuescet numerare pecus; consuescet amantis garrulus in dominae ludere verna sinu. Illa deo sciet agricolae pro vitibus uvam, pro segete spicas, pro grege ferre dapem. Illa regat cunctos, illi sint omnia curae: at iuvet in tota me nihil esse domo. Huc veniet Messalla meus, cui dulcia poma Delia selectis detrahat arboribus: et, tantum venerata virum, hunc sedula curet, huic paret atque epulas ipsa ministra gerat." Haec mihi fingebam, quae nunc Eurusque Notusque iactat odoratos vota per Armenios.
E io, se fossi scampata alla morte,immaginavo una vita beata con te; folle! Gli dei mi erano avversi. "Coltiverò i campi e la mia Delia veglierà sulle messi, mentre sull'aia si trebbierà il grano sotto il sole ardente; oppure mi custodirà le uve nei tini ricolmi e i mosti splendenti pigiati da veloci piedi. Si abituerà a contare il greggie, e un piccolo schiavo scherzerà garullo in grembo all'affettuosa padrona. Essa saprà donare al dio dei campi l'uva per i vigneti, le spighe per i maggesi, una foccaccia per il gregge. A tutto ella presieda, di tutto si prenda cura, e a me piaccia non contare nulla in tutta la casa . Qui verrà il mio Messalla, cui Delia offrirà, spiccatili da scelti alberi, dolci frutti, e onorando un uomo così illustre, si occupi di lui con zelo, e gli appresti e gli rechi lei stessa le vivande". Questi erano i miei voti, che ora l'Euro e il Noto disperdono come sogni nell'odorosa Armenia.