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Transcript

Giovanni Boccaccio

Uno delle cosiddette "Tre corone" della letteratura italiana

inizio!

"Umana cosa è aver compassione degli afflitti; e come che a ciascuna persona stea bene, a coloro è massimamente richiesto, li quali già hanno di conforto avuto mestiere, et hanno trovato in alcuni: fra’ quali, se alcuno mai n’ebbe bisogno, o gli fu caro, o già ne ricevette piacere, io son uno di quegli.»"

Giovanni Boccaccio, Decameron, Proemio

Indice:

05

01

09

Vita

Peste e coronavirus

La peste in Lucrezio

06

02

10

Il Decameron

La peste nella letteratura

La peste in Camus

La peste in Manzoni

07

03

11

Le novelle

Canto XXIX

08

04

12

La peste in Boccaccio

Grazie!

La peste in Tucidide

Umana cosa è aver compassione agli afflitti. "Incipit Decameron"

La vita

01

Giovanni Boccaccio nasce a Certaldo nel 1313 (spesso nei testi critici si rivolge a lui come “il Certaldese”), è figlio illegittimo di un mercante e, per seguire suo padre, già a quattordici anni si trasferisce a Napoli. Rifiutando di seguire il mestiere paterno frequenta invece la vivace corte angioina dove si dedica a divertimenti mondani, ai primi amori e conosce con entusiasmo i romanzi francesi, la poesia provenzale e fiorentina.

  • LA CORNICE STORICA- Particolarmente significativa è la data del 1348, l’anno della peste: nella storia, infatti, il narratore racconta che a causa della peste a Firenze sette fanciulle e tre giovani decidono di ritirarsi in campagna per sfuggire alla malattia, e di trascorre il tempo “novellando”, ossia raccontando delle novelle gli uni agli altri.
  • LA SFIDA ALLA MORALE- L’idea di inserire in un contesto chiuso, come quello di una casa di campagna, dieci ragazzi e ragazze è del tutto nuova e soprattutto è uno modo di sfidare apertamente la morale pubblica del tempo.
  • I TEMI – Ogni giorno viene eletto un re o una regina che decide la tematica su cui si baseranno le novelle da raccontare.
  • LA LINGUA E LO STILE- Lo stile di Boccaccio oscilla tra una prosa fiorentina alta e colta, elaborata e ricca di latinismi (per esempio nel Proemio), e una lingua più viva e realistica, tipica delle novelle.

Il Decameron

Boccaccio nel proemio si rivolge direttamente al pubblico, ai lettori, specificando che l’opera è completamente dedicata alle donne per consolarle dalle pene d’amore. Il Proemio inizia con questo incipit: “Comincia il libro chiamato Decameron, cognominato Prencipe Galeotto, nel quale si contengono cento novelle, in diece dì dette da sette donne e da tre giovani uomini”; Boccaccio fa riferimento al Principe Galeotto, ossia il personaggio della tradizione cavalleresca francese che favorì l’amore tra Lancillotto e Ginevra.

Le novelle:

Andreuccio da Perugia

Lisabetta da Messina

Andreuccio da Perugia, venuto a Napoli a comperar cavalli, in una notte da tre gravi accidenti soprapreso, da tutti scampato con un rubino si torna a casa sua.

I fratelli d’Ellisabetta uccidon l’amante di lei; egli l’apparisce in sogno e mostrale dove sia sotterrato. Ella occultamente disotterra la testa e mettela in un testo di bassilico; e quivi su piagnendo ogni dì per una grande ora, i fratelli gliele tolgono, ed ella se ne muore di dolore poco appresso

Federigo degli Alberighi

Federigo degli Alberighi ama e non è amato e in cortesia spendendo si consuma e rimangli un sol falcone, il quale, non avendo altro dà a mangiare alla sua donna venutagli a casa; la quale, ciò sappiendo, mutata d’animo, il prende per marito e fallo ricco.

+info

La peste in Boccaccio

Il tema della peste è utilizzato in numerose opere di molteplici autori. Giovanni Boccaccio dà alla peste un’importante funzione: quella di cornice storica della narrazione, che permette di elevare il livello della sua opera da normale raccolta di novelle a “canzoniere”. Egli si ispira, infatti, all'avvenimento storico del 1348, quando un’enorme epidemia di peste bubbonica flagellò Firenze per diversi anni: ed è nella descrizione dell’avvenimento che traspare la grandezza dell’autore.

Confronto tra peste e Covid 19

Una grave epidemia colpì l’Italia nel 1348, la peste nera. Questa cambiò drasticamente le abitudini delle persone proprio come è successo nel nostro particolare periodo storico con il coronavirus. Giovanni Boccaccio descrive quel periodo tramite il Decameron, la sua opera più celebre, una raccolta di cento novelle raccontate da un gruppo di dieci giovani agiati di Firenze, sette fanciulle e tre giovani uomini, che si erano rifugiati in campagna per sfuggire alla malattia. Tramite queste testimonianze si può fare un confronto tra queste due epoche diverse e notare che ci sono dei punti in comune, sia dal punto di vista della malattia sia dal punto di vista comportamentale e di atteggiamento del popolo.

Q2

Q1

Q3

Q4

Q5

Q6

La peste nella letteratura

La peste ha inciso molto sulla storia, sull’economia del mondo ed è stata raccontata da numerosi storiografi, poeti e scrittori. Il primo a parlarne è stato lo storico Tucidide e da questo prese spunto il poeta Lucrezio che ne parla nel sesto libro del “De Rerum Naturae”: egli mette in risalto la sofferenza dei malati e il decadimento dei valori morali in quanto i parenti di questo persone li abbandonavano al loro destino e lasciandoli morire. Nel Medioevo anche Giovanni Boccaccio parla della peste e nel “Decameron“ racconta di un gruppo di ragazzi che per scampare alla terribile malattia si rifugiano in campagna. Poi Alessandro Manzoni nel suo celeberrimo romanzo “I Promessi Sposi” descrive la peste che colpì Milano nel 1600 e infine Albert Camus, filosofo e giornalista francese, nato nel 1913 e premio Nobel per la letteratura nel 1957, parla della peste nella sua opera "La peste".

La peste in Manzoni

Alessandro Manzoni dedica spazio al flagello della peste nella sua più grande opera: I promessi sposi. In questo caso la peste in questione è quella a lui più recente, quella di metà ‘600. Essa, pur non avendo il ruolo di cornice del racconto, ha un’altra funzione importante: deve rappresentare il casus per cui Renzo torni a Milano e sposi Lucia.

“Come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.”

La peste in Tucidide

La descrizione della peste di Atene del 430-429 a. C. da parte di Tucidide è una descrizione obiettiva, precisa, scrupolosa; ne enumera le cause, i rimedi, gli effetti e mostra quindi tutta la sua bravura nell'osservazione acuta e nell'attenta analisi degli eventi. Tucidide considerava la storia non solo come un mezzo per rimembrare grandi gesta o eventi, ma soprattutto come uno strumento fondamentale, utile per comprendere il futuro; infatti, lui stesso dichiara che studierà i primi sintomi e le caratteristiche di questo morbo, in modo che, se un giorno futuro dovesse ritornare, la gente sappia di che cosa si tratta e possa fare tesoro delle esperienze precedenti.

La peste in Lucrezio

La descrizione della peste di Lucrezio nel suo De rerum natura risulta completamente differente da quella di Tucidide, nonostante il soggetto in questione, quasi 400 anni più tardi, sia sempre lo stesso: la peste di Atene.

egli sapeva, infatti, quello che ignorava la folla e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore nè scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere e che forse sarebbe venuto il giorno in cui la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice. "La peste"

La peste in Camus

Nel moderno Albert Camus, che descrive il diffondersi della peste in un città algerina, la situazione cambia completamente. Troviamo sì una descrizione dettagliata dell’avvento della peste, del suo flagello, della sua sofferenza e dei suoi effetti, ma questa peste non è altro che l’allegoria del male, delle oppressioni e della guerra.

Secondo l’autore, questo genere di peste ci sarà per sempre, pronto a sconvolgere ogni città e ogni mente, senza che l’uomo riesca a trovare un senso alle azioni malvagie della propria specie. Ma non per questo non bisogna reagire, anzi: per Camus, strenuo sostenitore della Resistenza antinazista, gli uomini devo unirsi, collaborare, mantenere rapporti di solidarietà e partecipazione, e, insieme, lottare e resistere contro ogni soppressione e ingiustizia.

Canto XXIX

Tempo: sabato 9 aprile 1300, tra l'una e le due pomeridiane. Luogo: cerchio 8° - bolgia 9°: seminatori di discordie e scismi. cerchio 8° - bolgia 10°: falsari di metalli. Personaggi: Virgilio, Dante, Griffolino d'Arezzo, Capocchio - Geri del Bello Seminatori di discordie e scismi: Nel mondo hanno diviso famiglie, comunità civili e religiose; in Inferno sono mutilati orribilmente dalla spada di un demonio ogni volta che gli passano di fronte nella loro lenta ed eterna processione, durante la quale le ferite hanno modo di rimarginarsi. Falsari di metalli: Languono, stesi per terra, indeboliti dalla malattia, corrotti nel fisico, ammassati sul fondo a mucchi o sostenendosi a fatica reciprocamente. Come durante la vita hanno tentato di adulterare, così nell'Inferno sono martoriati dalla lebbra e tormentati da un fastidioso prurito.

Grazie!

Alice Romano