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Le donne nell'arte greca
Gaia Marino
Created on June 1, 2023
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LA DONNA NELLA GRECIA ANTICA
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La donna nella grecia antica
Le donne nell'Antica Grecia, soprattutto le donne ateniesi (meno le spartane), erano poco più che delle recluse: abitavano in stanze destinate a loro (il gineceo), dalle quali potevano uscire solo in occasione di feste religiose e cerimonie pubbliche.
La donna di Atene
La donna ad Atene era un dono, nel senso che veniva proprio donata dal padre allo sposo insieme alla dote; dote che sarebbe tornata al padre in caso di divorzio (il matrimonio era un contratto che poteva essere risolto da parte del marito) o morte della donna senza figli. L’uomo si occupava degli affari e della vita politico/sociale, la donna si occupava della casa (ruolo che comunque non era considerato di grande rilievo). Dedita alla cucina ed alla alimentazione, nonché a raccogliere ogni giorno l’acqua preferibilente di sorgente, la donna non poteva consumare i pasti insieme all’uomo, ma in luogo separato; in mancanza di stanze, mangiava dopo l’uomo. Il cibo era servito dagli schiavi, ma in mancanza di schiavi il cibo veniva servito dalle donne. In quest’ottica, la donna organizzava anche lauti banchetti (i simposi), dei quali però non poteva prendere parte
La donna di Sparta
A Sparta, la donna conduceva una vita decisamente diversa da quella delle altre greche. La donna era paritetica all’uomo, godeva di diritti e sovente era proprietaria immobiliare. Era lei a scegliere se occuparsi o meno della casa, se dedicarsi alla cucina ed alla filatura o andare in palestra; se impegnata socialmente, le attività casalinghe, preparazione dei cibi compresa, era affidata agli schiavi (iloti). La donna spartana andava in palestra: si, abbiamo scritto bene. Gli esercizi ginnici, insieme alla danza, erano una delle attività più amate (o forse socialmente dovute) per le spartane, che prestavano grande attenzione alla cura del corpo.
La prevalente funzione votiva delle korai, quale sembra essere testimoniata dalle fonti monumentali, rispetto alla frequente funzione funeraria del kouros, è da attribuirsi ad una differente condizione sociale, più che ad una differente concezione inerente alla funzione della tipologia scultorea. Delle korai dell'acropoli di Atene, il cui nucleo centrale è datato alla seconda metà del VI secolo a.C., la Kore col peplo n. 679 rappresenta un esempio tipico, benché dotato di una certa individualità. In essa la ricercata semplicità della struttura è ottenuta attraverso la forma del peplo dorico che accentua quasi per contrasto la vivacità del volto. Giunta sino a noi ancora dotata di alcune tracce di colore nelle pupille e nei capelli, questa kore è stata paragonata da Humfry Payne al maestro del Cavaliere Rampin. Per avere nuovamente una figura femminile dotata della stessa "presenza" dell'Hera di Samo occorre attendere la Kore di Antenore, ormai vicina allo stile severo. Riguardo all'aspetto tecnico-artistico, esse presentano: piedi uniti (differentemente dai kouroi, dove uno è avanzato); un braccio steso lungo il fianco a reggere la veste e l'altro, solitamente il sinistro, ripiegato sul petto in atto di recare un vaso o un piatto con delle offerte (caratteristica assente nel kouros, dove ambedue le braccia sono addossate al corpo); presenza di vestiti che indicano il ruolo della donna nella società greca (moglie e madre) e che quindi ne attenuano la fisicità: poteva essere il chitòne, la tunica (tipico indumento greco che possedeva un'irreale pieghettatura verticale che richiamava le scanalature delle colonne), e l'himation, una specie di mantello (utilizzato sopra il chitone), inoltre, un altro abito era il peplo (abito femminile dell'antica Grecia).
KORAI
Le korai, singolare kore ,sono il corrispondente femminile dei kouroi, spesso rappresentate come giovani donne che hanno appena superato la fase della fanciullezza. Il termine kore venne utilizzato in seguito al ritrovamento di numerose statue votive femminili sull'acropoli di Atene, negli scavi della colmata persiana, e da questa accezione frequentemente allargato a designare altre statue femminili stanti di epoca arcaica, soprattutto nei casi di esemplari il cui soggetto resta, originariamente o in seguito alla perdita di attributi, indeterminato e astratto.
HERA DI SAMO
L'Hera di Samo è una kore che riassume lo stile scultoreo ionico. Essa è stata creata intorno al 570 a.C. e raffigura o la dea Era o una fanciulla che porta offerte al tempio. Sulla base è presente il nome Cheràmyes, probabilmente il nome di colui che offrì la statua alla dea. Sfortunatamente ci è pervenuta acèfala. La statua è sostanzialmente cilindrica, partendo dai piedi fino a circa l'ombelico. Presenta tutte le varie caratteristiche delle korai, cioè:
- soggetto stante
- piedi uniti
- braccio lungo il corpo
- mano serrata
- braccio teso a porgere un dono
- parte inferiore campaniforme
AFRODITE DI CNIDO
Afrodite Cnidia è una scultura marmorea opera di Prassitele, artista greco antico vissuto nell’età classica e attivo nel IV secolo a.C. Di quest’opera non abbiamo l’originale, ma moltissime copie di epoca romana che testimoniano il successo che ebbe nell’antichità. Di queste copie quella conservata al Museo Pio-Clementino, all’interno dei Musei Vaticani, è forse la migliore per fedeltà all’originale. La statua rappresenta Afrodite, dea della bellezza, nel momento in cui, uscendo dall’acqua, raccoglie un panno appoggiato sull’anfora al suo fianco, per asciugarsi.
È detta “Cnidia” perché furono gli abitanti di Cnido, in Asia Minore, a comprare la statua, per decorare un piccolo tempio circolare. L’opera era ammirabile da tutte le angolazioni e si narra che un giovane se ne innamorò follemente fino a cercare di accoppiarsi con essa. Il santuario dedicato alla dea fu meta di continui pellegrinaggi fino al trasferimento della scultura a Costantinopoli, odierna Istanbul, dove molto probabilmente andò distrutta in un incendio nel V secolo. La scultura si sviluppa nello spazio con grande naturalezza, le distanze e le proporzioni sono accuratamente studiate. La distanza tra i due seni corrisponde a quella tra il seno destro e l’ombelico e tra questo e il punto d’apertura delle gambe.
Sono però due gli aspetti che rendono quest’opera un vero capolavoro. Il primo riguarda il corpo femminile: fino al IV secolo infatti la nudità femminile, a differenza di quella maschile, era tabù per i greci. Numerose sono le leggende sulla punizione dei mortali per aver visto una dea nuda. Possiamo quindi dire che l’Afrodite Cnidia è il primo nudo femminile dell’arte greca. Il secondo aspetto rivoluzionario ha a che fare con il modo in cui la dea viene rappresentata: Afrodite sta compiendo un gesto quotidiano e questo la rende più umana che divina, cosa che fino ad allora non era mai stata fatta dagli artisti. Osservate la mano destra con la quale la dea tenta di coprirsi, quasi come fosse stata colta di sorpresa dallo sguardo di noi spettatori. Se gli dei erano le star del mondo antico qui Prassitele è come se cogliesse un momento di intimità nel camerino
AFRODITE MEDICI
Si tratta della copia antica, in marmo, di un originale del III secolo a.C. Tuttavia, alcuni studiosi propendono per considerarla un originale, databile alla fine del I secolo a.C. Sulla base si trova la firma di “Cleomene figlio di Apollodoro”, ma non è chiaro se si tratti del copista o dell’autore. L’opera fu ritrovata, nel XVI secolo, nella Villa di Adriano a Tivoli; acquistata probabilmente da Ferdinando dei Medici (quinto figlio maschio del granduca Cosimo I), fu a lungo conservata a Villa Medici, a Roma, per poi essere trasferita, nel 1677, a Firenze, nella Tribuna degli Uffizi. La statua è chiaramente una variante dell’Afrodite Cnidia di Prassitele: con atteggiamento pudico, e assoluta grazia, la dea si appresta ad entrare nell’acqua del suo bagno sacro. Un grande cigno e un amorino che cavalca un delfino, prossimi alla sua gamba sinistra, ne aumentano la stabilità. Un recente restauro (2012) ha rivelato tracce dell’originaria doratura nei capelli e fori nei lobi delle orecchie, per cui, certamente, un tempo la scultura era integrata da orecchini e forse altri gioielli.
AFRODITE ACCOVACCIATA
Decisamente più originale fu la scelta di Dedalsa (o Doidalsa), un artista originario della Bitinia, in Asia Minore, attivo nella seconda metà del II secolo a.C., il quale scolpì una Afrodite accovacciata, forse in bronzo. Prima che l’originale andasse perso, ne furono tratte molte copie ed elaborate numerose varianti, che ne attestano la straordinaria fortuna. La dea è mostrata in atteggiamento del tutto naturale, mentre attende che qualcuno le versi l’acqua sulla schiena. La posa è resa delicatamente sensuale dall’audace torsione avvolgente del busto ruotato a sinistra, mentre la testa è girata verso destra. Il suo corpo di donna, di una pienezza carnale mai ottenuta prima, è esaltato dalle pieghe del ventre, che suggeriscono morbidezza delle carni e conferiscono alla dea una forte femminilità. Il viso, tondeggiante, è impreziosito dai capelli a lunghe ciocche ricciute, un tempo raccolte in un nodo alla sommità del capo. Come suggeriscono alcune delle copie, per esempio la cosiddetta Afrodite Lely del British Museum a Londra, la dea teneva le braccia dolcemente piegate attorno al corpo: la destra a coprire il seno e sfiorare la spalla, la sinistra a proteggere il ventre. In alcune varianti, come nel caso dell’Afrodite accovacciata con Eros del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, la dea è accompagnata dal figlio.
VENERE DI MILO
La Venere di Milo è una delle statue più belle dell'arte ellenistica. Oggi in mostra al Louvre di Parigi, è stata ritrovata da un semplice contadino sull'isola greca di Milos. La statua è alta più di due metri, priva delle braccia e dotata di grande fascino. Attorno a essa sono sorte numerose leggende metropolitane, che ne hanno accresciuto la fama in tutto il mondo.
La scultura è la rappresentazione di una donna che dovrebbe verosimilmente assomigliare alla dea Venere, almeno secondo i disegni dell'epoca. Per alcuni si tratta della dea rappresentata nel momento in cui sta donando la mela d’oro a Paride che, secondo la leggenda, l'ha eletta la dea più bella. Del resto, alcuni frammenti di un avambraccio e di una mano recante una mela sono stati ritrovati vicino alla statua stessa.Il busto compie un movimento che si ripercuote anche nelle pieghe della stoffa, che scende lungo i fianchi e che copre le gambe. Il peso del corpo poggia sulla gamba destra, mentre la testa è leggermente girata da un lato. La capigliatura e la veste creano un gioco di luci che rende questa statua una delle più affascinanti dell'arte ellenica. In generale comunque colpisce l'atteggiamento naturale della dea, ormai lontana dalla compostezza "eroica" delle Veneri classiche dei secoli precedenti.
E una scultura famosa anche per il fatto di non avere le braccia. Sull'assenza degli arti esistono diverse teorie. Secondo una di queste, gli arti furono ritrovati nell’area degli scavi ma andarono persi durante il trasbordo da una nave greca a una nave francese durante il viaggio verso Parigi. Ma gli esperti d’arte ritengono ormai questa teoria infondata.Secondo un’altra teoria sarebbe stato ritrovato il braccio sinistro, ma fu considerato "un falso" o comunque un restauro successivo, in quanto il braccio era meno definito del resto della statua. Quindi, il braccio andò perso perché ritenuto non originale. Secondo alcuni studi è possibile che il braccio fosse stato realizzato dallo stesso autore, ma visto che era una delle parti meno visibili della statua, non fosse stato realizzato con lo stesso livello di lavorazione del resto della statua. Di questo ritrovamento del braccio sinistro sembra esserci traccia nella corrispondenza tra l’ambasciatore a Costantinopoli ed Parigi.
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ED.CIVICA ARTE GAIA MARINO 3B S.U