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Plastica e inquinamento

Michele Alia

Created on May 28, 2023

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Plastica e inquinamento

Cos'è la plastica?

POLIMERO ossia una molecola di grandi dimensioni (relativamente parlando) che appare come una lunga catena alla quale possono essere legate diverse ramificazioni. La struttura è formata da tante unità-base: un esempio nel macromondo potrebbe essere una collana di perle.

SINTETICO

ORGANICO ossia un composto in cui uno o più atomi di carbonio sono uniti tramite legame covalente ad atomi di altri elementi (principalmente idrogeno, ossigeno, azoto). Attenzione però: alcune molecole, per esempio l’anidride carbonica (CO2) fanno eccezione, pur essendo composti del carbonio sono inorganiche!

ossia creato dall'uomo in appositi laboratori. Infatti. diversamente da una qualsiasi materia prima, la plastica non esiste in natura, ma deriva da un processo artificiale di sintesi partendo da risorse naturali come gas e petrolio o altri derivati.

LE TIPOLOGIE DI PLASTICA

PolipropilenePP

PolietilenePE

Cloruro di polivinilePVC

PolistiroloPS

PolietilentereftalatoPET

Accenni storici

Polietilene

E’ di grande diffusione per il suo basso costo e non è tossico. Si usa per la fabbricazione dei sacchetti di plastica, dei teloni agricoli, per i sacchi della spazzatura, sacchi industriali, bottiglie per il latte fusti, taniche e casette, contenitori e pails per pitture casalinghe, tappi, chiusure e cappucci spray, nastri adesivi, mentre HDPE è il polietilene ad alta densità.

Cloruro di polivinile

Impiegato soprattutto per le bottiglie di acque minerali non gassate, pellicole per film, bottiglie e flaconi di detersivi, shampoo e cosmetici, sacchetti, uova, fiale e corde. Altre applicazioni rilevanti sono la produzione di tubi per edilizia (per esempio grondaie e tubi per acqua potabile), cavi elettrici, profili per finestra, pavimenti vinilici, pellicola rigida e plastificata per imballi e cartotecnica. È la plastica maggiormente sotto accusa poiché se usata come combustibile può dar luogo a composti organici clorurati tra i quali alcuni pericolosi come le diossine e i furani; il suo composto base (il cloruro di vinile ) è cancerogeno e si chiede da più parti che non venga consentito l’uso per imballaggi di alimenti.

Polipropilene

Essendo resistente al calore, flessibile, durevole e resistente alle macchie il polipropilene viene utilizzato nella creazione di prodotti di consumo quotidiano come tappeti, moquette, stuoie, contenitori per microonde, piatti, giocattoli e valigie. Molto sfruttato anche nella fabbricazione di stoviglie, film, sacchi industriali, confezioni per gelati e yogurt, siringhe monouso, secchi per vernice e spazzatura.

Il PS è un materiale rigido, di peso ridotto, composto da carbonio, idrogeno e per il 98% d'aria. Polistirene e polistirolo sono sinonimi. Viene realizzato partendo dallo stirene, monomero ricavato dal petrolio e presente anche in alimenti come frumento, fragole, carne, caffè.

Oltre che per la produzione di piatti, posate e bicchieri, questo materiale viene usato in edilizia per l'isolamento perimetrale, l'isolamento di elementi strutturali, nella coibentazione di superfici fortemente sollecitate a compressione e nell'isolamento di ponti termici.

Polietilentereftalato

Il PET – polietilene tereftalato o polietilentereftalato, è una resina termoplastica della famiglia dei poliesteri adatta al contatto alimentare. Il PET viene utilizzato per circa il 70% nella produzione di bottiglie per bevande e liquidi alimentari. Viene inoltre impiegato per realizzare indumenti, vele per imbarcazioni e corde in chirurgia per costruire vasi sanguigni artificiali e per la formazione della parte superficiale di anelli protesici valvolari, che garantiscono una epitelizzazione della valvola.

La storia

Gli arbori

I primi anni del '900

Gli anni '20, '30, '40

Il secondo Dopoguerra

Gli anni '60

OGGI

GLI ARBORI

La storia della plastica comincia nell’XIX° secolo, quando, tra il 1861 e il 1862, l’Inglese Alexander Parkes, sviluppando gli studi sul nitrato di cellulosa, isola e brevetta il primo materiale plastico semisintetico, che battezza Parkesine (più nota poi come Xylonite). Si tratta di un primo tipo di celluloide, utilizzato per la produzione di manici e scatole, ma anche di manufatti flessibili come i polsini e i colletti delle camicie.La prima vera affermazione del nuovo materiale si ha però solo qualche anno dopo, quando nel 1870 i fratelli americani Hyatt brevettano la formula della celluloide, avendo l’obiettivo di sostituire il costoso e raro avorio nella produzione delle palle da biliardo, salvo incontrare un immediato successo presso i dentisti quale materiale da impiegarsi per le impronte dentarie

Dal punto di vista chimico, la celluloide era ancora nitrato di cellulosa ed era inadatto ad essere lavorato con tecniche di stampaggio ad alta temperatura in quanto molto infiammabile. Il problema fu superato con l’avvento del nuovo secolo, quando fu sviluppato l’acetato di cellulosa, ovvero la celluloide, che era sufficientemente ignifuga per rinforzare e impermeabilizzare le ali e la fusoliera dei primi aeroplani o per produrre le pellicole cinematografiche.

Nel 1912 un chimico tedesco, Fritz Klatte, scopre il processo per la produzione del polivinilcloruro (PVC), che avrà grandissimi sviluppi industriali solo molti anni dopo.

Ma il secolo della plastica è il ‘900. Nel 1907 il chimico belga Leo Baekeland ottiene per condensazione tra fenolo e formaldeide la prima resina termoindurente di origine sintetica, che brevetterà nel 1910 con il nome dei Bakelite. Il nuovo materiale ha un successo travolgente e la Bakelite diviene in breve e per molti anni la materia plastica più diffusa ed utilizzata.

Un anno dopo, nel 1913, è la volta del primo materiale flessibile, trasparente ed impermeabile che trova subito applicazione nel campo dell’imballaggio: lo Svizzero Jacques Edwin Brandenberger inventa il Cellophane, un materiale a base cellulosica prodotto in fogli sottilissimi e flessibili.

Dopo la guerra, le scoperte dettate da esigenze “militari” invadono il mondo civile. Gli anni ’50 vedono la scoperta delle resine melammina-formaldeide (il vasto pubblico le conosce sotto la denominazione commerciale di una specifica tra esse, la “Fòrmica”), che permettono di produrre laminati per l’arredamento e di stampare stoviglie a basso prezzo, mentre le “fibre sintetiche” (poliestere, nylon) vivono il loro primo boom, alternativa “moderna” e pratica a quelle naturali.

Quegli stessi anni sono però soprattutto segnati dall’irresistibile ascesa del Polietilene, che trova pieno successo solo due decenni dopo la sua invenzione, sfruttando il suo più elevato punto di fusione per permettere applicazioni sino ad allora impensabili, e dalla scoperta di Giulio Natta nel 1954 del Polipropilene isotattico, a coronamento degli studi sui catalizzatori di polimerizzazione dell’etilene che gli varranno nel 1963 il Premio Nobel insieme al Tedesco Karl Ziegler, che l’anno precedente aveva isolato il polietilene. Il Polipropilene sarà prodotto industrialmente dal 1957 col marchio “Moplen”, rivoluzionando le case di tutto il mondo ma entrando soprattutto nella mitologia italiana del “boom economico”.

Gli anni ’60 vedono il definitivo affermarsi della plastica come insostituibile strumento della vita quotidiana e come “nuova frontiera” anche nel campo della moda, del design e dell’arte. Il “nuovo” materiale irrompe nel quotidiano e nell’immaginario di milioni di persone, nelle cucine, nei salotti, permettendo a masse sempre più vaste di accedere a consumi prima riservati a pochi privilegiati, semplificando un’infinità di gesti quotidiani, colorando le case, rivoluzionando abitudini consolidate da secoli e contribuendo a creare lo “stile di vita moderno”.

I decenni successivi sono quelli della grande crescita tecnologica, della progressiva affermazione per applicazioni sempre più sofisticate ed impensabili, grazie allo sviluppo dei cosìddetti “tecnopolimeri”. Il polimetilpentene (o TPX) utilizzato soprattutto per la produzione di articoli per i laboratori clinici, resistente alla sterilizzazione e con una perfetta trasparenza; le poliimmidi, resine termoindurenti che non si alterano se sottoposte per periodi anche molto lunghi a temperature di 300°C e che per questo vengono utilizzate nell’industria automobilistica per componenti del motore o per i forni a microonde; le resine acetaliche, il polifenilene ossido, gli ionomeri, i polisolfoni, il polifenilene solfuro, il polibutilentereftalato, il policarbonato usato, fra l'altro, per produrre i caschi spaziali degli astronauti, le lenti a contatto, gli scudi antiproiettile. I "tecnopolimeri" hanno tali caratteristiche di resistenza sia termica che meccanica (peraltro ancora in parte inesplorate) da renderli spesso superiori ai metalli speciali o alla ceramica, tanto che vengono utilizzati nella produzione di palette per turbine e di altre componenti dei motori degli aviogetti, o nella produzione di pistoni e fasce elastiche per automobili.

Un nuovo report del WWF fornisce un resoconto completo della misura in cui l'inquinamento da plastica sta colpendo gli oceani, degli impatti che sta avendo sulle specie marine e sugli ecosistemi e presenta uno scenario futuro sulla base dei trend attuali. Realizzato in collaborazione con l’Istituto Alfred Wegener per le ricerche polari e marine (AWI), il report rileva una situazione grave e in peggioramento che richiede un’azione concreta e immediata a livello internazionale:

Oggi quasi ogni gruppo di specie marine è venuto in contatto con la plastica, con effetti negativi in quasi il 90% delle specie indagate

La plastica è entrata non solo nella rete alimentare marina, ma sta impattando significativamente la produttività degli ecosistemi marini più importanti al mondo, come le barriere coralline e le foreste di mangrovie

Diverse regioni chiave a livello globale – incluso il Mar Mediterraneo, l’est della Cina, il Mar Giallo e il ghiaccio marino dell’Artico – hanno già superato la soglia massima tollerabile di inquinamento da plastica oltre la quale sussiste un rischio ecologico significativo; si prevede che, nei prossimi anni, si aggiungeranno diverse altre regioni

Anche se la dispersione globale di plastica in natura fosse eliminata oggi stesso, esiste una “coda lunga” delle microplastiche: la loro concentrazione nel 2050 sarebbe comunque doppia rispetto a quella attuale nonostante gli sforzi messi in campo e, alcuni scenari, prevedono un aumento di 50 volte per il 2100

UNA CRISI PLANETARIA

L’inquinamento da plastica è ovunque negli oceani in concentrazioni che sono cresciute esponenzialmente. Le Nazioni Unite la chiamano “crisi planetaria” in quanto la plastica è ormai ubiquitaria: dai poli alle isole più remote, dalla superficie del mare alle fosse oceaniche.

L'inquinamento da plastica è una minaccia relativamente recente. Questo materiale ha cominciato ad essere ampiamente utilizzato solo dopo la Seconda Guerra mondiale, ma ha avuto una crescita straordinaria, superando la maggior parte degli altri materiali artificiali (fanno eccezione solo acciaio e cemento).

La massa (in peso) di tutta la plastica presente (8 Gt, ossia 8 miliardi di t) è il doppio della biomassa totale degli animali terrestri e marini messi insieme

Si stima che nel mare si siano accumulate ad oggi tra le 86 e le 150 milioni di tonnellate di plastica. Secondo una stima recente, le plastiche monouso rappresentano dal 60 al 95% di tutte le plastiche presenti in mare

Nel 2020 si sono prodotte oltre 367 milioni di tonnellate di plastica nel mondo3 . Il mercato più grande della plastica è quello degli imballaggi, un'applicazione la cui crescita è stata accelerata dal passaggio globale dai contenitori riutilizzabili a quelli monouso. Di conseguenza, la quota di plastica nei rifiuti solidi urbani (in massa) è aumentata. Il 60% di tutta la plastica mai prodotta, è diventata rifiuto e si sta accumulando nelle discariche o nell'ambiente naturale, soprattutto negli oceani

Le aree con la maggiore concentrazione di plastica (“hotspots”) al mondo sono 5 zone oceaniche definite “isole di plastica” con circa 5000 miliardi di frammenti di plastica, pari a 250.000 tonnellate.

Una recente analisi ha stimato che l'Europa (secondo maggiore produttore di plastica dopo la Cina), per esempio, rilascia ogni anno 307-925 milioni di rifiuti nei mari, di cui l’82% è plastica (principalmente frammenti di plastica e articoli monouso (ovvero bottiglie, imballaggi e sacchetti). La fonte principale della plastica dispersa in mare sono le attività costiere e una gestione inefficiente dei rifiuti, che peggiora ulteriormente nel periodo estivo a causa dell’aumento dei flussi turistici e delle relative attività ricreative. Seguono (con il 22%) le attività in mare con pesca, acquacoltura e navigazione disperdono nasse, reti, cassette per il trasporto del pesce.

Secondo una recente analisi ogni anno finiscono nel Mediterraneo 229mila tonnellate di plastiche, è come se ogni giorno 500 container scaricassero in acqua il proprio contenuto. Più della metà di questa plastica proviene da soli 3 Paesi: il 32% dall’Egitto, il 15% dall’Italia e 10% alla Turchia. La situazione appare ancora più drammatica se si guarda al dettaglio delle città più inquinanti del bacino mediterraneo: tra le prime 10, ben 5 sono italiane (Roma, che detiene il primato assoluto, Milano, Torino, Palermo e Genova).

Si stima che siano oltre un milione le tonnellate di plastica attualmente presenti nel Mediterraneo , con concentrazioni massime di circa 10,43 kg/km2 , rappresentando una grave minaccia per i suoi fragili ecosistemi marini . Queste quantità sono comparabili con quella presente nelle isole di plastica oceaniche.

È stato calcolato che tra il 21% e il 54% di tutte le microplastiche globali (equivalente al 5-10% della massa di microplastiche globale) si trova nel Mar Mediterraneo. Il Mar Tirreno raggiunge un triste primato: nelle sue acque si trova la più alta concentrazione di microplastiche mai misurata nelle profondità di un ambiente marino: 1,9 milioni di frammenti per metro quadrato.

LA CODA LUNGA

Anche se la dispersione globale di plastica in natura fosse eliminata oggi stesso, esiste una “coda lunga” di microplastiche: la loro concentrazione nel 2050 sarebbe comunque doppia rispetto a quella attuale nonostante gli sforzi messi in campo. La soglia massima tollerabile di inquinamento da microplastica è stata stabilita a 120mila oggetti per m3 oltre il quale sussistono significativi rischi ecologici. Questo limite è stato già superato in diversi "hot spots" di inquinamento, incluso il Mar Mediterraneo, l’est della Cina, il Mar Giallo e il ghiaccio marino dell’Artico.

Le microplastiche

Con la continua frammentazione delle plastiche in mare, le minacce per l’ambiente si moltiplicano.

Nel momento in cui le plastiche entrano in mare iniziano un processo di frammentazione: le macroplastiche (> 5 mm) diventano microplastiche (5 mm- 0,1 um), che diventano a loro volta nanoplastiche (<0,1 um), rendendo praticamente impossibile il loro recupero.

LE ISOLE DI PLASTICA

01

CHE COSA SONO?

Sono enormi accumuli di spazzatura galleggiante composti soprattutto da plastica.

COME SI FORMANO?

▸ La plastica dispersa nell’ambiente da parte dell’uomo raggiunge i corsi d’acqua, i mari e gli oceani ▸ Le correnti oceaniche creano vortici che fanno aggregare i rifiuti galleggianti fra di loro

DOVE SI TROVANO?

▸ La più grande si trova nell’Oceano Pacifico: si stima che la più grande abbia dimensioni prossime all’Australia. ▸ Sono state riscontrate elevate concentrazioni di frammenti plastici anche in altre zone. ▸ Si spostano in continuazione per effetto delle tempeste e dell’instabilità delle correnti oceaniche.

CHE CARATTERISTICHE HANNO?

1. Consistenza gelatinosa. 2. Effetto iceberg: la parte emersa ha dimensioni minori di quella sommersa. 3. Dimensioni incerte: si stima che la più grande abbia dimensioni prossime all’Australia.

QUANTO SONO GRANDI?

Le isole di plastica sono state riportate da navigatori e pescatori ma nessuno sa di preciso che superficie occupano e quanto misurano, per questo motivo sono oggetto di osservazione e studio da parte di diverse associazioni e ONG come per esempio Project Kaisei, un’iniziativa di Ocean Voyages Institute finalizzata alla pulizia degli Oceani e allo smantellamento del Great Pacific Garbage Patch, una delle principali isole di plastica presenti oggi nei nostri Oceani. Si tratta comunque di immense regioni: di fatto, si stima che la più grande delle isole di plastica conosciute ad oggi, la Great Pacific Garbage Patch, che si trova nell'Oceano Pacifico, tra la California e l'Arcipelago Hawaiano, abbia una superficie grande approssimativamente quanto quella dell’intero Canada.

QUANTE IOLE DI PLASTICA CI SONO AL MONDO?

Al momento le principali isole di plastica che sono state riconosciute sono le seguenti:

1. Sargassi Garbage Patch: una spedizione di Greenpeace ha scoperto questa isola nel Mar dei Sargassi, che si trova nell'Oceano Atlantico a largo della Florida, tra le Antille e le Azzorre. 2. Artic Garbage Patch: questa isola si trova nel Mare di Barents in prossimità del Circolo Polare Artico. Al momento si tratta della più piccola. 3. Indian Ocean Garbage Patch: segnalata fin dalla fine degli anni 80, quest’isola si trova nell’Oceano Indiano. 4. South Atlantic Garbage Patch: una delle più piccole, si trova tra l'America del Sud e l'Africa meridionale, non c’è ancora molto materiale di studio al riguardo.

5. North Atlantic Garbage Patch: è la seconda isola più grande per estensione e si trova nella regione oceanica nord atlantica. 6. South Pacific Garbage Patch: scoperta al largo del Cile e del Perù, è una delle isole di plastica più grandi al mondo. Il calcolo della sua estensione è complicato e complesso, ma si stima che sia già più grande dell'Italia. 7. Great Pacific Garbage Patch: si trova nell’oceano Pacifico, tra la California e l’Arcipelago Hawaiano. Ha più di 60 anni ed è l’isola di spazzatura più grande al mondo.

“Noi non abbiamo ereditato il mondo dai nostri padri, ma lo abbiamo avuto in prestito dai nostri figli e a loro dobbiamo restituirlo migliore di come lo abbiamo trovato.”

Robert Baden-Powell

02

INTERAZIONE DELLA PLASTICA CON LA NATURA

L’inquinamento da plastica causa danni alla vita marina attraverso diversi meccanismi: intrappolamento, ingestione, soffocamento e rilascio di sostanze chimiche tossiche. 851 studi in 1.511 aree nel mondo riportano come 2.150 specie marine siano venute in contatto con la plastica. Di queste, il 17% è classificato come “minacciato” o “in pericolo critico” di estinzione dalla IUCN. In 297 specie l’iterazione con la plastica ha causato degli effetti che, nell’88% dei casi, sono negativi .

I PRINCIPALI EFFETTI NEGATIVI

Intrappolamento – causa ferite, infezioni, riduzione della mobilità e morte. Il 65% delle colonie coralligene nelle Hawaii sono intrappolate nella plastica che causa la morte dell’80% di esse. Anche il 20% delle colonie di spugne nelle remote profondità artiche è rimasto intrappolato nella plastica. Almeno 44 specie marine sono soggette ad intrappolamento nella plastica, in particolare reti da pesca. L'intrappolamento spesso determina la morte per affogamento, strangolamento o denutrizione, soprattutto per i mammiferi marini. La tartaruga marina Caretta caretta è la specie mediterranea più soggetta ad intrappolamento16 , assieme agli cnidari come le meduse . Ingestione – causa un’alterazione della normale alimentazione degli animali, dando loro un falso senso di sazietà, causando blocchi del tratto digestivo o causando lesioni interne. Alcuni studi hanno dimostrato che l’ingestione di plastica causa impatti negativi sulla crescita, sulle risposte immunitarie, sulla riproduzione, come anche altera le funzioni cellulari e il comportamento. Animali marini di ogni tipo possono ingerire la plastica – dai predatori all’apice della catena alimentare, come i mammiferi marini o gli squali, fino al plankton, alla base della catena trofica. Si stima che fino al 90% di tutti gli uccelli marini e il 50% di tutte le tartarughe marine ingeriscano plastica .

Da uno studio recente emerge che almeno 116 specie animali che vivono nel Mediterraneo hanno ingerito plastica, il 59% sono pesci ossei, tra cui molte che si mangiano comunemente: come sardine, triglie, orate, merluzzi, acciughe e tonni. Il restante 41% era costituito da altri animali marini come mammiferi, crostacei, molluschi, meduse, tartarughe e uccelli1 .

Soffocamento – l’inquinamento da plastica priva coralli, spugne e organismi sui fondali di ossigeno, luce e cibo influenzando negativamente interi ecosistemi e facilitando l’attacco da parte di agenti patogeni.

03

INQUINAMENTO CHIMICO

Molte sostanze presenti nelle plastiche possono essere rilasciate nell’ambiente marino) con potenziali effetti tossici. Le particelle di plastica più piccole, quando ingerite, possono attraversare i tessuti raggiungendo anche il cervello degli animali marini causando fenomeni di neurotossicità.

I CONTAMINANTI CHIMICI PIU' PREOCCUPANTI

Interferenti endocrini – sostanze capaci di alterare il funzionamento del sistema ormonale, alterando l’allattamento, lo sviluppo e il comportamento in molti organismi marini. Significativi livelli di additivi delle plastiche, come gli ftalati, sono stati riscontrati nel grasso delle balene del Mediterraneo.

Inquinanti organici persistenti – queste sostanze, come i policlorobifenili (PCB), persistono nell'ambiente, si accumulano negli organismi viventi e rappresentano un rischio per la nostra salute e l’ambiente. A causa della loro scarsa degradabilità nell’ambiente possono essere trasportati dal vento e dall’acqua per lunghe distanze provocando effetti di lunga durata anche in luoghi molto lontani dal loro luogo di rilascio. Significativi livelli di PCB sono stati rilevati negli uccelli marini e nei loro piccoli. Una balena, ad esempio, filtra 700mila litri di acqua ogni volta che apre bocca assumendo una quantità enorme di plastiche e microplastiche che hanno una elevata concentrazione di inquinanti. Tanto che in alcuni mammiferi misticeti che vivono nel Mediterraneo i livelli di inquinanti organici persistenti o additivi della plastica come gli ftalati sono 4/5 volte superiori a quelli delle balene che vivono in zone meno contaminate del pianeta.

Inquinamento della catena alimentare

Sempre più plastica viene ingerita dagli organismi marini e può risalire la catena alimentare fino ad arrivare nei nostri piatti.

Inquinamento della catena alimentare

Le microplastiche presenti nella colonna d’acqua e sui fondali marini vengono ingerite dal plancton e da altri organismi alla base della rete trofica e raggiungono l’apice della catena alimentare.

Inquinamento della catena alimentare

La diffusione della plastica nella rete trofica non solo può alterare il funzionamento dell’intero ecosistema marino, inficiando i processi biologici che regolano la quantità di cibo distribuita nei vari comparti ambientali (superficie, colonna d’acqua, fondali e organismi), ma rappresenta un rischio per la salute umana, attraverso il consumo di organismi marini contaminati da plastica.

Inquinamento della catena alimentare

In base al consumo di pesce e alle quantità di plastica ritrovate nelle specie edibili è stato stimato che l’assunzione annuale di microplastiche da parte dell’essere umano attraverso il consumo di animali marini è di circa 53mila microplastiche (fino a 27mila microplastiche dai molluschi, fino a 17mila dai crostacei e fino a 8mila dai pesci)

Inquinamento della catena alimentare

Nel Mediterraneo 87 specie di pesci, tra specie demersali (30%), che vivono a contatto con il fondo, e pelagiche (16%) hanno ingerito plastiche, e molte di queste sono di interesse commerciale . Ad esempio, le microplastiche sono state ritrovate nel 23% di triglie e merluzzi provenienti da 3 differenti aree di pesca FAO del Mediterraneo, e anche in più della metà delle sardine (58%) e delle acciughe (60%) provenienti dal Mediterraneo occidentale. Inoltre, è stato stimato che i consumatori europei di molluschi potrebbero essere esposti fino a ~585 microplastiche/anno e ~253 microplastiche/anno dalconsumo di cozze fresche e cotte

Le conseguenze delle Nanoplastiche

Crescente preoccupazione è legata alle nanoplastiche e i potenziali danni che possono causare, ma di cui si sa ancora ben poco. L’esposizione di micro crostacei come la Daphnia magna alle nanoplastiche si è dimostrata letale nel 100% dei casi e ha mostrato la capacità delle nanoplastiche di attraversare la barriera sanguecervello causando alterazioni comportamentali quali la riduzione del tasso di alimentazione e di movimento. Nonostante gli evidenti effetti negativi che le plastiche hanno sugli organismi marini, poco ancora si sa sui potenziali impatti che esse possono avere sulla salute umana.

Ecosistemi chiave a rischio

L’inquinamento da plastica sta colpendo gravemente le barriere coralline e le foreste di mangrovie.

Ecosistemi chiave a rischio

Nella regione asiatica dell’Oceano Pacifico si stima che 11,1 miliardi di oggetti di plastica (soprattutto attrezzi da pesca) siano intrappolati nella barriera corallina ed è previsto che questa quantità possa aumentare del 40% entro il 2025.

La Barriera Corallina

La plastica che ricopre le barriere coralline non solo può soffocare e rompere le strutture dei coralli, ma le microplastiche possono essere ingerite dai polipi dei coralli alterando le funzioni vitali loro e delle alghe simbionti, distruggendo interi sistemi coralligeni. Particolarmente preoccupante è che i coralli intrappolati nella plastica hanno una probabilità fino al 90% più alta di contrarre malattie.

Le foreste di Mangrovie

Un recente studio sulle foreste di mangrovie dell’isola di Giava in Indonesia ha rilevato come alcune zone siano ricoperte fino al 50% da plastica, con una densità di 27 oggetti di plastica per metro quadrato. L’inquinamento da plastica nei mangrovieti può compromettere non solo la salute di radici e foglie degli alberi di mangrovie, ma anche ridurre la presenza di organismi che vivono in questi ambienti, alterando l’intero ecosistema.

La plastica ha toccato il fondo!

La plastica è stata ritrovata a più di 10 km al di sotto della superfice del mare nella Fossa delle Marianne, che è il punto più profondo della Terra. In questi ambienti profondi le condizioni sono molto stabili e le plastiche possono rimanere inalterate per secoli, formando uno strato tra i sedimenti che potrebbe alterare la struttura delle comunità di organismi che vivono in questi ambienti estremi.

LA RACCOLTA

differenziata

+info

La raccolta dell'

ALLUMINIO

In questi ultimi anni la raccolta degli imballaggi in alluminio ha avuto un incremento significativo sul fronte della raccolta differenziata urbana e delle quantità avviate a riciclo, grazie all’azione combinata sul territorio di CiAl, delle Pubbliche Amministrazioni e naturalmente dei cittadini.

 Si tratta di risultati molto importanti che hanno permesso, non solo di dare nuova vita ad un materiale prezioso e sempre pronto per nuove e innumerevoli applicazioni, ma anche di garantire benefici ambientali ed economici per la collettività. Sulla base dell’Accordo Quadro Anci-Conai - accordo nazionale fra ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) e il CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi) – CiAl stipula degli accordi di convenzione che regolano la gestione e la valorizzazione dei rifiuti di imballaggio in alluminio provenienti dalla raccolta differenziata.

Le 4R

02

01

RIUTILIZZO

RIDUZIONE

03

04

RICICLO

RECUPERO

05

LA QUINTA "R" responsabilità condivisa

Per arrivare a riciclare i rifiuti o a recuperare materia ed energia dagli stessi è necessario separare i flussi di materiali che saranno poi avviati alle diverse operazioni di recupero e riciclo. La Raccolta Differenziata, in quanto presupposto di ogni politica di smaltimento, costituisce quindi la “Quinta R”. La Raccolta Differenziata finalizzata al riciclo o al recupero è una soluzione che consente di ridurre il volume di rifiuti da destinare in discarica e di risparmiare materie prime ed energia. Affinché la raccolta possa svilupparsi al pieno delle proprie potenzialità, è necessario il coinvolgimento e la collaborazione di tutti i soggetti: dalle amministrazioni pubbliche, ai cittadini, alle imprese. In tal senso si parla di responsabilità condivisa

IL CONCETTO DI RESPONSABILITÀ CONDIVISA

La gestione dei rifiuti va riferita ai principi di responsabilizzazione e di cooperazione di tutti i soggetti coinvolti nella produzione, nella distribuzione, nell’utilizzo e nel consumo di beni da cui originano i rifiuti

Il concetto di responsabilità condivisa espresso dalla normativa italiana prevede che tutti – imprese, pubblica amministrazione, consumatori – concorrano al raggiungimento degli obiettivi generali di raccolta e riciclo. La certezza del raggiungimento di questi obiettivi si può avere solo se al loro ottenimento parteciperanno tutti, ognuno nel proprio ruolo

I cittadini

Il ruolo del cittadino/consumatore è fondamentale: attraverso le sue scelte nella fase di acquisto dei prodotti e le sue azioni nella gestione domestica dei rifiuti risulta determinante per il raggiungimento degli obiettivi previsti. La riduzione alla fonte, come abbiamo visto, è l’opzione primaria nella gestione dei rifiuti nell’ambito di politiche di produzione e di consumo eco-sostenibili. La scelta in particolare di prodotti e imballaggi ecologicamente responsabili rende il riciclaggio più facile e riduce la quantità di rifiuti da buttare via. Adottare tali comportamenti è importante per far coincidere le nostre abitudini con i nostri principi, per trasmettere un segnale ai produttori perché è il nostro comportamento a far cambiare il loro

Il ruolo di CiAl

+info

I trend di crescita della raccolta e del recupero evidenziano come il sistema di gestione nel nostro Paese sia solidamente orientato ad una gestione integrata delle fasi di raccolta, riciclo e recupero degli imballaggi in alluminio, alternativa consolidata rispetto alla discarica. In particolare, in questi anni, grazie ad un importante incremento dei quantitativi avviati a riciclo di lattine, bombolette, scatolette e vaschette di alluminio, l’industria del riciclo ha limitato notevolmente la dipendenza dagli altri Paesi. I risultati ottenuti in questi ultimi anni sono assolutamente positivi e confermano la crescente autorevolezza di CiAl in un dialogo sempre più costruttivo instaurato con tutti gli operatori pubblici e privati impegnati nella gestione del “bene ambientale”. “Zero discarica, 100% recupero” è uno slogan, che sintetizza molto bene gli ambiziosi obiettivi che CIAL si è posto per i prossimi anni e che intende perseguire contando su una sempre più stretta collaborazione con gli operatori territoriali allo scopo di garantire al sistema di gestione dei rifiuti e al sistema industriale crescenti benefici sia in termini economici che ambientali.

CiAl ha, tra i propri compiti, quello di garantire il riciclo e il recupero degli imballaggi in alluminio provenienti dalla raccolta differenziata organizzata dai Comuni e fatta dai cittadini, riconoscendo un corrispettivo economico per quanto raccolto nel territorio, in base anche alla qualità del materiale. Gli imballaggi in alluminio, riconoscibili dal marchio AL oppure ALU, dopo la raccolta vengono avviati da CIAl in una delle 14 fonderie presenti sul territorio nazionale, per essere riciclati e dare vita a nuovi oggetti e prodotti di uso quotidiano. In questi ultimi anni la raccolta degli imballaggi in alluminio ha avuto un incremento significativo sul fronte della raccolta differenziata urbana grazie all’azione combinata sul territorio di CiAl, delle Pubbliche Amministrazioni e naturalmente dei cittadini

LE IMPRESE

Le aziende produttrici e utilizzatrici di imballaggi assumono un ruolo importante nell’attuale sistema di gestione degli imballaggi. Infatti esse sono responsabilizzate in merito al prodotto e al conseguente impatto ambientale. Viene riconosciuta la loro autonomia, prevedendo, per il raggiungimento degli obiettivi, l’adesione ad un sistema consortile gestito dalle imprese stesse: il CONAI – Consorzio Nazionale Imballaggi, con i relativi sei Consorzi di filiera dei singoli materiali: carta, plastica, vetro, alluminio, legno e acciaio, dei quali fa parte anche CiAl. Il Conai ha il compito di garantire il buon funzionamento del sistema e quello di raggiungere gli obiettivi di recupero degli imballaggi usati raccordandosi con i servizi pubblici per la raccolta (degli imballaggi utilizzati per i prodotti destinati al consumatore finale) e, per quanto attiene al recupero e al riciclo degli imballaggi, con i sei Consorzi dei materiali. Le Imprese attraverso il Conai e i singoli Consorzi dei materiali fissano gli obiettivi da raggiungere.

LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

La Pubblica Amministrazione ha il compito di predisporre un sistema adeguato per il servizio di Raccolta Differenziata, in modo da permettere al cittadino di conferire i rifiuti di imballaggio selezionati. La raccolta deve essere organizzata in modo da facilitare il compito del cittadino, la cui partecipazione è fondamentale per la buona riuscita dell’operazione. Deve essere garantita una copertura omogenea del territorio privilegiando l’efficacia, l’efficienza e l’economicità del servizio.

ALLUMINIO: LA RACCOLTA DIFFERENZIATA

Gli imballaggi in alluminio, in Italia, vengono sempre raccolti congiuntamente ad imballaggi in altri materiali, tranne in pochissime eccezioni (vedi alcuni Comuni dell’Emilia e del Trentino) dove esiste una raccolta solo metalli. Esistono quindi sostanzialmente tre tipi di raccolta.

MULTILEGGERA

MULTIPESANTE

VETRO – METALLI

A seconda del Comune dove si risiede, il sistema di raccolta può cambiare anche per le modalità relative a:

  • Raccolta stradale
  • Raccolta domiciliare
  • Raccolta mista:stradale+domiciliare

EFFETTO ADDITIVO E/O SINERGICO

01

L'inquinamento da plastica si aggiunge alla già lunga lista di impatti antropici che minacciano la salute dell'ambiente marino.

La combinazione della plastica con altri fattori comel'aumento delle temperature medie dell'atmosfera e degli oceani a causa del cambiamento climatico in atto, l'acidificazione degli oceani, il sovrasfruttamento degli stock ittici ecc. potrebbe risultare in un cocktail letale che intensifica gli effetti negativi su specie ed ecosistemi esacerbando la crisi ambientale che stiamo vivendo Se l'inquinamento da plastica continuerà al ritmo attuale i ricercatori prevedono che il 99,8% delle specie di uccelli marini avrà ingerito plastica entro il 2050.

02

RISOLVERE IL PROBLEMA ALLA RADICE

Identificare a monte le cause dell'inquinamento da plastica è molto più efficace che pulire l'ambiente dopo.La soluzione che viene più spesso proposta è la raccolta e la rimozione della plastica dagli oceani. Tuttavia, sebbene questa azione sia teoricamente possibile in ogni ambiente, l'entità delle tecnologie necessarie avrebbe un costo enorme e non sarebbe comunque sufficiente a fermare l'avanzata della marea di plastica. Inoltre, non è ancora stato definito se la rimozione della plastica da alcuni ecosistemi marini possa avere degli effetti negativi: potrebbero, per esempio, causare dei danni dovuti alla cattura accidentale di alcune specie incrementandone la mortalità oppure il prelievo anche di notevoli quantità di biomassa, soprattutto su larga scala. Un approccio molto più efficiente ed efficace sta nel prevenire l'immissione di rifiuti di plastica nell'ambiente, includendo anche la riduzione della produzione di plastiche.

03

NON C'È TEMPO DA PERDERE: BISOGNA AGIRE SUBITO!

È NECESSARIO E URGENTE UN TRATTATO INTERNAZIONALE GIURIDICAMENTE VINCOLANTE Il trattato dovrebbe contenere regole specifiche, chiare e obblighi applicabili globalmente lungo tutto il ciclo di vita delle plastiche in modo da consentire risposte efficaci alla crisi globale dovuta all'inquinamento da plastica.

WWF chiede ai governi di tutto il mondo aderire a un trattato internazionale che dovrebbe includere:

  • una visione chiara sull'eliminazione della dispersione diretta ed indiretta delle plastiche in natura, in base al principio di precauzione, riconoscendo gli impatti devastanti che l'inquinamento da plastica causa;
  • l'obbligo di sviluppare e applicare piani di azione nazionali ambiziosi ed efficaci sulla prevenzione, il controllo e la rimozione delle plastiche nell'ambiente;
  • la standardizzazione delle definizioni, dei metodi, dei modelli, dei criteri e dei regolamenti per contrastare in modo efficiente e armonizzato finquinamento da plastica a livello globale lungo tutto il ciclo di vita, includendo specific requisiti per assicurare la circolarità della filiera produttiva e la messa al bando di quei prodotti di plastica che costituiscono un rischio particolare per l'ambiente, come le plastiche monouso e le microplastiche intenzionalmente aggiunte ai prodotti;

  • divieti espliciti su specifici atti che possano inficiare l'oggetto e lo scopo del trattato. incluso il deliberato scarico di rifiuti di plastica nei fiumi e nelle acque interne;
  • uno schema concordato di misurazione, rendicontazione e verifica per tracciare gli scarichi di rifiuti di plastica e i progressi fatti nella loro eliminazione a livello nazionale e internazionale;
  • l'istituzione di un organo scientifico internazionale specializzato e inclusivo con il mandato di definire e tracciare la scala, la portata e le fonti dell'inquinamento da plastica, di armonizzare le metodologie scientifiche e raccogliere le conoscenze dello stato dell'arte con il fine di fornire indicazioni utili nei processi decisionali e nella loro implementazione;
  • un accordo globale finanziario e tecnico, come anche un'assistenza per il trasferimento di tecnologie, per sostenere l'efficace implementazione del trattato da parte di tutti i Paesi;
  • l'impegno ad aggiornare, revisionare e sviluppare queste misure e obblighi nel tempo.

L'INQUINAMENTO DA PLASTICA POTREBBE DIVENTARE UN FATTORE CHE CONTRIBUISCE ALLA SESTA ESTINZIONE DI MASSA IN CORSO CHE PORTERÀ AL COLLASSO DIFFUSO DEGLI ECOSISTEMIE AL SUPERAMENTO DEL LIMITI AMBIENTALI ENTRO I QUALI L'UMANITA PUO OPERARE IN SICUREZZA

L'INQUINAMENTO DA PLASTICA E AGENDA 2030

04

Conservare e utilizzare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine

L’inquinamento e lo sfruttamento eccessivo degli oceani causano un numero sempre maggiore di problemi, come il pericolo acuto per la diversità delle specie, l’acidificazione dei mari e l’aumento dei rifiuti di plastica. Oltre alla pesca e allo sfruttamento a livello industriale delle risorse marine, anche i mutamenti climatici sono causa di una pressione sempre maggiore sugli ecosistemi. La popolazione mondiale in continuo aumento sarà in futuro ancora più dipendente dalle risorse dei mari. L’obiettivo 14 mira a ridurre in modo significativo entro il 2025 tutti i tipi di inquinamento marittimo e a portare a un livello minimo l’acidificazione degli oceani. Già entro il 2020 gli ecosistemi marini e costieri sarebbero dovuti essere gestiti e protetti in modo sostenibile. Per porre un limite alla pesca eccessiva nei mari, le attività illegali e non regolamentate in questo campo nonché le pratiche distruttive dovranno essere sradicate entro il 2020. Inoltre, determinate forme di sovvenzioni alla pesca dovranno essere vietate.