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LE TASSE NELL'ANTICA ROMA
Michele Alia
Created on May 22, 2023
Gli studenti di 1G: Leonardo Alia, Eva Marcuccio, Serena Muscolino, Chiara Odette Sgroi, Federica Tarda
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LE TASSE NELL'ANTICA ROMA
La Roma antica non rappresentava un modello molto diverso dal mondo contemporaneo. Anche alla caput mundi, più di duemila anni fa, interessavano infatti problemi sociali, economici e politici.
Roma, nel corso dei secoli, ha avuto un sistema tributario efficiente, diversificato e flessibile. Nel tratteggiare il sistema tributario romano è utile capire l’idea stessa di tributum. A Roma la cassa pubblica era alimentata dalle entrate derivanti dai beni che lo Stato acquisiva.
Le campagne militari del IV secolo a.C. portarono il Senato di Roma ad istituire una tassa, il tributum appunto, che i singoli cittadini dovevano pagare, in proporzione alle proprie ricchezze. Tale tributo venne abolito intorno al 167 a.C., e si produsse una prima forte distinzione che porterà nei decenni successivi a scontri tra Romani e alleati italici. Roma non si dotò mai di un efficiente sistema di riscossione, ma preferì sistematicamente affidarsi a privati, i cosiddetti publicani, che anticipavano allo Stato le tasse.
Le tasse sono sempre state riscosse, fin dall’antichità. Anche la loro funzione è sempre stata la stessa: finanziare i servizi pubblici destinati alla collettività. Senza le tasse lo Stato non potrebbe pagare la sanità, le strutture pubbliche, i servizi scolastici; insomma, tutto ciò che è messo a disposizione dei cittadini.
Tra le tasse nell’antica Roma più importanti ne ricordiamo due: l’imposta personale e l’imposta fondiaria. La prima doveva essere pagata da tutti i residenti e la seconda riguardava i terreni e veniva pagata in proporzione alla produttività del suolo.
Nella Roma repubblicana i pubblicani si occupavano di riscuoterle a nome dello Stato:realizzavano le opere pubbliche per conto di Roma e poi riscuotevano per conto proprio, quale prezzo dell’opera realizzata. I pubblicani non godevano di buona opinione presso i cittadini delle tasse non determinate in modo specifico nel loro ammontare. Successivamente tale incarico venne affidato anche a funzionari imperiali, come i censori, i questori e i procuratori. In questo modo, il sistema di riscossione delle tasse nell’antica Roma si è avvicinato a quello contemporaneo: le tasse sono riscosse solamente da chi è appositamente incaricato dallo Stato.
Le virtù della pipì al tempo dei romani
Chi le usava per sbiancare gli abiti e chi per curare gli animali. Urine e feci al tempo di romani erano così utili e preziose che la loro raccolta venne persino tassata.
Urine e feci al tempo dei romani andavano a ruba: adoperate per la pulizia, la conciatura delle pelli, come concime e persino come cura per alcune malattie. Tutti usi che ci fanno un po' ribrezzo. Eppure... La scienza ci dice che i batteri trasformano l’urea presente nell’urina in ammoniaca: il poeta romano Catullo (54 a.C.) non poteva saperlo, ma conosceva senz'altro il potere sbiancante dell'urina… sui denti, di cui parla espressamente in uno dei suoi Carmina, segno che era una prassi adottata dai suoi contemporanei.
L'ammoniaca nelle urine veniva usata anche per sbiancare le toghe, in verità: le toghe venivano raccolte in grandi tini colmi di urina e gli uomini vi saltavano sopra; poi usavano la cenere per contribuire a sciogliere lo sporco accumulato sui tessuti, realizzando, di fatto, una sorta di precursore della lavatrice.
L'urina contiene inoltre azoto e fosforo, entrambi utili alla coltivazione di piante. E Columella, scrittore romano esperto di agricoltura (4 - 70 d.C.) racconta come la pipì fosse particolarmente utile alla coltivazione dei melograni, fino a renderli più succosi e saporiti.
Sempre Columella consigliava l'uso di urina umana anche come terapia veterinaria: cura per le pecore con problemi biliari e polmonari, ma anche per le api malate.
PECUNIA NON OLET
E che le deiezioni fossero largamente utilizzate a quel tempo, lo dimostra la storia della celebre vectigal urinae, la tassa sull’urina, che i conciatori e i fullones (coloro che lavoravano la lana) furono costretti a pagare sulla pipì raccolta nelle latrine pubbliche. Lo impose l'imperatore Vespasiano, che scelse di fare cassa, conscio del vasto utilizzo dell'urina come sbiancante. E al figlio Tito, che lo aveva rimproverato per la decisione, Vespasiano mostrò una moneta, riscossa proprio il primo giorno in cui era in vigore la tassa, pronunciando la ormai famosa frase Pecunia non olet, ovvero "il denaro non puzza". E che la sua idea ebbe successo lo dimostra il fatto che le toilette pubbliche in seguito presero il suo nome: vespasiani.
Il Smithsonian Magazine racconta che sempre al tempo dei romani l'urina era così preziosa da essere raccolta dagli orinatoi pubblici e poi venduta. Per esempio per lavorare le pelli: un lungo ammollo nelle urine pare che aiutasse a rimuovere i peli dalle pelle, che poi veniva passata in feci di animale in modo che i batteri la ammorbidissero, rendendola più… pregiata. E poi naturalmente c'è l'uso fertilizzante delle feci: i romani le adoperavano volentieri per nutrire il terreno dei loro giardini.
I munera nell'antica Roma
Cos'erano i munera?
Con questo termine furono designati nel mondo romano, genericamente, gli oneri addossati al cittadino in base al principio che una parte della sua attività e del suo patrimonio era dovuta allo stato.
I munera civilia
Come si dividevano?
01. Munera personalia
03. Munera mixta
02. Munera patrimonii
01
I munera personalia
Nei munera personalia rientra ogni attività del cittadino rivolta alla difesa della città, la legatio (ambasciate all'imperatore, al senato, ecc.), il cursus publicus (servizio postale), la tironum et equorum productio, le varie curae, cioè incarichi straordinarî (es., la cura annonae, ludorum, equorum, aquaeductus, operum publicorum, pecuniae publicae exigendae, ecc.).
I munera personalia erano prestazioni d'attività da parte dei cittadini senza alcun dispendio per questi ultimi, essendone le spese relative sopportate dalla cassa comunale che erano infatti dovuti al municipium.
02
Munera patrimonii
Il munus patrimonii è invece quello che può gravare soltanto su coloro che possiedono un patrimonio, come onere reale sul medesimo. Così, p. es., l'hospitis recipiendi munus, l'obbligo cioè dei proprietarî di ospitare a proprie spese milizie (annona militaris), funzionarî pubblici, ecc.; il m. rei vehicularis, l'obbligo cioè di provvedere ai trasporti pubblici (angariae, parangariae, ecc.), il m. equos curules alendi, di nutrire cioè i cavalli per i giuochi, la viarum et pontium sollicitudo, l'obbligo cioè di mantenere strade e ponti, e soprattutto - per tacere d'altri minori nonché dei bassi servizî, detti munera sordida (manipolazione del pane, cottura della calce, ecc.) - l'incarico di riscuotere le imposte dovute dalla città allo stato, con l'obbligo di rispondere patrimonialmente di fronte allo stato delle riscossioni mancate.
Munera mixta
03
È ovvio infine che il munus personale poteva facilmente trasformarsi in munus patrimonii, qualora al cittadino venisse addossato, oltre che il corporis labor, anche la spesa relativa: era il caso dei munera mixta.
La riforma monetaria di Augusto
Introduzione
La Riforma monetaria di Augusto venne attuata tra il 23 ed il 20 a.C. (forse, secondo recenti studi nel 19 a.C.) allo scopo di risolvere il disordine che si era creato nella produzione monetaria di Roma. Le emissioni monetali furono assai numerose, grazie al bottino che il Princeps aveva riportato dalla nuova provincia d'Egitto ed alle miniere spagnole, tanto da provocare un eccesso di moneta, il conseguente taglio dei tassi di interesse e l'aumento del valore delle proprietà terriere.
Le novità principali sono:
- fine delle emissioni d'emergenza, battute da zecche mobili al seguito dei vari generali, come era avvenuto durante il periodo delle guerre civili;
- il ripristino del peso del denario — che rimaneva la moneta di riferimento — peso che era notevolmente calato durante le guerre civili;
- rilancio delle emissioni sussidiarie di quadranti, assi e dupondi che erano praticamente spariti dalla circolazione monetaria da anni;
- sostituzione del sesterzio (una volta, monetina d'argento di scarso peso, e quindi poco utile dato che veniva perso facilmente), con un sesterzio di oricalco di grande modulo (27 gr. circa), peraltro ottimo veicolo pubblicitario per la propaganda augustea, moneta più usuale nei conteggi (cfr. Res gestae divi Augusti);
- divisione dei compiti tra il Princeps (che controllava la coniazione delle monete d'oro e argento attraverso la nuova zecca di Lugdunum) ed il Senatus (che autorizzava le coniazioni delle monete di rame e lega, tramite Senatus consultum come evidenziato sul retro delle monete con S C, attraverso la zecca di Roma);
- ripristino della carica dei triumviri monetali; la definitiva presenza del ritratto di una persona viva sulle monete.
Augusto riorganizzò l'amministrazione finanziaria dello Stato romano, costituendo il fiscus (ovvero la cassa delle entrate dell'imperatore), accanto al vecchio aerarium, che rimase la cassa principale (ora affidata dal 23 a.C. a due pretori, non più a due questori), anche se Augusto fu autorizzato ad attingere da esso le somme necessarie per tutte le funzioni amministrative e militari. L'imperatore, di fatto, poteva dirigere la politica economica di tutto l'impero ed assicurarsi che le risorse fossero equamente distribuite in modo che le popolazioni sottomesse potessero considerare il governo di Roma una benedizione non una condanna. Creò infine un aerarium militare per i compensi da dare ai veterani.
Fiscus caesaris
Introduzione
Fiscus Caesaris (significa in latino "cesto", "cassa" dell'imperatore Cesare) indicò da Claudio in poi la cassa ed il tesoro privato dell'imperatore romano, distinto dall'erario militare, dall'erario del popolo e del Senato (il solo tesoro pubblico durante la Repubblica). Il fiscus nacque dall'esigenza di amministrare le entrate provenienti dalle province imperiali (sottoposte alla gestione diretta dell'imperatore) più ricche e di utilizzarle al fine di coprire la gestione delle spese dell'amministrazione provinciale. Fu creato quindi dall'esigenza di contabilizzare spese ed entrate delle province imperiali e andò affiancandosi all'aerarium Saturni (aveva sede presso il tempio di Saturno) spesso in difficoltà finanziarie, fino a soppiantarlo del tutto.
Funzionari
La nuova amministrazione del fiscus era organizzata ed affidata ad una serie di funzionari pubblici nominati dal priceps. Si trattava normalmente di servi e liberti imperiali. Era dotato anche di un corpo di funzionari, gli advocati fisci che ne difendevano le ragioni in giudizio, nel contenzioso che emergeva rispetto ai beni in esso inclusi. A partire dai Flavi, il responsabile capo della gestione del fiscus fu affidato ad un procurator a rationibus Augusti (o procurator fisci).
Entrate
Info
Il fiscus, distinguendosi dal patrimonio privato imperiale, raccolse tutte le entrate che erano attribuite all'imperatore in virtù dei suoi poteri sovrani e per l'adempimento dei fini pubblici. Nel 27 a.C., Augusto, riorganizzando le province da un punto di vista fiscale e amministrativo, tenne per sé l'amministrazione di quelle "non pacate", ovvero quelle limitanee, in cui erano stanziate le legioni, con il fine, mal celato, di giustificare il potere sull'esercito. Tali province, poi dette imperiali, o provinciae Caesaris, furono affidate ai legati Augusti pro praetore di rango senatorio, scelti tra ex-consoli ed ex-pretori, con legati legionari, prefetti e tribuni come subalterni. Faceva eccezione l'Egitto, in cui venne riconfermato il praefectus Alexandreae et Aegypti, un membro del ceto equestre munito di imperium. Per l'aspetto tributario, tali province erano affidate ad agenti del principe, cavalieri, ma anche liberti, col titolo di procuratores Augusti; le entrate andavano a confluire sulla neonata cassa del principe, il fiscus. Il fiscus aveva perciò il compito di raccogliere tutte le entrate delle province non pacatae, attraverso i vari governatori provinciali. Il fiscus raccoglieva anche multe ed imposte indirette (vectigalia), le eredità private (bona caduca e vacantia) oltre ai bona damnatorum (confische di beni).
Cenni storici
Alla morte di Tiberio nelle casse del fiscus romano c'erano 2.700.000.000 di sesterzi che Caligola spese in un anno circa. Alcune delle spese sostenute dal nuovo imperatore furono inevitabili: elargizioni varie al popolo, all'esercito, ai pretoriani (a cui diede un donativo doppio rispetto a quello promesso da Tiberio, 2.000 sesterzi a testa) e ai regni vassalli di Roma (dette 100.000.000 di sesterzi ad Antioco IV di Commagene). Una volta conclusa la prima guerra giudaica, Vespasiano sottopose gli Ebrei al fiscus iudaicus, tassa da loro pagata, nella condizione di essere stati assoggettati all'Impero romano dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, in favore del tempio di Giove Capitolino in Roma. Fu Nerva ad abolirla (96-98). Il fiscus invece con i Flavi venne amministrato da funzionari di maggior responsabilità come il procurator Augusti di ordine equestre (si occupavano sia dei redditi sia delle spese, fiscali e patrimoniali).
Aerarium
Il controllo della cassa fu affidato a diversi magistrati: dapprima ai questori, poi sotto Cesare a due senatori in qualità di praefecti, dal 28 a.C. a due praefecti scelti tra pretori, dal 23 a.C. a due praetores, ai questori nuovamente con Claudio per la durata di un triennio (nel 44 d.C.). Il passo definitivo fu compiuto sotto Nerone (nel 56 d.C.) che mise a capo dell'aerarium due senatori ex-pretori, con il titolo di prefetti, con una breve parentesi nel 69 quando affidò il compito a due praetores. A questi funzionari era affidato il compito di emettere moneta d'oro (aurei) e argento (denarii), come risulta dalle diciture scritte sulle monete, ex S C (per Senatus consultum).
Definizione
L'Aerarium (dal latino ærarium, a sua volta da aes "bronzo") o Aerarium populi Romani (per distinguerlo dalla cassa del princeps) o Aerarium Saturni (con la specifica localizzazione presso il tempio di Saturno nel Foro romano) il cui significato era "riserva di monete", indicava genericamente l'amministrazione patrimoniale della Res publica romana.
Riforma fiscale di Diocleziano
Premessa
La premessa si rivela utile per descrivere alcune caratteristiche della riforma tributaria introdotta da Caio Aurelio Valerio Diocleziano, monarca assoluto di Roma dal 284 al 305 d.C. Ebbene il valore aggiunto della sua intelligenza, per alcuni versi illuminata e per altri limitata, risiede nell'aver contribuito con la sua opera a superare una crisi politico-economica che, diversamente, avrebbe provocato conseguenze letali per le sorti della penisola italica. Infatti Diocleziano, se da un lato è passato alla storia per aver istituito il primo calmiere dell'antichità che fissava per legge il prezzo delle merci, dall'altro è stato stigmatizzato il suo atteggiamento fortemente persecutorio nei riguardi dei cristiani. Autorevoli fonti storiografiche fanno risalire a questo sovrano, originario di Salona, città dell'Illiria nella Dalmazia latina, l'inizio di una monarchia assoluta che per alcuni avrebbe avuto le caratteristiche di un regime teocratico giustificato dall'emergenza, mentre per altri mirava alla esclusiva difesa della tradizione romana contro la disgregazione.
Periodo storico
Per far luce sulla situazione è opportuno inquadrare il periodo storico che precede la salita al trono di Diocleziano. Dopo la fine della dinastia dei Severi (193-235 d.C.), Roma vive un periodo di grande incertezza, determinato dal succedersi al trono di numerosi imperatori e da elementi di disgregazione che minavano alla radice la sicurezza della struttura imperiale romana. In particolare il declino economico e demografico del III secolo che vedeva contrapposta la caput mundi, sempre più al centro di movimenti migratori, e la penisola italica, fortemente depressa dal punto di vista demografico e suddivisa in latifondi abbandonati a se stessi. A questo si può aggiungere l'affermarsi del fenomeno dell'autonomismo provinciale, giustificato dalla incapacità da parte del potere centrale di sostenere il peso dell'Impero e dalla riluttanza da parte delle province di corrispondere il quantum economico richiesto da Roma. Un'inevitabile abdicazione che avrebbe condotto alla prima forma di autonomia politica ante litteram. Infine non si deve dimenticare che l'avvento al trono di Diocleziano si situa in un momento storico particolare, caratterizzato da una forte tensione politica dominata dal contrasto sempre più acceso tra il Senato e i comandanti militari.
La riforma tributaria
Parole chiave
Giurista ed economista sono le caratteristiche di un personaggio per molti versi controverso ma sostenuto da una intelligenza illuminata. Se la riforma tetrarchica prevedeva infatti l'affidamento dell'Impero ai due Augusti d'Oriente e d'Occidente, con la nomina dei Cesari destinati ad assurgere al rango più elevato in funzione dei meriti raggiunti sul campo, quella economica e fiscale fu contrassegnata dalla semplificazione. A Diocleziano si deve l'introduzione dei prezzi di calmiere delle merci, dell'equa distribuzione del carico tributario su tutte le province, di due uniche tasse (capitatio e iugatio) e, forse in pochi ne sono a conoscenza, della prima forma di Agenzia fiscale che si conosca, rappresentata dalla figura e dall'operato dell'ordo decurionum.
- Semplificazione fiscale
- Capitatio
- Iugatio
- Ordo decurionum
I decurioni
Ma Diocleziano si preoccupa anche di vigilare affinché il gettito fiscale non subisca contrazioni o interruzioni. Anche su questo punto dimostra di non lasciare nulla al caso e decide di affidare la riscossione delle tasse a un organo con funzioni inizialmente consultive ma successivamente deliberative. Si trattava dell'ordo decurionum, un consiglio con vari rappresentanti dislocati su tutto il territorio nazionale. All'ordo decurionum era affidata la gestione dell'attività dei municipi e delle colonie romane. I decurioni erano rappresentanti di questo Consiglio ed erano definiti cosi perché a questa struttura accedeva un decimo dei coloni e ogni membro era considerato il capo di una decuria di coloni. In ogni città figuravano dai 100 ai 150 decurioni ai quali venne attributo uno status giuridico particolare, quali rappresentanti della curia locale e personalmente responsabili del gettito fiscale prefissato d'autorità nel territorio di competenza.
Capitatio e iugatio
La rinnovata politica fiscale non poteva prescindere da una semplificazione dell'intero panorama impositivo che prevedeva due sole tasse. La capitatio (dal tardo latino derivato di caput, capitis che nell'accezione primaria indica il capo, la testa con riferimento agli individui) o imposta diretta che gravava sugli individui in età lavorativa dai 14 ai 65 anni. Il termine caput sarebbe stato utilizzato da quel momento in poi per designare l'unità fiscale rappresentativa di ogni tipo di ricchezza. La iugatio (dal latino iugerum, iugeri, misura agraria di superficie pari a circa 25 are, cioè 240 piedi in lunghezza e 120 in larghezza) che gravava invece sulle unità di superficie coltivabile.
CONFRONTO TRA LE TASSE DELL'ANTICA ROMA CON LE TASSE DELL' ITALIA ODIERNA
Tasse a Roma VS Tasse di oggi in Italia
Le tasse nell'antica Roma sono molto diverse dalle tasse di oggi in Italia, eppure si possono trovare delle piccole analogie. Iniziamo con una breve spiegazione del sistema tributario Italiano.
Il sistema tributario Italiano
Il sistema italiano prevede i seguenti tributi:
I tributi sono prelievi di ricchezza che lo Stato impone ai cittadini per finanziare i servizi pubblici.
- imposte
2. tasse
3. contributi
+INFO
L'IMU
Un'imposta che può esere ricollegata all'antica Roma è l'Imu (Imposta municipale unica): un'imposta sui beni immobili che si posseggono. Questa tassa ricorda vagamente l'imposta fondiaria romana.
L'IVA
Un'altra imposta che può esere ricollegata all'antica Roma è l'Iva (Imposta sul valore aggiunto) è un’imposta applicata alle cessioni di beni e servizi e colpisce solo il valore aggiunto in ogni fase del processo produttivo e distributivo. Le aliquote previste in Italia sono tre: ordinaria del 22%, oppure quelle ridotte del 4% e del 10% Questa tassa è molto simile a alcune forme diverse di tassazione delle compravendite romane.