Catullo - l'AMORE PER LESBIA
Ginevra quadrio, alessio de falco, giulia ronzoni, samuele mignani
carme 8
IN LOTTA CON SE' STESSO
Misèr Catùlle, dèsinàs inèptìre, et quòd vidès perìsse pèrditùm dùcas. Fulsère quòndam càndidì tibì sòles, cum vèntitàbas quò puèlla dùcèbat, amàta nòbis quàntum amàbitùr nùlla. Ibi ìlla mùlta tùm iocòsa fíèbant, quae tù volèbas nèc puèlla nòlèbat. Fulsère vère càndidì tibì sòles. Nunc iam ìlla nòn vult: tù quoque, ìmpotèns, nòli, nec quaè fugìt sectàre, nèc misèr vìve, sed òbstinàta mènte pèrfer, òbdùra. Valè, puèlla, iàm Catùllus òbdùrat, nec tè requìret nèc rogàbit ìnvìtam. At tù dolèbis, cùm rogàberìs nùlla. Scelèsta, vàe te! Quàe tibì manèt vìta? Quis nùnc te adìbit? Cùi vidèberìs bèlla? Quem nùnc amàbis? Cùius èsse dìcèris? Quem bàsiàbis? Cùi labèlla mòrdèbis? At tù, Catùlle, dèstinàtus òbdùra.
traduzione di mario rapisardi
Traduzione di conte
Lascia, cor mio, l’inetta
Cura d’amor; ciò che perir già vedi
Cosa perduta e inutil cosa estima.
Candidi soli in prima
Splendean certo su te, che con frequente
Anelito venivi
Ai convegni di lei, che fu diletta
Da noi qual non fu mai donna vivente.
Quanti dolci pensier, quanti soavi
Giochi d’amor che tu chiedevi, e cari
Erano a lei del pari!
Come a rapidi voli
L’ore fuggiano, e candidi
Su ’l mio capo davver splendeano i soli!
Ella cangiò; tu impaziente e fiacco
Or non essermi, o cor! s’ella ti fugge,
L’orme sue non seguir: non abbia il vanto
De la miseria tua; ma fermo e saldo
A l’instabil ventura
Levati incontro, e dura!
Addio, fanciulla: è forte
La mente mia; nè prego mai nè voce
Che ti cerchi d’amore
Dal mio labbro uscirà, quando già chiuso
A la voce d’amor sento il tuo core.
Tu, derelitta, piangerai. Che vita
Sarà, iniqua, la tua? Chi a te più mai
Disïando verrà? Per qual pupilla
Più splenderan le tue beltà fugaci?
A cui te stessa e l’amor tuo darai?
Chi prenderà i tuoi vezzi e i morsi e i baci?
Fermo a la rea ventura
Disperato Catullo, falla finita con le tue follie; ciò che vedi perduto, come perduto consideralo. Brillarono un tempo per te giornate radiose, quando sovente venivi agli incontri che la ragazza fissava quella che abbiamo amata come nessun’altra ameremo. Là si svolgevano giochi gioiosi d’amore senza mai fine, che tu pretendevi, né lei rifiutava (brillarono veramente per te giornate radiose). Ormai lei li rifiuta; <rifiutali) anche tu, sebbene incapace a
frenarti. Non cercarla, se sfugge; e non vivere da disperato,
ANalisi-le tre sequenze-
monologo-versi 1-11 ...
tutto il dolore della separazione- versi 11-18
lo "sdoppiamento" del soggetto- verso 19
la cura del morbus amoroso
-Un poeta greco che riprende il tema della liberazione dalla passione amorosa è Teocrito, vissuto in età ellenistica; nell’Idillio “l’Incantatrice” mette in scena il rito notturno che il personaggio di Simeta, malata di un amore infelice, compie per liberare il suo cuore dalla nefasta passione. La donna vuole placare l’insopportabile dolore, che ha colpito sia l’anima sia il corpo, e lo fa dando sfogo al suo io, ripercorrendo le fasi e gli eventi che l’hanno portata alla gioia e alla disperazione, esattamente come fa Catullo nel Carme VIII ai versi 3-8.
CONFRONTO CON IL CARME 64, VERSI 135-142"Nessuna considerazione ha potuto piegare la decisione
della tua mente crudele? Nessuna clemenza è stata in te presente,
tanto che il tuo animo crudele volesse avere compassione di me?
Ma non queste promesse un tempo hai offerto con affettuosa
voce a me, non queste cose facevi sperare (a me) infelice,
ma lieto connubio, ma desiderate nozze,
cose che tutte irrealizzate i venti disperdono all'aria."
Genially
Anafora / poliptoto anaforico Iperbato in enjambement Anastrofe (e tmesi)
Enallage Antitesi Climax
CARME 51
UNA PASSIONE SCONVOLGENTE
Quello mi sembra essere pari a un dio, quello, se è lecito dirlo, mi sembra superare gli dèi, che sedendo davanti a te incessantemente ti guarda e ti ascolta mentre ridi dolcemente, cosa che a me misero ha sottratto tutti i sensi: infatti non appena ti vedo, Lesbia, non mi resta niente. *** Ma la lingua è intorpidita, una fiamma tenue si insinua tra le membra, le orecchie rimbombano di un suono interno, entrambi gli occhi si coprono di tenebre. L'ozio ti è dannoso, Catullo: a causa dell'ozio ti esalti e ti rallegri troppo: l'ozio ha mandato in rovina re e città prima ricche.
Īllĕ mī pār ēssĕ dĕō vĭdētūr,
īllĕ, sī fās ēst, sŭpĕrārĕ dīvōs,
quī sĕdēns ādvērsŭs ĭdēntĭdēm tē
spēctăt ĕt aūdīt
dūlcĕ rīdēntēm, mĭsĕrō quŏd ōmnīs ērĭpīt sēnsūs mĭhĭ: nām sĭmūl tē,
Lēsbĭa, āspēxī, nĭhĭl ēst sŭpēr mī
‹vōcĭs ĭn ōrĕ›
līnguă sēd tōrpēt, tĕnŭīs sŭb ārtūs
flāmmă dēmānāt, sŏnĭtū sŭōptĕ tīntĭnānt aūrēs, gĕmĭnā tĕgūntūr
lūmĭnă nōctĕ.
Ōtĭūm, Cătūllĕ, tĭbī mŏlēstum ēst:
ōtĭo ēxsūltās nĭmĭūmquĕ gēstīs:
ōtĭum ēt rēgēs prĭŭs ēt bĕātās pērdĭdĭt ūrbēs.
TRADUZIONE LETTERARIA
Mario Rapisardi. Catullo e Lesbia. Firenze, Successori Le Monnier, 1875.
Pari a un nume, d’un nume anzi maggiore
Parmi colui, che al tuo cospetto assiso
T’ode, e mira i tuoi dolci occhi d’amore
E il tuo dolce sorriso.
Misero! e appena io mi t’appresso, e miro
Ne la bellezza tua lo sguardo intento,
Trepido anelo, mi manca il respiro.
Il cor fuggirmi io sento.
Torpe inerte la lingua; intima, intensa
Fiamma divampa e ogni mia fibra accende;
Tintinnano le orecchie, un’ombra immensa
Sui gravi occhi si stende;
Un sudor freddo inondami; un ardente
Brivido corre le languide membra.
Pallido come fil d’erba morente
Già dì morir mi sembra
OTIUM
Il carme descrive gli effetti della vista di Lesbia su Catullo, sottolineando la propria vulnerabilità di fronte a questi; tuttavia, nell’ultima strofa viene individuata la causa profonda della malattia d’amore, rappresentata dall’otium, e che rappresenta dunque un ritorno alla morale tradizione.OTIUM NEL TEMPO> pace interna dello stato > mancanza di occupazioni / vox media - valore positivo se era finalizzato ad una temporanea e rigenerante attività politica, valore negativo se monopolizzava la vita del civis sottraendolo al servizio dello Stato Il termine è usato da Catullo nel senso negativo della vox media.
CONFRONTO CON SAFFO - ODE 31
(trad. di G. Nuzzo)
«Pari agli dèi mi appare lui, quell'uomo
che ti siede davanti e da vicino
ti ascolta: dolce suona la tua voce
e il tuo sorriso accende il desiderio. E questo il cuore
mi fa scoppiare in petto: se ti guardo
per un istante, non mi esce un solo
filo di voce, ma la lingua è spezzata, scorre esile
sotto la pelle subito una fiamma,
non vedo più con gli occhi, mi rimbombano
forte le orecchie, e mi inonda un sudore freddo, un tremito
mi scuote tutta, e sono anche più pallida
dell'erba, e sento che non è lontana
per me la morte.
Ma tutto si sopporta, poiché ...»
«Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν
ἔμμεν᾽ ὤνηρ, ὄττις ἐνάντιός τοι
ἰσδάνει καὶ πλάσιον ἆδυ φωνεί-
σας ὐπακούει
καὶ γελαίσας ἰμέροεν, τό μ᾽ ἦ μὰν
καρδίαν ἐν στήθεσιν ἐπτόαισεν,
ὠς γὰρ ἔς σ᾽ ἴδω βρόχε᾽ ὤς με φώνη-
σ᾽ οὐδ᾽ ἒν ἔτ᾽ εἴκει,
ἀλλὰ κὰδ μὲν γλῶσσα ἔαγε, λέπτον
δ᾽ αὔτικα χρῷ πῦρ ὐπαδεδρόμακεν,
ὀππάτεσσι δ᾽ οὐδὲν ὄρημμ᾽, ἐπιβρό-
μεισι δ᾽ ἄκουαι,
ψῦχρα δ᾽ ἴδρως κακχέεται, τρόμος δὲ
παῖσαν ἄγρει, χλωροτέρα δὲ ποίας
ἔμμι, τεθνάκην δ᾽ ὀλίγω ’πιδεύης
φαίνομ’ ἔμ᾽ αὔτᾳ·
ἀλλὰ πὰν τόλματον, ἐπεί κ...»
RIPRESE LETTERARIE
Voi che per li occhi mi passaste 'l core
Chi è questa che vèn, ch’ ogn’ om la mira
Voi che per li occhi mi passaste ’l core
e destaste la mente che dormia,
guardate a l’angosciosa vita mia,
che sospirando la distrugge Amore.
E’ vèn tagliando di sì gran valore,
che’ deboletti spiriti van via:
riman figura sol en segnoria
e voce alquanta, che parla dolore.
Questa vertù d’amor che m’ha disfatto
da’ vostr’ occhi gentil’ presta si mosse:
un dardo mi gittò dentro dal fianco.
Sì giunse ritto ’l colpo al primo tratto,
che l’anima tremando si riscosse
veggendo morto ’l cor nel lato manco.
(Cavalcanti)
Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira,
che fa tremar di chiaritate l’âre
e mena seco Amor, sì che parlare
null’omo pote, ma ciascun sospira?
O Deo, che sembra quando li occhi gira!
dical’ Amor, ch’i’ nol savria contare:
cotanto d’umiltà donna mi pare,
ch’ogn’altra ver’ di lei i’ la chiam’ira.
Non si poria contar la sua piagenza,
ch’a le’ s’inchin’ ogni gentil vertute,
e la beltate per sua dea la mostra.
Non fu sì alta già la mente nostra
e non si pose ’n noi tanta salute,
che propiamente n’aviàn canoscenza. (Cavalcanti)
CARME 72
- il contrasto tra amore e bene velle-
Dīcēbās quōndām sōlūm tē nōssĕ Cătūllūm,
Lēsbĭă, nēc praē mē ‖ vēllĕ tĕnērĕ Iŏvēm.
Dīlēxī tūm tē nōn tāntum ūt vūlgŭs ămīcām,
sēd pătĕr ūt gnātōs ‖ dīlĭgĭt ēt gĕnĕrōs.
Nūnc tē cōgnōvī: quāre ētsi īmpēnsĭŭs ūrōr, mūltō mī tămĕn ēs ‖ vīlĭŏr ēt lĕvĭōr.
"Quī pŏtĭs ēst?", īnquīs? Quŏd ămāntem īniūrĭă tālīs
cōgĭt ămārĕ măgīs, ‖ sēd bĕnĕ vēllĕ mĭnūs.
Un componimento dalla doppia natura
Il passato
Il presente
Nella prima parte Catullo narra di come era prima la relazione tra lui e Lesbia; sottolineata dalla presenza di avverbi come "quondam" e verbi all'imperfetto o al perfetto.
La seconda parte, introdotta dal "nunc", narra del presente, che non è roseo per Catullo dati i molteplici tradimenti di Lesbia.
L'amore
Il voler bene
Per amore si intende l'attrazione erotica che, nonostante il tradimento di Lesbia, aumenta.
Il voler bene si distingue dall'amore, perché deve coesistere con il rispetto, che Catullo sta via via perdendo.
TRADUZIONE LETTERARIA ENZO MANDRUZZATO, 1982
TRADUZIONE LETTERARIA GIOVANNI PASCOLI, 1913
Lesbia, un tempo volevi conoscere solo Catullo: Giove, di fronte doveva essere un nulla per te. Bene ti volli allora; nè quel che si vuole a l’amica solo! oh! s’amano i suoi generi e figli così! Ora ti so. Sicché più forte, è vero, la febbre m’arde, ma cara non puoi essermi, femmina, più. Come? Perché fa tanto un tradimento, a chi ama, bene volere di meno... ah! ed amare di più!
Una volta dicevi, Lesbia: «Per me non c’è che Catullo,
neanche Giove vorrei al posto suo».
A quel tempo t’amavo, non come la gente un’amante,
ma come un padre ama i figli, ama i generi.
Adesso ti conosco. Per questo, se brucio di più,
mi vali molto meno. Mi sei molto di meno.
«È tanto strano». Ma un’offesa così ti costringe
ad amare di più e a voler bene meno.
Il dolore di ricordare
Catullo ricordando del tempo passato soffre, così come dice di soffrire Francesca, nel canto V della Divina Commedia di Dante. "E quella a me:<< Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria;" (Canto V,vv.121-123,Inferno,Dante)
Carme 85: odi et amo
"Ōdi et amō. Quāre īd faciām, fōrtāsse requīrīs. Nēscio, sēd fierī || sēntio et ēxcruciōr.”
TRADUZIONI
Io odio e amo. Tu chiedi per caso, per quale motivo faccia ciò. non lo so, ma sento che accade e sono torturato. (letterale) Io odio e amo. Ma come, dirai. Non lo so, sento che avviene e che è la mia tortura. (E. Mandruzzato)
L'odio e l'adoro. Perchè ciò faccia, se forse mi chiedi, io non lo so: ben so tutta pena che n'ho.G. Pascoli Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile; non so ma è proprio così e mi tormento. S. Quasimodo
ANALISI E RIPRESE
- L’autore si rivolge a un anonimo interlocutore a cui confida il suo contraddittorio e doloroso sentimento di amore-odio. - Il tema non è un’invenzione di Catullo : venne già citato in precedenza da alcuni autori greci come il lirico Teognide e Ovidio. Celebre è anche il frammento 79 di Diehl di Anacreonte, poeta lirico che scrive “amo e poi non amo, sono pazzo e poi non sono pazzo”, dando così voce all’altalena di stati d’animo di chi è innamorato. - A seguito del forte dolore suscitato dal tradimento dell’amata, in Catullo si crea un rapporto di amore-odio verso Lesbia, definito da Saffo “mostro dolce-amaro”.
F. Petrarca
P. NERUDA
Pace non trovo, et non ò da far guerra,
e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;
et volo sopra ‘l cielo, et giaccio in terra;
et nulla stringo, et tutto ‘l mondo abbraccio.
Tal m’à in pregion, che non m’apre né serra, 5
né per suo mi riten né scioglie il laccio;
et non m’ancide Amore, et non mi sferra;
né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio.
Veggio senza occhi, et non ò lingua et grido;
et bramo di perir, et cheggio aita; 10
et ò in odio me stesso, et amo altrui.
Pascomi di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte et vita:
in questo stato son, donna, per voi.
Saprai che non t'amo e che t'amo
perché la vita è in due maniere,
la parola è un'ala del silenzio,
il fuoco ha una metà di freddo.
Io t'amo per cominciare ad amarti,
per ricominciare l'infinito,
per non cessare d'amarti mai:
per questo non t'amo ancora.
T'amo e non t'amo come se avessi
nelle mie mani le chiavi della gioia
e un incerto destino sventurato.
Il mio amore ha due vite per amarti.
Per questo t'amo quando non t'amo
e per questo t'amo quando t'amo
da "Cento sonetti d'amore"
"da RVF"
Carme 87
LA FIDES INCROLLABILE DI CATULLO
“Nulla potest mulier tantum se dicere amatam vere, quantum a me Lesbia amata mea est. Nulla fides ullo fuit umquam foedere tanta,
quanta in amore tuo ex parte reperta mea est.
anafora/epifora poliptoto possessivo
traduzione letterale
TRADUZIONE E. MANDRUZZATO
Nessuna donna può dire di essere stata amata veramente tanto quanto la mia Lesbia è stata amata da me. Nessun rispetto di alcun patto fu tanto grande quanto nell’amore per te ce n’è stato da parte mia.
Nessuna donna può dire d’essere stata amata davvero, come tu, Lesbia, sei stata amata.
In nessun patto umano ci fu la purezza di cuore che questo amore mio ti ha rivelato.
Analisi e riprese
- FIDES e FOEDUS- IL TRADIMENTO DEL PATTO -> il carme può essere paragonato al carme 109, dove il termine finale "amicitia" denota la natura spirituale e sacra del legame d'amore.
“O vita mia, tu mi prometti che questo
nostro amore tra di noi sarà felice ed eterno.
O Grandi Dei, fate in modo che possa promettere veramente
e inoltre che dica ciò sinceramente e dall'anima,
Affinché ci sia lecito prolungare per tutta la vita
questo eterno patto di sacro amore.”
fine
Catullo-l’amore per Lesbia
Giulia
Created on May 22, 2023
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Catullo - l'AMORE PER LESBIA
Ginevra quadrio, alessio de falco, giulia ronzoni, samuele mignani
carme 8
IN LOTTA CON SE' STESSO
Misèr Catùlle, dèsinàs inèptìre, et quòd vidès perìsse pèrditùm dùcas. Fulsère quòndam càndidì tibì sòles, cum vèntitàbas quò puèlla dùcèbat, amàta nòbis quàntum amàbitùr nùlla. Ibi ìlla mùlta tùm iocòsa fíèbant, quae tù volèbas nèc puèlla nòlèbat. Fulsère vère càndidì tibì sòles. Nunc iam ìlla nòn vult: tù quoque, ìmpotèns, nòli, nec quaè fugìt sectàre, nèc misèr vìve, sed òbstinàta mènte pèrfer, òbdùra. Valè, puèlla, iàm Catùllus òbdùrat, nec tè requìret nèc rogàbit ìnvìtam. At tù dolèbis, cùm rogàberìs nùlla. Scelèsta, vàe te! Quàe tibì manèt vìta? Quis nùnc te adìbit? Cùi vidèberìs bèlla? Quem nùnc amàbis? Cùius èsse dìcèris? Quem bàsiàbis? Cùi labèlla mòrdèbis? At tù, Catùlle, dèstinàtus òbdùra.
traduzione di mario rapisardi
Traduzione di conte
Lascia, cor mio, l’inetta Cura d’amor; ciò che perir già vedi Cosa perduta e inutil cosa estima. Candidi soli in prima Splendean certo su te, che con frequente Anelito venivi Ai convegni di lei, che fu diletta Da noi qual non fu mai donna vivente. Quanti dolci pensier, quanti soavi Giochi d’amor che tu chiedevi, e cari Erano a lei del pari! Come a rapidi voli L’ore fuggiano, e candidi Su ’l mio capo davver splendeano i soli! Ella cangiò; tu impaziente e fiacco Or non essermi, o cor! s’ella ti fugge, L’orme sue non seguir: non abbia il vanto De la miseria tua; ma fermo e saldo A l’instabil ventura Levati incontro, e dura! Addio, fanciulla: è forte La mente mia; nè prego mai nè voce Che ti cerchi d’amore Dal mio labbro uscirà, quando già chiuso A la voce d’amor sento il tuo core. Tu, derelitta, piangerai. Che vita
Sarà, iniqua, la tua? Chi a te più mai Disïando verrà? Per qual pupilla Più splenderan le tue beltà fugaci? A cui te stessa e l’amor tuo darai? Chi prenderà i tuoi vezzi e i morsi e i baci? Fermo a la rea ventura
Disperato Catullo, falla finita con le tue follie; ciò che vedi perduto, come perduto consideralo. Brillarono un tempo per te giornate radiose, quando sovente venivi agli incontri che la ragazza fissava quella che abbiamo amata come nessun’altra ameremo. Là si svolgevano giochi gioiosi d’amore senza mai fine, che tu pretendevi, né lei rifiutava (brillarono veramente per te giornate radiose). Ormai lei li rifiuta; <rifiutali) anche tu, sebbene incapace a frenarti. Non cercarla, se sfugge; e non vivere da disperato,
ANalisi-le tre sequenze-
monologo-versi 1-11 ...
tutto il dolore della separazione- versi 11-18
lo "sdoppiamento" del soggetto- verso 19
la cura del morbus amoroso
-Un poeta greco che riprende il tema della liberazione dalla passione amorosa è Teocrito, vissuto in età ellenistica; nell’Idillio “l’Incantatrice” mette in scena il rito notturno che il personaggio di Simeta, malata di un amore infelice, compie per liberare il suo cuore dalla nefasta passione. La donna vuole placare l’insopportabile dolore, che ha colpito sia l’anima sia il corpo, e lo fa dando sfogo al suo io, ripercorrendo le fasi e gli eventi che l’hanno portata alla gioia e alla disperazione, esattamente come fa Catullo nel Carme VIII ai versi 3-8.
CONFRONTO CON IL CARME 64, VERSI 135-142"Nessuna considerazione ha potuto piegare la decisione della tua mente crudele? Nessuna clemenza è stata in te presente, tanto che il tuo animo crudele volesse avere compassione di me? Ma non queste promesse un tempo hai offerto con affettuosa voce a me, non queste cose facevi sperare (a me) infelice, ma lieto connubio, ma desiderate nozze, cose che tutte irrealizzate i venti disperdono all'aria."
Genially
Anafora / poliptoto anaforico Iperbato in enjambement Anastrofe (e tmesi)
Enallage Antitesi Climax
CARME 51
UNA PASSIONE SCONVOLGENTE
Quello mi sembra essere pari a un dio, quello, se è lecito dirlo, mi sembra superare gli dèi, che sedendo davanti a te incessantemente ti guarda e ti ascolta mentre ridi dolcemente, cosa che a me misero ha sottratto tutti i sensi: infatti non appena ti vedo, Lesbia, non mi resta niente. *** Ma la lingua è intorpidita, una fiamma tenue si insinua tra le membra, le orecchie rimbombano di un suono interno, entrambi gli occhi si coprono di tenebre. L'ozio ti è dannoso, Catullo: a causa dell'ozio ti esalti e ti rallegri troppo: l'ozio ha mandato in rovina re e città prima ricche.
Īllĕ mī pār ēssĕ dĕō vĭdētūr, īllĕ, sī fās ēst, sŭpĕrārĕ dīvōs, quī sĕdēns ādvērsŭs ĭdēntĭdēm tē spēctăt ĕt aūdīt dūlcĕ rīdēntēm, mĭsĕrō quŏd ōmnīs ērĭpīt sēnsūs mĭhĭ: nām sĭmūl tē, Lēsbĭa, āspēxī, nĭhĭl ēst sŭpēr mī ‹vōcĭs ĭn ōrĕ› līnguă sēd tōrpēt, tĕnŭīs sŭb ārtūs flāmmă dēmānāt, sŏnĭtū sŭōptĕ tīntĭnānt aūrēs, gĕmĭnā tĕgūntūr lūmĭnă nōctĕ. Ōtĭūm, Cătūllĕ, tĭbī mŏlēstum ēst: ōtĭo ēxsūltās nĭmĭūmquĕ gēstīs: ōtĭum ēt rēgēs prĭŭs ēt bĕātās pērdĭdĭt ūrbēs.
TRADUZIONE LETTERARIA
Mario Rapisardi. Catullo e Lesbia. Firenze, Successori Le Monnier, 1875.
Pari a un nume, d’un nume anzi maggiore Parmi colui, che al tuo cospetto assiso T’ode, e mira i tuoi dolci occhi d’amore E il tuo dolce sorriso. Misero! e appena io mi t’appresso, e miro Ne la bellezza tua lo sguardo intento, Trepido anelo, mi manca il respiro. Il cor fuggirmi io sento. Torpe inerte la lingua; intima, intensa Fiamma divampa e ogni mia fibra accende; Tintinnano le orecchie, un’ombra immensa Sui gravi occhi si stende; Un sudor freddo inondami; un ardente Brivido corre le languide membra. Pallido come fil d’erba morente Già dì morir mi sembra
OTIUM
Il carme descrive gli effetti della vista di Lesbia su Catullo, sottolineando la propria vulnerabilità di fronte a questi; tuttavia, nell’ultima strofa viene individuata la causa profonda della malattia d’amore, rappresentata dall’otium, e che rappresenta dunque un ritorno alla morale tradizione.OTIUM NEL TEMPO> pace interna dello stato > mancanza di occupazioni / vox media - valore positivo se era finalizzato ad una temporanea e rigenerante attività politica, valore negativo se monopolizzava la vita del civis sottraendolo al servizio dello Stato Il termine è usato da Catullo nel senso negativo della vox media.
CONFRONTO CON SAFFO - ODE 31
(trad. di G. Nuzzo)
«Pari agli dèi mi appare lui, quell'uomo che ti siede davanti e da vicino ti ascolta: dolce suona la tua voce e il tuo sorriso accende il desiderio. E questo il cuore mi fa scoppiare in petto: se ti guardo per un istante, non mi esce un solo filo di voce, ma la lingua è spezzata, scorre esile sotto la pelle subito una fiamma, non vedo più con gli occhi, mi rimbombano forte le orecchie, e mi inonda un sudore freddo, un tremito mi scuote tutta, e sono anche più pallida dell'erba, e sento che non è lontana per me la morte. Ma tutto si sopporta, poiché ...»
«Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν ἔμμεν᾽ ὤνηρ, ὄττις ἐνάντιός τοι ἰσδάνει καὶ πλάσιον ἆδυ φωνεί- σας ὐπακούει καὶ γελαίσας ἰμέροεν, τό μ᾽ ἦ μὰν καρδίαν ἐν στήθεσιν ἐπτόαισεν, ὠς γὰρ ἔς σ᾽ ἴδω βρόχε᾽ ὤς με φώνη- σ᾽ οὐδ᾽ ἒν ἔτ᾽ εἴκει, ἀλλὰ κὰδ μὲν γλῶσσα ἔαγε, λέπτον δ᾽ αὔτικα χρῷ πῦρ ὐπαδεδρόμακεν, ὀππάτεσσι δ᾽ οὐδὲν ὄρημμ᾽, ἐπιβρό- μεισι δ᾽ ἄκουαι, ψῦχρα δ᾽ ἴδρως κακχέεται, τρόμος δὲ παῖσαν ἄγρει, χλωροτέρα δὲ ποίας ἔμμι, τεθνάκην δ᾽ ὀλίγω ’πιδεύης φαίνομ’ ἔμ᾽ αὔτᾳ· ἀλλὰ πὰν τόλματον, ἐπεί κ...»
RIPRESE LETTERARIE
Voi che per li occhi mi passaste 'l core
Chi è questa che vèn, ch’ ogn’ om la mira
Voi che per li occhi mi passaste ’l core e destaste la mente che dormia, guardate a l’angosciosa vita mia, che sospirando la distrugge Amore. E’ vèn tagliando di sì gran valore, che’ deboletti spiriti van via: riman figura sol en segnoria e voce alquanta, che parla dolore. Questa vertù d’amor che m’ha disfatto da’ vostr’ occhi gentil’ presta si mosse: un dardo mi gittò dentro dal fianco. Sì giunse ritto ’l colpo al primo tratto, che l’anima tremando si riscosse veggendo morto ’l cor nel lato manco. (Cavalcanti)
Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira, che fa tremar di chiaritate l’âre e mena seco Amor, sì che parlare null’omo pote, ma ciascun sospira? O Deo, che sembra quando li occhi gira! dical’ Amor, ch’i’ nol savria contare: cotanto d’umiltà donna mi pare, ch’ogn’altra ver’ di lei i’ la chiam’ira. Non si poria contar la sua piagenza, ch’a le’ s’inchin’ ogni gentil vertute, e la beltate per sua dea la mostra. Non fu sì alta già la mente nostra e non si pose ’n noi tanta salute, che propiamente n’aviàn canoscenza. (Cavalcanti)
CARME 72
- il contrasto tra amore e bene velle-
Dīcēbās quōndām sōlūm tē nōssĕ Cătūllūm, Lēsbĭă, nēc praē mē ‖ vēllĕ tĕnērĕ Iŏvēm. Dīlēxī tūm tē nōn tāntum ūt vūlgŭs ămīcām, sēd pătĕr ūt gnātōs ‖ dīlĭgĭt ēt gĕnĕrōs. Nūnc tē cōgnōvī: quāre ētsi īmpēnsĭŭs ūrōr, mūltō mī tămĕn ēs ‖ vīlĭŏr ēt lĕvĭōr. "Quī pŏtĭs ēst?", īnquīs? Quŏd ămāntem īniūrĭă tālīs cōgĭt ămārĕ măgīs, ‖ sēd bĕnĕ vēllĕ mĭnūs.
Un componimento dalla doppia natura
Il passato
Il presente
Nella prima parte Catullo narra di come era prima la relazione tra lui e Lesbia; sottolineata dalla presenza di avverbi come "quondam" e verbi all'imperfetto o al perfetto.
La seconda parte, introdotta dal "nunc", narra del presente, che non è roseo per Catullo dati i molteplici tradimenti di Lesbia.
L'amore
Il voler bene
Per amore si intende l'attrazione erotica che, nonostante il tradimento di Lesbia, aumenta.
Il voler bene si distingue dall'amore, perché deve coesistere con il rispetto, che Catullo sta via via perdendo.
TRADUZIONE LETTERARIA ENZO MANDRUZZATO, 1982
TRADUZIONE LETTERARIA GIOVANNI PASCOLI, 1913
Lesbia, un tempo volevi conoscere solo Catullo: Giove, di fronte doveva essere un nulla per te. Bene ti volli allora; nè quel che si vuole a l’amica solo! oh! s’amano i suoi generi e figli così! Ora ti so. Sicché più forte, è vero, la febbre m’arde, ma cara non puoi essermi, femmina, più. Come? Perché fa tanto un tradimento, a chi ama, bene volere di meno... ah! ed amare di più!
Una volta dicevi, Lesbia: «Per me non c’è che Catullo, neanche Giove vorrei al posto suo». A quel tempo t’amavo, non come la gente un’amante, ma come un padre ama i figli, ama i generi. Adesso ti conosco. Per questo, se brucio di più, mi vali molto meno. Mi sei molto di meno. «È tanto strano». Ma un’offesa così ti costringe ad amare di più e a voler bene meno.
Il dolore di ricordare
Catullo ricordando del tempo passato soffre, così come dice di soffrire Francesca, nel canto V della Divina Commedia di Dante. "E quella a me:<< Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria;" (Canto V,vv.121-123,Inferno,Dante)
Carme 85: odi et amo
"Ōdi et amō. Quāre īd faciām, fōrtāsse requīrīs. Nēscio, sēd fierī || sēntio et ēxcruciōr.”
TRADUZIONI
Io odio e amo. Tu chiedi per caso, per quale motivo faccia ciò. non lo so, ma sento che accade e sono torturato. (letterale) Io odio e amo. Ma come, dirai. Non lo so, sento che avviene e che è la mia tortura. (E. Mandruzzato)
L'odio e l'adoro. Perchè ciò faccia, se forse mi chiedi, io non lo so: ben so tutta pena che n'ho.G. Pascoli Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile; non so ma è proprio così e mi tormento. S. Quasimodo
ANALISI E RIPRESE
- L’autore si rivolge a un anonimo interlocutore a cui confida il suo contraddittorio e doloroso sentimento di amore-odio. - Il tema non è un’invenzione di Catullo : venne già citato in precedenza da alcuni autori greci come il lirico Teognide e Ovidio. Celebre è anche il frammento 79 di Diehl di Anacreonte, poeta lirico che scrive “amo e poi non amo, sono pazzo e poi non sono pazzo”, dando così voce all’altalena di stati d’animo di chi è innamorato. - A seguito del forte dolore suscitato dal tradimento dell’amata, in Catullo si crea un rapporto di amore-odio verso Lesbia, definito da Saffo “mostro dolce-amaro”.
F. Petrarca
P. NERUDA
Pace non trovo, et non ò da far guerra, e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio; et volo sopra ‘l cielo, et giaccio in terra; et nulla stringo, et tutto ‘l mondo abbraccio. Tal m’à in pregion, che non m’apre né serra, 5 né per suo mi riten né scioglie il laccio; et non m’ancide Amore, et non mi sferra; né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio. Veggio senza occhi, et non ò lingua et grido; et bramo di perir, et cheggio aita; 10 et ò in odio me stesso, et amo altrui. Pascomi di dolor, piangendo rido; egualmente mi spiace morte et vita: in questo stato son, donna, per voi.
Saprai che non t'amo e che t'amo perché la vita è in due maniere, la parola è un'ala del silenzio, il fuoco ha una metà di freddo. Io t'amo per cominciare ad amarti, per ricominciare l'infinito, per non cessare d'amarti mai: per questo non t'amo ancora. T'amo e non t'amo come se avessi nelle mie mani le chiavi della gioia e un incerto destino sventurato. Il mio amore ha due vite per amarti. Per questo t'amo quando non t'amo e per questo t'amo quando t'amo
da "Cento sonetti d'amore"
"da RVF"
Carme 87
LA FIDES INCROLLABILE DI CATULLO
“Nulla potest mulier tantum se dicere amatam vere, quantum a me Lesbia amata mea est. Nulla fides ullo fuit umquam foedere tanta, quanta in amore tuo ex parte reperta mea est.
anafora/epifora poliptoto possessivo
traduzione letterale
TRADUZIONE E. MANDRUZZATO
Nessuna donna può dire di essere stata amata veramente tanto quanto la mia Lesbia è stata amata da me. Nessun rispetto di alcun patto fu tanto grande quanto nell’amore per te ce n’è stato da parte mia.
Nessuna donna può dire d’essere stata amata davvero, come tu, Lesbia, sei stata amata. In nessun patto umano ci fu la purezza di cuore che questo amore mio ti ha rivelato.
Analisi e riprese
- FIDES e FOEDUS- IL TRADIMENTO DEL PATTO -> il carme può essere paragonato al carme 109, dove il termine finale "amicitia" denota la natura spirituale e sacra del legame d'amore.
“O vita mia, tu mi prometti che questo nostro amore tra di noi sarà felice ed eterno. O Grandi Dei, fate in modo che possa promettere veramente e inoltre che dica ciò sinceramente e dall'anima, Affinché ci sia lecito prolungare per tutta la vita questo eterno patto di sacro amore.”
fine