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dante

Elisa Ghiani

Created on May 19, 2023

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Transcript

Divina Commedia

Dante Alighieri

canto XXVI

Elisa Ghiani, Elisa Monnati, Sofia Rosi, Sabrina Basso, 3EU

indice

divina commedia

vita dell'autore

spiegazione del canto XVI

brano e parafrasi del canto XVI

introduzione divina commedia

Vita di Dante Alighieri

Dante nacque a Firenze nel 1265 da una famiglia di parte guelfa, egli ebbe degli interessi dottrinali, come alla poesia, lui imparò da se quest'arte, la sua esperienza intellettuale e sentimentale si concentra intorno alla donna Beatrice. Nel gennaio del 1302 scoprì di essere stato condannato all'esilio con l'accusa di corruzione nelle cariche pubbliche. Negli ultimi anni di vita visse a Ravenna e morì il 14 Settembre 1321.

introduzione divina commedia

Dante iniziò la composizione della commedia durante l'esilio, intorno al 1307. La divina commedia é un poema didattico-allegorico, racconta il viaggio di Dante nei tre regni dell'oltretomba, guidato prima da Virgilio e poi da Beatrice. La commedia é divisa in tre cantiche (inferno, purgatorio, paradiso) ognuna di esse divisa in canti. La commedia é il racconto di un viaggio che ha un significato letterale e un altro allegorico.

"Invettiva contro Firenze"1-12

Dante rivolge un aspro rimprovero a Firenze, dove il poeta ha visto ben 5 ladri tutti fiorentini, che lo fanno vergognorare, e non danno onore alla città. Per questo Firenze verrà punita come la piccola città di Prato.

Testo e Parafrasi

Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande,che per mare e per terra batti l’ali, e per lo ’nferno tuo nome si spande! Tra li ladron trovai cinque cotali tuoi cittadini onde mi ven vergogna, e tu in grande orranza non ne sali. Ma se presso al mattin del ver si sogna, tu sentirai di qua da picciol tempo di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna. E se già fosse, non saria per tempo. Così foss’ei, da che pur esser deeL ché più mi graverà, com’più m’attempo.

"La bolgia dei consiglieri fraudolenti"13-48

Dante e Virgilio si allontanano dalla settima Bolgia e risalgono sul ponte roccioso, proseguono lungo il cammino. Giunti al culmine del ponte, Dante guarda in basso e ciò che vede lo induce a tenere a freno il proprio ingegno, perché non agisca senza l'aiuto della virtù e perché il poeta così facendo non si privi del bene che un destino favorevole gli ha concesso.

Testo e parafrasi

di tante fiamme tutta risplendeal’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi tosto che fui là ’ve ’l fondo parea. E qual colui che si vengiò con li orsi vide ’l carro d’Elia al dipartire, quando i cavalli al cielo erti levorsi, che nol potea sì con li occhi seguire, ch’el vedesse altro che la fiamma sola, sì come nuvoletta, in sù salire: tal si move ciascuna per la gola del fosso, ché nessuna mostra ’l furto, e ogne fiamma un peccatore invola. Io stava sovra ’l ponte a veder surto, sì che s’io non avessi un ronchion preso, caduto sarei giù sanz’esser urto. E ’l duca che mi vide tanto atteso, disse: «Dentro dai fuochi son li spirti; catun si fascia di quel ch’elli è inceso».

Noi ci partimmo, e su per le scaleeche n’avea fatto iborni a scender pria, rimontò ’l duca mio e trasse mee; e proseguendo la solinga via, tra le schegge e tra’ rocchi de lo scoglio lo piè sanza la man non si spedia. Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi, e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio, perché non corra che virtù nol guidi; sì che, se stella bona o miglior cosa m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi. Quante ’l villan ch’al poggio si riposa, nel tempo che colui che ’l mondo schiara la faccia sua a noi tien meno ascosa, come la mosca cede alla zanzara, vede lucciole giù per la vallea, forse colà dov’e’ vendemmia e ara:

"Incontro con Ulisse e Diomede"49-75

dante ringrazia virgilio, gli chiede chi ci sia dentro il fuoco e lui rispose “Ulisse e diomede”, dannati entrambi e scontano insieme le loro pene. Dante domanda se i dannati possono parlare dentro il fuoco e prega lui di farlo parlare con i dannati. Virgilio risponde che la sua domanda è segno di lode e lo invita a tacere e lasciare lui ed i dannati

Testo e Parafrasi

Piangevisi entro l’arte per che, morta,Deidamìa ancor si duol d’Achille, e del Palladio pena vi si porta». «S’ei posson dentro da quelle faville parlar», diss’io, «maestro, assai ten priego e ripriego, che ’l priego vaglia mille, che non mi facci de l’attender niego fin che la fiamma cornuta qua vegna; vedi che del disio ver’ lei mi piegol». Ed elli a me: «La tua preghiera è degna di molta loda, e io però l’accetto; ma fa che la tua lingua si sostegna. Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi, perch’e’ fuor greci, forse del tuo detto».

«Maestro mio», rispuos’io, «per udirtison io più certo; ma già m’era avviso che così fosse, e già voleva dirti: chi è ’n quel foco che vien sì diviso di sopra, che par surger de la pira dov’Eteòcle col fratel fu miso?». Rispuose a me: «Là dentro si martira Ulisse e Diomede, e così insieme a la vendetta vanno come a l’ira; e dentro da la lor fiamma si geme l’agguato del caval che fé la porta onde uscì de’ Romani il gentil seme.

"Il racconto di Ulisse: viaggio alle colonne d'Ercole"76-111

Quando la fiamma giunge abbastanza vicina ai due poeti, Virgilio si rivolge ai due dannati all'interno e prega uno di loro di raccontare le circostanze della sua morte. Ulisse racconta che dopo essersi separato da Circe, vinse in lui il desiderio di esplorare il mondo, si mise quindi in viaggio in alto mare insieme ai suoi compagni . si erano spinti con la nave nel Mediterraneo

Testo e Parafrasi

Poi che la fiamma fu venuta quivi dove parve al mio duca tempo e loco, in questa forma lui parlare audivi: «O voi che siete due dentro ad un foco, s’io meritai di voi mentre ch’io vissi, s’io meritai di voi assai o poco quando nel mondo li alti versi scrissi, non vi movete; ma l’un di voi dica dove, per lui, perduto a morir gissi». Lo maggior corno de la fiamma antica cominciò a crollarsi mormorando pur come quella cui vento affatica; indi la cima qua e là menando, come fosse la lingua che parlasse, gittò voce di fuori, e disse: «Quando mi diparti’ da Circe, che sottrasse me più d’un anno là presso a Gaeta, prima che sì Enea la nomasse,

né dolcezza di figlio, né la pietadel vecchio padre, né ’l debito amore lo qual dovea Penelopé far lieta, vincer potero dentro a me l’ardore ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto, e de li vizi umani e del valore; ma misi me per l’alto mare aperto sol con un legno e con quella compagna picciola da la qual non fui diserto. L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna, fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi, e l’altre che quel mare intorno bagna. Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi quando venimmo a quella foce stretta dov’Ercule segnò li suoi riguardi, a cciò che l’uom più oltre non si metta: da la man destra mi lasciai Sibilia, da l’altra già m’avea lasciata Setta.

"Il racconto di Ulisse: viaggio nell'emisfero sud" 112-142

Ulisse si era rivolto ai compagni, esortandoli a non negare alla loro esperienza l'esplorazione dell'emisfero australe della Terra totalmente disabitato. Il breve discorso li aveva talmente spronati a proseguire che Ulisse li avrebbe trattenuti a stento.Partirono e oltrepassarono le colonne d'Ercole; da quella nuova terra sorse una tempesta che investì la prua della nave, finché il mare l'ebbe ricoperta tutta.

testo & parafrasi

Tutte le stelle già de l'altro polovedea la notte e 'l nostro tanto basso, che non surgea fuor del marin suolo. Cinque volte racceso e tante casso lo lume era di sotto da la luna, poi che 'ntrati eravam ne 'alto passo. quando n'apparve una montagna, bruna per la distanza, e parvemi alta tanto quanto veduta non avea alcuna. Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto, ché de la nova terra un turbo nacque, e percosse del legno il primo canto. Tre volte il fé girar con tutte l'acque; a la quarta levar la poppa in suso e la prora ire in giù, com' altrui piacque, infin che 'l mar fu sovra noi richiuso.

"O frati", dissi, "che per cento milia perigli siete giunti a l'occidente, a questa tanto piccola vigilia d'i nostri sensi ch'è del rimanente, non vogliate negar l'esperienza, di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Li miei compagni fec'io sì aguti, con questa orazion picciola, al cammino, che a pena poscia li avrei ritenuti; e volta nostra poppa nel attino, de' remi facemmo ali al folle volo, sempre acquistando dal lato mancino.

Canto I-III-V

Dante si smarrisce nella selva oscura. Incontra le tre fiere: lonza, leone, lupa. Viene soccorso da Virgilio, che lo guiderà in un viaggio attraverso Inferno e Purgatorio, mentre Beatrice lo guiderà in Paradiso. Profezia del veltro. È la notte tra giovedì 7 aprile (o 24 marzo) e venerdì 8 aprile (o 25 marzo) del 1300. Dante e Virgilio giungono alla porta dell'Inferno. Ingresso nell'Antinferno, dove incontrano gli ignavi (tra loro Celestino V). Incontro con Caronte, taghettatore dei dannati sul fiume Acheronte. Terremoto e svenimento di Dante. È la sera di venerdì 8 aprile (o 25 marzo) del 1300. Ingresso nel II Cerchio. Incontro con Minosse. La pena dei lussuriosi; i morti violentemente per amore. Incontro con Paolo e Francesca. È la sera di venerdì 8 aprile (o 25 marzo) del 1300.

III