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L'unità d'Italia

Alessio Perrotta

Created on May 18, 2023

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Transcript

come siamo arrivati..

All'unità d'Italia

La spedizione dei Mille

Il Quarantotto in Italia

Una breve presentazione che riassume i momenti chiave della storia che hanno portato all'unificazione italiana

La "Destra Storica"

I guerra d'indipendenza

La politica estera di Cavour

Il "Brigantaggio"

Il completamneto dell'unità d'Italia

II guerra d'indipendenza

Alessio Perrotta 4ECA

Il Quarantotto in Italia

Il periodo che va dal 1846 al 1848 è noto in Italia come biennio delle riforme. Il nuovo Papa, Pio IX, era di idee moderate e non aveva mai manifestato simpatie liberali ma il fatto di essere stato preferito dal capofila dei conservatori attirò le simpatie dei liberali per questo gli atti compiuti sembrarono proprio confermare l'opinione che si trattasse di un Papa liberale, infatti: •concesse l'amnistia ai detenuti politici; •creò la Consulta di Stato; •abolì la censura preventiva della stampa. Nel Regno delle Due Sicilie il rifiuto di attuare qualsiasi riforma scatenò la rivolta popolare il 12 gennaio 1848. Ferdinando II, spaventato, proclamò l’autonomia della Sicilia e concesse la Costituzione. Seguirono le costituzioni del Granducato di Toscana, del Regno di Sardegna (Statuto Albertino) e dello Stato Pontificio. Alla notizia dell’insurrezione di Vienna, Venezia e Milano (dove, durante le cinque giornate, le truppe austriache furono cacciate) insorsero, e la protesta si estese anche in zone non sottoposte al dominio asburgico. Molti premevano per l’intervento di Carlo Alberto di Savoia, il quale il 23 marzo dichiarò guerra all’ Austria allo scopo di acquisire nuovi territori e impedire che l’iniziativa indipendentista fosse condotta da democratici e repubblicani.

La prima guerra d'indipendenza

Alla decisione di Carlo Alberto di combattere austriaci si associarono altri eserciti italiani: vennero inviate truppe da Pio IX, Leopoldo II di Toscana e Ferdinando II di Napoli con l’obiettivo, analogo a quello di Carlo Alberto, di togliere l’iniziativa ai democratici e i repubblicani. La guerra assunse così carattere federale. Dopo le sconfitte di Goito e Pastrengo, gli Austriaci guidati da Radetzky si asserragliarono nella zona del quadrilatero (Mantova, Peschiera, Legnano e Verona). Sotto la minaccia di uno scisma da parte dell’Austria, Pio IX si ritirò dal conflitto, seguito da Leopoldo II e Ferdinando II. Pur rimasto solo, Carlo Alberto vinse a Curtatone e Montanara, Goito e Peschiera. Milano, Parma, Modena e Venezia furono annesse al Regno di Sardegna. Gli Austriaci però ebbero il tempo di reagire e sconfissero le truppe piemontesi a Custoza (23-25 luglio). Con l’armistizio Salasco, firmato a Vigevano il 9 agosto 1848, si chiudeva la prima fase della guerra. I patrioti non accettarono la sconfitta e una nuova ondata di protesta percorse la penisola: • Nello Stato Pontificio, fuggito Pio IX, venne costituita la Repubblica Romana guidata da Mazzini, Armellini e Saffi; • in Toscana, fuggito Leopoldo II, Guerrazzi, Montanelli e Mazzoni costituirono un triumvirato con l’obiettivo di instaurare la repubblica. Carlo Alberto decise allora di riprendere il conflitto con l’Austria, ma il suo esercito fu pesantemente sconfitto a Novara. Il sovrano sabaudo abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II e con l’armistizio di Vignale (24 marzo 1849) il Regno di Sardegna tornò ai confini precedenti: finiva così la prima guerra d’indipendenza. In seguito, le repubbliche instaurate in Italia caddero e Venezia si arrese agli Austriaci.

La politica estera di Cavour

Camillo Benso Conte di Cavour (Presidente del Consiglio dal 1852 al 1859) voleva che l'Italia fosse un paese forte e indipendente, quindi si era reso conto che doveva attirare l'attenzione dell’Europa sul Regno di Sardegna e portare la questione dell'Italia agli occhi di tutti. L'occasione si presentò nel 1855 quando Francia e Inghilterra chiesero aiuti militari al Regno di Sardegna durante la Guerra di Crimea. Cavour accetta anche contro l'opinione pubblica. Finita la guerra nel 1856 partecipa alla Conferenza di Parigi, sedendosi al tavolo dei vincitori (TRATTATI DI PACE), e guadagna le simpatie e l'appoggio della Francia guidata da Napoleone III desiderosi di ampliarsi ai danni dell’Austria. Cavour nel 1858 stipulò un trattato di alleanza a Plombières che stabiliva:

  • La Francia. Sarebbe intervenuta con il suo esercito a fianco del Regno di Sardegna, ma solo se fosse stata l’Austria a dichiarare guerra;
  • Una volta conseguita la vittoria, la Francia avrebbe ottenuto come compenso Nizza e la Savoia;
  • In Italia, invece, si sarebbe dovuta formare una Confederazione costituita da un Regno dell’Alta Italia, un Regno dell’Italia centrale e il Regno delle due Sicilie. Il Papa avrebbe conservato Roma e il Lazio e ottenuto la Presidenza onoraria della Confederazione.
Con gli accordi di Plombières, Napoleone intendeva sostituire il dominio austriaco sull’Italia con quello francese. L’obiettivo di Cavour era invece quello di allontanare gli austriaci dall’Italia. Il problema del successivo assetto politico dell’Italia sarebbe stato affrontato al momento opportuno.

La seconda guerra d'indipendenza

Poiché gli accordi di Plombières prevedevano l’intervento della Francia solo se il Piemonte fosse stato aggredito, bisognava provocare l’Austria: per questo motivo Cavour inviò lungo i confini con la Lombardia reparti dell’esercito. Vienna reagì inviando un ultimatum in cui chiedeva l’allontanamento dell’esercito piemontese dalle frontiere e lo scioglimento dei corpi di volontari (23 apr.). Respinto da Cavour il 26 apr. 1859, iniziò la seconda Guerra d'Indipendenza. Il comando delle operazioni fu affidato a Napoleone III. La vittoria degli alleati fu fulminea (vittorie di Palestro, 30 magg., e di Magenta, 4 giu., San Martino e Solferino, 24 giu.) e provocò l'insurrezione delle regioni centrali dove (grazie alla Società nazionale) si sviluppò una forte corrente di annessionismo al Piemonte. Ciò non piacque a Napoleone che, bersagliato da critiche in patria, pose fine unilateralmente alle ostilità (Armistizio di Villafranca, 11 lug. 1859) in cui l'Austria, in segno di disprezzo, cedette la Lombardia alla Francia, la quale l'avrebbe consegnata al Piemonte.

La spedizione dei Mille

La via per annettere allo Stato Sabaudo il sud, aperta dall'iniziativa dei democratici, e il centro, partiva dalla Sicilia. Su proposta del Partito d'azione di Mazzini, infatti, Garibaldi accettò di guidare un'impresa che dalla Sicilia risalisse la penisola per liberarla promettendo, nel contempo, fedeltà alla monarchia. Alla testa di circa mille volontari, partì da Quarto al comando delle navi Piemonte e Lombardo tra il 5 e il 6 Maggio 1860. L'11 Maggio sbarcò a Marsala. In pochi giorni i garibaldini ottennero importanti successi contro l’esercito borbonico: a Calatafimi, Palermo e Milazzo. Man mano che procedeva, Garibaldi assumeva la dittatura sulle terre conquistate in nome di Vittorio Emanuele II. In quei giorni si ebbero acute tensioni con Cavour che temeva un'influenza mazziniana e repubblicana sul condottiero: questi, comunque, iniziò la sua marcia verso nord. Sbarcò in Calabria il 20 Agosto senza particolari difficoltà e il 7 Settembre entrò a Napoli accolto trionfalmente. Cavour, sempre più preoccupato e sostenuto da Napoleone, inviò truppe nello Stato Pontificio occupando Marche e Umbria. L'1 e 2 Ottobre Garibaldi ottenne la sua più grande vittoria militare nella battaglia del Volturno, mentre i soldati piemontesi si diressero verso il Sud con il re deciso a imporre la propria sovranità sulle regioni conquistate. Garibaldi, fedele alle promesse, accettò la situazione tanto che, incontratosi con Vittorio Emanuele II a Teano il 26 Ottobre, acconsentì al passaggio dell'amministrazione dei territori annessi alle autorità sabaude. Il 17 Marzo 1861 si riunì a Torino il primo Parlamento nazionale, eletto secondo il sistema censitario vigente in Piemonte, Vittorio Emanuele II fu dichiarato Re d’Italia. Un nuovo Stato di 22 milioni di abitanti era sorto in Europa. Tre mesi dopo moriva Cavour. L’Italia è appena nata, perdeva il suo principale artefice.

La destra storica

I 15 anni della Storia d’Italia che vanno dal 1861 al 1876 furono dominati dalla cosiddetta destra storica: • “destra” in quanto gli uomini politici a essa appartenenti erano dei moderati, eredi di Cavour; • “storica” perché questo schieramento ebbe un ruolo storico nella formazione dell’Italia. Gli uomini della terra storica provenivano da un ambiente sociale abbastanza omogeneo, la aristocrazia terriera. Al moderatismo della destra storica si contrapponeva all’impostazione più democratica della sinistra virgola che era l’espressione di una diversa e più ampia realtà sociale costituita prevalentemente dalla borghesia cittadina. Destra e sinistra storiche erano invece accomunate dalla stessa concezione liberale dello Stato. La legge elettorale del Regno di Sardegna estesa al Regno d’Italia, prevedeva che avessero diritto di voto solo i cittadini italiani in possesso dei seguenti requisiti:

  • essere di sesso maschile;
  • avere 25 di anni di età;
  • saper leggere e scrivere;
  • pagare almeno 40 lire di imposte l’anno.
Lo Statuto Albertino divenne quindi la Costituzione italiana, così come a tutta l’Italia vennero estese la legislazione e la moneta piemontese, la lira. Da qui la critica di piemontesi ismo mostra dalla destra storica accusata di considerare l’Italia come una semplice estensione del Regno di Sardegna. Ma c’era anche un’altra ragione che portava a ritenere il modello di Stato accentrato come l’unico possibile. La situazione venuta si è creata nel Mezzogiorno, dove immediatamente dopo l’unificazione era esplosa una rivolta sociale.

Il grande brigantaggio

La caduta del Regno borbonico aveva fatto nascere nelle masse meridionali la speranza di un rinnovamento dal punto di vista sociale. Dal punto di vista politico questa speranza andò delusa per la fretta con cui il governo italiano smantello le istituzioni borboniche senza sostituirle in modo adeguato; da un punto di vista sociale il popolo meridionale si trovava di fronte a quattro sorprese:

  • la pressione fiscale aumentò, introducendo imposte fino allora sconosciuta;
  • venne esteso in tutta Italia il servizio militare obbligatorio, strappando alle famiglie energie lavorative;
  • ci fu l'abbattimento delle barriere doganali, provocando il fallimento di numerose imprese;
  • le commesse statali vennero assegnate a imprese del nord e solo in piccole parti a quelle del Sud.
Il malcontento esplose in una violenta protesta che prese il nome di grande brigantaggio: una rivolta complessa sia per la varietà delle figure coinvolte, ex soldati, contadini, criminali e giovani votanti ecc. A sostenere la rivolta c'era anche Francesco di Borbone che forniva oro e armi mentre la chiesa non trovava motivo di opporsi a chi combatteva contro uno stato ritenuto nemico. il nuovo stato italiano venne individuato come nemico e contro di esso i briganti agivano assaltando le carceri e incendiando gli archivi comunali per distruggere i registri di leva e quelli fiscali. Dal punto di vista militare il brigantaggio fu un'attività di guerriglia che nei 5 anni che vanno dal 1860 al 1865 divampò in diverse zone del meridione in particolare in quelle interne, a operare erano diverse bande che spesso godevano dell'appoggio della popolazione: prima i briganti erano ritenuti sostenitori di una giusta causa che combattevano i ricchi e distribuivano ai poveri il bottino delle loro imprese. La guerra costò migliaia di morti fra briganti, militari e civili imponendo allo stato uno sforzo pesantissimo: in certi momenti furono impegnati anche 120.000 uomini. Decisiva fu l'applicazione della legge Pica che affidava la repressione ai tribunali militari e condannava a pene pesanti anche i semplici sospettati di complicità con i briganti. I governi della destra storica affrontarono la questione del brigantaggio solo in ottica repressiva, senza cercare di rimuovere le cause sociali. L'incomprensione dello Stato per le cause profonde del grande brigantaggio si manifestò anche nei confronti della mafia già presente in Sicilia. La mafia nacque in Sicilia nei primi decenni dell'Ottocento quando alcuni grandi proprietari terrieri presero ad affidare a dei gabellotti la gestione delle loro terre. I gabellotti affittavano la terra del proprietario per subaffittarle ai contadini dopo averla divisa in lotti, poi i gabellotti costringevano i contadini a pagare l'affitto delle terre creando delle bande armate. Queste bande armate divennero autonome e nacque così la mafia che prese a chiedere un pizzo sia ai contadini che agli stessi proprietari in cambio di protezione.

Il completamento dell'unità d'Italia

Il desiderio di completare l'unità nazionale era sentito da tutto il paese. Democratici e moderati concordavano sulla necessità che Roma diventasse la capitale dell'Italia unita. Il Paese,però, era diviso sul come completare l'unità. Infatti, la destra era contraria a una conquista armata di Roma, difesa da Napoleone, mentre mazziniani e garibaldini erano favorevoli a un'azione armata. L'Italia trasferì la sua capitale da Torino a Firenze in segno che lo stato italiano rinunciava definitivamente a ogni interesse per Roma. Con la pace di Vienna l'Italia ottenne il Veneto ceduto dall’Austria per disprezzo a un intermediario,cioè Napoleone, e poi da questi rigirato all'Italia. La possibilità di unire Roma al Regno d'Italia si verificò pochi anni dopo con la guerra tra Francia e Prussia che implicò il ritiro delle truppe francesi presenti in città. il 20 settembre del 1870 un corpo di bersaglieri comandati dal generale Raffaele Cadorna entrò in Roma attraverso la storica breccia di Porta Pia. Il Papa si dichiarò prigioniero dello Stato e indisponibile a ogni trattativa. Il 2 ottobre si svolse il Plebiscito di annessione e il trasferimento della capitale da Firenze a Roma avvenne nel luglio del 1871. Nel maggio dello stesso anno venne approvata una legge detta delle "guarentigie": cioè delle garanzie date dallo Stato al Papa affinché potesse svolgere il suo magistero. la legge dichiarava il Papa persona sacra e inviolabile, non soggetta alle leggi dello Stato italiano; inoltre, al Papa veniva riconosciuta la sovranità sulla Città del Vaticano insieme ai palazzi del Laterano e della villa di Castelgandolfo. Papa Pio IX respinse queste norme e nel 1874 vietò ai cattolici di partecipare alla vita politica italiana, questo divieto venne riassunto dalla curia romana nella formula non expedit cioè non conviene. La conquista di Roma apriva così una frattura all'interno dell'Italia tra il mondo cattolico e quello laico e questo diede inizio alla questione Romana