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religione mesopotamica

benedetta pau

Created on May 18, 2023

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La religione mesopotamica

Nella pianura della Mesopotamia, chiamata anche mezza luna fertile o terra tra i due fiumi, Tigri e l'Eufrate, a partire dal IV sec a.C sino al I millennio a.C. si svilupparono le arti divinatorie (miti, riti, culti ) praticate dalle popolazioni che abitavano in quel territorio, come Sumeri, Accadi, Assiri, Persiani ecc.

Questa religione è di tipo politeista, infatti gli dei che venivano venerati a partire dal Neolitico erano diversi e protettori delle varie città locali, con a capo una triade celeste o astrale. La triade celeste era quella più importante formata da Anu, dio del cielo- Enlil, dio del vento- Ea, dio delle acque, mentre la triade astrale era formata da Shamash o Utu, dio del sole- Sin, dio della luna- Ishtar, dea della bellezza. Poi vi erano Marduk, divinità nazionale legato alla città di Babilonia creatore e signore del mondo. Egli inizialmente era il dio dell’agricoltura, divenne in seguito creatore e signore del mondo. La sua immagine era di un uomo barbuto con una tiara ornata di corna, simbolo dell’animale mesopotamico sacro, e cioè il toro; ed Assur, dio degli Assiri che prese il posto di Marduk conclusosi il dominio babilonese, dio della guerra e sposo di Istar. Vi erano infine Nergal dio dell’oltretomba e Inanna dea della terra.

Gli dei venivano venerati in templi dove le stanze principali simboleggiavano l’acqua, la terra e il cielo. Il culto consisteva nel recitare preghiere, inni e salmi penitenziali, bruciare piante odorose, offerta di vino, miele e frutta, sacrificio di vitelli, pecore colombe e in rari casi anche di uomini. In ogni città sorgeva il tempio del dio protettore. Questi templi erano posti in alto, sia per evitare i danni causati dalle inondazioni, sia perché pensavano di essere più vicini alle divinità. Accanto ai templi c’erano le torri delle Ziggurat, un edificio a 5 o 7 piani, a cui corrispondono i 5 pianeti o le 7 luci del cielo, sulla cui sommità c’era la cella sacra. Nella cella principale della Ziggurat, veniva posta la statua della divinità, vestita e nutrita come se fosse un essere umano. Tutti i beni del popolo della città appartenevano al dio protettore. Il sacerdote amministrava tutto ed era lo stesso re. Nella stessa cella sacra avvenivano i riti più importanti come i riti di espiazione dove il re sacerdote offriva i sacrifici a nome del popolo.

Write a titleLe statue degli dèi non erano unicamente considerate come rappresentazioni delle divinità, ma si riteneva che le divinità stesse “prendessero possesso” dei materiali scolpiti dagli artigiani. Per questo motivo di fronte ad esse si stipulavano patti e alleanze politiche. Le statue delle divinità, dunque, hanno un aspetto antropomorfo e sono la rappresentazione delle forze della natura: cielo, terra, aria, acqua. Il dio Marduk è la divinità protettrice di Babilonia e della famiglia Hammurabi, uno dei più grandi re della città. Durante la dominazione assira si impone il culto del dio Assur, divinità protettrice degli assiri. Oltre agli dèi i popoli mesopotamici credono all’esistenza dei demoni, esseri dalle sembianze mostruose e nemici dell’umanità.

Questa religione inoltre era anche antropomorfica , in quanto le divinità avevano aspetto e sentimenti umani. Proprio perchè simili agli uomini, gli dei evano famiglia, amavano e odiavano, si alleavano e combattevano tra loro. I fedeli dovevano nutrirli per tenerli in vita, e quindi più volte al giorno venivano portate delle vivande davanti alle loro statue collocate nei templi. Una parte del cibo veniva bruciata, una parte veniva consumata dai sacerdoti e una parte veniva distribuita ai poveri

Oltre agli dèi, i popoli mesopotamici credono anche nell’esistenza dei demoni, esseri dalle sembianze mostruose e nemici dell’umanità che infestavano i cimiteri, i monti, il deserto, le rovine e i tutti i luoghi solitari. Nella lotto contro queste presente nacque una nuova figura, quella dell'esorcista, che doveva libera l'uomo poseduto dal diavolo utilizzando il fuoco, l'acqua, le pietre miracolose e sopratutto alle erbe.

I mesopotamici credevano che l’Oltretomba fosse un oscuro regno dei morti, al quale si era destinati nel caso di condotta malvagia. Questo regno era strutturato gerarchicamente come una città, con palazzi per i nobili e case per i più umili, in cui i defunti proseguivano la loro esistenza mangiando, ascoltando musica e chiacchierando con i vicini. Tuttavia se i defunti non erano ben riveriti dai loro parenti vivi, potevano trovarsi male nell’Oltretomba, vivendo una esistenza ancora più disagevole. Per questo motivo i cadaveri venivano seppelliti con accanto diversi oggetti. E se questo non avveniva,il defunto aveva il diritto di perseguitare i parenti con malattie e disgrazie. Per questo motivo i mesopotamici consideravano di grande importanza l’avere: una terra propria, dove essere sepolti dopo la morte e una numerosa discendenza che li potesse onorare nel tempo.

La letteratura sacra mesopotamica è molto vasta. Comprende inni, preghiere, salmi penitenziali, formule magiche, opere sull’arte della divinazione, leggende ed epopee mitologiche. L'opera maggiore era l'Enuma Elish, un poema mesopotamico che tratta il mito della creazione e le imprese del dio Marduk. Veniva recitato durante l' akitu, la festa del capodanno di Babilonia. Un'altro testo molto importante per la religione mesopotamica è l'Epopea di Gilgamesh. Questo testo affronta vari temi come il dolore, la morte l'amicizia e la ricerca di Dio.

Gilgamesh è stato più importante sovrano di tutta la Mesopotamia e apparteneva alla prima dinastia di Uruk e il quinto re secondo la Lista Reale sumerica. L'epopea narra le gesta di Gilgamesh alle prese con il più drammatico problema dell’uomo: la morte. All’inizio dell’opera, Gilgamesh viene descritto come possente ed eroico sovrano che si comporta da tiranno con il suo popolo fino a quando intervengono gli dèi che decidono di opporgli Enkidu, una creatura selvaggia ed animalesca, abitatore della steppa che vive come gli animali che si reca ad Uruk per combattere contro Gilgamesh. Enkidu s’ingentilisce grazie all’incontro con una donna: Shamkhat. Poi va a Uruk e sfida Gilgamesh. Lo scontro è violento e leale, e finisce in parità. Inoltre riconoscendosi ugualmente forti e valorosi tra loro nasce un forte legame di amicizia che li porterà ad essere inseparabili e a superare molte avventure eroiche insieme.

La tavoletta d'argilla dell'Epopea di Gilgameš scritta in cuneiforme

Gilgamesh propone a Enkidu un’impresa: lo scontro con Khubaba, custode della Foresta dei Cedri. L’uccisione del mostro comporterà una redistribuzione dei suoi poteri ad altre entità e divinità. Quando, giunti alla Foresta, abbattono il primo cedro, Khubaba li attacca con tutta la sua potenza. Gilgamesh invoca allora l’aiuto del dio Sole che manda in soccorso i venti più impetuosi e Khubaba rimane paralizzato. Cerca quindi di commuovere Gilgamesh, ma Enkidu invita l’amico a non esitare e l’eroe uccide il mostro. La dea dell’amore Ishtar si infatua di Gilgamesh e cerca di sedurlo ma egli la rifiuta schernendola. Ishtar, offesa e umiliata, comanda al dio del cielo Anu di inviare sulla Terra il «Toro celeste». Questi massacra centinaia di guerrieri e devasta la città di Uruk, ma Gilgamesh ed Enkidu lo affrontano e lo uccidono.

Gli dèi riuniti in concilio considerano punibile il comportamento dei due eroi che hanno ucciso prima Khubaba e poi il Toro celeste, quindi decidono che almeno uno dei due doveva morire. La loro scelta cade su Enkidu. Enkidu viene così colpito da un’inspiegabile malattia e lotta per dodici giorni tra vaneggiamenti, maledizioni e richieste di aiuto a Gilgamesh, ma alla fine muore. Gilgamesh non sa darsi pace per la morte dell’amico, che gli preannuncia anche la propria. Gli celebra un sontuoso funerale e poi si mette alla ricerca del segreto dell’immortalità per riscattare l’umanità dalla morte. Per questo egli si rivolge a Utnapishtim, unico uomo sopravvissuto al Diluvio Universale. Gli rivela l’esistenza della pianta dell’immortalità. Gilgamesh la troverà in fondo al mare ma, sulla via del ritorno, essa viene divorata da un serpente. Gilgamesh viene quindi sconfitto e, insieme a tutta l’umanità, condannato al destino della morte. In compenso le sofferenze e le esperienze hanno fatto di lui un uomo saggio, un re capace di opere grandiose. Con questa consapevolezza, ritorna a Uruk dove muore e viene celebrato il suo funerale, mentre tutta la città lo piange.

Questa Epopea è in parte basata su diversi racconti sumeri della fine del III millennio a.C. che narrano le diverse gesta di Gilgamešh. Fu scritta su dodici tavolette di argilla rinvenute a Ninive intorno agli anni 1850 provenienti dalla biblioteca di Assurbanipal, re assiro che ha comandato la raccolta e la copia di molti di questi testi.

Siddi Marongiu Pinna. E. Tocco