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Paolo Veronese

ANTONELLO ALBINO MARIO

Created on May 17, 2023

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Paolo Veronese

Tra illusione e realtà

Albino Mario AntonelloClasse 3 ALM

Verona, Mantova, Venezia...

Paolo Caliari (1528-1588) nasce a Verona, città che gli frutterà il soprannome e dove mosse i primi passi da un punto di vista artistico. Figlio di uno scalpellino d'origine comasca, a sua volta discendente di una famiglia di scultori, Paolo prende il cognome dalla madre Caterina, figlia del nobile veronese Antonio Caliari. Le prime esperienze formative avvengono nel Trevigiano e a Mantova, alla corte dei Gonzaga, dove l'artista si sposta nel 1552 e dove incontra, tra gli altri, Giulio Romano, architetto e pittore, allievo di Raffaello e autore del celebre Palazzo Te. Nel periodo giovanile Veronese nutre un forte interesse per la classicità, fors'anche per la vicinanza con l’architetto Michele Sanmicheli. Il 1553 è l'anno del trasferimento a Venezia, dove il Caliari avrà bottega e abiterà fino alla morte (1588) insieme a Elena Badile, figlia del suo primo maestro Antonio Badile, e ai suoi quattro figli, che in seguito ne porteranno avanti l'eredità artistica.

Probabile autoritratto di Paolo Veronese, dettaglio delle "Nozze di Cana" (1563), Museo del Louvre, Parigi

Probabile autoritratto di Paolo Veronese, particolare delle "Nozze di Cana" (1563), Museo del Louvre, Parigi

Il fascino della "maniera moderna"

Già le opere giovanili, quando l'artista era ancora a Verona, testimoniano l'attenzione del Veronese per la "maniera moderna".La prima opera databile del Veronese è la Resurrezione della figlia di Giairo, dipinta intorno al 1546 per la Cappella Avanzi della chiesa di San Bernardino di Verona. Il talento dell'artista si rivela soprattutto nella Pala commissionata, all'artista ventenne, dalla famiglia Bevilacqua-Lazise di Verona per la cappella funeraria situata nella chiesa di San Fermo Maggiore. Il soggetto della Madonna con il Bambino e i Santi, inserito all'interno di una piramide ideale, risente già fortemente dello stile manieristico - oltre che per la finezza del disegno - anche per la resa del colore, delle ombre e dei diversi piani sui quali è costruita l'opera.

Pala Bevilacqua-Lazise, olio su tela, 1548, Museo di Castelvecchio, Verona

Ritenuta il capolavoro giovanile del Veronese, la "Lamentazione sul Cristo Morto" (1548), ora al Museo di Castelvecchio, fu commissionata dall'ordine dei Girolamini per la chiesa di Santa Maria delle Grazie a Verona: sia per composizione che per uso del colore, secondo i critici l'opera rivela una vaga "parentela" con la pittura del Parmigianino.

Il ciclo di Villa Soranzo

Nel 1551, grazie all'appoggio dell'architetto Sanmicheli, Veronese dipinge a Castelfranco Veneto un ciclo di affreschi per la villa della famiglia Soranzo (1551): sono pitture in larga parte perdute di cui si conservano alcune porzioni nella Sagrestia del Duomo di Castelfranco. L'apprezzamento di questa prova fruttò al Veronese la prestigiosa chiamata da parte del cardinale Ercole Gonzaga a Mantova nel 1552.

L'incarico per Palazzo Ducale

Nel 1553 Veronese arriva a Venezia, anche grazieal supporto dell'elite veneziana con cui era venuto a contatto lavorando nei cantieri in varie località del Veneto. La prima prova veneziana fu la pala, raffigurante Sacra Famiglia e santi, realizzata per la cappella Giustiniani nella chiesa di San Francesco della Vigna e posta in opera nel 1551. Come primo incarico importante, Veronese partecipa alla decorazione delle nuove sale del Palazzo Ducale e destinate il Consiglio dei Dieci: la Sala dell'Udienza, la Sala della Bussola e la Sala dei Tre Capi. Una delle opere più significative dell'artista a Palazzo Ducale, dove lavorerà di nuovo in seguito, è il grande telero ovale (ora al Louvre di Parigi, qui sotto) raffigurante Giove che scaccia il Vizio e originariamente collocato nel soffitto della Sala dell'Udienza.

Fra sacro e profano

Sempre a Venezia, a partire dal 1555 Veronese realizza la decorazione della chiesa dei frati Girolamini veneziani di San Sebastiano, dove lascerà alcune delle sue più importanti testimonianze pittoriche (come una delle sue celebri "Cene"): in particolare decora la sagrestia, il soffitto della chiesa, le pareti della navata centrale (con le Storie della vita di San Sebastiano), l'organo, e firma anche la pala dell'altare maggiore.

"Martirio di San Sebastiano", olio su tela, 1558, parete alta della navata della Chiesa di San Sebastiano, Venezia.

Nel 1556 Veronese è chiamato, con altri pittori, a decorare il soffitto della Biblioteca Marciana. Vasari racconta che la selezione dei pittori reclutati per l'impresa fu affidata a una commissione composta da Tiziano, Jacopo Sansovino e Pietro Aretino, commissione che avrebbe avuto anche il compito di premiare il più meritevole.La palma della vittoria andò proprio al Veronese, grazie al suo tondo raffigurante L'Allegoria della Musica (a destra). Nell'occasione l'artista venne pubblicamente lodato da Tiziano, fatto che ne avrebbe segnato la definitiva affermazione sulla scena artistica veneziana.

Gli affreschi di Villa Barbaro a Maser

la pittura gioca con l'architettura

La pittura di Veronese si esprime al meglio su grandi superfici. Ne sono un esempio le decorazioni di Villa Barbaro a Maser (Treviso), dove l'artista confonde l’architettura reale, opera di Andrea Palladio, e quella dipinta in un raffinato gioco di illusioni. In quello che è considerato il più importante ciclo di affreschi del Cinquecento veneto, realizzato fra il 1560 e il 1561, l'architettura palladiana viene valorizzata dagli affreschi di Veronese: balaustre, cornici, porte e nicchie da cui si affacciano personaggi mitologici, si alternano a scorci di paesaggi e ritratti di famiglia e di animali domestici. Il tema degli affreschi fu deciso con Daniele Barbaro, umanista appassionato di astronomia, che volevo celebrare le gioie della vita.

L'invenzione delle "Sacre cene"

Il Veronese è noto soprattutto per i dipinti di grandi dimensioni delle "Sacre Cene", in cui lo spunto religioso si mescola con sontuose scenografie che ricordano i ricchi banchetti della Venezia del Cinquecento. In questa Cena di San Gregorio Magno a destra si nota l'autoritratto dell'artista vestito in giallo. Il dipinto rappresenta San Gregorio a tavola con dodici pellegrini,tra i quali un giorno apparve Gesù. Il 10 giugno 1848 il dipinto venne tagliato in 32 pezzi dai soldati austriaci e poi restaurato.

"Cena di San Gregorio Magno", 1572, Refettorio del Santuario di Santa Maria di Monte Berico (Vicenza)

Le Nozze di Cana (1562), episodio del Vangelo in cui Gesù tramuta l'acqua in vino, è un'opera destinata al refettorio benedettino di San Giorgio Maggiore a Venezia. La parte superiore del dipinto, un cielo azzurro con nuvole bianche, dà un'idea di spazio e apertura, mentre la fascia inferiore è invasa dalla folla. Il quadro è ambientato in un luogo non riconoscibile, con palazzi marmorei, colonne scanalate con capitelli corinzi e un'architettura quasi palladiana. Al centro della tavolata siede Cristo vicino a Maria. Veronese avrebbe ritratto il pittore Tiziano che suona il contrabbasso e sé stesso con la viola. Il maestro di cerimonia barbuto forse è il poeta Aretino. Altri personaggi celebri sono Eleonora d’Asburgo, Francesco I di Francia, Maria I d’Inghilterra, Solimano il Magnifico e Giulia Gonzaga coi loro servitori oltre a nani, saltimbanchi, figure orientali e vari animali. I ricchi costumi degli invitati, le stoviglie ricercate e l'abbondanza dei cibi evocano la Venezia del tempo in modo realistico, gioioso e teatrale.

La gigantesca tela, di circa 10 metri di lunghezza per 6,7 di altezza, fu trasferita nel 1797 a Parigi al Museo del Louvre, dove è tuttora conservata. È il dipinto più grande custodito nel museo parigino.

La Cena a casa di Simone (1570) venne realizzata in origine per il convento veneziano di San Sebastiano, che ospitava i frati della Congregazione di San Girolamo. Oggi il dipinto si trova alla Pinacoteca di Brera di Milano. La scena è ambientata nella corte di una lussuosa villa di campagna, ed è costruita con una caratteristica visione da basso verso alto. Il posto centrale per il Cristo non esiste più. La scena della Maddalena che unge i piedi di Gesù con olio profumato è spostata a sinistra, ma in realtà i personaggi sembrano più interessati alla zuffa fra animali al centro del dipinto. Per questi particolari irriverenti questo dipinto fu tra quelli "incriminati" nel processo dell’Inquisizione contro il Veronese nel 1573.

La Cena a casa di Levi (1573)fu commissionata a Veronese dai religiosi della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia, per sostituire un dipinto di Tiziano andato distrutto nel 1571. Ambientata in un sontuoso palazzo in stile classico, vagamente palladiano, l'opera evoca un episodio del Vangelo secondo Luca in cui Matteo, o Levi, prepara una festa nella propria sontuosa dimora. Gesù, seduto al centro della grande tavolata, è circondato da numerosi personaggi: ci sono anche animali e bambini che giocano sulle scale, buffoni e militari. Molte figure discutono tra di loro o voltano addirittura le spalle a Gesù: come in altre "Cene", i personaggi sembrano quasi disinteressati alla presenza di Cristo alla tavola. L'opera oggi si trova nelle Gallerie dell’Accademia, a Venezia.

Anche qesta Cena attirò su Veronese una pesante accusa di blasfemia da parte dell'Inquisizione.Il tribunale impose all'artista di modificare alcune parti del dipinto considerate volgari e offensive del carattere sacro della scena, come ad esempio il servo che perde sangue da naso, ma il pittore preferì mutare solo il titolo in “Convito a casa di Levi”. Durante questo processo, l'artista si difese con un'affermazione che racchiude perfettamente l'essenza della sua visione dell'arte e della libertà dell'artista...

“Nui pittori […] si pigliamo licentia, che si pigliano i poeti e i matti […]. Se nel quadro li avancia spacio, il l’adorno di figure come mi vien commesso et secondo le invenzioni.” (Paolo Veronese)

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Dichiarazione di Paolo Veronese durante il processa davanti al Sant'Offizio del 18 luglio 1573

"Predica di Sant'Antonio ai pesci", olio su tela, (1580-1585), Galleria Borghese, Roma

Lo stile di Paolo Veronese

Veronese appartiene Manierismo, corrente artistica nata in Italia e poi diffusa in Europa, che copre un periodo storico molto lungo, che coincide con quasi tutto il Cinquecento. Secondo il Vasari, la "maniera" è intesa come idealizzamento della natura, cioè come "il ritrarre le cose più belle e di quel più bello o mani o teste o corpi o gambe aggiungerle insieme e fare una figura di tutte quelle bellezze che più si poteva". Le caratteristiche principali del Manierismo presenti in Veronese sono: - la rottura nei confronti della tradizione pittorica classicista - affermazione della libertà espressiva dell'artista - l'esaltazione della vita mondana, evocata anche in soggetti a carattere religioso - l'uso di colori limpidi, luminosi e quasi cangianti - gli scorci prospettici innovativi e arditi - le illusioni architettoniche e i giochi di trompe-l'oeil - l'enfatizzazione della gestualità e delle espressioni del volto dei personaggi. Già nella fase giovanile (come per esempio nelle opere di Palazzo Ducale a Venezia), Veronese fa un uso molto particolare della prospettiva; inoltre evita i colori troppo scuri e il nero per la resa delle ombre, e rivela una una grande capacità di invenzione compositiva. A mano a mano che si avvicina alla maturità, come si nota in particolare negli affreschi di Villa Barbaro a Maser (Treviso), il Veronese sfonda illusionisticamente la bidimensionalità delle pareti, arricchendole di finte decorazioni architettoniche che rappresentano paesaggi, ruderi, elementi di fantasia e figure umane. Questa tendenza alla moltiplicazione degli spazi secondo i principi dell’illusione ottica, unita a una resa formale curatissima, sono tipici della cultura visiva manierista.

"Giunone versa i suoi doni su Venezia", 1553-1555, soffitto di Palazzo Ducale, Venezia

Nelle opere della maturità, Veronese tenderà a utilizzare colori più cupi, con sfumature crepuscolari. Anche la definizione dei personaggi risulta meno netta e gli sfondi appaiono meno luminosi e nitidi rispetto al passato. Nell'ultima fase della vita dell'artista, nei dipinti si nota anche una maggiore attenzione per i giochi di chiaroscuro che sembrano avvolgere i personaggi: è come se i paesaggi in cui le opere sono ambientate volessero impadronirsi delle figure.

"Cristo nell’orto dei Getsemani", olio su tela, 1583-1584, Pinacoteca di Brera, Milano

L'eredità di un colore

Dettagli di affreschi del Veronese a Villa Barbaro a Maser (Treviso)

Secondo la tradizione, il verde Veronese è un colore scoperto dall'artista: è una tinta che spazia tra il verde smeraldo, il verde malachite e il verde giada. C'è anche un marmo verde, il "marmo Veronese".