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Il canto di Ulisse di Primo Levi, Ulisse in Umberto Saba

alessandra.altruda.2007

Created on May 13, 2023

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Ulisse in Umberto Saba

Il canto di Ulisse di Primo Levi

Prima di commentare il passo, è utile ricordare il canto di Dante che parla di Ulisse. Nell’ottava bolgia ogni fiamma porta al suo interno un peccatore: i consiglieri fraudolenti, coloro che usarono l'intelligenza per ingannare i propri simili. Ulisse è qui condannato, perché era stato l’artefice dell’inganno del cavallo di Troia. Su richiesta di Virgilio per conto di Dante, Ulisse inizia il racconto della sua morte. Dopo aver lasciato la maga Circe, Ulisse, spinto dalla sete di conoscenza, raccoglie un piccolo gruppo di vecchi compagni e salpa con una nave. Giunti alle colonne d'Ercole (lo stretto di Gibilterra), egli incita i suoi marinai a superarle dicendo loro: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. L'imbarcazione procede poi il viaggio e giunge alla montagna del Purgatorio. Qui un turbine di vento investe la nave, che fa naufragio.

Jean è un compagno di prigionia di Levi a cui i Tedeschi hanno affidato l’incarico di “Pikolo”. Il “Pikolo” aveva diverse incombenze tra cui quella di prelevare e trasportare il rancio per il proprio gruppo di internati. Trasportare la marmitta piena di zuppa era un lavoro troppo pesante per una persona sola per cui, di volta in volta, Jean poteva scegliere una persona disposta ad aiutarlo e sceglie Primo Levi. Durante il percorso che va dalla cisterna interrata alle cucine dove Jean e Primo Levi si devono recare per riempire la marmitta, Primo Levi tiene al suo amico una lezione. Jean, che già parla perfettamente il francese e il tedesco perché ha origini alsaziane, chiede così al suo amico di insegnargli l’italiano. Levi è ben contento e decide di utilizzare, come primo approccio, il canto XXVI dell’Inferno della Divina Commedia, quello di Ulisse. Per quanto la scelta sia strana e poco adatta per insegnare una lingua straniera ad un principiante, il canto servirà per fare una riflessione sulla condizione dei deportati in un campo di concentramento.

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Ulisse rappresenta la volontà di conoscere che è la qualità essenziale dell'uomo moderno; una vita priva di questo desiderio costituisce un'esperienza degna solo di un animale. Il ricordo di Dante fa risalire in superficie la memoria della vita vissuta fino ad ora da Jean e Primo Levi, che la logica dello sterminio nazista cerca in tutti i modi di annullare, riducendo gli uomini solo ad un numero di matricola, arrivando così ad annientare la dignità umana. E’ così che il XXVI canto dell’Inferno, fa affiorare l’identità profonda dell’io umano, salvando i ricordi. In pratica il canto di Ulisse serve ai due internati per ritrovare se stessi in quell’abisso del nulla costituito dal campo di concentramento. Riportando il verso dantesco “Fatti non foste a viver come bruti”, Levi condanna la malvagità del sistema dei campi di concentramento che miravano proprio a ridurre gli uomini allo stato animale e sottolinea lo scopo più nobile che l’uomo deve perseguire nella sua vita, ovvero inseguire virtù e conoscenza.

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Tuttavia esiste una notevole differenza fra l’Ulisse di Dante e l’Ulisse di Primo Levi, anche perché la concezione del mondo non è la stessa. Per Dante, Ulisse non è illuminato dalla Grazia di Dio e spingendosi oltre le colonne di Ercole, egli ha compiuto un atto di superbia e il suo percorso viene definito un “folle volo”, lontano dai disegni della provvidenza. Dante contrappone al viaggio orizzontale di Ulisse (un viaggio geografico, spaziale) il proprio viaggio, che è invece verticale; Per Levi, al contrario, il viaggio di Ulisse non è folle, anzi è un appello alla dignità attiva della ragione umana, anche in condizioni estreme in cui si trovano Primo e Jean. Recuperando la propria dimensione razionale, i deportati, costretti a vivere come bruti, riacquistano la loro dignità umana. D’altra parte Primo Levi ha una visione laica del mondo che esclude ogni richiamo alla Provvidenza divina. Il naufragio di Ulisse richiama il naufragio di Primo e di Jean: i due internati, grazie a Dante, hanno per un attimo ritrovato la loro dignità umana che tuttavia, subito dopo, viene nuovamente sommersa dalla realtà di Auschwitz con tutte le sofferenze e la triste realtà quotidiana.

Questo componimento, scritto da Umberto Saba, fa parte della raccolta “Mediterranee”, pubblicata nel 1946 a Milano, e rappresenta la chiave di lettura della raccolta, in quanto condensa al suo interno le esperienze vissute dall’autore, il quale, al termine del secondo conflitto mondiale, vede la sua esistenza da un punto di vista più lontano e malinconico. Nella sua vita Saba non si schiera mai in un determinato filone o movimento letterario, allontanandosi sin da subito da quei movimenti che caratterizzano la sua formazione, ossia la poesia D’Annunziana e le riviste. Egli sente un vero e proprio distacco dalla cultura a lui contemporanea, ed inizia ad isolarsi sia emotivamente che moralmente, e questa sarà la condizione che lo accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni.

Già dal secondo verso, Saba dà alla poesia un ritmo spezzato, quasi affannoso che permette al lettore di immergersi nelle figure descritte dal poeta, quasi, però, con un senso di paura mista a stupore. Il ritmo spezzato viene reso poi più fluido dalla forma fissa dei versi nel componimento. Il poeta cerca così di riportare agli occhi del lettore la difficoltà del viaggio, la bellezza del tempo che svela ostacoli insormontabili. La lettura affannosa, ma continua, dà al lettore un senso di tensione, che lo porta a percepire un sentimento simile ad una “scoperta”. Il tema del viaggio arriva direttamente al primo verso ( “ho navigato”), e questo, proietta subito la poesia in un certo contesto paesaggistico, nel quale si descrive la grandezza del mare come un cumulo di esperienze e un viaggio attraverso una vita a tratti calma ma piena di insidie. Appaiono poi sulla scena gli scogli, sui quali, solo raramente, è possibile intravedere qualche forma di vita volatile, ma questi scogli non sono un’immagine fissa nel paesaggio e non rappresentano il punto di riferimento del lettore, poiché continuamente cambiano “forma”, a seconda della marea e della luce del giorno, diventando quindi un ostacolo nascosto ai meno attenti.

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La scena poi cambia e si sposta con una panoramica verso le navi, le quali, intravedendo gli scogli, cambiano improvvisamente rotta, probabilmente perché uomini scaltri ed intelligenti sono al loro comando. Lo scenario quindi si apre e diventa sempre più vasto, allargandosi d’improvviso sul porto, il quale, ora che il poeta lo osserva nuovamente dopo tanto tempo, sembra essere illuminato da una luce diversa, quasi come se l’intero paesaggio si fosse dimenticato dell’autore ormai distante e cambiato. Il tutto si conclude, poi, richiamando il più nobile dei sentimenti: l’amore, che sembra un amore ormai diverso, il quale prende quasi una connotazione negativa sul pensiero del poeta, che carica su di sé tutto ciò che nella poesia è stato descritto e che racchiude al suo interno l’integrità fragile del paesaggio intero. E’ ovvio come in questo componimento, l’autore voglia far tornare alla mente del lettore l’immagine dell’eroe omerico Ulisse; inoltre, il riferimento alla navigazione nel titolo, oltre a ricordare le avventure narrate nell’Odissea, crea intorno all’intera opera una realtà che pian piano nel testo va concretizzandosi.

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La presenza continua di immagini “naturali”, quasi mitiche, non propongono al lettore una diversa chiave di interpretazione del testo, fin quando negli ultimi tre versi risulta più chiaro il riferimento autobiografico dell’autore, il quale porta in risalto la difficoltà nel raggiungere una serenità, dando un proprio giudizio netto sull’amore ed entrando così con forza come protagonista tra i versi. Il testo diventa quindi una sorta di “mappa emotiva” attraverso la quale è possibile raggiungere e decifrare i sentimenti e le esperienze del poeta stesso. La poesia diventa così un’unica grande metafora che, attraverso la figura dell’eroe mitico, concretizza in poche righe la vita triste e malinconica di Saba. Già da subito, il “navigare” è il riferimento più diretto all’esperienza di vita vissuta dal poeta fino a quel momento, essendo già un uomo che, guardandosi allo specchio, si sente sempre più saggio. La metafora, infatti, continua e non tarda a citare l’immagine degli scogli, i quali diventano una rappresentazione delle difficoltà, dei grandi ostacoli che possono presentarsi improvvisamente nella vita di ogni uomo, mettendo a dura prova ogni istante della nostra esistenza. Non tutti gli ostacoli, però, appaiono allo stesso modo: Saba fa capire che, quelli illuminati dalla luce del giorno, e quindi previsti dall’uomo, appaiono chiari, luminosi e facili da affrontare, ma quelli oscuri della notte si fanno avanti all’improvviso cogliendo l’uomo di sorpresa e mettendo a dura prova una forza d’animo impreparata.

Dagli ultimi versi, si può invece comprendere come il poeta senta forte, come non mai, una grande malinconia, e il riferimento alle luci del porto, che ormai non sono più sue, fanno capire come egli sia ormai distante da una realtà che non sente più sua e lontano da una vita che non ha mai assaporato affondo. Infine pone il riferimento all’amore che, nella vita del poeta, come in quella di Ulisse, ha avuto un ruolo fondamentale; ne parla come un amore per il vivere, per la vita nuova, di ogni giorno, l’amore per l’avventura e per il cambiamento, quindi il tutto diventa un amore verso l’avventura della vita. Il poeta riesce nella poesia ad impersonare Ulisse, quindi la poesia è una grande personificazione da parte di Saba, il quale vuole riuscire a trasmettere le proprie esperienze attraverso un’avventura che, è entrata nel bagaglio culturale di ogni uomo come un’avventura infinita e senza pace.

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Il riferimento alla propria esperienza di vita diventa, oltre che descrittivo, anche interpretativo, in quanto nella forma e nei messaggi si intravede il carattere a tratti debole del poeta, il quale vuole apparire come un eroe per descrivere le sue sofferenze, ma questo ingegnoso scambio di ruoli viene utilizzato dallo stesso autore per colpire alle spalle coloro che si fermano alla sola lettura del testo. Dunque, colui che presenta un atteggiamento superficiale non arriverà mai a cogliere il profondo senso del testo e quindi non riuscirebbe neanche a capire la profonda malinconia di vita del poeta.

Nella poesia si avverte una forte variazione di tempo: a metà del componimento, quando l’autore si sposta dal passato al presente, lo fa in modo diretto, dicendo “Oggi”, in questo modo il lettore cade così dalla sua immaginazione mitica e si trova a dover riflettere sulla realtà attuale della figura narrata e a dover collegare i vari passaggi della storia, per poter tessere una tela che riporti ad una realtà concreta e riconducibile ad una vita reale e non più immaginaria. La grande forza emotiva della poesia si avverte dopo una lettura più attenta dato che, inizialmente, ci si ferma sull’esteriorità del paesaggio narrato, riuscendo poi a percepire la forza di ogni parola. La ricerca da parte di Saba è un diverso modo per raccontare la propria esperienza di vita, il nascondersi nell’ombra di un personaggio che mai avrà eguali, un eroe onesto e scaltro, che riesce a vivere nell’infinito. Questo comportamento sottolinea la difficoltà espressiva del poeta, l’atteggiamento sempre marginale, con il quale egli cerca di proteggersi dal mondo intero.

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