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Il fenomeno tra verità e apparenza

Alessandro Moretta

Created on May 12, 2023

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Transcript

IL fenomeno tra verità e apparenza

Cos'è la verità

Cos'è l'apparenza

La verità plasma la nostra visione della vita, il nostro pensiero, la nostra cultura e la società in cui viviamo ed è spesso la motivazione dietro alle scelte concrete che compiamo ogni giorno; se travisata può condurre la nostra vita al naufragio intellettuale e morale. La verità è tutto ciò che si attiene, si riferisce, alla realtà che descrive.

Nella filosofia antica il termine apparenza sta ad indicare un riferimento all'opinione, alla percezione sensibile del fenomeno, ritenendo entrambi i termini significanti incertezza nell'acquisizione di una verità presupposta invece come assoluta. Per questo motivo, il termine apparenza viene spesso inteso in contrapposizione a verità o realtà.

Moretta AlessandroMartino Renato D'Angleo leo

Parmenide

Parmenide separa in modo netto la verità (aletheia) dall’opinione (doxa). Ciò che è, la realtà, non si confonde in alcun modo con ciò che sembra, ciò che solamente appare. Si tratta di una posizione assai comune tra i filosofi, ma Parmenide ne propone una versione particolarmente radicale: verità ed errore non hanno alcunché in comune.La dea svela a Parmenide quali sono le sole due “vie” che si possono pensare:

  • la via della Verità (aletheia) che (dice) «che è e che non è possibile che non sia»;
  • l’altra (la via dell’opinione, doxa), che (dice) «che non è ed è necessario che non sia».

Parmenide e la via della verità

  • ingenerato e incorruttibile (altrimenti, prima di essere generato non-sarebbe-stato e dopo la corruzione non-sarebbe più);
  • omogeneo, cioè uguale in ogni sua parte (se comprendesse delle differenze sarebbe in un modo o per un aspetto e non-lo-sarebbe per un altro);
  • immobile (se si muovesse non-sarebbe più in un luogo in cui prima era);
  • atemporale (se no non-sarebbe più ciò che prima era);
  • indivisibile (altrimenti una sua parte non-sarebbe le altre);
  • finito (perché se fosse infinito mancherebbe di qualcosa).

La via della verità, secondo Parmenide, è percorribile solo «con raziocinio», «con la ragione» (logos). Qualsiasi altra fonte di conoscenza (anche i sensi) è ingannevole. Nonostante abbia scritto un poema, quindi un testo non argomentativo, Parmenide presenta le proprie tesi seguendo le regole della logica.Applicando un ragionamento deduttivo a partire dall’assunto secondo cui «l’essere è, il nulla non è», Parmenide scopre alcune caratteristiche dell’essere.

Platone

Quante volte ci è capitato di sentire la giustificazione “non lo dico io, lo dice la scienza!”. In quest’ultima affermazione c’è un problema gnoseologico non da poco: scienza non significa verità. Quest’ultimo è un concetto insidioso, che genera da secoli molteplici obiezioni. Secondo Platone la verità esisteva e coincideva con l'idea, al giorno d'oggi, si definisce come la corrispondenza piena ed effettiva di un asserto o di un'azione con la realtà concreta dei fatti. Di conseguenza si capisce come la scienza abbia potuto ottenere il posto di rilievo che occupa da decenni e decenni.

Il mito della caverna

Il problema di cosa e come possiamo conoscere è fondamentale per Platone. Egli considera la conoscenza come suddivisa in due generi: una conoscenza sensibile, che si acquisisce attraverso i sensi e si rivolge al mondo del divenire, e una conoscenza intelligibile che riguarda invece le idee, cioè gli elementi immutabili e certi del mondo. Il primo tipo di conoscenza è la doxa, l’opinione, incerta e variabile; il secondo invece è l’epistème, la scienza, certa e stabile. Nel mito della caverna, è raccontato il modo in cui il filosofo acquista la conoscenza delle idee.

Giacomo Leopardi

La concezione leopardiana del vero è una concezione molto travagliata alla quale si arriva solo attraverso un percorso di studio profondo dei testi e delle parole che l’autore usa. Partendo da un testo come “A Silvia”, possiamo iniziare a delineare la funzione che Leopardi attribuisce al vero: nel testo uno dei temi principali è quello del tempo, che va in stretta relazione con quello delle illusioni. Egli fa una contrapposizione tra un passato illusorio, che condivide con Silvia nei tempi giovanili, e un presente disillusorio, che arriva adesso, dopo la morte di Silvia, a causa soprattutto dell’”arido vero”.

L'arido vero

Leopardi a dispetto di ciò che gli toccò nella sua vita, aveva un animo estremamente eroico, aveva quel desiderio di emozioni, momenti forti e d’imprese eroiche; ma non poté mai realizzarli perché gravemente malato. Poi finalmente i genitori gli permisero di uscire da Recanati e raggiungere gli zii materni a Roma. Ma come spesso succede a chi desidera fortemente una cosa, la sogna per anni, rimane deluso. A Roma, infatti, frequenta salotti di mondanità dove vorrebbe trovare qualcuno con cui dibattere delle sue teorie, ma trova solo persone interessate al gossip, non c’è profondità; dunque decide di ritornare a casa. Entriamo dunque in una seconda stagione leopardiana, quella dell’ ARIDO VERO, dove lui stesso dice che non scriverà più poesia perché in esso non c’è più la vena poetica, in quanto ha scoperto l’arido vero, ossia una verità arida, priva di linfa vitale, di fantasia, una verità durissima. La durissima verità di cui Leopardi parla è la vera essenza della Natura, ella non è quella madre benevola che permette con l’immaginazione di sognare e quindi d consolarsi, ma è la Natura stessa ad averci messo in questa condizione di sofferenza, la Natura è matrigna perché il destino dell’uomo è proprio quello di nascere con delle aspirazioni che non riuscirà mai a soddisfare, più una persona ha animo nobile più soffrirà. (concezione atea di Leopardi secondo cui la natura ci mette al mondo). Questa svolta sul pensiero riguardante la natura porta ad un passo in più nella riflessione: dal pessimismo storico si passa al PESSIMISMO COSMICO. Non è più vero che gli uomini dell’antichità erano meno infelici e avevano più strumenti di consolazione, anche per loro la Natura era matrigna come per l’uomo di ogni epoca. La condizione di infelicità è perenne. Siamo proprio nel periodo più cupo della vita di Leopardi, tanto cupo che lui stesso arriverà a dire di non avere più poesia dentro e dunque non ne scriverà più. Infatti, lasciamo l’ultima composizione poetica ‘’l’Infinito’’ del 1819, e dovremmo aspettare 10 anni, ossia nel 1829 per un’altra poesia. Ovviamente, durante questi 10 anni di silenzio poetico, non rimane con le mani in mano ma scrive un’opera fondamentale ‘’Le Operette Morali’’ che sono delle prose, quasi tutti dialoghi tra creature immaginarie o personificazioni o personaggi storici, in cui molto spesso in forma ironica sostiene delle tesi molto precise, infatti in alcune operette dialogiche l’interlocutore è la proiezione dell’autore stesso.

Filosofia e letteratura: due mondi distinti…

Una delle ragioni principali di questa condanna è la passione, base portante su cui si fonda la letteratura. La passione, infatti, conduce a uno stato di follia, dove l’animo non segue più la ragione, bensì i sentimenti, l’istinto. L’istinto, che si può definire come il contrario della ragione, agisce per moti improvvisi, senza tenere conto delle conseguenze delle azioni. La poesia e la narrativa, attraverso la deformazione fantasiosa della realtà, possono alimentare il distacco del lettore dal mondo reale e condurlo in un immaginario isolante. Pertanto, la filosofia non può avere buona considerazione di un’arte che travia le persone dalle proprie linee di condotta.

Questa era ritenuta dai filosofi inutile, controproducente a livello educativo, in quanto riproduceva immagini della realtà illusorie, fantasiose. Il regno della filosofia, retto sul principio della verità, non poteva concordare con arti che si allontanavano dal principio. Per questa ragione, la letteratura subisce una scarsa reputazione culturale. La condanna ufficiale avviene per le parole del padre del pensiero occidentale, Platone, che la definisce “uno dei doni del delirio”.

La letteratura si concentra sul lato espressivo dell’animo, sul cuore umano, mentre la filosofia si basa sul raziocinio. Quindi se da una parte i letterati approcciano la vita secondo una prospettiva sensibile, d’altra parte i filosofi studiano il mondo attraverso il calcolo freddo della ragione. In antichità, la distinzione fra le due materie non riguardava soltanto gli ambiti di appartenenza, ma si basava soprattutto sui valori. Il massimo prestigio e quindi l’egemonia culturale li possedeva la filosofia, ritenuta la migliore arte del sapere. Dall’alto del suo olimpo, la filosofia guardava con diffidenza le altre arti, in particolare la letteratura.