PSICOLOGIA DELLA PAURA
Presentazione svolta da Leonardo Visani
ANNA OLIVERIO FERRARIS
Psicologa e psicoterapeuta italiana
136 pagine
Pubblicato nel 2013
INTRODUZIONE
La paura è un’emozione primaria che fa parte del nostro patrimonio genetico fin dalla nascita e, nonostante abbia una connotazione negativa, è necessaria alla sopravvivenza, perché ci allerta di fronte a situazioni di pericolo.L’etologo e psicoanalista John Bowlby sostiene che molte paure, sia nelle persone che negli animali, rispondano a meccanismi inizialmente innati e producano risposte adattive di allarme e di salvaguardia di fronte a stimoli che segnalano la presenza o l’avvicinarsi di un pericolo. Le paure principali che riporta il libro sono la paura dell’ignoto, la paura delle forze distruttrici della natura e degli interventi dell’uomo sulla natura, la paura degli altri, la paura della solitudine, delle malattie e della sofferenza e quella più importante è la paura della morte. Le paure possono però dilatarsi, trasformandosi così in stati ansiosi o angosce. Inoltre, le esperienze traumatiche, la mancanza di rapporti di socialità e di amicizia e la presenza di violenti conflitti in famiglia possono creare attese negative e alzare la soglia della paura, ponendo l’individuo in uno stato di insicurezza preoccupante. La paura contribuisce anche a strutturare il nostro sistema nervoso e a determinare le nostre scelte, infatti sempre da essa si originano anche il panico e il coraggio.
PRIMA PARTE - LA PAURA TRA ALLARME E CONSAPEVOLEZZA
1.Il panico e il controllo
Il primo capitolo parla di situazioni drammatiche e di come non ci si deve lasciare travolgere dal panico, bensì restare calmi grazie al controllo. Il libro riporta tre esempi: - Il primo è quello di un capitano (Giorgio) che si trova su una nave con altre 800 persone mentre sta per arrivare una tempesta e si fa convincere dal suo comandante in seconda (Jim) ad abbandonarla. Lui cade nel panico totale perché vede nella sua mente l’immagine del disastro, quindi invece di attuare le procedure antipanico, pensa solo a se stesso, si butta su una scialuppa e non salva i passeggeri. Questo ci vuole far capire che il marinaio non è riuscito a mantenere il controllo e che quindi ha compiuto l’azione sbagliata.
- Il secondo parla dell’attentato alle Torri Gemelle di New York l’11 settembre 2001. Quel giorno la maggior parte delle persone coinvolte dal disastro seguì le procedure antipanico, perciò si ridusse in maniera elevata il numero dei morti. In questo modo, oltre a salvare se stessi, hanno salvato anche gli altri. Invece altre persone, prese dal panico pensando di morire nelle fiamme e dall’istinto di sopravvivenza, si sono lanciate nel vuoto sperando in qualche modo di evitare la morte, ma invano. - Il terzo parla invece di una ragazza che si trova in una foresta ed è sopraffatta dal rumore del vento tra gli alberi che è particolarmente forte e, perdendo il controllo di se stessa, ha una crisi di panico e percepisce dei lugubri presentimenti che non sono altro che sue problematiche psicologiche. Il capitolo dice anche che le situazioni di panico possono essere viste diversamente da chiunque: infatti per qualcuno, una specifica cosa può fare paura e far venire i brividi, mentre per un altro sempre quella cosa può essere normale e non far paura per niente.
2.Perchè ci spaventiamo
Questo capitolo parla della distinzione tra il dolore e il piacere e di come la paura venga anche usata per divertimento ed eccitazione. Il dolore rappresenta una minaccia e quindi viene evitato, mentre il piacere è appunto qualcosa di piacevole, perciò è ricercato. Il dolore necessita per forza di un contatto, mentre la paura si sente anche a distanza grazie ai recettori dell’olfatto, dell’udito e della vista.
Es. Una preda, quando viene attaccata da un predatore, sente dolore, e nel momento che lo sente è troppo tardi per salvarsi, invece quando una preda ha paura può capire già che a distanza ci sia un predatore pronto ad attaccarla, quindi corre via e si mette in salvo
La paura, però, è anche un’emozione benefica che genera eccitazione e divertimento. Basta pensare a quando siamo annoiati e dediciamo di compiere delle azioni azzardate. Es. Praticare il bungee jumping, con il quale l’individuo compie un salto da un punto altissimo buttandosi nel vuoto appunto per provare qualcosa di nuovo, in questo caso eccitazione.
3.Dalla paura all'ansia
Questo capitolo parla principalmente della differenza tra paura e ansia e della paura di vivere e quella di morire. La paura insorge di fronte a qualcosa di specifico e quando un pericolo si allontana essa scompare, invece l’ansia non ha un obiettivo definito, mentre se ce l’ha, questo è del tutto o in parte inadeguato, e inoltre quando un pericolo viene meno, l’ansia rimane. L’ansia è di due tipi: - ansia acuta (paralizza i normali processi del pensiero e genera amnesie, la contrazione del campo percettivo e il blocco dei movimenti) - ansia cronica (comporta un’interpretazione distorta della realtà e predispone alla depressione, ai sensi di colpa e alla ricerca di sollievo nell’alcool, nelle droghe e nei tranquillanti). Il capitolo cita anche la distinzione fatta da Sigmund Freud sull’angoscia in: - angoscia reale (un’angoscia di fronte a un pericolo che conosciamo) - angoscia nevrotica (un’angoscia di fronte a un pericolo che non conosciamo)
L’angoscia nevrotica a sua volta si divide in: - angoscia d’attesa (le persone prevedono sempre le soluzione peggiori e per ogni incertezza vedono un indizio di sventura) - fobia (le persone hanno una paura legata a oggetti, persone e situazioni specifiche) Infine lo psicoanalista Otto Rank sostiene che esistono in noi due paure: - paura di vivere (l’individuo non vuole essere separato dalle cose e dalle persone che lo proteggono e rifiuta il cambiamento, quindi si conforma e non riesce a realizzare il suo progetto di vita) - paura di morire (l’individuo desidera diventare indipendente e potente, soffoca la paura della vita e assume comportamenti nevrotici ed esaltati)
4.Un'emozione contagiosa
Charles Darwin sosteneva che nella manifestazione della paura sono i segni del linguaggio non verbale quelli che meglio la esprimono, tipo: - espressioni del volto (gli occhi si abbassano in caso di imbarazzo e vergogna ma si spalancano in caso di timore, la bocca ha una forma ovale in caso di sorpresa ma diventa orizzontale e tesa in caso di paura) - tono muscolare (i muscoli si irrigidiscono in caso di tensione/paura) - contatto fisico (si ricerca qualcuno che ci protegga o ci conforti con il contatto fisico, tipo con un abbraccio) - gesti e movimenti (sono movimenti ripetuti e inutili come i tic, le automanipolazioni, giocare con le ciocche dei capelli ecc., che si manifestano in caso di ansia e servono per controllarla e allo stesso tempo dare conforto) - vocalizzazioni (per la paura il normale flusso linguistico si blocca o risulta difficoltoso – cioè non si riesce a parlare o le parole escono in modo non chiaro)
5.Più veloce del pensiero
Secondo gli studi del neurobiologo LeDoux esiste un doppio circuito che collega l’amigdala (nucleo nervoso posto al centro del cervello) alle altre strutture celebrali: CIRCUITO SUBCORTICALE: TALAMO→AMIGDALA CIRCUITO CORTICALE: TALAMO→CORTECCIA→AMIGDALA Nel primo circuito si ha una valutazione rapida dello stimolo, il talamo fornisce all’amigdala un’informazione imprecisa ma immediata quindi permette di rispondere allo stimolo pericoloso in modo più rapido, mentre nel secondo circuito che è più lento del primo, c’è una valutazione più accurata dello stimolo e quindi una risposta più appropriata.
Es. Se una persona cammina in un bosco e vede qualcosa di lungo, scuro e contorto a terra per prima cosa sobbalza (circuito subcorticale) ma guardando meglio capisce che non è un serpente ma un bastone di legno (circuito corticale). Quindi è grazie alla corteccia che capisce che lo stimolo non è pericoloso perché l’immagine del serpente diventa un’immagine più chiara ed accurata, quella del legno.
L’emozione della paura è assente quando l’amigdala è lesa.
6.Minacce esterne e interne
John Watson, uno psicologo comportamentista, nel 1920 fece un esperimento su un bambino di 11 mesi, Albert, per dimostrare che le paure si possono apprendere. Quindi lui chiuse Albert in un laboratorio dove procurandogli uno stimolo allarmante (forte rumore) e dandogli comunque uno stimolo neutro o addirittura piacevole (coniglio) ma privandolo di una figura famigliare a cui rivolgersi per tranquillizzarsi e impedendogli di succhiarsi il dito per rassicurarsi, dimostrò che è possibile condizionare il comportamento alla paura.
Nella psicoanalisi la teoria freudiana sostiene che le situazioni temute da una persona nel mondo esterno sono l’espressione delle situazioni che l’individuo riscontra nel proprio mondo interiore. Ad esempio un bambino ha paura di perdere l’oggetto libidico (madre) perché su essa proietta le sue tensioni interne. Nel bambino le sue manifestazioni primarie sono accompagnate da un'eccitazione eccessiva che di solito viene ridotta dalla madre, quindi se la madre è assente in lui aumenta la paura di perdere l’oggetto libidico (madre) e questo diventa la sua principale forma d’ansia.
Studi condotti da Bowlby su primati non umani in situazioni di pericolo dimostrano che l’animale assume queste caratteristiche:- immobilità (si paralizza e resta fermo davanti al pericolo) - aumento della distanza da un oggetto o situazione di pericolo (fugge) - ricerca di vicinanza con un altro oggetto o situazione (aiuto e conforto) Sempre per Bowlby, la paura dell’uomo parte da 4 tipi di “indizi di pericolo”: - indizi naturali, che producono reazioni innate (1° anno di vita) - derivati di indizi naturali (2°-3° anno di vita) - indizi culturali, appresi dagli adulti o altri bambini (dal 2° anno in poi) - indizi appresi, ma utilizzati in modo più consapevole (adolescenza) Secondo Hinde le risposte alle paure non avvengono nelle prime età o tramite l’apprendimento, ma sono dovute alla maturazione dell’individuo. Per Gray, invece, le paure innate si dividono in 4 categorie: - intensità (gli esseri umani e gli animali tendono a fuggire davanti a stimoli troppo intensi, come luce, suoni e forti soffi d’aria, o che producono dolore) - novità (il soggetto si spaventa davanti a situazioni nuove e inattese) - pericolo evolutivo (gli individui di una specie vivono una situazione di ripetuta minaccia per un determinato arco di tempo e quindi provano paura per alcuni stimoli che caratterizzano questa situazione, che sarebbe da evitare) - fattori emergenti dall’interazione (risultato di un’evoluzione più complessa di sviluppo di forme d’interazione tra simili)
7.Strategie di controllo
Le strategie per controllare i vari tipi di paure e fobie sono principalmente 6: - assuefazione (rende indefferenti gli avvenimenti che si ripetono) - osservazione (vedere altre persone che non temono le situazioni che noi temiamo) - partecipazione guidata (è come l’osservazione, ma con l’aggiunta della nostra partecipazione diretta) - desensibilizzazione (mettere il soggetto in una situazione di rilassamento e gli si mostrano i suoi stimoli ansiogeni, dai più lievi a quelli più pesanti, in modo graduale) - apprendimento osservazionale o imitazione sociale (al soggetto viene mostrata un’altra persona che si confronta con la situazione o con l’oggetto temuto) - terapia implosiva (il paziente, seguito da un terapeuta, deve ricreare lo stato d’ansia che vive in alcune circostanze, ma in un’atmosfera priva di condizioni minacciose, così da non subire conseguenze negative e ridurre l’intensità dell’emozione)
SECONDA PARTE - NASCITA ED EVOLUZIONE DELLE PAURE
1.Stimoli allarmanti
Questo capitolo parla dell’evoluzione delle varie paure da quando si nasce fino all’età adulta, sia negli esseri umani che negli animali. Bronson ha condotto studi sull’evoluzione della paura nelle prime fasi di vita di un essere umano e sostiene che in quei mesi non sia esatto parlare di paura, ma piuttosto di disagio perché la percezione a quell’età è ridotta. Proprio per una questione fisiologica di immaturità del cervello, non si parla di vere e proprie emozioni, ma di attivazioni generalizzate non dirette ad uno scopo. Non è facile valutare lo stato d’animo di un neonato e dire fino a che punto lui avverta certi stimoli come pericolosi, e quanto essi lascino una traccia nel suo organismo; tutti però provocheranno delle reazioni in lui, tipo: - i rumori acuti e improvvisi provocano pianti e movimenti diffusi - gli stimoli dolorifici, sia interni che esterni, provocano pianto, tensione muscolare e movimento diffuso - la perdita di appoggio provoca il “riflesso di Moro”, ovvero il bambino porta le braccia in avanti congiungendole davanti al petto, come nel gesto di afferrare qualcosa
2.Solo e abbandonato
Negli esseri umani esiste un istinto che cambia a seconda dell’età e delle forme con cui si manifesta, chiamato attaccamento o socialità. Quello che può contrastarlo è percepito come pericolo. Durante le varie fasi di vita il neonato riconosce i visi familiari che saranno quelli dove cercherà conforto in caso di pericolo. Crescendo, anche gli adolescenti si sentiranno rassicurati al contatto fisico con le persone a cui sono affezionati; ma anche gli adulti e gli anziani, se sono soli, si sentono più vulnerabili perché la solitudine comporta spesso un aumento della situazione di pericolo. La solitudine si divide in: - solitudine emotiva (la si può provare quando si è da soli, ma anche in mezzo alla gente, perché proprio la loro indifferenza, incomprensione e ostilità la rendono più acuta) - solitudine sociale (può essere cercata o subita, ma anche quando è subita tramite il ricordo di relazioni positive, c’è la speranza di poterle riallacciare)
3.L'ignoto
L’ignoto, la novità, l’estraneità e la diversità suscitano curiosità nei bambini, ma sono anche fonti di timore. Con la crescita tali paure diminuiscono grazie ad un più elevato livello di organizzazione, maturazione e sviluppo delle capacità percettive, mnemoniche e linguistiche.
4.Animali, buio e altri affanni
I bambini conoscono un ampio ventaglio di paure nei diversi stadi del loro sviluppo. Quando sono piccoli temono gli estranei, gli animali, il buio, i temporali e i mostri immaginari. Entrando nell’età dell’adolescenza, piano piano queste scompaiono per lasciare il posto ad altre paure come i fenomeni irrazionali, la guerra, di fare brutte figure in pubblico e dell’insuccesso scolastico. Infine nell’età adulta e oltre le paure riguardano la guerra, la miseria, il terrorismo, la morte, ecc. Quando però una paura diventa invadente, irrazionale e focalizzata su un oggetto o una situazione specifica, prende il nome di “fobia” e diventa incontrollabile da chi la vive.
5.Io e gli altri
Le paure cambiano anche a seconda del genere: la popolazione femminile teme soprattutto la solitudine, la violenza e lo stupro. La popolazione maschile, invece, teme in primo luogo la malattia. Quelle che invece accompagnano e spaventano tutti durante l’intero corso della vita sono le malattie e la morte per se e per i propri cari.
6.In famiglia, limiti e risorse
Ci sono situazioni o eventi stressanti che possono portare un nucleo familiare all’autodistruzione in quello che in realtà è un tentativo di difesa e di salvezza nei confronti della disgrazia che si abbatte su di loro. Es. Il film Home (2008) di Ursula Meier racconta di una famiglia di 5 persone che vive felice in un luogo tranquillo finchè un giorno viene riaperta un’autostrada nei pressi della loro abitazione causando disturbo e disagio e costringendola a chiudersi in casa fino a barricarsi dentro per contrastare l’angoscia provocata dal caos dei rumori, dei clacson, dell’aria inquinata ecc. Solo quando sono ormai sfiniti sia fisicamente che psicologicamente decidono di lasciare la casa per un altro posto.
La soluzione a questo esempio ce la fornisce Delange con un saggio sulla resilienza familiare dove indica le caratteristiche che si dovrebbero avere per non farsi travolgere dagli eventi drammatici, che sono: la speranza, il controllo, la funzionalità, la protezione, l’etica relazionale, l’ascolto, la flessibilità e la mentalizzazione.
TERZA PARTE - LA PAURA E LE ALTRE EMOZIONI
1.Il peso della frustrazione
Negli esseri umani, come negli animali, la paura e la frustrazione appaiono spesso strettamente intrecciate. La frustrazione, infatti, può diminuire la fiducia in se stessi, originare sensi di colpa e autoisolamento. Persino la semplice previsione che ciò possa effettivamente accadere suscita stati di ansia e paura. Paura e frustrazione, inoltre, mettono in funzione il medesimo sistema fisiologico che conduce allo stesso tipo di comportamento. Si può dedurre, pertanto, che la frustrazione sia una forma di paura.
2.Aggressività reattiva
Spesso quando ci sentiamo insicuri, isolati, in difficoltà o preda della vergogna e della frustazione tendiamo a rispondere aggressivamente. Tale risposta si definisce “aggressività reattiva”, in quanto si tratta di un’atteggiamento violento che assumiamo reagendo a situazioni di pericolo. L’aggressività, per esempio, è la risposta immediata di molte specie animali o delle bande giovanili quando il loro territorio, simbolo di appartenenza e protezione, viene minacciato o invaso.
3.Chi ha paura dell'autonomia?
Nel corso della vita ogni essere umano passa da uno stato iniziale di dipendenza (dalla famiglia, dagli adulti, ecc.) ad uno stato di autonomia via via che cresce e matura. Ciò si può sintetizzare in due concetti fondamentali, che sono: - attaccamento-dipendenza
- emancipazione-distacco L’attaccamento è una forma di dipendenza indispensabile nell’infanzia e funzionale all’emancipazione del bambino ma può assumere diverse forme, tipo: - attaccamento ansioso (può nascere come risposta specifica a uno stress) - attaccamento non sicuro (sono presenti stati ansiosi che possono protrarsi nelle età successive favorendo forme di dipendenza) - attaccamento sicuro (promuove l’autonomia e la capacità di dare e chiedere aiuto quando se ne ha bisogno) Un buon attaccamento nei primi anni di vita, comunque, porta ad una buona sicurezza personale quindi ad una buona indipendenza ed autonomia.
4.Il futuro che spaventa
Quando l’individuo non ha fiducia nelle proprie capacità, nel cercare di soddisfare richieste o far fronte a particolari avvenimenti, in lui si innescano meccanismi di difesa che vanno dalla rinuncia alle stereotipie, dalla regressione alla catatonia. Quindi trarrà conforto da: - comportamenti ripetitivi (prima di un esame farà sempre gli stessi gesti o rituali) - forme di regressione (se un comportamento è stato di conforto in passato lo sarà anche in futuro) - comportamenti catatonici (non reagisce o reagisce solo su ordine di altri così che non si sentirà lui responsabile per ciò che potrà accadere) - comportamenti conformisti (segue regole o idee guidate dal comportamento altrui per non sentirsi diverso dagli altri)
5.La gelosia
La gelosia è un sentimento che nasce dalla paura e rappresenta il timore di perdere l’oggetto amato. Si manifesta durante l’infanzia e si sviluppa in seguito con la crescita. La gelosia è cronica quando sfocia in ossessione per un’insicurezza di base; si accusa il partner con una scenata esagerata rispetto alla situazione veramente vissuta fino a rendere la vita insopportabile per entrambi, mentre può diventare patologica quando il geloso cambia comportamento con improvvisi sbalzi d’umore nel momento in cui gli amici dipendenti da lui non hanno più bisogno del suo sostegno.
6.I confini da non superare
Due importanti disturbi psichici sono la nevrosi e la psicosi. Nella prima l’individuo, anche se soffre, riesce a circoscrivere le paure e le ansie ad alcuni ambiti della sua vita, ma per il resto, vive comunque una vita normale. Alcuni esempi sono fobie, stati ansiosi, ossessioni e isterie; le nevrosi sono considerate meno gravi. Nella seconda, invece, l’individuo non riesce più ad avere comportamenti normali in nessun ambito della sua vita, fino a sfociare in episodi di schizofrenia (malattia mentale accompagnata da allucinazioni, deliri, ecc.) e di depressioni endogene (disturbi dell’umore caratterizati da profonda tristezza, calo della voglia di vivere, ecc.); le psicosi sono considerate le più gravi del disturbo mentale.
7.La paura incontenibile
Ognuno di noi possiede un nucleo originario di certezze che gli consente di affrontare le circostanze ordinarie della vita. Quando le certezze degli schizofrenici crollano, subentra in loro una sensazione di insicurezza e tendono a cambiare la realtà in cui non riescono più ad inserirsi. Tale trasformazione della realtà assume il nome di “delirio” e segna l’ingresso nell’esperienza psicotica. Il delirante ha la sensazione che le sue interpretazioni siano valide e spezza i suoi legami con il mondo attraverso il distacco dall’azione e la sottrazione agli stimoli.
QUARTA PARTE - SOCIALIZZAZIONE DELLA PAURA
1.Magia e riti nelle società arcaiche
La vita è una continua sfida alla paura che si annida ovunque. Lo storico e sociologo Ferrero sostiene che ogni civiltà sia il prodotto di una lunga lotta contro la paura. Nelle società arcaiche la magia veniva utilizzata di frequente come uno strumento di spiegazione e di rassicurazione nei confronti della paura e i rituali magici consentivano di uscire dallo stato di crisi e di riaffermarsi come presenza nel mondo. Nella società contemporanea tali pratiche magiche si possono ancora ritrovare in alcuni disturbi mentali che conducono il soggetto a ricorrere ai tabù e alla scaramanzia.
2.Paure realistiche e angosce collettive nell'Europa premoderna
Ogni società ha paure primarie e paure secondarie:- quelle primarie sono spontanee e realistiche per una data epoca storica e possono essere permanenti (la morte, il mare, la notte) o cicliche (le epidemie, le guerre, le carestie) - quelle secondarie sono il frutto di elaborazioni concettuali volte a fornire obiettivi credibili sui quali scaricare l’angoscia, quindi la credenza in vampiri, fantasmi, streghe, eretici, Satana, ecc., servivano per dare un volto e una collocazione alle paure primarie.
In Europa la Chiesa cercò con l’inquisizione di contrastare e combattere quelli che definiva nemici di Dio (eretici, infedeli, streghe, il peccato) per liberare il mondo dal demonio, causa di tutti i mali dell’umanità.
3.La socializzazione della morte
Il bisogno di socializzare la morte ha dato luogo a un vasto universo di miti e di attività magiche e religiose che rivelano lo sforzo costante e ripetuto di curare la sofferenza umana. Nonostante ciò, la morte resta la tematica più scabrosa per l’essere umano che ha cercato di interpretarla e ridefinirla alla luce delle proprie conoscenze e credenze, individuando una costante che accomuna epoche differenti e differenti contesti culturali. Tale costante è il bisogno del conforto sociale e collettivo.
4.Paura e potere
Un’altra dimensione della paura che percorre la storia è la paura del potere. Coloro che detengono il potere, infatti, strumentalizzano la paura per rafforzarsi e governare i destini dei sudditi. La paura, però, è un’emozione invasiva che circola in ogni direzione e così anche chi ha il potere non ne è esente mai del tutto. Esiste, infatti, una paura nel potere e i tiranni, che sanno di essere odiati dai sudditi, per farsi coraggio, continuano a terrorizzare.
5.L'immaginazione e il coraggio
La paura è stata la grande molla all’origine di prodotti creativi e ha ispirato molti artisti nella produzione di opere letterarie e cinematografiche di notevole interesse e coinvolgimento. Molti lettori e spettatori, infatti, provano piacere nel farsi spaventare e nel simulare le situazioni paurose per poi uscirne e ritrovare i ritmi della vita quotidiana. Tale capacità di intrattenersi con la paura riuscendo a dominarla è un aspetto del coraggio. Il coraggio, infatti, è una condizione psichica strettamente legata alla paura e varia in rapporto alle diverse epoche storiche e ai valori di una società. Nella nostra civiltà, l’uomo contemporaneo cerca di prevedere e individuare tattiche efficaci per contrastare i pericoli e controllare molti ambiti della vita. Molto spesso, però, tale strategia viene utilizzata per strumentalizzare la paura, catturare l’audience e manipolare le masse.È importante, pertanto, conoscere e agire con lucidità, dotarsi degli strumenti adatti, trovare supporto nelle reti sociali e ricorrere a forme di solidarietà.
THE
END
Grazie per l'attenzione
PSICOLOGIA DELLA PAURA
leonardo visani
Created on May 11, 2023
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PSICOLOGIA DELLA PAURA
Presentazione svolta da Leonardo Visani
ANNA OLIVERIO FERRARIS
Psicologa e psicoterapeuta italiana
136 pagine
Pubblicato nel 2013
INTRODUZIONE
La paura è un’emozione primaria che fa parte del nostro patrimonio genetico fin dalla nascita e, nonostante abbia una connotazione negativa, è necessaria alla sopravvivenza, perché ci allerta di fronte a situazioni di pericolo.L’etologo e psicoanalista John Bowlby sostiene che molte paure, sia nelle persone che negli animali, rispondano a meccanismi inizialmente innati e producano risposte adattive di allarme e di salvaguardia di fronte a stimoli che segnalano la presenza o l’avvicinarsi di un pericolo. Le paure principali che riporta il libro sono la paura dell’ignoto, la paura delle forze distruttrici della natura e degli interventi dell’uomo sulla natura, la paura degli altri, la paura della solitudine, delle malattie e della sofferenza e quella più importante è la paura della morte. Le paure possono però dilatarsi, trasformandosi così in stati ansiosi o angosce. Inoltre, le esperienze traumatiche, la mancanza di rapporti di socialità e di amicizia e la presenza di violenti conflitti in famiglia possono creare attese negative e alzare la soglia della paura, ponendo l’individuo in uno stato di insicurezza preoccupante. La paura contribuisce anche a strutturare il nostro sistema nervoso e a determinare le nostre scelte, infatti sempre da essa si originano anche il panico e il coraggio.
PRIMA PARTE - LA PAURA TRA ALLARME E CONSAPEVOLEZZA
1.Il panico e il controllo
Il primo capitolo parla di situazioni drammatiche e di come non ci si deve lasciare travolgere dal panico, bensì restare calmi grazie al controllo. Il libro riporta tre esempi: - Il primo è quello di un capitano (Giorgio) che si trova su una nave con altre 800 persone mentre sta per arrivare una tempesta e si fa convincere dal suo comandante in seconda (Jim) ad abbandonarla. Lui cade nel panico totale perché vede nella sua mente l’immagine del disastro, quindi invece di attuare le procedure antipanico, pensa solo a se stesso, si butta su una scialuppa e non salva i passeggeri. Questo ci vuole far capire che il marinaio non è riuscito a mantenere il controllo e che quindi ha compiuto l’azione sbagliata.
- Il secondo parla dell’attentato alle Torri Gemelle di New York l’11 settembre 2001. Quel giorno la maggior parte delle persone coinvolte dal disastro seguì le procedure antipanico, perciò si ridusse in maniera elevata il numero dei morti. In questo modo, oltre a salvare se stessi, hanno salvato anche gli altri. Invece altre persone, prese dal panico pensando di morire nelle fiamme e dall’istinto di sopravvivenza, si sono lanciate nel vuoto sperando in qualche modo di evitare la morte, ma invano. - Il terzo parla invece di una ragazza che si trova in una foresta ed è sopraffatta dal rumore del vento tra gli alberi che è particolarmente forte e, perdendo il controllo di se stessa, ha una crisi di panico e percepisce dei lugubri presentimenti che non sono altro che sue problematiche psicologiche. Il capitolo dice anche che le situazioni di panico possono essere viste diversamente da chiunque: infatti per qualcuno, una specifica cosa può fare paura e far venire i brividi, mentre per un altro sempre quella cosa può essere normale e non far paura per niente.
2.Perchè ci spaventiamo
Questo capitolo parla della distinzione tra il dolore e il piacere e di come la paura venga anche usata per divertimento ed eccitazione. Il dolore rappresenta una minaccia e quindi viene evitato, mentre il piacere è appunto qualcosa di piacevole, perciò è ricercato. Il dolore necessita per forza di un contatto, mentre la paura si sente anche a distanza grazie ai recettori dell’olfatto, dell’udito e della vista.
Es. Una preda, quando viene attaccata da un predatore, sente dolore, e nel momento che lo sente è troppo tardi per salvarsi, invece quando una preda ha paura può capire già che a distanza ci sia un predatore pronto ad attaccarla, quindi corre via e si mette in salvo
La paura, però, è anche un’emozione benefica che genera eccitazione e divertimento. Basta pensare a quando siamo annoiati e dediciamo di compiere delle azioni azzardate. Es. Praticare il bungee jumping, con il quale l’individuo compie un salto da un punto altissimo buttandosi nel vuoto appunto per provare qualcosa di nuovo, in questo caso eccitazione.
3.Dalla paura all'ansia
Questo capitolo parla principalmente della differenza tra paura e ansia e della paura di vivere e quella di morire. La paura insorge di fronte a qualcosa di specifico e quando un pericolo si allontana essa scompare, invece l’ansia non ha un obiettivo definito, mentre se ce l’ha, questo è del tutto o in parte inadeguato, e inoltre quando un pericolo viene meno, l’ansia rimane. L’ansia è di due tipi: - ansia acuta (paralizza i normali processi del pensiero e genera amnesie, la contrazione del campo percettivo e il blocco dei movimenti) - ansia cronica (comporta un’interpretazione distorta della realtà e predispone alla depressione, ai sensi di colpa e alla ricerca di sollievo nell’alcool, nelle droghe e nei tranquillanti). Il capitolo cita anche la distinzione fatta da Sigmund Freud sull’angoscia in: - angoscia reale (un’angoscia di fronte a un pericolo che conosciamo) - angoscia nevrotica (un’angoscia di fronte a un pericolo che non conosciamo)
L’angoscia nevrotica a sua volta si divide in: - angoscia d’attesa (le persone prevedono sempre le soluzione peggiori e per ogni incertezza vedono un indizio di sventura) - fobia (le persone hanno una paura legata a oggetti, persone e situazioni specifiche) Infine lo psicoanalista Otto Rank sostiene che esistono in noi due paure: - paura di vivere (l’individuo non vuole essere separato dalle cose e dalle persone che lo proteggono e rifiuta il cambiamento, quindi si conforma e non riesce a realizzare il suo progetto di vita) - paura di morire (l’individuo desidera diventare indipendente e potente, soffoca la paura della vita e assume comportamenti nevrotici ed esaltati)
4.Un'emozione contagiosa
Charles Darwin sosteneva che nella manifestazione della paura sono i segni del linguaggio non verbale quelli che meglio la esprimono, tipo: - espressioni del volto (gli occhi si abbassano in caso di imbarazzo e vergogna ma si spalancano in caso di timore, la bocca ha una forma ovale in caso di sorpresa ma diventa orizzontale e tesa in caso di paura) - tono muscolare (i muscoli si irrigidiscono in caso di tensione/paura) - contatto fisico (si ricerca qualcuno che ci protegga o ci conforti con il contatto fisico, tipo con un abbraccio) - gesti e movimenti (sono movimenti ripetuti e inutili come i tic, le automanipolazioni, giocare con le ciocche dei capelli ecc., che si manifestano in caso di ansia e servono per controllarla e allo stesso tempo dare conforto) - vocalizzazioni (per la paura il normale flusso linguistico si blocca o risulta difficoltoso – cioè non si riesce a parlare o le parole escono in modo non chiaro)
5.Più veloce del pensiero
Secondo gli studi del neurobiologo LeDoux esiste un doppio circuito che collega l’amigdala (nucleo nervoso posto al centro del cervello) alle altre strutture celebrali: CIRCUITO SUBCORTICALE: TALAMO→AMIGDALA CIRCUITO CORTICALE: TALAMO→CORTECCIA→AMIGDALA Nel primo circuito si ha una valutazione rapida dello stimolo, il talamo fornisce all’amigdala un’informazione imprecisa ma immediata quindi permette di rispondere allo stimolo pericoloso in modo più rapido, mentre nel secondo circuito che è più lento del primo, c’è una valutazione più accurata dello stimolo e quindi una risposta più appropriata.
Es. Se una persona cammina in un bosco e vede qualcosa di lungo, scuro e contorto a terra per prima cosa sobbalza (circuito subcorticale) ma guardando meglio capisce che non è un serpente ma un bastone di legno (circuito corticale). Quindi è grazie alla corteccia che capisce che lo stimolo non è pericoloso perché l’immagine del serpente diventa un’immagine più chiara ed accurata, quella del legno. L’emozione della paura è assente quando l’amigdala è lesa.
6.Minacce esterne e interne
John Watson, uno psicologo comportamentista, nel 1920 fece un esperimento su un bambino di 11 mesi, Albert, per dimostrare che le paure si possono apprendere. Quindi lui chiuse Albert in un laboratorio dove procurandogli uno stimolo allarmante (forte rumore) e dandogli comunque uno stimolo neutro o addirittura piacevole (coniglio) ma privandolo di una figura famigliare a cui rivolgersi per tranquillizzarsi e impedendogli di succhiarsi il dito per rassicurarsi, dimostrò che è possibile condizionare il comportamento alla paura.
Nella psicoanalisi la teoria freudiana sostiene che le situazioni temute da una persona nel mondo esterno sono l’espressione delle situazioni che l’individuo riscontra nel proprio mondo interiore. Ad esempio un bambino ha paura di perdere l’oggetto libidico (madre) perché su essa proietta le sue tensioni interne. Nel bambino le sue manifestazioni primarie sono accompagnate da un'eccitazione eccessiva che di solito viene ridotta dalla madre, quindi se la madre è assente in lui aumenta la paura di perdere l’oggetto libidico (madre) e questo diventa la sua principale forma d’ansia.
Studi condotti da Bowlby su primati non umani in situazioni di pericolo dimostrano che l’animale assume queste caratteristiche:- immobilità (si paralizza e resta fermo davanti al pericolo) - aumento della distanza da un oggetto o situazione di pericolo (fugge) - ricerca di vicinanza con un altro oggetto o situazione (aiuto e conforto) Sempre per Bowlby, la paura dell’uomo parte da 4 tipi di “indizi di pericolo”: - indizi naturali, che producono reazioni innate (1° anno di vita) - derivati di indizi naturali (2°-3° anno di vita) - indizi culturali, appresi dagli adulti o altri bambini (dal 2° anno in poi) - indizi appresi, ma utilizzati in modo più consapevole (adolescenza) Secondo Hinde le risposte alle paure non avvengono nelle prime età o tramite l’apprendimento, ma sono dovute alla maturazione dell’individuo. Per Gray, invece, le paure innate si dividono in 4 categorie: - intensità (gli esseri umani e gli animali tendono a fuggire davanti a stimoli troppo intensi, come luce, suoni e forti soffi d’aria, o che producono dolore) - novità (il soggetto si spaventa davanti a situazioni nuove e inattese) - pericolo evolutivo (gli individui di una specie vivono una situazione di ripetuta minaccia per un determinato arco di tempo e quindi provano paura per alcuni stimoli che caratterizzano questa situazione, che sarebbe da evitare) - fattori emergenti dall’interazione (risultato di un’evoluzione più complessa di sviluppo di forme d’interazione tra simili)
7.Strategie di controllo
Le strategie per controllare i vari tipi di paure e fobie sono principalmente 6: - assuefazione (rende indefferenti gli avvenimenti che si ripetono) - osservazione (vedere altre persone che non temono le situazioni che noi temiamo) - partecipazione guidata (è come l’osservazione, ma con l’aggiunta della nostra partecipazione diretta) - desensibilizzazione (mettere il soggetto in una situazione di rilassamento e gli si mostrano i suoi stimoli ansiogeni, dai più lievi a quelli più pesanti, in modo graduale) - apprendimento osservazionale o imitazione sociale (al soggetto viene mostrata un’altra persona che si confronta con la situazione o con l’oggetto temuto) - terapia implosiva (il paziente, seguito da un terapeuta, deve ricreare lo stato d’ansia che vive in alcune circostanze, ma in un’atmosfera priva di condizioni minacciose, così da non subire conseguenze negative e ridurre l’intensità dell’emozione)
SECONDA PARTE - NASCITA ED EVOLUZIONE DELLE PAURE
1.Stimoli allarmanti
Questo capitolo parla dell’evoluzione delle varie paure da quando si nasce fino all’età adulta, sia negli esseri umani che negli animali. Bronson ha condotto studi sull’evoluzione della paura nelle prime fasi di vita di un essere umano e sostiene che in quei mesi non sia esatto parlare di paura, ma piuttosto di disagio perché la percezione a quell’età è ridotta. Proprio per una questione fisiologica di immaturità del cervello, non si parla di vere e proprie emozioni, ma di attivazioni generalizzate non dirette ad uno scopo. Non è facile valutare lo stato d’animo di un neonato e dire fino a che punto lui avverta certi stimoli come pericolosi, e quanto essi lascino una traccia nel suo organismo; tutti però provocheranno delle reazioni in lui, tipo: - i rumori acuti e improvvisi provocano pianti e movimenti diffusi - gli stimoli dolorifici, sia interni che esterni, provocano pianto, tensione muscolare e movimento diffuso - la perdita di appoggio provoca il “riflesso di Moro”, ovvero il bambino porta le braccia in avanti congiungendole davanti al petto, come nel gesto di afferrare qualcosa
2.Solo e abbandonato
Negli esseri umani esiste un istinto che cambia a seconda dell’età e delle forme con cui si manifesta, chiamato attaccamento o socialità. Quello che può contrastarlo è percepito come pericolo. Durante le varie fasi di vita il neonato riconosce i visi familiari che saranno quelli dove cercherà conforto in caso di pericolo. Crescendo, anche gli adolescenti si sentiranno rassicurati al contatto fisico con le persone a cui sono affezionati; ma anche gli adulti e gli anziani, se sono soli, si sentono più vulnerabili perché la solitudine comporta spesso un aumento della situazione di pericolo. La solitudine si divide in: - solitudine emotiva (la si può provare quando si è da soli, ma anche in mezzo alla gente, perché proprio la loro indifferenza, incomprensione e ostilità la rendono più acuta) - solitudine sociale (può essere cercata o subita, ma anche quando è subita tramite il ricordo di relazioni positive, c’è la speranza di poterle riallacciare)
3.L'ignoto
L’ignoto, la novità, l’estraneità e la diversità suscitano curiosità nei bambini, ma sono anche fonti di timore. Con la crescita tali paure diminuiscono grazie ad un più elevato livello di organizzazione, maturazione e sviluppo delle capacità percettive, mnemoniche e linguistiche.
4.Animali, buio e altri affanni
I bambini conoscono un ampio ventaglio di paure nei diversi stadi del loro sviluppo. Quando sono piccoli temono gli estranei, gli animali, il buio, i temporali e i mostri immaginari. Entrando nell’età dell’adolescenza, piano piano queste scompaiono per lasciare il posto ad altre paure come i fenomeni irrazionali, la guerra, di fare brutte figure in pubblico e dell’insuccesso scolastico. Infine nell’età adulta e oltre le paure riguardano la guerra, la miseria, il terrorismo, la morte, ecc. Quando però una paura diventa invadente, irrazionale e focalizzata su un oggetto o una situazione specifica, prende il nome di “fobia” e diventa incontrollabile da chi la vive.
5.Io e gli altri
Le paure cambiano anche a seconda del genere: la popolazione femminile teme soprattutto la solitudine, la violenza e lo stupro. La popolazione maschile, invece, teme in primo luogo la malattia. Quelle che invece accompagnano e spaventano tutti durante l’intero corso della vita sono le malattie e la morte per se e per i propri cari.
6.In famiglia, limiti e risorse
Ci sono situazioni o eventi stressanti che possono portare un nucleo familiare all’autodistruzione in quello che in realtà è un tentativo di difesa e di salvezza nei confronti della disgrazia che si abbatte su di loro. Es. Il film Home (2008) di Ursula Meier racconta di una famiglia di 5 persone che vive felice in un luogo tranquillo finchè un giorno viene riaperta un’autostrada nei pressi della loro abitazione causando disturbo e disagio e costringendola a chiudersi in casa fino a barricarsi dentro per contrastare l’angoscia provocata dal caos dei rumori, dei clacson, dell’aria inquinata ecc. Solo quando sono ormai sfiniti sia fisicamente che psicologicamente decidono di lasciare la casa per un altro posto. La soluzione a questo esempio ce la fornisce Delange con un saggio sulla resilienza familiare dove indica le caratteristiche che si dovrebbero avere per non farsi travolgere dagli eventi drammatici, che sono: la speranza, il controllo, la funzionalità, la protezione, l’etica relazionale, l’ascolto, la flessibilità e la mentalizzazione.
TERZA PARTE - LA PAURA E LE ALTRE EMOZIONI
1.Il peso della frustrazione
Negli esseri umani, come negli animali, la paura e la frustrazione appaiono spesso strettamente intrecciate. La frustrazione, infatti, può diminuire la fiducia in se stessi, originare sensi di colpa e autoisolamento. Persino la semplice previsione che ciò possa effettivamente accadere suscita stati di ansia e paura. Paura e frustrazione, inoltre, mettono in funzione il medesimo sistema fisiologico che conduce allo stesso tipo di comportamento. Si può dedurre, pertanto, che la frustrazione sia una forma di paura.
2.Aggressività reattiva
Spesso quando ci sentiamo insicuri, isolati, in difficoltà o preda della vergogna e della frustazione tendiamo a rispondere aggressivamente. Tale risposta si definisce “aggressività reattiva”, in quanto si tratta di un’atteggiamento violento che assumiamo reagendo a situazioni di pericolo. L’aggressività, per esempio, è la risposta immediata di molte specie animali o delle bande giovanili quando il loro territorio, simbolo di appartenenza e protezione, viene minacciato o invaso.
3.Chi ha paura dell'autonomia?
Nel corso della vita ogni essere umano passa da uno stato iniziale di dipendenza (dalla famiglia, dagli adulti, ecc.) ad uno stato di autonomia via via che cresce e matura. Ciò si può sintetizzare in due concetti fondamentali, che sono: - attaccamento-dipendenza - emancipazione-distacco L’attaccamento è una forma di dipendenza indispensabile nell’infanzia e funzionale all’emancipazione del bambino ma può assumere diverse forme, tipo: - attaccamento ansioso (può nascere come risposta specifica a uno stress) - attaccamento non sicuro (sono presenti stati ansiosi che possono protrarsi nelle età successive favorendo forme di dipendenza) - attaccamento sicuro (promuove l’autonomia e la capacità di dare e chiedere aiuto quando se ne ha bisogno) Un buon attaccamento nei primi anni di vita, comunque, porta ad una buona sicurezza personale quindi ad una buona indipendenza ed autonomia.
4.Il futuro che spaventa
Quando l’individuo non ha fiducia nelle proprie capacità, nel cercare di soddisfare richieste o far fronte a particolari avvenimenti, in lui si innescano meccanismi di difesa che vanno dalla rinuncia alle stereotipie, dalla regressione alla catatonia. Quindi trarrà conforto da: - comportamenti ripetitivi (prima di un esame farà sempre gli stessi gesti o rituali) - forme di regressione (se un comportamento è stato di conforto in passato lo sarà anche in futuro) - comportamenti catatonici (non reagisce o reagisce solo su ordine di altri così che non si sentirà lui responsabile per ciò che potrà accadere) - comportamenti conformisti (segue regole o idee guidate dal comportamento altrui per non sentirsi diverso dagli altri)
5.La gelosia
La gelosia è un sentimento che nasce dalla paura e rappresenta il timore di perdere l’oggetto amato. Si manifesta durante l’infanzia e si sviluppa in seguito con la crescita. La gelosia è cronica quando sfocia in ossessione per un’insicurezza di base; si accusa il partner con una scenata esagerata rispetto alla situazione veramente vissuta fino a rendere la vita insopportabile per entrambi, mentre può diventare patologica quando il geloso cambia comportamento con improvvisi sbalzi d’umore nel momento in cui gli amici dipendenti da lui non hanno più bisogno del suo sostegno.
6.I confini da non superare
Due importanti disturbi psichici sono la nevrosi e la psicosi. Nella prima l’individuo, anche se soffre, riesce a circoscrivere le paure e le ansie ad alcuni ambiti della sua vita, ma per il resto, vive comunque una vita normale. Alcuni esempi sono fobie, stati ansiosi, ossessioni e isterie; le nevrosi sono considerate meno gravi. Nella seconda, invece, l’individuo non riesce più ad avere comportamenti normali in nessun ambito della sua vita, fino a sfociare in episodi di schizofrenia (malattia mentale accompagnata da allucinazioni, deliri, ecc.) e di depressioni endogene (disturbi dell’umore caratterizati da profonda tristezza, calo della voglia di vivere, ecc.); le psicosi sono considerate le più gravi del disturbo mentale.
7.La paura incontenibile
Ognuno di noi possiede un nucleo originario di certezze che gli consente di affrontare le circostanze ordinarie della vita. Quando le certezze degli schizofrenici crollano, subentra in loro una sensazione di insicurezza e tendono a cambiare la realtà in cui non riescono più ad inserirsi. Tale trasformazione della realtà assume il nome di “delirio” e segna l’ingresso nell’esperienza psicotica. Il delirante ha la sensazione che le sue interpretazioni siano valide e spezza i suoi legami con il mondo attraverso il distacco dall’azione e la sottrazione agli stimoli.
QUARTA PARTE - SOCIALIZZAZIONE DELLA PAURA
1.Magia e riti nelle società arcaiche
La vita è una continua sfida alla paura che si annida ovunque. Lo storico e sociologo Ferrero sostiene che ogni civiltà sia il prodotto di una lunga lotta contro la paura. Nelle società arcaiche la magia veniva utilizzata di frequente come uno strumento di spiegazione e di rassicurazione nei confronti della paura e i rituali magici consentivano di uscire dallo stato di crisi e di riaffermarsi come presenza nel mondo. Nella società contemporanea tali pratiche magiche si possono ancora ritrovare in alcuni disturbi mentali che conducono il soggetto a ricorrere ai tabù e alla scaramanzia.
2.Paure realistiche e angosce collettive nell'Europa premoderna
Ogni società ha paure primarie e paure secondarie:- quelle primarie sono spontanee e realistiche per una data epoca storica e possono essere permanenti (la morte, il mare, la notte) o cicliche (le epidemie, le guerre, le carestie) - quelle secondarie sono il frutto di elaborazioni concettuali volte a fornire obiettivi credibili sui quali scaricare l’angoscia, quindi la credenza in vampiri, fantasmi, streghe, eretici, Satana, ecc., servivano per dare un volto e una collocazione alle paure primarie.
In Europa la Chiesa cercò con l’inquisizione di contrastare e combattere quelli che definiva nemici di Dio (eretici, infedeli, streghe, il peccato) per liberare il mondo dal demonio, causa di tutti i mali dell’umanità.
3.La socializzazione della morte
Il bisogno di socializzare la morte ha dato luogo a un vasto universo di miti e di attività magiche e religiose che rivelano lo sforzo costante e ripetuto di curare la sofferenza umana. Nonostante ciò, la morte resta la tematica più scabrosa per l’essere umano che ha cercato di interpretarla e ridefinirla alla luce delle proprie conoscenze e credenze, individuando una costante che accomuna epoche differenti e differenti contesti culturali. Tale costante è il bisogno del conforto sociale e collettivo.
4.Paura e potere
Un’altra dimensione della paura che percorre la storia è la paura del potere. Coloro che detengono il potere, infatti, strumentalizzano la paura per rafforzarsi e governare i destini dei sudditi. La paura, però, è un’emozione invasiva che circola in ogni direzione e così anche chi ha il potere non ne è esente mai del tutto. Esiste, infatti, una paura nel potere e i tiranni, che sanno di essere odiati dai sudditi, per farsi coraggio, continuano a terrorizzare.
5.L'immaginazione e il coraggio
La paura è stata la grande molla all’origine di prodotti creativi e ha ispirato molti artisti nella produzione di opere letterarie e cinematografiche di notevole interesse e coinvolgimento. Molti lettori e spettatori, infatti, provano piacere nel farsi spaventare e nel simulare le situazioni paurose per poi uscirne e ritrovare i ritmi della vita quotidiana. Tale capacità di intrattenersi con la paura riuscendo a dominarla è un aspetto del coraggio. Il coraggio, infatti, è una condizione psichica strettamente legata alla paura e varia in rapporto alle diverse epoche storiche e ai valori di una società. Nella nostra civiltà, l’uomo contemporaneo cerca di prevedere e individuare tattiche efficaci per contrastare i pericoli e controllare molti ambiti della vita. Molto spesso, però, tale strategia viene utilizzata per strumentalizzare la paura, catturare l’audience e manipolare le masse.È importante, pertanto, conoscere e agire con lucidità, dotarsi degli strumenti adatti, trovare supporto nelle reti sociali e ricorrere a forme di solidarietà.
THE
END
Grazie per l'attenzione