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fast fashion

Marianna Antonacci

Created on May 8, 2023

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Fast fashion

La nascita

Ogni anno avviene la produzione di più di 100 miliardi di nuovi capi d’abbigliamento. Ogni secondo un camion pieno di tessuti viene bruciato o buttato in discarica. È il fast fashion: industria dell’abbigliamento che produce collezioni ispirate all’alta moda, a basso costo. Un‘industria che oggi vale 2,4 mila miliardi di dollari e che interessa tutti noi, ci tocca da vicino, molto vicino, letteralmente ci tocca la pelle.

In Europa e nel Nord America, già dal 1700 abbiamo le prime tracce di negozi di abbigliamento economico, confezionato e pronto per essere indossato. Il nome "Slop", dal nome della marina britannica, si riferisce agli abiti indossati al posto dell'uniforme ufficiale. Ci fu anche la vendita di abiti accessibili a quella classe sociale che non poteva rivolgersi a botteghe di sartoria. Poi la rivoluzione industriale e il brevetto della macchina da cucire hanno ridotto i tempi di produzione e il costo della manodopera. L'industria della moda iniziò sempre più ad accelerare e la produzione di massa di abbigliamento a crescere, il che portò alla diffusione e alla normalizzazione dell'idea di acquistare abbigliamento non più su misura. La scarsità e l'alto costo dei tessuti lasciò il posto all'utilizzo di fibre sintetiche: nylon in primis.

Earnest Elmo Calkins e

Le prime industrie

1800-1900

nascita

Earnest Elmo Calkins nel 1800 credeva che i prodotti potessero essere divisi in due categorie: prodotti che usi e prodotti che consumi, proprio come gomme da masticare e sigarette. Per lui, consumismo significa convincere le persone a trattare ciò che usano come se lo consumassero. Proprio come la fast fashion ha fatto con i nostri vestiti Comparirono le prime grandi compagnie tessili: tra le più conosciute H&M, che tuttavia non aveva ancora l’aspetto delle odierne compagnie di fast fashion. Fu Zara nel 1975 in Spagna che intuì la strada per un nuovo modello di business. L’idea era semplice: offrire abiti di tendenza a prezzi ancora più bassi.

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Da dove nasce questo termine?

2000

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É il New York Times ad usare per la prima volta il termine fast fashion, in un articolo dedicato all’apertura di uno store di Zara a New York. L’articolo riporta la grande novità: ogni settimana c’è una nuova spedizione dalla Spagna la quale ci vogliono solo due settimane tra una nuova idea e l’arrivo della collezione.

Infatti l’abbigliamento è tra i settori più inquinanti, secondo solo a quello dell’industria petrolchimica. La sua catena produttiva evidenzia come nel suo breve ciclo di vita un indumento del fast fashion produca emissioni inquinanti in ogni fase della lavorazione, oltre ad un elevato consumo energetico e di risorse naturali. Solo l’1% degli abiti viene riciclato, il resto contribuisce alla nascita di nuove discariche, come quella nel deserto di Atacama in Cile.

COSA SI NASCONDE DIETRO?

sfruttamento

Il basso costo di un capo di abbigliamento nasconde sempre un alto costo sociale e ambientale e fa sì che il consumatore acquisiti sempre di più rispetto a quello di cui ha realmente bisogno, insieme al costo di produzione, diminuisce anche la trasparenza sulla provenienza e lavorazione dei tessuti. Il senso del valore e dell’affezione di un indumento è praticamente svanito in virtù della possibilità di acquistare continuativamente altri indumenti, apparentemente più necessari dei precedenti. Il fast fashion gioca perfettamente su una sorta di processo neurologico in quanto l’abbigliamento incredibilmente economico rende facile l’acquisto e le frequenti nuove collezioni ci fanno desiderare sempre qualcosa di nuovo, qualcosa che non abbiamo.

Le campagne promosse negli ultimi anni lanciano appelli di sensibilizzazione, come quello ai produttori di jeans per fermare il sandblasting. Una tecnica per schiarire i tessuti denim, tramite un processo chimico che, se effettuato senza le dovute precauzioni, può causare una forma acuta di malattie polmonari mortali. I processi chimici non controllati non sono solo dannosi per chi confeziona i vestiti, ma anche per chi li indossa. Questi processi vengono utilizzati principalmente da piccole aziende che si trovano in Paesi che non prevedono nessuna tutela per la salute dei lavoratori come il Bangladesh, la Cina, la Turchia, il Brasile e il Messico.

Il mondo ha iniziato a rendersi conto dei risultati dannosi per l’uomo e l’ambiente della Fast Fashion seguito della tragedia di Rana Plaza, in cui il 24 aprile del 2013 crollò a Dacca una palazzina di otto piani dove erano collocate 5 diverse fabbriche tessili di abbigliamento per marchi internazionali. Solo a seguito di questa terribile tragedia il mondo ha iniziato a rendersi conto delle conseguenze umane del frenetico mercato della moda dove oltre al luogo di lavoro fatiscente, le fabbriche impongono ai dipendenti regimi di disciplina autoritaria, come turni estenuanti o l’agghiacciante pratica di chiuderli a chiave all’interno degli stabilimenti, rendendo vano ogni tentativo di fuga in caso di emergenza.

COME USCIAMO DA QUESTO CIRCOLO VIZIOSO?

Grazie alla nascita dello Slow fashion. Si parla per la prima volta di “moda lenta” nel 2007, quando la consulente di design sostenibile Kate Fletcher ha usato queste parole per definire un “tipo di produzione e di consumo di abbigliamento che vuole scardinare il consumismo crescente che permea l’ambito della moda”. Non è una tendenza, ma un approccio consapevole ed etico, che pone al centro del suo modello la tutela ambientale e i diritti dei lavoratori. Il concetto di moda sostenibile spinge ad una valorizzazione delle tradizioni produttive, delle arti e le risorse che ogni paese può offrire in contrapposizione all’adozione globale di canoni estetici e capi standardizzati.

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La frequenza con cui facciamo acquisti, la scelta dei capi e lo smaltimento dei vestiti che non usiamo più, hanno un impatto importante sul pianeta. Cambiare alcune delle nostre abitudini è una scelta che può contribuire ad una nuova strada verso la moda sostenibile. La nostra possibilità di scelta è motivo di sacrificio per qualcun altro. Aiutiamo noi stessi, il prossimo ed il nostro pianeta a vivere un presente ed un futuro migliore

Grazie!

Antonacci Marianna