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Ironia Orazio

Alessio Siri

Created on May 6, 2023

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Transcript

L'Ironia nelle Satire di Orazio

a cura di Moreddu Alessandro, Pellegrino Carlo e Siri Alessio

01

Ridendo castigat mores

L'uso dell'ironia per sconfiggere le cattive abitudini

Mi corre incontro un tale, a me noto solo di nome, e, afferrata la (mia) mano, (dice): “Come stai, carissimo (cosa carissima)?”. “Magnificamente, almeno per ora” Ma quello dice: “Dovresti conoscermi, sono un letterato”. Allora io: “Tu sarai per me più di questo”. Cercando disperatamente di allontanarmi, procedevo ora più velocemente, talvolta mi fermavo, dicevo non so che cosa nell’orecchio al mio servo, mentre il sudore mi colava fino ai talloni. Era questo il momento di interromperlo: “Hai una madre, dei parenti che hanno bisogno di te sano e salvo?” “Non ho nessuno: li ho seppelliti tutti”. “Beati loro! Adesso resto io. Finiscimi: infatti incombe su di me un triste destino che una vecchia Sabina (mi) predisse (quando ero) bambino, dopo aver agitato l’urna divina: “Costui non lo porteranno via né funesti veleni, né spada nemica né dolore di petto o tosse, né la gotta che rende lenti: costui, prima o poi, lo farà morire un chiacchierone e per caso doveva presentarsi in giudizio, avendo presentato garanzia e se non l’avesse fatto, avrebbe perso la causa. “Se mi vuoi bene, disse, assistimi un po’ qui”. “Possa io morire, se ho la forza di stare in piedi o (se) conosco il diritto civile: e (poi) mi affretto dove sai”. “Non so che cosa fare, disse, se lasciare te o la causa”. “Me, ti prego”. “Non lo farò” (disse) egli, e incominciò a precedermi. Io, poiché è difficile contendere col vincitore, (lo) seguo. “Mecenate in che rapporti è con te?” “Non viviamo lì in codesto modo che tu pensi: non c’è nessuna casa più pulita di questa né più distante da questi intrighi: non mi reca alcun danno, dico che il tale sia più ricco o più dotto (di me): ognuno ha il suo posto”

Un incontro inaspettato

(Sermones, I, 9) / esametri

Àccurrìt quidàm notùs mihi nòmine tàntum,àrreptàque manù "quid agìs, dulcìssime rèrum ?" "Suàviter, ùt nunc èst," At ìlle:"Nòris nòs 6," inquìt "doctì sumus." Hìc ego: "Plùris hòc" inquàm "mihi erìs." Miserè discèdere quàerens, ìre modo òcius, ìnterdùm consìstere, in àurem dìcere nèscio quìd puerò, cum sùdor ad ìmos mànarèt talòs Ìnterpèllandì locus hìc erat: "Èst tibi màter, cògnatì, quis tè salvò est opus?" "Hàud mihi quìsquam. Òmnis còmposuì". "Felicès! Nunc ègo rèsto. Cònfice; nàmque instàt fatùm mihi trìste, Sabèlla quòd puerò cecinìt divìna mòta anus ùrna:"Hùnc neque dìra venèna nec hòsticus àuferet ènsis nèc laterùm dolor àut tussìs nec tàrda podàgra; gàrrulus hùnc quandò consùmet cùmque: èt casù tunc rèspondère vadàto dèbebàt quod nì fecìsset, pèrdere lìtem. "Sì me amàs," inquìt "paulum hìc ades", “Ìntereàm, si àut valeò stare àut novì civìlia iùra; èt properò quo scìs". "Dubiùs sum quìd faciam", ìnquit, "tène relìnquam an rèm". "Me, sòdes". "Nòn faciam" ìlle, èt praecèdere còepit; ego, ùt contèndere dùrum cùm victòre, sequòr. "Maecènas quomodo tècum?" "Non ìsto vìvimus illic, quò tu rère, modò; domus hàc nec pùrior ùlla est nèc magis hìs alièna malìs; nil mi òfficit, ìnquam, dìtior hìc aut èst quia dòctior; èst locus ùni cùique suùs".

“Non verrò meno a me stesso:corromperò i servi con le mance; e, se oggi resterò fuori, non mi arrenderò; cercherò le occasioni,(gli) andrò incontro nei crocicchi, (lo) accompagnerò. Niente ha concesso la vita ai mortali senza grande fatica. Mentre fa queste cose, ecco,(ci) viene incontro Aristio Fusco, mio amico, e che conosceva bene quello lì. Ci fermiamo. “Da dove vieni e dove vai?” Domande e risposte (lett.: domanda e risponde). Incominciai a tirarlo e ad afferrargli con la mano le braccia assolutamente inerti, facendo cenni, storcendo gli occhi, perché mi sottraesse (a lui). Quello spiritoso a sproposito,ridendo, faceva finta di non capire: (e intanto) la bile mi bruciava il fegato.“A proposito, mi dicevi che volevi parlarmi di non so cosa in segreto”. “Me lo ricordo bene, ma te lo dirò in un momento migliore; oggi (è) il novilunio, (è) sabato: vuoi tu mancare di rispetto ai circoncisi Giudei?” “Non ho nessuno scrupolo religioso”, dico. “Ma io sì; sono un po’ più debole, (sono) uno dei tanti. (Mi) perdonerai; (ti) parlerò un’altra volta”. Questa giornata doveva proprio nascere così nera per me! Quel bastardo scappa, e mi lascia sotto la mannaia. Ma per fortuna gli viene incontro il (suo) avversario e: “Dove (vai) tu, mascalzone?” grida a gran voce e: “Vuoi farmi da testimone?” Io, ovviamente, (gli) porgo l’orecchio. Se lo trascina in giudizio; urla di qua e di là; Un accorrere di gente da ogni parte. Così mi salvò Apollo.

"Hàud mihi dèero: mùneribùs servòs corrùmpam; nòn, hodiè si èxclusùs fuerò, desìstam; tèmpora quàeram, òccurram ìn triviìs, dedùcam. Nìl sine màgno vìta labòre dedìt mortàlibus". Hàec dum agit, ècce Fùscus Arìstius òccurrìt, mihi càrus et ìllum quì pulchrè nossèt. Consìstimus. "Ùnde venìs et quò tendìs?" rogat èt respòndet. Vèllere còepi èt pressàre manù lentìssima bràcchia, nùtans, distorquèns oculòs, ut me èriperèt. Male sàlsus rìdens dìssimulàre; meùm iecur ùrere bìlis. "Cèrte nèscio quìd secrèto vèlle loquì te àiebàs mecùm". "Meminì bene, sèd meliòre tèmpore dìcam; hodiè tricèsima sàbbata: vìn tu cùrtis Iùdaeìs oppèdere?" "Nùlla mihi" ìnquam "rèligiò est." "At mì: sum pàulo infìrmior, ùnus mùltorum. Ìgnoscès; aliàs loquar". Hùncine sòlem tàm nigrùm surrèxe mihì! Fugit ìmprobus àc me sùb cultrò linquìt. Casù venit òbvius ìlli àdversàrius èt "Quo tù, turpìssime?" màgna ìnclamàt voce, èt "licet àntestàri?." Ego vèro òppono àuriculàm. Rapit ìn ius; clàmor utrìmque, ùndique còncursùs. Sic mè servàvit Apòllo.

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Sermones, I, 4

Hinc omnis pendet Lucilius, hosce secutus, mutatis tantum pedibus numerisque, facetus, emunctae naris, durus conponere versus. Nam fuit hoc vitiosus: in hora saepe ducentos, ut magnum, versus dictabat stans pede in uno; cum flueret lutulentus, erat quod tollere velles; garrulus atque piger scribendi ferre laborem, scribendi recte: nam ut multum, nil moror. Ecce, Crispinus minimo me provocat “accipe, si vis, accipiam tabulas; detur nobis locus, hora, custodes; videamus, uter plus scribere possit.” Di bene fecerunt, inopis me quodque pusilli finxerunt animi, raro et perpauca loquentis; at tu conclusas hircinis follibus auras usque laborantis, dum ferrum molliat ignis, ut mavis, imitare

della quantità io non so che farmene. Ecco che cento a uno Crispino mi sfida: 'Prendi le tavolette, se ci stai; le prenderò anch'io; fissiamo luogo, ora e testimoni: vediamo chi di noi sa scrivere piú versi'. Grazie agli dei, che mi fecero d'animo modesto e timido, di concise e pochissime parole: e tu imita fin che vuoi l'aria chiusa nei mantici di pelle che soffia senza posa, finché il fuoco non fonde il ferro.

Da questi in tutto deriva Lucilio, che ne segue l'esempio mutando solo metro e ritmo: arguto, di fiuto sottile, ma duro nel comporre i versi. Questo appunto fu il suo difetto: nello spazio di un'ora, come fosse gran cosa, dettava s'un piede solo duecento versi. Poiché scorreva limaccioso, v'era zavorra che avresti voluto togliere: loquace, certo, ma insofferente alla fatica dello scrivere, dello scrivere bene, intendo:

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Sermones, I, 4

Beatus Fannius ultro delatis capsis et imagine, cum mea nemo scripta legat, volgo recitare timentis ob hanc rem, quod sunt quos genus hoc minime iuvat, utpote [pluris culpari dignos. Quemvis media elige turba: aut ob avaritiam aut misera ambitione laborat. Hic nuptarum insanit amoribus, hic puerorum: hunc capit argenti splendor; stupet Albius aere; hic mutat merces surgente a sole ad eum, quo vespertina tepet regio, quin per mala praeceps fertur uti pulvis collectus turbine, nequid summa deperdat metuens aut ampliet ut rem. Omnes hi metuunt versus, odere poetas. “Faenum habet in cornu, longe fuge; dummodo [risum excutiat, sibi non, non cuiquam parcet amico et quodcumque semel chartis inleverit, omnis gestiet a furno redeuntis scire lacuque et pueros et anus.” Agedum pauca accipe contra

Beato Fannio che divulga libri e ritratto di propria iniziativa: i miei scritti invece non li legge nessuno, ed io non oso recitarli in pubblico, perché c'è chi non gradisce il genere mio, visto che i piú sono degni di biasimo. Scegline uno qualsiasi in mezzo alla folla: se non è l'avarizia, lo tormenta una meschina ambizione. Uno perde la testa per le spose, l'altro per i fanciulli; questo è sedotto dai bagliori dell'argento, Albio va in estasi davanti ai bronzi; quello baratta merci in ogni luogo, da dove sorge a dove nel vespero intiepidisce il sole, e quasi non bastasse,

si lancia a capofitto tra i pericoli, come polvere sollevata da un ciclone, temendo di perdere il capitale o tentando di accrescerlo. Tutti questi temono i versi e odiano i poeti. 'Ha il fieno sulle corna, fuggilo! Pur di strappare una risata, costui non risparmia sé stesso e neppure l'amico; in piú, scarabocchiate le sue carte, smanierà che le conoscano tutti, schiavi e vecchiette, chi torna dal forno o dalla fontana.' Via, ascolta due parole in difesa.

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Sermones, I, 4

'Tu godi a offendere', mi dice, 'e lo fai di proposito per cattiveria.' Dove prendi l'accusa che mi scagli contro? Ne è forse autore uno di quelli con cui vivo da sempre? Chi sparla dell'amico assente, chi non lo difende quando l'accusano, chi cerca la risa smodate della gente per esser detto spiritoso, chi sa inventare cose inesistenti e chi non sa mantenere un segreto: questa è l'anima nera, da cui tu, romano, devi guardarti.

A volte nei triclini vedi che cenano quattro per letto e uno fra loro che si diverte a spargere su tutti maldicenze, eccetto su chi offre da bere; ma poi anche su questo, quando, ormai brillo, la franchezza del vino rivela i segreti che ha in cuore: a te, che te la prendi coi maligni, questo sembra gioviale, arguto e franco: ed io, se rido

perché quel bellimbusto di Ruffillo olezza di profumi e Gargonio di caprone, io ti sembro acido, velenoso? Se in tua presenza si facesse cenno ai furti di Petillio Capitolino, tu lo difenderesti, com'è tua abitudine: 'Con Capitolino ho vissuto insieme, siamo amici d'infanzia e per amor mio, quando gliel'ho chiesto, mi fece una quantità di favori: sono lieto che se la passi sano e salvo in città; non riesco a capire però come abbia fatto a cavarsela in quel processo'.

(da verso 40) non mi dirai che basta chiudere in ritmi un verso per essere poeta o che sia tale chi come me scrive al limite della conversazione. Solo a chi ha genio, afflato divino e sublimità d'espressione

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Sermones, I, 4

“Laedere gaudes” inquit “et hoc studio pravus facis.” Unde petitum hoc in me iacis? est auctor quis denique eorum,vixi cum quibus? absentem qui rodit, amicum qui non defendit alio culpante, solutos qui captat risus hominum famamque dicacis, fingere qui non visa potest, conmissa tacere qui nequit: hic niger est, hunc tu, Romane, caveto, Saepe tribus lectis videas cenare quaternos, e quibus unus amet quavis aspergere cunctos praeter eum qui praebet aquam; post hunc quoque potus, condita cum verax aperit praecordia Liber: hic tibi comis et urbanus liberque videtur infesto nigris: ego si risi, quod ineptus pastillos Rufillus olet, Gorgonius hircum, lividus et mordax videor tibi? Mentio siquae de Capitolini furtis iniecta Petilli te coram fuerit, defendas, ut tuus est mos: “me Capitolinus convictore usus amicoque a puero est causaque mea permulta rogatus fecit et incolumis laetor quod vivit in urbe; sed tamen admiror, quo pacto iudicium illud fugerit”:

02

L'Ironia fine a se stessa

Sermones I, 3

Epodo III

A’ musici è comun questo difetto, Che pregati a cantare infra gli amici, Mai non fan grazia; se nessun gli cerca, Costor non danno mai più fine al canto. Uno gli disse: Bada a te: non sai Che ti conosco? e di gabbarne intendi? Menio rispose: A me medesmo poi Amo e so perdonare. O d’ogni biasmo Degno amor proprio, e dissennato e ingiusto! Perch’è tosato mal, perchè la toga Non ben gli quadra al dosso, al piè la scarpa, Ma per bontà va innanzi a tutti, è amico,

Se qualcuno, con mano empia, taglia la gola al vecchio padre, dovrà mangiare l’aglio, che è peggio della cicuta. O duri stomaci dei mietitori! Che veleno è questo, che mi strazia le viscere? Forse sangue di vipera, cotto di nascosto con le erbe? O è Canidia che ha preparato questa porcheria? Quando Medea contemplò fra tutti gli Argonauti il loro splendido capo, con questo lo unse, quando doveva mettere ai tori il giogo a loro ignoto, di questo imbevve i suoi doni per vendicarsi della rivale e fuggire sul drago alato. Mai tanta arsura calò dalle stelle sopra la Puglia assetata, né più di questo bruciava il dono indossato sulle spalle dal possente Ercole. Se avrai ancora di simili voglie, spiritoso Mecenate, ti auguro che la tua bella opponga la mano al tuo bacio, e vada a dormire sulla sponda del letto.

Grazie per la visione!

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