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ARTE GRECA,ETRUSCA,ROMANA

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Created on May 2, 2023

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Transcript

Arte greca

Sinopoli, Andrighetto, Pelusi, Toscano,Caruso, Parisi, Sgrò

I temi e la mimèsi

"Temi fondamentali dell'arte e della cultura greca sono l'Uomo e la Natura. La natura viene indagata in tutti i suoi aspetti, alla ricerca delle sue leggi essenziali. Nell'arte le forme naturali sono viste come perfette e vengono tradotte con la geometria, applicando i suoi principi: la simmetria, la proporzione. L'uomo viene concepito come la più perfetta tra le forme della natura e forme umane vengono attribuite agli dei dell'Olimpo greco. Nell'arte come anche nella filosofia greca la figura dell'uomo è centrale e viene rappresentato secondo un canone, cioè un sistema ideale e razionale di rapporti proporzionali che diventa misura di ogni cosa. Dal canone, applicato a tutti i campi della produzione artistica, deriva un'estetica basata sull'armonia e sull'equilibrio. Accanto a questo aspetto, l'osservazione e lo studio della natura porta alla mimési, intesa come somiglianza visiva della forma artistica alla forma della natura. Il risultato di questa ricerca espressiva è una forma ideale dove la bellezza esteriore corrisponde ad una bellezza interiore.

Le fasi dell'arte greca

L’arte greca può essere suddivisa in quattro grandi periodi.

  • geometrica (IX-VIII secolo a.C.), Il Periodo geometrico è quello della nascita e della formazione della civiltà figurativa greca, la figura umana è poco rappresentata o lo è in forma molto elementare, si assiste ad una ripresa con numerosi manufatti soprattutto ceramici provenienti da diversi centri.
  • arcaica (VI secolo-480 a.C.), l’idea di proporzione diventa centrale per gli artisti, che la applicano alla città, alla forma del tempio e agli ordini architettonici (dorico e ionico); migliora inoltre la resa della figura umana e si sviluppa la pittura vascolare (ovvero dei vasi) “a figure nere” e “a figure rosse”.
  • classica (dal 480 a.C. all’età di Alessandro) costituisce la fase di massimo splendore della produzione artistica greca , vede la nascita di piani urbanistici razionali, lo sviluppo del tempio e la rappresentazione della figura umana armonica e in movimento.
  • ellenistica (dall’età di Alessandro al 31 a.C.) ha orizzonti più ampi, l’architettura diventa scenografica, mentre nella scultura si vedono all’opera tendenze diverse, come quelle che privilegiano la ricerca del realismo o il gusto per il pàthos.

Punti chiave dell'arte greca

Proporzione:Architetti e scultori greci si sforzano sempre di applicare alle loro creazioni rapportiproporzionali ideali, in modo da trovare un equilibrio perfetto tra le singole parti. Tempio:Il tempio è l’edificio destinato a ospitare la divinità, ma la sua importanza non è solo religiosa. Esso sintetizza infatti in forma architettonica i valori disimmetria, misura, ordine e proporzione che costituiscono i fondamenti dell’arte ellenica. Corpo:Il corpo è nella scultura espressione della perfezione. Movimento:Gli artisti greci danno sempre grandissima importanza alla rappresentazione della figura umana in movimento, frutto della consapevolezza che per rappresentare in modo naturalistico l’anatomia è necessario capire e riprodurre le connessioni reciproche esistenti tra le varie parti del corpo, e quindi i movimenti. Pathos:Il pàthos esprime emozioni intense tramite l’alterazione della fisionomia del volto e una postura del corpo quasi innaturale, che esprime agitazione e tensione tramite gesti concitati, torsioni improvvise, muscoli in evidenza.

La greciaArcaica

La grecia arcaica

La nascita della polis
Vaso di Dypilon

Il termine “geometrico”, con cui è indicata questa fase dell’arte greca si deve proprio al tipo di decorazione dei vasi, caratterizzata da motivi geometrici e, in un primo tempo, priva di elementi figurativi. Con l’inizio del VIII secolo a.C. cominciarono a comparire delle scene figurate, per esempio battaglie, naufragi, scene di caccia, cortei funerari e animali. il corpo umano era reso in forma convenzionale, con toraci triangolari, braccia lineari e volti ovali.

Il tempio

IIl tempio greco sorgeva su fondamenta in pietra che sostenevano un basamento orizzontale (il crepidòma), reso facilmente accessibile tramite una gradinata; sulla parte superiore di questo basamento, chiamata “stilòbate”, poggiavano strutture verticali (colonne e pareti); queste strutture verticali sostenevano a loro volta una struttura orizzo,(Entale, la trabeazione, conclusa da un tetto e un frontone sovrastato da decorazione chiamate “acrotèri”. Il corpo centrale dell’edificio corrispondeva al nàos, ossia alla parte del tempio destinata più propriamente al culto: esso era formato di solito dalla cella, che accoglieva la statua della divinità (àgalma), dal prònao (lo spazio porticato che precede l’ingresso alla cella) e dall’opistòdomo (lo spazio situato dietro la cella, spesso usato per raccogliere degli ex voto). La cella a seconda delle dimensioni, poteva essere suddivisa in due o tre navate dallefile di colonne innalzate al suo interno per sostenere il tetto.

Tipologie di templi

Tempio prostilo
Tempio in antis
Tempio a oìkos
Tempio doppiamente in antis
Tempio anfiprostilo

Tipologie di templi

Tempio pseudoperiptero
Tempio diptero
Tempio periptero
Tempio Tholos
Tempio ipetro

Ordini architettonici

Nella costruzione del tempio, gli architetti greci ricercano la perfetta armonia tra gli elementi verticali delle colonne e le strutture orizzontali, mettendo in rapporto tra loro le proporzioni delle varie parti. Nel tempo vengono elaborati tre principali stili o ordini architettonici: il dorico, lo ionico e il corinzio, che si caratterizzano per le dimensioni della colonna, per la forma del capitello e per il tipo di fregio. Gli ordini sii sviluppano in epoche e luoghi differenti.

Ordine dorico

E’ il più antico degli ordini, si diffonde dall’VIII secolo a.C. nella Grecia continentale e nella Magna Grecia. La colonna, senza base, è composta da vari blocchi di pietra, ha il fusto rastremato, cioè che si restringe verso l’alto e ha un rigonfiamento nella zona centrale (éntasis).Il capitello è molto semplice, mentre il fregio è suddiviso in metope (che possono essere lisce, scolpite o dipinte) e in triglifi. L’aspetto complessivo dell’edificio è semplice e massiccio.

Ordine ionico

Questo stile nasce nel VI secolo a.C. nelle città greche dell’Asia Minore e si sviluppa poi nella Grecia continentale e nelle isole. La colonna presenta uno slancio maggiore rispetto a quella dorica; non poggia direttamente sullo stilobate, ma su una base circolare formata da elementi concavi e convessi (trochilo e toro). Il fusto ha scanalature più fitte di quello dorico. Il rigonfiamento al centro è assente. Il capitello presenta una decorazione più elaborata rispetto a quello dorico, mentre il fregio è composto da una fascia continua spesso decorata con rilievi. Nel complesso lo stile ionico è più leggero e raffinato di quello dorico.

Ordine corinzio

Questo stile si sviluppa alla fine del V secolo a.C. ma si diffonde maggiormente in età ellenistica. La colonna poggia su una base simile a quella ionica e il suo fusto, scanalato, è sottile e slanciato. Il capitello è riccamente decorato con motivi vegetali che imitano le foglie di acànto.Il fregio è una fascia continua non decorata. L’ordine corinzio è uno stile elegante ed elaborato e sarà molto utilizzato nell’architettura romana.

L'evoluzione della scultura a tutto tondo

Nella scultura a tutto tondo ebbero grande diffusione le immagini di giovani nudi, i koùroi “kurui” (singolare, koùros “kurus”), e di fanciulle vestite, le kòrai “korai”(singolare, kòre “kore”). Koùroi e kòrai adottano pose codificate e frontali: i giovani, simbolo di un ideale eroico e atletico, sono nudi, portano i capelli lunghi raccolti in acconciature elaborate, tengono le braccia distese lungo i fianchi con pugni chiusi e muovono in avanti una gamba, mantenendo però entrambi i piedi ben piantati a terra; le fanciulle, colte nell’età che precede le nozze, portano gioielli e acconciature molto raffinate, vestono con ricchezza e incedono offrendo un oggetto, tenuto sul petto nella mano sinistra,oppure nella destra piegata in avanti, mentre l’altra mano sostiene la veste.

Queste statue erano usate come segnacoli tombali (sèmata) raffiguranti il defunto, oppure erano offerte agli dèi (anathèmata) nei santuari, dove potevano rappresentare l’offerente, una sacerdotessa o anche la divinità stessa o un eroe. Esse erano espressione degli ideali aristocratici del tempo: la forza e la nobile fierezza nel caso dei koùroi, la ricchezza e la prosperità nel caso delle kòrai. Il sorriso arcaico. Si definisce “sorriso arcaico” una particolare resa della bocca, tipica delle sculture maschili e femminili di età arcaica, simile a un sorriso, che in realtà non esprime un particolare stato d’animo ma costituisce un’espressione convenzionale.

I koùroi: la forza e la fierezza.

Koùros 1 del Sunio
Dioscuri
Moscoforo
Koùros di Milo

Le kòrai: ricchezze e prosperità.

Kòre con il peplo
Era di Samo
Kòre Antenore

La ceramica dipinta

La realizzazione dei vasi

La produzione dei vasi era frutto di un lavoro di èquipe in cui emergevano la figura del ceramista, che modellava il vaso al tornio, e del ceramografo che lo dipingeva. Le forme e le dimensioni dei vasi variavano in base alla funzione: per esempio, le anfore e i lekythoi servivano per contenere rispettivamente alimenti e olio; i crateri erano utilizzati sulle tavole per mescolare l’acqua e il vino, le kylix erano coppe da vino usate nei banchetti ecc. I motivi decorativi dei vasi e la tecnica di esecuzione cambiarono nel tempo. Gli stili principali sono: lo stile geometrico, quello a figure nere e quello a figure rosse.

La decorazione su vasi di ceramica detta anche arte vascolare è la forma di pittura greca oggi meglio documentata in quanto si sono conservate poco tracce dei dipinti eseguiti su tavola o sulle pareti dei palazzi. La produzione della ceramica ebbe un notevole sviluppo in tutta la Grecia e in particolare ad Atene, dove un intero quartiere, chiamato Ceramico, era occupato dalle più importanti botteghe di vasai.

Le tecniche della ceramica

La tecnica delle figure rosse.

Alla fine del VI secolo a.C. i vasai ateniesi inventano la tecnica delle figure rosse, così chiamata perché le immagini mantengono il colore dell’argilla mentre lo sfondo è verniciato di nero. I particolari tracciati con un sottile pennello rendono le figure molto più espressive.

La tecnica delle figure nere

Tra la fine del VII secolo a.C. e l’inizio del VI si sviluppa la tecnica a figure nere in cui le immagini, dipinte con la vernice nera, risaltano sullo sfondo color rossastro dell’argilla cotta.I dettagli delle figure erano prima incisi con una punta che asportava la vernice nera, poi evidenziati con ritocchi bianchi.

    Exechìas
    Ergotimo e Clizia
    Eufronio, Cratere con Eracle e Anteo

    La greciaclassica

    L'archittetura ateniese

    Tempietto di Atena Nike

    Il piccolo edificio è anfiprostilo, con quattro colonne sia in facciata sia sul retro, eretto su un alto crepidoma. Il colonnato di ordine ionico sostiene un architrave a tre fasce, sormontato da un fregio in cui sono raffigurate una scena cultuale e tre scene di battaglia, nelle quali gli ateniesi affrontano i persiani e altri greci (forse un’allusione alla guerra delPeloponneso in corso).

    L'archittetura ateniese

    Eretteo

    L’ultimo edificio realizzato fu l’Eretteo che ebbe il compito di accogliere il culto di Atena Poliàs (la divinità principale venerata nel tempio), integrandolo con quelli di Poseidone (dio del mare), Efesto (dio del fuoco), Cècrope (il primo mitico re di Atene, considerato il fondatore della città), la figlia di questi Pàndroso ed Eretteo (altro leggendario re di Atene), da cui il nome della struttura. La necessità imposta da questa anomala concentrazione di culti ebbe come risultato la costruzione di un complesso edificio asimmetrico, disposto a quote diverse e costituito da un corpo centrale ampliato da due porticati laterali. La facciata del corpo centrale, rivolta a est, è prostila, esastila ed ordine ionico, mentre sul lato opposto si trova un ordine di semicolonne ioniche addossate alla parete. A sud l’edificio si espande verso il Partenone nella piccola loggia delle Cariatidi, con statue femminili in funzione di colonne.

    L'archittetura ateniese

    Partenone

    Il più importante tra gli edifici realizzati sull’acropoli di Atene fu il Partenone, ossia il tempio dedicato ad Atena Parthènos (Vergine), la dea protettrice della città. Il progetto fu affidato agli architetti Ictino e Callicrate, ed ebbe Fidia come soprintendente alla decorazione scultorea. L’edificio, iniziato nel447 e ultimato nel 438 a.C., sorse sulle rovine di un precedente tempio dorico, in corso di costruzione al tempo dell’occupazione persiana. Questa struttura più antica condizionò profondamente l’opera degli architetti, perché dovette essere inglobata nel nuovo edificio e adattata a nuove proporzioni, e in questo senso il Partenone costituisce un’abilissima opera di trasformazione. Il tempio, di impianto dorico, aveva 8 colonne sui lati brevi e 17 sui lunghi.Il deambulatorio era piuttosto stretto per lasciare più spazio al nàos. Quest’ultimo era anfiprostilo, ma aveva un’articolazione interna complessa, determinata da ragioni pratiche e cultuali: il tempio doveva infatti ospitare la sala del tesoro.

    Lo stile severo

    La scultura di stile severo rinunciò alla raffinatezza tipica del tardo arcaismo per ricercare una maggiore espressività. Gli artisti si allontanarono dai canoni tradizionali per rappresentare con precisione il corpo umano, del quale avevano ormai padronanza anatomica. Furono definitivamente abbandonati alcuni espedienti espressivi collaudati come la frontalità, il sorriso arcaico e la resa delle acconciature mediante la tecnica della perlinatura (cioè a piccole sfere) Inoltre, rispetto all’età arcaica, il linguaggio artistico divenne più uniforme: gli scultori di stile severo usarono accorgimenti formali simili in tutta la Grecia, con pochissime differenze regionali. Le novità maggiori si osservano nella resa del movimento, campo in cui furono elaborate soluzioni sempre più efficaci grazie ai progressi tecnici della bronzistica: la fusione a cera persa consentì infatti la costruzione di figure capaci di muoversi nello spazio.

    La fusione in bronzo a cera persa

    Tecnica inventata durante il periodo dello stile severo, il procedimento di lavorazione viene definito “per aggiunta”, si parte infatti dallo scheletro del soggetto da rappresentare con alcuni ferri incastrati tra di loro. Successivamente il tutto viene ricoperto di argilla e poi ancora dalla cera che permette di far seccare lo strato realizzato prima in argilla, poi sempre con questi stessi materiali viene creata come una sorta di conchiglia. Si scavano poi alcuni canali per arrivare allo strato di argilla più profondo ed interno, la struttura viene poi messa nel forno e qui: 1. L’argilla cuoce diventando terra cotta; 2. La cera si scioglie ed esce dai canali; Rimaneva poi anche un’intercapedine vuoto che veniva successivamente riempito dal bronzo fuso attraverso i canali e, seccandosi, ricalca la struttura di argilla che con martello si distrugge facilmente. Con questo procedimento lungo e complicato, si possono creare altre sculture dalla prima.

    Bronzi di riace

    I Bronzi sono stati recuperati nel 1972 nel mar Ionio, presso Riace, in Calabria. Sono state fatte molte ipotesi sulla loro provenienza ma senza raggiungere alcuna certezza; le recenti analisi delle terre di fusione rimaste all’interno delledue statue hanno comunque suggerito che la fusione sia avvenuta nel Peloponneso, probabilmente ad Argo. Le statue raffigurano due guerrieri stanti e nudi. In origine essi erano armati di lancia, impugnata nella mano destra, e di scudo, portato sul braccio sinistro piegato. Diversi elementi stilistici – la ponderazione simile, il trattamento della muscolatura, con i deltoidi in grande rilievo, e le proporzioni analoghe delle singole parti del corpo – fanno ritenere che le due statue appartenessero a un unico gruppo statuario. Ciò non toglie che esse abbiano caratteristiche diverse. Il Guerriero A, oggi a capo scoperto ma in origine protetto da un elmo, sembra più aggiornato e vicino al linguaggio di Policleto nella resa di alcuni dettagli anatomici, come la tensione delle vene e dei tendini delle braccia e delle mani, che stringevano con forza le armi; tuttavia, proprio la complessa acconciatura ricorda da vicino modelli di stile severo. Inoltre, allo stile severo è legato anche lo studio degli effetti del movimento brusco della testa sulla massa dei lunghi capelli ondulati trattenuti da una benda. Il Guerriero B è ritratto nella stessa posa del compagno, ma è più anziano, ha una pettinatura più semplice e un aspetto meno energico. Come il compagno, in origine indossava l’elmo, ora perduto, ma sopra una specie di cuffia in feltro. Rispetto all’altra figura, questa è più aggiornata nelle resa della ponderazione, più fluida rispetto a quella dell’altro guerriero e di altri dettagli anatomici come dimostra la resa delle ginocchia e delle vene dei piedi, ma la muscolatura del braccio e della mano destra è meno sviluppata e in tensione. Due artisti diversi? Lo stile dei due scultori si pone a cavallo tra le esperienze degli artisti di stile severo e le novità che di lì a poco furono sviluppate da Policleto. La datazione delle due statue intorno al 450 a.C. sembra quindi l’ipotesi più probabile.

    Fidia

    Apollo Parnòpios

    Fra il 470 e il 450 a.C. Fidia fu attivo esclusivamente come bronzista, ottenendo una serie di prestigiose commissioni pubbliche per offerte votive sull'Acropoli di Atene, sua città di origine. Esse dimostrano che lo scultore possedeva già un'officina ben organizzata e importante. Le fonti ci tramandano poco della sua giovinezza: probabilmente formatosi presso la bottega di Egia, abbandona ben presto lo stile severo per inaugurare quello classico. Viene ricordato soprattutto come supervisore al cantiere del Partenone, importante tempio dedicato alla dea Atena, che ancora oggi svetta sull'Acropoli della città. Fidia dal 447 a.C. collabora con Callicrate e Icting anche come architetto, ma soprattutto come scultore per realizzare la decorazione dell'edificio. A lui si devono le metope, i rilievi del fregio continuo, le statue dei frontoni occidentale e orientale, e la grandissima statua della dea Atena, in oro e avorio. Lo stile di Fidia si distingue per equilibrio, serenità e simmetria, nonché per la naturalezza dei gesti che caratterizza le sue opere, E merito anche di Fidia l'ideazione della tecnica del panneggio bagnato che, sfruttando il chiaroscuro delle vesti. permette di mettere in evidenza l'anatomia dei corpi scolpiti. La carriera di Fidia subisce un brusco colpo a causa di un indicente giudiziario che lo vede coinvolto proprio mentre lavora alla statua di Atena. Viene accusato di avere rubato parte dell'oro destinato alla realizzazione del colosso e, fatto ancora più grave, viene accusato di empietà, ossia di sacrilegio, per aver osato immortalare se stesso e Pericle sullo scudo della dea, nella scena dedicata alla battaglia delle Amazzoni. Oggi di questa statua non ci restano che piccole copie in miniatura, ma pensate che per la veste di Atena è stata necessaria una tonnellata di oro! Il costo di una statua cosi grande e preziosa infatti è uguale a quello di una flotta di 200 navi triremi!

    Mirone

    Discobolo

    Mirone è una figura di passaggio tra lo stile severo e quello classico. Autore di statue di bronzo, lavorò prima a olimpia e poi ad Atene, eccellendo nelle immagini di atleti e animali. La sua ampia produzione è sopravvissuta solo attraverso le copie di poche opere.

    Policleto

    Doriforo

    Fu un bronzista si dedicò per lo più a statue di atleti e di eroi, note solo tramite copie.

    La greciaellenistica

    L'affermazione del ritratto

    Nel corso del IV secolo a.C., si assiste all’affermazione del ritratto fisionomico, che trovò nel momento di passaggio tra età classica ed Ellenismo interpreti raffinati come Silaniòne, Lisìstrato e Lisippo. Questi artisti furono i primi a dare un’interpretazione psicologica della fisionomia individuale, in modo tale da esprimere sia le qualità morali sia il ruolo sociale dell’effigiato, creando così una particolare combinazione tra realismo e psicologia personale. Fu soprattutto Lisippo, attraverso ritratti di Alessandro Magno e Aristotele, a influenzare l’evoluzione del genere in età ellenistica, modellando esemplari che daranno vita ai due filoni più importanti: il ritratto del sovrano e quello dell’intellettuale.

    Lisippo

    Alessandro a cavallo
    Ritratto di Aristotele
    Ritratto di Alessandro

    Emblemi del periodo ellenistico

    Il Laocoonte
    venere di Milo
    Nike di Samotracia

    Pittura

    La pittura ellenistica è documentata attraverso l’arte funeraria macedone.Questa testimonianza consente di ricostruire una fase di conquiste importanti in ambito pittorico: l’incidenza della luce sui corpi era studiata attentamente, così le sfumature cromatiche, che, unite ai giochi di chiaroscuro, intendevano riprodurre la terza dimensione disegnando i volumi delle figure.

    Apelle

    Apelle, maestro di transazione tra l’età classica e quella ellenistica, era noto in particolare per eccellere nel chiaroscuro. Le sue opere risultano purtroppo perdute e note solo da copie.

    Alessandro Keraunophòros

    Alessandro Keraunophòros (portatore di fulmine) dipinto nel 334 a.C. e noto da una copia romana del I secolo d.C. Apelle ritrasse Alessandro assimilandolo a Zeus, infatti il re stringe il fulmine del dio nella mano sinistra e lo scettro nella destra mentre siede in trono, imitando così anche nella posa il sovrano degli dèi. Tutta la figura è di scorcio, la testa si volta perché si colga lo sguardo.

    Arte etrusca

    "L’arte etrusca si sviluppa a partire dal IX secolo nella penisola italica, e precisamente tra i fiumi Arno e Tevere ed il mar Tirreno. Il suo periodo di massimo splendore si verifica intorno al VI secolo, quando il popolo etrusco si estese fino alla pianura padana, a nord e fino in Campania, a sud, fondando nuove città. Successivamente il popolo etrusco fu costretto a confrontarsi con la nascente potenza di Roma, che lo sottomise definitivamente nel 289 a.C. Da sempre le origini e le vicende degli Etruschi sono avvolte da un’aura di mistero, favorita dall’incerta provenienza e dal fatto che la lingua, mutuata in parte da quella greca e sviluppatasi poi in maniera indipendente, non è stata del tutto ancora decifrata. Lo storico greco Erodoto asserisce che gli Etruschi provenivano dall’Oriente, mentre Dionigi di Alicarnasso dice che sono nati nel contesto delle culture dei popoli italici e qui si sono evoluti, accogliendo, nella lingua e nell’arte, apporti orientali, greci ed italici, fino ad arrivare ad una piena autonomia. L’arte etrusca, come per gli Egiziani, è influenzata totalmente dalla religione: tutto quello che è arrivato fino a noi, infatti, proviene dalle tombe etrusche, conservate nelle necropoli (città dei morti). Nonostante i fiorenti rapporti commerciali con la Grecia, infatti, la concezione dell’arte, per gli Etruschi, non è vista come una libera attività dello spirito, ma piuttosto è legata a necessità di ordine pratico e religioso. Diversamente dagli Egiziani però, il rapporto con la morte è cupo: i demoni infernali erano molto temuti, e l’unico modo per sottrarsi a punizioni divine terribili era quello di costruire tombe e templi riccamente decorati, con corredi funebri quanto più sfarzosi possibile, per assicurarsi la benevolenza degli dei. Ciò spiega forse la mancanza di introspezione psicologica e di emozione nei ritratti. Non c’è dunque nessuna evoluzione stilistica, ma piuttosto un ripetersi di stili e tecniche consolidati.

    L'architettura etrusca

    Per questo le città etrusche sono scomparse, sono rimaste solo lefondamenta in pietra dei templi e le tombe (scavate sottoterra, rivestite in pietra o costruite in pietra). Per l'architettura etrusca è di fondamentale importanza il colore. Tutta l'architettura etrusca in origine era dipinta e decorata. Le pitture meglio conservate sono quelle delle pareti delle tombe. Ma anche gli edifici pubblici, sacri e civili e quelli privati erano decorati con pannelli o lastre applicati alle pareti. Le stesse maestranze al servizio delle famiglie principesche etrusche lavoravano sia nella decorazione delle tombe, che nelle case private e negli ambienti della città.

    L’architettura etrusca si basa su importanti innovazioni strutturali ed urbanistiche, che riguardano il loro modo di costruire le città, sia quelle per i vivi che quelle per i morti. Mentre per l'architettura civile: cinte murarie, porte delle città, ponti, sistemi di drenaggio, gli Etruschi usano soprattutto la pietra, per le case e per i templi usano materiali deperibili come legno e mattoni per le strutture portanti, terracotta e stucco per le rifiniture e le decorazioni.

    La città dei vivi

    All’inizio della loro civiltà, cioè intorno al IX sec. a.C., gli Etruschi non fondavano le loro città secondo un piano prestabilito. Le città erano composte da agglomerati di villaggi che si univano gli uni agli altri, per accrescimento progressivo. Soltanto intorno al VI secolo a.C., che abbiamo individuato come il momento di massima fioritura della civiltà etrusca, viene stabilita la cosiddetta “disciplina” per la costruzione delle città. Individuato un luogo ben posizionato dal punto di vista geografico (vicino ad un fiume o al mare), ascoltati i sacerdoti sulla bontà del luogo, i costruttori, mediante un aratro, tracciavano il perimetro esterno, di solito di forma quadrangolare. All’interno individuavano tre o quattro strade principali, orientate da est a ovest, ed una serie di strade secondarie perpendicolari, orientate cioè da nord a sud. All’interno di queste aree, individuate dall’incrocio delle strade, si posizionavano le abitazioni, di carattere plurifamiliare e non solo in legno, ma anche in mattoni. Ciò è ancora evidente dalla planimetria della città di Marzabotto, che si trova vicino Bologna (la stessa città di Bologna venne fondata dagli Etruschi), come possiamo vedere nell’immagine a fianco.

    L'arco

    Le città degli Etruschi erano circondate da mura, che spesso assumevano dimensioni gigantesche. Esse venivano realizzate “a secco”, senza impiegare cioè nessun collante tra un elemento e l’altro. Tali elementi, in pietra calcarea o tufo, erano monolitici, sagomati a forma parallelepipeda e messi in opera uno accanto all’altro in filari “isodomi”, cioè in filari composti da blocchi di uguali dimensioni e 4) e posati in modo che la giuntura tra gli elementi di ciascun filare poggiava sul centro di un blocco sottostante. Questa tecnica era già nota sia agli Egizi che ai Greci. Successivamente venne perfezionata dai Romani, che la chiamarono “opus quadratum”. L’ingresso nella città avveniva mediante il passaggio sotto alle porte, che potevano essere da 4 a 7. La novità rispetto alle strutture greche (come la Porta dei Leoni a Micene) fu che la porta non presentava un sistema trilitico, cioè con architrave, ma un sistema con arco semicircolare. Un’importante testimonianza di ciò è rappresentata dalla Porta dell’Arco a Volterra, che vediamo nell’immagine a fianco. Probabilmente gli Etruschi conobbero l’arco dai Babilonesi, attraverso la mediazione della città greca di Corinto. Gli elementi verticali su cui poggia l’arco si chiamano “piedritti”. La parte interna dell’arco, quella visibile a chi passa sotto, si chiama “intradosso”, mentre quella esterna “estradosso”; l’arco stesso è costituito da vari blocchi a forma di piramide tronca, detti “conci”; per la costruzione si partiva dai piedritti, poi si saliva da entrambi i lati posizionando i conci; l’ultimo concio che veniva posizionato era quello centrale, detto “concio in chiave di volta”, che faceva reggere l’intera struttura. Quest’arco è particolare perchè alle due imposte e nel concio in chiave di volta presenta tre teste, probabilmente di alcune divinità protettrici della città, ormai non più riconoscibili perchè troppo consumate. La Porta dell’Arco di Volterra risale al IV secolo a.C.

    Il tempio

    La città dei morti

    La paura che gli Etruschi avevano delle divinità fece sì che essi si dedicassero con grande attenzione alle “necropoli”, che vuol dire “città dei morti”, perchè le divinità avrebbero mostrato la loro potenza distruttrice proprio nell’aldilà. Anche le necropoli erano organizzate come le città dei vivi, ordinate e orientate come quelle e poste fuori dalla cinta muraria. Tra le necropoli più importanti abbiamo la necropoli della Banditaccia a Cerveteri, All’inizio gli Etruschi praticavano la cremazione, ma a partire dall’VIII secolo cominciarono a seppellire i loro morti. Le tombe dovevano assomigliare a delle vere e proprie case, pertanto venivano costruite in pietra (ragione per la quale si sono conservate fino ad oggi). La tomba riproponeva spesso la forma della casa che il morto aveva abitato in vita e veniva riempita di cibi, bevande, utensili e volti amici affrescati sulle pareti, che assumevano così colori molto vivaci, visto che la tomba non aveva finestre. Le forme delle sepolture cambiarono nel corso del tempo, fino ad individuare tre diverse tipologie: tombe ipogee,  tombe a tumulo, tombe a edicola

    Tombe

    Tomba ipogea
    Tomba a edicola
    Tomba a tumulo

    Scultura

    La scultura etrusca era fortemente collegata alla religione. Tutte le decorazioni plastiche degli etruschi avevano infatti una destinazione funeraria, perchè dovevano accompagnare il defunto nell’oltretomba. Gli oggetti dunque erano offerte votive per onorare gli dei, oppure erano destinati a riempire le tombe o ancora servivano per decorare i templi. Il materiale privilegiato era il bronzo; il marmo non era utilizzato ed un altro materiale molto spesso usato era la terracotta dipinta. Si può dire anzi che la “coroplastica” (significa “lavorazione della terracotta”, perchè deriva dal greco “chòra“, che vuol dire “terra” e “plastikòs“, che vuol dire “modellato”) era un’attività di tutto rispetto e molto utilizzata come forma di espressione. In Grecia invece la coroplastica era considerata una forma di artigianato minore. L’influenza greca sulla scultura etrusca fu abbastanza forte, anche se gli Etruschi non raggiunsero mai l’intensità dei Greci, per il carattere più pratico di quest’arte.

    Sarcofagi

    Tra gli oggetti maggiormente realizzati troviamo i vasi canopi, che servivano a conservare le ceneri dei defunti, ed i sarcofagi, che si svilupparono nel periodo di maggior splendore per l’arte etrusca, cioè intorno al VI secolo a.C. I sarcofagi si componevano di una cassa con una lastra sovrapponibile, che serviva da coperchio. La cassa all’inizio era a facce lisce e poi cominciò ad essere decorata; il coperchio invece rappresentava il defunto o due coniugi. Questa fu un’originale creazione etrusca. Questi sarcofagi potevano contenere anche più di un corpo, ma servivano fondamentalmente come cinerari.

    Sarcofago degli sposi

    Statue

    Chimera d'Arezzo
    Arringatore
    Lupa capitolina
    Apollo di Veio

    Pittura

    Anche la pittura etrusca è di tipo funerario, nel senso che era destinata soprattutto alla decorazione delle tombe. La vita dopo la morte secondo le credenze etrusche era tragica e terribile e questa sofferenza poteva essere alleviata solo se le tombe erano confortevoli e ben decorate. La pittura etrusca assume anche una particolare importanza perchè, essendo andata perduta quella greca, essa può essere definita come la più significativa testimonianza di arte figurativa occidentale giunta fino a noi. Per rendere più piacevoli queste tombe, gli Etruschi scelsero vivaci soggetti pittorici, privilegiando banchetti, scene di danza e di lotta ed utilizzando colori molto accesi, che rendessero meno cupo il sepolcro, come nella famosa “Tomba della caccia e della pesca“, che si trova a Tarquinia e che vediamo nell’immagine a fianco: un festoso volo di uccelli bianchi, rossi e blu che un cacciatore cerca di colpire ed una barca di pescatori in mezzo a grandi pesci che saltano nel mare. La pittura murale etrusca risulta però piatta e senza effetti volumetrici. Le figure presentano una decisa linea di contorno e sono campite uniformemente; non presentano nè ombre nè chiaroscuro; sono inoltre rappresentate con il busto e l’occhio frontali ed il volto e le gambe di profilo, come vediamo nell’immagine a fianco che rappresenta danzatori e musicisti presenti all’interno della “Tomba dei leopardi” sempre a Tarquinia. La tecnica usata per la pittura murale era l’affresco, tecnica sconosciuta agli Egizi ma nota ai Greci. L’influenza greca è chiara, anche se poi gli Etruschi non seguivano i canoni che avevano appreso da loro. L’affresco consentiva di ottenere una pittura più duratura nel tempo. La procedura per la realizzazione dell’affresco prevedeva: 1. intonacatura della parete di tufo da dipingere; 2. posa di un ulteriore strato di stucco su cui si incideva con una punta metallica il disegno da rappresentare; 3. pitturazione del disegno prima che l’intonaco si asciugasse completamente.

    Arte romana

    L'arte romana

    Per iniziare un riassunto sull’arte romana bisogna notare il fatto che a differenza di quanto avvenne per le civiltà greca ed etrusca, per quanto riguarda la civiltà romana abbiamo da subito numerose notizie storiche sulla sua espansione che portò i Romani a controllare il Mediterraneo, mentre le prime notizie sui reperti artistici si hanno solo a partire dall’epoca repubblicana. Probabilmente questo fatto è legato all’iniziale disprezzo dei Romani per l’arte, ritenuta un’attività poco nobile, da riservare solo agli schiavi o comunque ai cittadini più umili.

    I Romani erano un popolo concreto, abituato a combattere, a costruire opere di pubblica utilità, e in un primo momento della loro storia non vedevano di buon occhio discipline come arte, filosofia e letteratura, ritenute pericolose perdite di tempo che, abituando gli uomini al lusso, avrebbero condotto alla decadenza dei costumi. Queste idee cominciarono a cambiare quando la civiltà romana entrò in contatto con la grande civiltà dell’ Antica Grecia dopo le le conquiste, avvenute tra il III e il II secolo a.C. della Magna Grecia, della Sicilia, dell’Asia Minore e della Grecia stessa. Come bottino di guerra giunsero a Roma un gran numero di statue, quadri e altri oggetti che fecero comprendere ai Romani il valore dell’arte: ad esempio un edificio, oltre a essere solido e funzionale, poteva testimoniare la grandezza e la potenza di Roma anche tramite l’arte e la bellezza.

    Architettura e urbanistica a roma

    Per la costruzione di acquedotti, ponti, porte cittadine e archi di trionfo, i romani impiegano l’arco a tutto sesto (“sesto” è l’antico nome del compasso), una tecnica appresa dagli etruschi. Dall’arco derivano le diverse tipologie di coperture a volta, adatte ad ambienti differenti, spesso anche molto vasti.

    Coperture a volta

    • La volta a botte è la copertura più semplice, prodotta dalla successione di più archi a tutto sesto sostenuti da due muri laterali sui quali si scarica il peso della struttura. Era utilizzata per coprire spazi rettangolari.
    • La volta a crociera nasce dall’intersezione a 90° di due volte a botte uguali:
    era adatta a coprire ambienti quadrati. Il peso si scarica sui quattro sostegni angolari.
    • La cupola è la copertura emisferica che poggia su una base circolare. E’ formata da blocchi di pietra che si sorreggono l’uno con l’altro.
    Acquedotti e ponti
    Materiali e tecniche

    Il Pantheon (dal greco “pan” tutto e “thèos” divinità) era un tempio dedicato a tutti gli dèi, fatto erigere dall’imperatore Adriano tra il 118 e il 125 d.C., sulle rovine di uno più antico andato distrutto in un incendio. Nel 609, il Pantheon venne trasformato in basilica cristiana. Il Pantheon si differenzia dagli altri templi, concepiti per essere visti solo dall’esterno, per l’importanza che assume il suo grande spazio interno, aperto ai fedeli che possono assistere direttamente ai riti. L’esterno. La facciata è composta da un profondo pronao sostenuto da file di colonne corinzie di granito egizio. La struttura rettangolare del pronao è addossata all’edificio circolare della cella, sormontato da una cupola appena visibile. L’interno. La cella è a pianta cilindrica; la parete, spessa più di 6 metri, è rivestita da preziosi marmi policromi. Lungo di essa si aprono sei nicchie e l’abside. La cupola. La cupola emisferica è ancora oggi la più grande al mondo; il suo diametro di oltre 43 metri è uguale all’altezza massima dell’edificio. Grazie a queste perfette proporzioni lo spazio interno può essere idealmente inscritto in una sfera. La cupola è stata costruita con una colata unica di calcestruzzo all’interno di una gigantesca struttura di legno. Per ridurne il peso, il suo spessore diminuisce progressivamente verso l’alto, mentre la malta è stata mescolata a frammenti di materiali diversi: più pesanti alla base e più leggeri nella parte superiore. Internamente la cupola è ornata da cinque file concentriche di cassettoni (detti lacunari). Al centro vi è una grande apertura detta oculo, dal diametro di 9 metri, che costituisce l’unica fonte di luce dello spazio interno.

    Il Pantheon

    Com’è nato. La costruzione dell’anfiteatro (che significa “teatro doppio”) Flavio iniziò nel 70 d.C. per volere dell’imperatore Vespasiano e si concluse nell’80, quando venne inaugurato da suo figlio Tito con cento giorni di festeggiamenti e spettacoli. L’imponente edificio, il più grande anfiteatro dell’antichità, è conosciuto con il nome di Colosseo perché si trovava nei pressi di una colossale bronzea di Nerone, vicino ai Fori imperiali. Quali funzioni svolgeva. Il Colosseo poteva ospitare fra 40 e 70000 spettatori che, nell’arco della giornata, assistevano a un susseguirsi di spettacoli: lotte di gladiatori, combattimenti tra uomini e belve, persino battaglie navali in occasione delle quali veniva allagato l’anfiteatro. Gli spettacoli erano offerti da imperatori o uomini in vista per guadagnarsi il favore del popolo. L’esterno. L’anfiteatro ha una forma ovale. La facciata è disposta su quattro livelli: i primi tre sono ad arcate che davano luce ai corridoi interni, mentre l’ultimo livello ha piccole finestre che si alternavano a scudi di bronzo dorato. Gli archi sono separati da semicolonne di ordine dorico al piano terra, ionico al primo piano, corinzio al secondo. L’interno.Il pubblico entrava dalle arcate al piano terra e accedeva alle gradinate attraverso ingressi detti vomitoria. Il peso delle gradinate, che erano rivestite di marmo, era sostenuto dalle gallerie sottostanti con volte a botte.

    Il colosseo

    L’arena. Al centro c’era l’arena (anch’essa di forma ellittica) dove si svolgevano gli spettacoli; era pavimentata con assi di legno ricoperte da un sottile strato di sabbia. Al di sotto correva una rete di gallerie e strutture di servizio che comprendevano gli ambienti per i gladiatori, le gabbie degli animali e i montacarichi che portavano le belve direttamente nell’arena con effetti spettacolari. L’arena era separata dal primo livello di gradinate tramite il podium, un muro alto circa 4 metri che fungeva da barriera protettiva. Il livello più vicino all’arena era riservato ai personaggi di rango più elevato, mentre due palchi erano per l’imperatore e gli alti dignitari; le donne e gli schiavi sedevano all’ultimo piano.I materiali. La costruzione è realizzata da travertino, blocchi in tufo, mattoni, mentre le volte a botte delle gallerie sono in calcestruzzo.

    L'arena

    Scultura romana

    Il ritratto realistico

    Dopo la conquista della Grecia, i romani portarono a Roma un gran numero di sculture, saccheggiandole dai templi greci, per onorare case, giardini e palazzi. Presto si diffuse la moda di collezionare statue greche e diversi artisti ellenici si trasferirono a Roma, dove incominciarono a produrre copie degli originali. E’ grazie alle copie romane possiamo ammirare alcuni capolavori della scultura greca andati perduti (come il Doriforo).

    Il realismo, già presente nella scultura greca, viene ripreso dai romani, che prestano grande attenzione alla resa della fisionomia dei soggetti. Il ritratto romano era inizialmente legato al culto degli antenati: si voleva tramandarne il ricordo attraverso la conservazione delle loro immagini e li esibivano durante i funerali. La riproduzione realistica diventa un carattere distintivo della ritrattistica romana, che in ciò si differenzia dalle immagini idealizzate delle sculture greche.

    Statue celebrative

    Colonna Traiana
    Augusto di Prima Porta
    Statua equestre di Marco Aurelio

    Pittura romana

    La pittura romana arriva per ultima nella storia dell’arte del mondo antico. Tuttavia, nel lungo periodo della sua esistenza, dalle origini fino al tardo impero, essa non ha mai mancato di accogliere elementi dalle pitture delle altre civiltà con cui il vasto impero è entrato via via in contatto. Occorre innanzitutto precisare che della pittura romana ci è giunto molto di più di quella greca, anche se, nell’insieme, le testimonianze non sono numerose. La maggior parte di esse proviene dal disseppellimento di Ercolano e di Pompei. Molto ricca è la documentazione dei mosaici, un’arte che i critici sono soliti affiancare alla pittura, almeno per quanto riguarda il colore e il disegno. Oltre ai famosi mosaici di Piazza Armerina, ne troviamo anche in Spagna, in Francia, in Ungheria, in Svizzera e in Germania. Molto importanti sono anche i complessi di Ostia o di Aquileia. Per le caratteristiche artistiche e per l’interesse documentario vanno ricordati quelli rinvenuti sul suolo africano, a Tripoli, e quelli di ambiente asiatico d’ispirazione ellenistico - romana.

    In ogni caso, la pittura romana ha uno spirito più illustrativo che artistico e soprattutto mostra una grande soggezione di fronte all’arte greca di cui essa cerca di imitare i soggetti e la tecnica. I Romani cercavano, in modo quasi febbrile, i dipinti greci, come del resto cercavano anche le statue, i cammei, i bronzi o gli oggetti di oreficeria. Tuttavia, poiché la pittura greca era essenzialmente parietale, i dipinti non potevano essere trasportati facilmente per cui, specialmente all’inizio dell’Impero, diventò di moda dedicarsi alla copiatura vera e propria dei celebri dipinti dei famosi pittori greci di cui oggi, a mala pena, conosciamo soltanto il nome. Artisti greci cominciarono a portare dalla loro patria dei bozzetti tratte da quelle opere, specialmente da quelle con grandi contenuti di tipo mitologico e li riproducevano in base alle misure richieste e in funzione delle esigenze dei committenti romani. Ovviamente anche delle mani romane collaborarono alla produzione artistica portandovi le proprie peculiarità. Ben presto agli iniziali contenuti mitologici si affiancarono dipinti di genere, di contenuto legato all’attualità e al paesaggio. Bisogna riconoscere che quando a Roma la pittura cominciò a liberarsi dalla soggezione dell’arte greca, rivelò una sua profonda originalità per la sua aderenza al senso della concretezza. Lo stesso disegno e la stessa scelta dei colori si legarono così non alla visione astratta e ideale della realtà, ma a una reale visione degli uomini.

    I quattro stili della pittura

    Stile ad incrostazione
    Stile architettonico
    Stile dell'illusione architettonico
    Stile della parete reale

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