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GIUSTI E IL GULAG

Geusa Giovanni

Created on March 30, 2023

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GIUSTI E IL GULAG

DI ALBANESE DIEGO, BIANCO VALENTINO, CAROPRESO FEDERICO E GIOVANNI GEUSA

Chi sono i giusti

Il termine Giusto è tratto dal passo del Talmud che afferma “chi salva una vita salva il mondo intero”. I Giusti non sono né santi né eroi, ma persone comuni che a un certo punto della loro vita, di fronte a ingiustizie e persecuzioni, sono stati capaci di andare con coraggio in soccorso dei sofferenti e di interrompere così la catena del male. I Giusti salvano, accolgono, testimoniano, ed esprimono la propria umanità nel soccorso a un altro essere umano. Raccontare le loro storie è un modo per ricordare a ciascuno che si può intervenire in difesa di un diritto fondamentale. Il compito di celebrare e ricordare queste persone è affidato al MEMORIALE YAD VASHEM, a Gerusalemme, un'istituto nel cui giardino veniva piantato un albero per ogni Giusto . oggi i Giardini dei Giusti sono in tutto il mondo e vengono onorati il 06 marzo.

ALCUNI GIUSTI ITALIANI

CALOGERO MARRONE

GINO bartali

GIORGIO PERLASCA

GIORGIO PERLASCA

La storia di Giorgio Perlasca è la straordinaria vicenda di un uomo che, nell’inverno del 1944-1945 a Budapest, riuscì a salvare dallo sterminio nazista migliaia di ungheresi di religione ebraica inventandosi un ruolo, quello di Console spagnolo, lui che non era né diplomatico né spagnolo. Tornato in Italia dopo la guerra non racconta la sua storia a nessuno, nemmeno in famiglia, semplicemente perché riteneva d’aver fatto il proprio dovere, nulla di più e nulla di meno. Se non fosse stato per alcune donne ebree ungheresi da lui salvate in quel terribile inverno di Budapest la sua storia sarebbe andata dispersa. Queste donne, a fine degli anni ’80 misero sul giornale della Comunità ebraica di Budapest un avviso di ricerca di un diplomatico spagnolo, Jorge Perlasca, che aveva salvato loro e tanti altri correligionari durante quei mesi terribili della persecuzione nazista a Budapest e alla fine della ricerca ritrovarono un italiano di nome Giorgio Perlasca. Il destino decise che la storia di Giorgio Perlasca venisse conosciuta e ora il suo nome si trova a Gerusalemme, tra i Giusti fra le Nazioni, e un albero a suo ricordo è piantato sulle colline che circondano il Museo dello Yad Vashem. A chi gli chiedeva perché lo aveva fatto, rispondeva semplicemente: “. . . ma lei, avendo la possibilità di fare qualcosa, cosa avrebbe fatto vedendo uomini, donne e bambini massacrati senza un motivo se non l’odio e la violenza".

GINO BARTALI

Gino Bartali nacque il 18 luglio 1914 a Ponte a Ema (Firenze). Grande campione del ciclismo, professionista dal 1934 al 1954, vinse tre Giri d’Italia (1936, 1937, 1946), due Tour de France (1938, 1948) e numerose altre competizioni. È rimasto nella memoria degli italiani, non solo per i suoi meriti sportivi. Nel 1943, quando aveva 29 anni ed era già noto, collaborò con l’arcivescovo di Firenze Elia Dalla Costa e il rabbino Nathan Cassuto al servizio di una rete clandestina di salvataggio degli Ebrei perseguitari, la Delasem, salvandone circa ottocento. Il suo aiuto consisteva nel nascondere, nella bicicletta che usava per allenarsi, documenti falsi che sarebbero poi dati agli ebrei perseguitati dai nazisti per cambiare identità. Li nascondeva abilmente nel telaio sotto la sella e nel manubrio della sua bicicletta e non fu mai scoperto. Accadde durante la seconda guerra mondiale che era venuta ad interrompere i suoi allenamenti che però non cessarono. Anzi divennero vere e proprie staffette specie tra Firenze e Assisi, Camaiore, Genova, Viareggio, con lo scopo ancora più nobile di salvare vite umane. Il suo carattere rude e un po’ scontroso non gli consentì mai di vantarsi di questa sua buona azione e mai avremmo immaginato la carica di altruismo e generosità ch’egli da convinto credente nascondeva, per dedicarsi tutto allo sport. Il 2 maggio 2018 Israele gli ha conferito la cittadinanza onoraria e lo ha annoverato tra i Giusti che sono uomini e donne di religione non ebraica che hanno aiutato gli ebrei durante le persecuzioni naziste, mettendo a rischio la loro vita senza pretendere niente in cambio. ALCUNE SUE AFFERMAZIONI: “Alla Madonna ho promesso che avrei fatto le cose per bene, perché tutto quello che faccio, lo faccio a nome suo. E così lei è stata attenta a non farmi sbagliare” (Gino Bartali) “Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all'anima, non alla giacca” (Gino Bartali)

CALOGERO MARRONE

Calogero Marrone nacque a Favara il 12 maggio 1889 e morì a Dachau il 15 febbraio 1945; è stato un funzionario italiano. Durante il periodo fascista e nazista divenne Capo dell'Ufficio Anagrafe del Comune di Varese, rilasciò centinaia di documenti di identità falsi a ebrei e anti-fascisti permettendo loro di salvarsi dalle persecuzioni. Scoperto a causa di una segnalazione anonima, venne imprigionato e morì nel campo di concentramento di Dachau. Per quanto ha fatto è stato onorato del titolo di "Giusto tra le Nazioni". Calogero Marrone dopo aver combattuto nella Prima Guerra Mondiale con il grado di sergente, con l'avvento del fascismo rifiutò di iscriversi al Partito Nazionale Fascista e a causa di ciò dovette scontare alcuni mesi di prigione. A Varese grazie alle sue doti professionali e umane fece carriera diventando Capo dell'Ufficio Anagrafe che contava solamente 12 impiegati. Con questa posizione di rilievo, durante l'occupazione nazifascista, poté rilasciare centinaia di documenti falsi ad ebrei e anti-fascisti che salvarono la vita a molte persone. Nel 1944, tuttavia, un delatore segnalò la sua attività alle autorità che lo fecero arrestare il 7 gennaio 1944 con l'accusa di collaborazionismo con la Resistenza, favoreggiamento nella fuga di ebrei e violazione dei doveri d'ufficio. Marrone detenuto nel carcere giudiziario di Miogni venne trasferito nel Campo di concentramento di Dachau dove morì il 15 febbraio 1945 per tifo

IL GULAG

I gulag sono i campi di concentramento creati e gestiti dal regime sovietico dal 1918 al 1987, per punire gli oppositori politici e come strumenti di una politica del terrore - praticata in URSS per mantenere il potere e il controllo sulla società tutta. Il sistema cominciò ad essere riformato soltanto dopo la morte di Stalin, nel 1953, ma si estinse definitivamente solo nel 1987, con Michail Gorbachev.

GULAG è l’acronimo, introdotto nel 1930, di Gosudarstvennyj Upravlenje Lagerej (Direzione centrale dei lager). Nel 1918, con l’inizio della guerra civile, fu creata una vasta rete di campi di concentramento per gli oppositori politici. Nel 1919 venne creata la sezione lavori forzati. Il lavoro coatto era previsto come mezzo di redenzione sociale dalla stessa costituzione sovietica. Oltre alla funzione economica e punitiva, alcuni lager ebbero anche la funzione di eliminazione fisica dei deportati. Comunque, le condizioni generali entro le quali i deportati erano costretti ad operare rendevano naturale la morte per stenti.

Disseminati nei luoghi più inospitali dell’URSS, dalle isole Solovki alla Kolyma, una zona mineraria siberiana, i lager sovietici furono 384. Oltre ai lager veri e propri vennero istituite le “zone di popolamento speciale”, per la colonizzazione e lo sfruttamento delle regioni più inabitabili dell’URSS.

All’interno dei campi uomini e donne lavoravano a ritmi disumani, controllati da una gerarchia interna di capisquadra scelti tra i criminali comuni. La costruzione di dighe, canali, strade, nuovi insediamenti urbani, l’estrazione mineraria e la produzione di legname furono tra le attività più frequentemente demandate al lavoro coatto. Le condizioni climatiche spesso estreme, la fame perenne, le fucilazioni arbitrarie, i ritmi di lavoro massacranti e finalizzati al raggiungimento di obiettivi produttivi impossibili, la costante violenza psicologica tesa all’annientamento della volontà individuale, furono le caratteristiche costanti dei gulag sovietici.

I GIUSTI DEL GULAG

SONO UOMINI E DONNE CHE VENGONO RICORDATI PER LA LORO RESISTENZA MORALE AL TOTALITARISMO E CHE HANNO CERCATO DI SRGINARE LA PERSECUZIONE DELL'UOMO NELL'EX UNIONE SOVIETICA
ANNA ACHMATOVA
VARLAM SHALAMOV
ANNA ACHMATOVA

Anna Andreevna Achmatova (vero nome: Anna Andreevna Gorenko) nacque a Bol'soj Fontan (all'epoca in Russia, ora in Ucraina) il 23 giugno 1889 e morì a Mosca il 5 marzo 1966). Fu una poeta* russa. Il fatto di definirsi poeta, al maschile, e non poetessa fu una sua precisa volontà. Nel 1910 cedette alla lunga corte fattale dal poeta Nicolaj Gumilëv e accettò di sposarlo. Pubblicò due raccolte di poesie, nel 1912 e nel 1914. Nel fratttempo ebbe un figlio dal marito, ma nel 1918 i due si separarono. Il regime stalinista mal sopportava la poesia, specialmente quella di Anna, che ormai famosissima, strappava applausi rubandoli letteralmente a Stalin. Nonostante questo non fu mai arrestata o imprigionata, ma le sue pubblicazioni furono vietate fino al termine del regime. Le fu revocata anche la tessera alimentare e visse quindi elemosinando da amici, mentre le sue poesie si diffondevano clandestinamente su foglietti di carta. Una volta imparate a memoria, i foglietti venivano distrutti. Stalin arrivò addirittura a imporle di scrivere una raccolta di poesie da dedicare a Stalin, altrimenti il figlio, incarcerato in un Gulag, sarebbe stato ucciso. Fu riabilitata solo nel 1955, anche se tenuta sempre sotto osservazione. Uscì dalla Russia solo per recarsi in Italia a ritirare il premio Etna-Taormina e a Oxford, in Inghilterra, dove le fu conferita la laurea honoris causae

VARLAM SHALAMOV

Varlam Salamov, nato a Vologda nel 1907 e morto a Mosca nel 1982, è stato scrittore, poeta e giornalista. Figlio di un prete ortodosso e di un'insegnante, lasciò la famiglia per studiare Giurisprudenza.

Dal 1927 svolse attività d'opposizione al regime staliniano

Viene arrestato il 19 febbraio del 1929, a soli ventidue anni, per i suoi rapporti con alcuni attivisti politici dell’opposizione leninista-trockista e per avere scritto e diffuso il Testamento di Lenin, una lettera apocrifa in cui l’ormai defunto padre della Rivoluzione russa esprime, con la voce dello scrittore, pesanti riserve sulla successione di Stalin. Lo scrittore è incriminato in base a un articolo del Codice penale della Repubblica socialista che punisce la propaganda sovversiva di appelli destinati a danneggiare o indebolire il potere sovietico. Viene rinchiuso per tre anni nel carcere giudiziario di Butirki, sugli Urali. Scontata la pena, nel 1931 torna a Mosca. Scrive su alcune riviste, si sposa, ha una figlia, ma su di lui pende una condanna a tre anni di confino che nessuno gli aveva notificato. Arrestato per la seconda volta nel 1937, viene internato in Siberia, nei campi di lavoro della Kolyma. Processato cinque anni dopo, è condannato a dieci anni di lavori forzati e a cinque di privazione dei diritti civili per propaganda antisovietica. Rilasciato alla morte di Stalin, vive ancora per quasi trent’anni tormentato da patologie polmonari, separato dalla moglie e rinnegato dalla figlia. Scrive negli anni ‘50 e ‘60 I racconti di Kolyma (RDK), che saranno raccolti in volume in Occidente nel 1978 e in Russia, postumi, pubblicati nel 1992: in Italia escono per le edizioni Adelphi nel 1995.

Grazie per la visione!!!

Di Albanese Diego,Bianco Valentino,Caropreso Federico e Giovanni Geusa