SIRENA PARTENOPE
Adriana Mazzotti,Fabrizia Berlingieri,Dianora Castiglione,Paolo Scudieri,Fabrizia Lambiase,Davide Micillo,Enza Niespolo
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LEGENDA
LA FONTANA DI PIAZZA SANNAZZARO
IL MITO DEGLI DEI
IL PENSIERO DI MATILDE SERAO
FONTANA DI PIAZZA SANNAZARO
PARTENOPE E IL VIAGGIO DELLA SPERANZA
LA RIVOLTA DI MACCHIA
L'AVVENTURA DI ULISSE
LA SIRENA E L'ARDORE DEL VESUVIO
IL MITO DEGLI DEI
Intorno all’800 cominciò a diffondersi una leggenda riguardante la figura di Partenope. Il mito ci racconta che Partenope, una sirena che aveva come proprio rifugio la costa del Golfo, grazie all’intervento del dio Eros e dei suoi dardi magici, conobbe e si innamorò di un centauro di nome Vesuvio, venendo ricambiata totalmente.
I due amanti, però, avevano un nemico troppo potente da poter combattere: Zeus, a sua volta innamorato di Partenope, non accettò di buon grado questa unione, e decise di dividerli per sempre.
Trasformando Vesuvio in un vulcano posto in prossimità del Golfo, impose a Partenope di vederlo e non poterlo mai più toccare.
La giovane non accettò questa maledizione, e seguendo il dolore provato per la passione destinata ad essere sofferenza, si uccise.
Trasportata ormai esanime fino alle sponde dell’isolotto di Megaride, si dissolse nelle forme che ora caratterizzano la meravigliosa Napoli.
IL PENSIERO DI MATILDE SERAO
Sebbene la tradizione voglia riconoscere alla sirena Partenope la fondazione di Napoli, ci sono altre leggende che aspirano a dare i natali a questa splendida città.
Secondo Matilde Serao, brillante scrittrice del primo ‘900, il mito si ricondurrebbe ad una ragazza greca, Partenope, che lottò per il suo amore Cimone, un eroe ateniese. Non potendosi unire in matrimonio, poiché ella era stata promessa in sposa ad altri, decisero di fuggire approdando nel Golfo di Napoli.
In pieno stile napoletano, si dice che questa famiglia visse nell’amore e rispetto più totali, dando alla luce 12 amati figli. Prole che poi diede vita al popolo napoletano.
Ecco perché Partenope fa parte attuale della vita di coloro che amano definirsi “partenopei”: lei vive attraverso il suo popolo, dispensando il calore e la passione che l’hanno sempre contraddistinta.
PARTENOPE E IL VIAGGIO DELLA SPERANZA
Esiste una ulteriore leggenda legata alla figura di Partenope, decisamente sconosciuta ai più, ma forse storicamente più credibile e vicina a quello che è lo spirito partenopeo.
Tutto nasce da una regione greca afflitta da troppo tempo da una grave carestia, e destinata perciò a scomparire.
Il re, in un ultimo disperato tentativo di salvare almeno un piccolo gruppo di giovani dall’infausto destino, decide di imbarcarlo alla volta di una terra più feconda ed ospitale, senza però poter dare loro nessun tipo di provviste alimentari.
Sebbene ciò potesse apparire disumano ed impietoso, a questi giovani che avevano in corpo la gemma della vita veniva di fatto concessa una remota possibilità di sopravvivenza.
Il viaggio verso la salvezza però, poiché costellato di tempeste, uragani, privazioni e stenti infiniti, costerà la vita alla più giovane delle tre principesse che erano a bordo, Partenope.
Ella non calpesterà mai il suolo della città che, affacciandosi sul Golfo, si animerà e fiorirà grazie a questo sparuto gruppo di giovani, ma entrerà a far parte della storia e del folklore napoletano in nome della sua anima immortale.
Come testimoniato dai racconti arrivati in tempi moderni e dalle numerose infrastrutture a noi pervenute, secondo l’umanista, Don Pedro tenne ad essere più temuto che amato, attuando politiche repressive sul fronte culturale e provando, addirittura, a reintrodurre l’inquisizione. Il pugno di ferro su cui Don Pedro de Toledo basò il suo regno gravò particolarmente sul popolo che, prontamente, reagì con rivolte e tumulti cittadini. Fu allora che i Reali spagnoli si videro costretti a rivolgersi ad entità superiori e, addirittura, alla Sirena Partenope. La leggenda della Sirena Partenope si intreccia meravigliosamente con i miti sulla fondazione di Napoli. Diverse scuole di pensiero attribuiscono alla figura di Partenope la nascita della città. Mentre alcuni credono che si trattasse di una delle sirene che fallì nell’ammaliare Ulisse ed il suo equipaggio infatti, Partenope, era una delle tre sirene dal canto ammaliatore dell’Odissea (assieme alle sue due sorelle Leucosia e Ligea). Ulisse, noto per la sua curiosità, volle ascoltare a tutti i costi il canto delle sirene, le quali attraevano i navigatori con le loro voci angeliche e melodiose, per poi ucciderli. Avvisato dalla maga Circe, l’uomo prese delle precauzioni: ordinò ai suoi uomini di mettere tappi di cera all’orecchio e si legò all’albero maestro della sua nave vietando ai suoi uomini di slegarlo. L’idea sortì i suoi effetti, Ulisse non cadde preda delle dolci creature marine. Delusa per il rifiuto di Ulisse si suicidò e il suo corpo venne trasportato dalle correnti fino al golfo di dove oggi sorge Napoli. Si infranse sugli scogli dell’isolotto di Megaride, dove oggi sorge Castel dell’Ovo. Dissolvendosi, il suo corpo diede vita alla morfologia della città (Capodimonte sarebbe la testa mentre la coda si spingerebbe fino a Posillipo).Da allora, la sirena divenne la protettrice del futuro nucleo abitato che oggi è Napoli. Ecco perché gli abitanti della città sono detti anche “partenopei”.
L'AVVENTURA DI ULISSE
LEGGENDA DELL'INSEDIAMENTO
Leggende a parte, Parthènope (in greco antico: Παρθενόπη) fu una sub-colonia greca edificata tra il Vesuvio ed i Campi Flegrei nell’VIII secolo a.C. dai Cumani. Venne rifondata dagli stessi come Neapolis alla fine del VI secolo a.C. Difatti il suo nome significa «verginale» e fu scelto per identificare una delle sirene che erano adorate nella Magna Grecia. Una di queste, in particolare, era venerata presso Sorrento alla «Punta Campanella» dove si ergono dal mare tre scogli isolati, «Li Galli», che simboleggiavano il terrore dei naviganti, in quanto spesso causa di naufragi, tanto da essere soprannominati seirenoussai. L’insediamento, sorto in posizione particolarmente favorevole su di uno sperone roccioso circondato su tre lati dal mare, nacque in una logica di approdi e capisaldi cumani (epineion). Esso permetteva un controllo diretto ed efficiente di tutti quei traffici via mare, in maniera particolare di quelle rotte tirreniche in direzione degli empori minerari toscani e laziali. La colonia, inoltre, consentiva anche un approdo protetto e ben fornito per tutte quelle navi che facevano rotta per l’Iberia, la Sardegna e le Baleari. Il culto della Sirena, nel napoletano, è stato, per secoli, un tratto distintivo degli abitanti della città. I Reali spagnoli, però, si rivolsero a Partenope per cause ben più venali.
LA SIRENA E L'ARDORE DEL VESUVIO
La donna-uccello spegne il fuoco con l'acqua che le sgorga dai seni. Il suo aspetto, per nulla rassicurante, busto e testa di donna, zampe e ali di uccello.
La primitiva Sirena, alata e senza la classica coda da pesce, è raffigurata come un'arpia ma ha il potere di moderare gli ardori del vulcano. O forse dei napoletani.
E infatti Dum Vesevi Syerena Incendia Mulcet (la sirena mitiga l'ardore del Vesuvio) è la scritta riportata in una targa di marmo, ormai perduta, che si trovava sulla Fontana della Spinacorona, o “delle zizze”, vicino alla chiesa di Santa Caterina della Spina Corona.
E così la fontana “delle zizze” diventa un luogo della memoria, con la sua decorazione geometrica, la sua vasca rettangolare e i suoi continui riferimenti alla musica, al canto, all’armonia.
La sua acqua celeste si unisce alla tradizione cristiana della Madonna delle grazie.
La fontana però è una copia, a San Martino si trova l’originale.
LA FONTANA DI PIAZZA SANNAZZARO
Oggi possiamo ammirare la fontana delle sirene a Piazza Sannazzaro. Simbolo di Napoli,fu eretta dallo scultore Onofrio Buccini,nel 1869 e nel 1924 fu portata in Piazza Sannazzaro. La fontana è un gruppo marmoreo composto da un'ampia vasca ellittica nel cui centro si erge lo "scoglio",sul quale poggiano quattro animlai simbolo di tradizioni iniziatiche:un cavallo,un leone,un delfino e una tartaruga,oltre ad alcune piante acquatiche.Su questo gruppo sovrasta la Sirena Partenope(simbolo della città di Napoli),che stringe una lira con il braccio destro,mentre il braccio sinistro è puntato verso l'alto.
LA RIVOLTA DI MACCHIA: L'EREDITÀ DI PARTENOPE E IL SUO SPIRITO LIBERO
La congiura di Macchia fu una cospirazione con cui nel 1701 la nobiltà napoletana tentò senza successo di rovesciare il governo vicereale spagnolo, durante la crisi successoria che si verificò in seguito alla morte di Carlo II di Spagna con l'estinzione del ramo spagnolo degli Asburgo. Già prima della morte del regnante, nei circoli nobili napoletani nacque un movimento per cambiare il regime a Napoli, prefigurando già il marasma che sarebbe conseguito dopo la morte di carlo II. Alla scomparsa di Carlo II di Spagna il passaggio del regno di Napoli al suo erede designato Filippo V non causò tuttavia mutamenti di rilievo nella politica interna del regno. Il viceré Luis Francisco de la Cerda y Aragón venne confermato nel suo incarico e tramontò la possibilità di ottenere una maggiore autonomia del regno. L’inadeguatezza del progetto portò a una riorganizzazione del tutto, trovando negli asburgici nuovi alleati. Il movimento era mosso, oltre da interessi di natura personali, dal desiderio di maggiore autonomia per il regno di Napoli. Tale progetto prevedeva tra le altre cose di allontanare l'Inquisizione spagnola dal regno, di riservare le posizioni nell'amministrazione e nel governo solamente a cittadini del regno e di eliminare le barriere all'esportazione dei prodotti agricoli, principale fonte di reddito del regno di Napoli e della sua grande aristocrazia fondiaria. I congiurati inviarono a Vienna, presso Leopoldo I Asburgo, un delegato, Giuseppe Capece dei marchesi di Rofrano, per presentare all'imperatore le loro richieste. Leopoldo appoggiò tali progetti, pur senza inviare un concreto supporto militare. L’attuazione del piano fu tentata nella notte tra il 22 e il 23 settembre del 1701. A capo della rivolta c’era Tiberio Carafa, al quale si aggiungeva una serie di membri di famiglie nobili napoletane, tra cui Gaetano Gambacorta, principe di Macchia, da cui l’evento prende nome. A causa di varie delazioni che informarono le autorità, un’organizzazione rapide e non esemplare e un mancato coinvolgimento del popolo condannò la rivolta al fallimento. Tiberio Carafa fu giustiziato, mentre molto congiurati riuscirono a fuggire in Austria, a Vienna, alla corte degli Asburgo. Sebbene l’esito sia stato negativo, la rivolta di Macchia ci fa comprendere che il vento in Europa stava cambiando. In quella notte di settembre del 1701 fu gettato il seme per la rivolta francese e l’avversione nei confronti di governanti assolutisti e sempre più estranei al loro popolo. Nei moti del ’30 e ’48 dell’ottocento gli insorti condividevano gli stessi sentimenti dei congiurati napoletani. I processi e i furori patriottici che ci hanno portato a ciò che siamo oggi, sono nati con la rivolta di Macchia, nella nostra città.
Copia - TUTTO CIO CHE A NAPOLI RIGUARDA LA SIRENA PARTENOPE
adriana mazzotti
Created on March 26, 2023
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SIRENA PARTENOPE
Adriana Mazzotti,Fabrizia Berlingieri,Dianora Castiglione,Paolo Scudieri,Fabrizia Lambiase,Davide Micillo,Enza Niespolo
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LA FONTANA DI PIAZZA SANNAZZARO
IL MITO DEGLI DEI
IL PENSIERO DI MATILDE SERAO
FONTANA DI PIAZZA SANNAZARO
PARTENOPE E IL VIAGGIO DELLA SPERANZA
LA RIVOLTA DI MACCHIA
L'AVVENTURA DI ULISSE
LA SIRENA E L'ARDORE DEL VESUVIO
IL MITO DEGLI DEI
Intorno all’800 cominciò a diffondersi una leggenda riguardante la figura di Partenope. Il mito ci racconta che Partenope, una sirena che aveva come proprio rifugio la costa del Golfo, grazie all’intervento del dio Eros e dei suoi dardi magici, conobbe e si innamorò di un centauro di nome Vesuvio, venendo ricambiata totalmente. I due amanti, però, avevano un nemico troppo potente da poter combattere: Zeus, a sua volta innamorato di Partenope, non accettò di buon grado questa unione, e decise di dividerli per sempre. Trasformando Vesuvio in un vulcano posto in prossimità del Golfo, impose a Partenope di vederlo e non poterlo mai più toccare. La giovane non accettò questa maledizione, e seguendo il dolore provato per la passione destinata ad essere sofferenza, si uccise. Trasportata ormai esanime fino alle sponde dell’isolotto di Megaride, si dissolse nelle forme che ora caratterizzano la meravigliosa Napoli.
IL PENSIERO DI MATILDE SERAO
Sebbene la tradizione voglia riconoscere alla sirena Partenope la fondazione di Napoli, ci sono altre leggende che aspirano a dare i natali a questa splendida città. Secondo Matilde Serao, brillante scrittrice del primo ‘900, il mito si ricondurrebbe ad una ragazza greca, Partenope, che lottò per il suo amore Cimone, un eroe ateniese. Non potendosi unire in matrimonio, poiché ella era stata promessa in sposa ad altri, decisero di fuggire approdando nel Golfo di Napoli. In pieno stile napoletano, si dice che questa famiglia visse nell’amore e rispetto più totali, dando alla luce 12 amati figli. Prole che poi diede vita al popolo napoletano. Ecco perché Partenope fa parte attuale della vita di coloro che amano definirsi “partenopei”: lei vive attraverso il suo popolo, dispensando il calore e la passione che l’hanno sempre contraddistinta.
PARTENOPE E IL VIAGGIO DELLA SPERANZA
Esiste una ulteriore leggenda legata alla figura di Partenope, decisamente sconosciuta ai più, ma forse storicamente più credibile e vicina a quello che è lo spirito partenopeo. Tutto nasce da una regione greca afflitta da troppo tempo da una grave carestia, e destinata perciò a scomparire. Il re, in un ultimo disperato tentativo di salvare almeno un piccolo gruppo di giovani dall’infausto destino, decide di imbarcarlo alla volta di una terra più feconda ed ospitale, senza però poter dare loro nessun tipo di provviste alimentari. Sebbene ciò potesse apparire disumano ed impietoso, a questi giovani che avevano in corpo la gemma della vita veniva di fatto concessa una remota possibilità di sopravvivenza. Il viaggio verso la salvezza però, poiché costellato di tempeste, uragani, privazioni e stenti infiniti, costerà la vita alla più giovane delle tre principesse che erano a bordo, Partenope. Ella non calpesterà mai il suolo della città che, affacciandosi sul Golfo, si animerà e fiorirà grazie a questo sparuto gruppo di giovani, ma entrerà a far parte della storia e del folklore napoletano in nome della sua anima immortale.
Come testimoniato dai racconti arrivati in tempi moderni e dalle numerose infrastrutture a noi pervenute, secondo l’umanista, Don Pedro tenne ad essere più temuto che amato, attuando politiche repressive sul fronte culturale e provando, addirittura, a reintrodurre l’inquisizione. Il pugno di ferro su cui Don Pedro de Toledo basò il suo regno gravò particolarmente sul popolo che, prontamente, reagì con rivolte e tumulti cittadini. Fu allora che i Reali spagnoli si videro costretti a rivolgersi ad entità superiori e, addirittura, alla Sirena Partenope. La leggenda della Sirena Partenope si intreccia meravigliosamente con i miti sulla fondazione di Napoli. Diverse scuole di pensiero attribuiscono alla figura di Partenope la nascita della città. Mentre alcuni credono che si trattasse di una delle sirene che fallì nell’ammaliare Ulisse ed il suo equipaggio infatti, Partenope, era una delle tre sirene dal canto ammaliatore dell’Odissea (assieme alle sue due sorelle Leucosia e Ligea). Ulisse, noto per la sua curiosità, volle ascoltare a tutti i costi il canto delle sirene, le quali attraevano i navigatori con le loro voci angeliche e melodiose, per poi ucciderli. Avvisato dalla maga Circe, l’uomo prese delle precauzioni: ordinò ai suoi uomini di mettere tappi di cera all’orecchio e si legò all’albero maestro della sua nave vietando ai suoi uomini di slegarlo. L’idea sortì i suoi effetti, Ulisse non cadde preda delle dolci creature marine. Delusa per il rifiuto di Ulisse si suicidò e il suo corpo venne trasportato dalle correnti fino al golfo di dove oggi sorge Napoli. Si infranse sugli scogli dell’isolotto di Megaride, dove oggi sorge Castel dell’Ovo. Dissolvendosi, il suo corpo diede vita alla morfologia della città (Capodimonte sarebbe la testa mentre la coda si spingerebbe fino a Posillipo).Da allora, la sirena divenne la protettrice del futuro nucleo abitato che oggi è Napoli. Ecco perché gli abitanti della città sono detti anche “partenopei”.
L'AVVENTURA DI ULISSE
LEGGENDA DELL'INSEDIAMENTO
Leggende a parte, Parthènope (in greco antico: Παρθενόπη) fu una sub-colonia greca edificata tra il Vesuvio ed i Campi Flegrei nell’VIII secolo a.C. dai Cumani. Venne rifondata dagli stessi come Neapolis alla fine del VI secolo a.C. Difatti il suo nome significa «verginale» e fu scelto per identificare una delle sirene che erano adorate nella Magna Grecia. Una di queste, in particolare, era venerata presso Sorrento alla «Punta Campanella» dove si ergono dal mare tre scogli isolati, «Li Galli», che simboleggiavano il terrore dei naviganti, in quanto spesso causa di naufragi, tanto da essere soprannominati seirenoussai. L’insediamento, sorto in posizione particolarmente favorevole su di uno sperone roccioso circondato su tre lati dal mare, nacque in una logica di approdi e capisaldi cumani (epineion). Esso permetteva un controllo diretto ed efficiente di tutti quei traffici via mare, in maniera particolare di quelle rotte tirreniche in direzione degli empori minerari toscani e laziali. La colonia, inoltre, consentiva anche un approdo protetto e ben fornito per tutte quelle navi che facevano rotta per l’Iberia, la Sardegna e le Baleari. Il culto della Sirena, nel napoletano, è stato, per secoli, un tratto distintivo degli abitanti della città. I Reali spagnoli, però, si rivolsero a Partenope per cause ben più venali.
LA SIRENA E L'ARDORE DEL VESUVIO
La donna-uccello spegne il fuoco con l'acqua che le sgorga dai seni. Il suo aspetto, per nulla rassicurante, busto e testa di donna, zampe e ali di uccello. La primitiva Sirena, alata e senza la classica coda da pesce, è raffigurata come un'arpia ma ha il potere di moderare gli ardori del vulcano. O forse dei napoletani. E infatti Dum Vesevi Syerena Incendia Mulcet (la sirena mitiga l'ardore del Vesuvio) è la scritta riportata in una targa di marmo, ormai perduta, che si trovava sulla Fontana della Spinacorona, o “delle zizze”, vicino alla chiesa di Santa Caterina della Spina Corona. E così la fontana “delle zizze” diventa un luogo della memoria, con la sua decorazione geometrica, la sua vasca rettangolare e i suoi continui riferimenti alla musica, al canto, all’armonia. La sua acqua celeste si unisce alla tradizione cristiana della Madonna delle grazie. La fontana però è una copia, a San Martino si trova l’originale.
LA FONTANA DI PIAZZA SANNAZZARO
Oggi possiamo ammirare la fontana delle sirene a Piazza Sannazzaro. Simbolo di Napoli,fu eretta dallo scultore Onofrio Buccini,nel 1869 e nel 1924 fu portata in Piazza Sannazzaro. La fontana è un gruppo marmoreo composto da un'ampia vasca ellittica nel cui centro si erge lo "scoglio",sul quale poggiano quattro animlai simbolo di tradizioni iniziatiche:un cavallo,un leone,un delfino e una tartaruga,oltre ad alcune piante acquatiche.Su questo gruppo sovrasta la Sirena Partenope(simbolo della città di Napoli),che stringe una lira con il braccio destro,mentre il braccio sinistro è puntato verso l'alto.
LA RIVOLTA DI MACCHIA: L'EREDITÀ DI PARTENOPE E IL SUO SPIRITO LIBERO
La congiura di Macchia fu una cospirazione con cui nel 1701 la nobiltà napoletana tentò senza successo di rovesciare il governo vicereale spagnolo, durante la crisi successoria che si verificò in seguito alla morte di Carlo II di Spagna con l'estinzione del ramo spagnolo degli Asburgo. Già prima della morte del regnante, nei circoli nobili napoletani nacque un movimento per cambiare il regime a Napoli, prefigurando già il marasma che sarebbe conseguito dopo la morte di carlo II. Alla scomparsa di Carlo II di Spagna il passaggio del regno di Napoli al suo erede designato Filippo V non causò tuttavia mutamenti di rilievo nella politica interna del regno. Il viceré Luis Francisco de la Cerda y Aragón venne confermato nel suo incarico e tramontò la possibilità di ottenere una maggiore autonomia del regno. L’inadeguatezza del progetto portò a una riorganizzazione del tutto, trovando negli asburgici nuovi alleati. Il movimento era mosso, oltre da interessi di natura personali, dal desiderio di maggiore autonomia per il regno di Napoli. Tale progetto prevedeva tra le altre cose di allontanare l'Inquisizione spagnola dal regno, di riservare le posizioni nell'amministrazione e nel governo solamente a cittadini del regno e di eliminare le barriere all'esportazione dei prodotti agricoli, principale fonte di reddito del regno di Napoli e della sua grande aristocrazia fondiaria. I congiurati inviarono a Vienna, presso Leopoldo I Asburgo, un delegato, Giuseppe Capece dei marchesi di Rofrano, per presentare all'imperatore le loro richieste. Leopoldo appoggiò tali progetti, pur senza inviare un concreto supporto militare. L’attuazione del piano fu tentata nella notte tra il 22 e il 23 settembre del 1701. A capo della rivolta c’era Tiberio Carafa, al quale si aggiungeva una serie di membri di famiglie nobili napoletane, tra cui Gaetano Gambacorta, principe di Macchia, da cui l’evento prende nome. A causa di varie delazioni che informarono le autorità, un’organizzazione rapide e non esemplare e un mancato coinvolgimento del popolo condannò la rivolta al fallimento. Tiberio Carafa fu giustiziato, mentre molto congiurati riuscirono a fuggire in Austria, a Vienna, alla corte degli Asburgo. Sebbene l’esito sia stato negativo, la rivolta di Macchia ci fa comprendere che il vento in Europa stava cambiando. In quella notte di settembre del 1701 fu gettato il seme per la rivolta francese e l’avversione nei confronti di governanti assolutisti e sempre più estranei al loro popolo. Nei moti del ’30 e ’48 dell’ottocento gli insorti condividevano gli stessi sentimenti dei congiurati napoletani. I processi e i furori patriottici che ci hanno portato a ciò che siamo oggi, sono nati con la rivolta di Macchia, nella nostra città.