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Orecchio di Dionisio n. 3
Alice Dettole
Created on March 23, 2023
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Transcript
L'ORECCHIO
Giornalino studentesco del Liceo Classico Galileo
DICEMBRE 2022 no. 12 tema: SOGNO
GIUGNO 2023 no.14 tema: TEMPO
Giornalino studentesco del Liceo Classico Galileo
L'ORECCHIO DI DIONISIO
L'ORECCHIODI DIONISIO
DICEMBRE 2022 no. 13
L'ORECCHIODI DIONISIO
DI DIONISIO
PRF, SPAZIO VUOTO, ILLUSTRAZIONI
POESIA
Lei
Chiarina
Le cose in comune
Anonimo
Fermo-Tempo
TEMPO AL TEMPO
Anonimo
Mondovisione
BO
Per questo numero abbiamo scelto il tema “rivoluzione”, cercando di affrontarlo in alcune delle sue sfaccettature. Da sempre la storia dell’uomo è stata legata al cambiamento, al radicale sconvolgimento di ciò che c’era prima; la rivoluzione è figlia del bisogno umano di novità e innovazione, soprattutto quando il contesto che ci circonda non soddisfa più le nostre aspettative. La rivoluzione ha sempre una doppia faccia, un duplice aspetto, negativo e positivo perché se da un lato siamo attratti dal nuovo, dall’altro il diverso può spaventare e intimorire. Ma non è forse il diverso a farci mettere in dubbio? E una volta che ci mettiamo in dubbio, che accontentiamo il nostro bisogno di rivoluzione cosa facciamo? Spesso il cambiamento ci lascia così scombussolati che diventa difficile rispondere a tale domanda. È semplice parlare di rivoluzione, più difficile è farla ma sicuramente ciò che ci mette in crisi è gestire la nuova situazione, perché è difficile fare i conti con una realtà che potrebbe non soddisfare le nostre aspettative. Aspettative non solo riguardo al mondo esterno o alla politica, ma inevitabilmente legate a noi stessi. La speranza in un futuro più roseo ci fa venir voglia di proiettarci sempre in avanti, di sperimentare e sperimentarsi fino a trovare una situazione che rispecchi nel modo migliore tali aspettative. Quindi, in un mondo che sembra andare a rotoli, la rivoluzione più grande, nel nostro piccolo, non è forse uscire da questa indifferente staticità per catapultarsi in qualcosa di nuovo?Buona lettura La redazione
Tempo al tempo e alla fine siamo arrivati anche all’ultimo numero dell’Orecchio di Dionisio di quest’anno scolastico ed è proprio con il tema del Tempo che vogliono concludere. Tutti prima o poi ci siamo chiesti che cosa fosse il Tempo: per qualcuno lo scorrere dei secondi, l’estate che torna, la fine del liceo. A volte ci siamo visti sue vittime, talmente fugace che a malapena riusciamo a goderci gli attimi che ci regala. Orazio affermava il “Carpe diem”, ma siamo mai realmente in grado di afferrarlo? O ci accorgiamo della sua presenza solamente quando ormai ci ha superati, scavalcati, in quella che è la corsa interminabile dei secondi, minuti, ore. Siamo noi stessi il Tempo che scorre? Lo è la nostra voce che cambia, le nuove idee che prendono forma nella nostra mente, quel traguardo che diventa sempre un po' più vicino? O il tempo è veramente un’illusione come affermava Albert Einstein? Talvolta ci inganna, altre è un gioco di specchi, altre ancora è molle come gli orologi di Dalì. Il Tempo a volte ci fa sentire immortali o instilla in noi il desiderio di diventarlo nel momento in cui studiamo i grandi uomini e donne del passato; sentendo parlare di coloro che hanno fatto la differenza, che sono rimasti impressi nella Storia ci chiediamo: chi sono io? Chi voglio diventare? Spesso invece quando ci rapportiamo al Tempo ci sembra di avere davanti un ossimoro, poiché non è lui che passa ma noi che lentamente cambiamo e ne veniamo stravolti. Lo scrittore Josè Saramago disse “Il Tempo, a volte, sembra che non passi, è come una rondine che fa il nido sulla grondaia, esce ed entra, va e viene, ma sempre sotto i nostri occhi”. Forse è veramente nostro scopo stare all’erta, in attesa di quell’attimo. La redazione dell’Orecchio di Dionisio
PROSA
Essere è tempo
Matilde Carta
Matilde Carta
Una vita libera dagli schemi
Anonimo
Per la prima edizione del giornalino abbiamo riflettuto su quale potesse essere un tema significativo per l’inizio dell’anno scolastico 22/23. Alla fine la scelta è ricaduta sul “sogno”. Perché sognare è così essenziale? Il sogno ha da sempre occupato un ruolo centrale nella vita, sin dalla nascita della specie umana e col tempo ha assunto diverse accezioni, approfondite in questo numero. Il sogno onirico è considerato un’affascinante incognita, un campo ancora da esplorare, ampiamente analizzato in ambito filosofico, a partire da Platone fino a Nietzsche, che hanno tentato di interpretarlo e comprendere i suoi significati. Quella del sogno è indubbiamente un’esperienza stravagante: ci proietta in una sorta di realtà parallela, una rappresentazione teatrale in cui siamo protagonisti di scene esaltanti e irrazionali create dal nostro subconscio, che tuttavia svaniscono dalla memoria non appena apriamo gli occhi. Alla fine il sogno è solo un’illusione onirica e molto spesso è complicato distinguere il sottilissimo confine che lo separa dalla realtà. D’altra parte non smettiamo mai di sognare, neanche da svegli. Nonostante sia complicato e spesso frustrante, il sogno è un elemento essenziale nella vita di tutti i giorni, poiché ci spinge a realizzare i nostri obbiettivi. Abbiamo quindi considerato che questo tema potesse essere interessante, osservato e analizzato da diversi punti di vista. D’altronde chi è che non ha mai avuto un sogno? La redazione
Progetto ACBC
Caterina Zurli
Eco
El mundo es mi casa
Flavia Breglia
ATTUALITA'
L'università e il sistema scolastico
Alice Lavorini
10
FOTO
Alice D'Ettole
DuneFrancesco Caroppoli
11
RUBRICA SPETTACOLO
Il cinema come decima musaAlex Osello
12
RUBRICA D'ARTE
Rifugio Digitale Rebecca Degli Innocenti e Martina Gori
12
RUBRICA MUSICALE
TIME OUT Lapo Di Matteo
13
14
NUOVE USCITE
¡EsKino!
15
IL CONSIGLIO DEL PROF
17
GALICOMIC e I QUATTRO (E)VENTI
18
LUDUS IN FABULA
19
- copertina di Gaia Fontanelli e Gaetano Barni
Occhi dolci ancora adagiati nel sonno di un sogno senza sfondo penetrano gallerie a colori spenti. Accendono anime meccaniche programmate per la prossima alba. Mani ragnatela che trattengono brindisi ai brividi di tramonti trasparenti su schiene che si abbracciano da dietro.
Mi sveglio a causa del rumore. Non so di preciso cosa sta accadendo. Sento persone urlare, vetri che si rompono. “Fuori c’è la rivoluzione”, mi dice qualcuno. E io non posso fare a meno di chiedermi se è simile a quella che ho visto nei tuoi occhi.
Rumore
Alba di porpora di OrienteRisveglia un'impressione di poesia Nel cuore un'umana frenesia Intuito di un pensiero trascendente E' il soffio di un refolo d'inverno Lo schiudersi vibrante di un bocciolo Lo schizzodi un pennello macchiaiolo Che effigia il divenir di ciò che è eterno Son voci che si accendono nelle vie Son sguardi come battiti di ali E' il flusso di infinite sinergie Segreto degli esseri mortali
Fermo-Tempo
Mondovisione
di BO
L’ambiguità del ciao è un posacenere che si riempie in solitudine. Il tempo scorre e ad ogni tic toc tic tac si aspira una storia diversa stessa piazza lunare stesso confuso frenetico sabato sera. Si scorgono umide lune che ricalcano le schiene dei passanti che passano.
Da qualche parte C'è una selva senza tempo E non ha confini E non ha materia Si annidano fra i suoi rami Contorti I gufi del buio E pensieri. Non ci sarà fine, no La selva è la mia splendida croce Dio tu sai se la amo Ma la odio e in lei, io mi perdo. No, non ci sarà fine Sempre i suoi sterpi incroceranno la mia via. È eterno il mondo, Dentro questo viluppo di assurdo.
di Anonimo
la vera rivoluzioneè il reale ritorno al mare, quando lontano dal limite l’orizzonte sfida il tuo desiderio. senza lasciarti travolgere, immergiti nella dolcezza del mistero.
mi sono innamorato di te fu un attimo fu un passo un passo verso la luna un distacco un fulmineo attimo rubato all’eternità del tempo
1,2
Le cose in comune
di Anonimo
le nostre cose in comune sono chiuse in uno scatolone In una soglia che non ho mai varcato ci sono tutte le foto che non hai mai visto, visi che non abbiamo toccato, i profumi che non abbiamo riconosciuto, le cose che non mi hai spiegato la scatola è appoggiata sulla tavola che non abbiamo condiviso le nostre cose in comune che non abbiamo mai chiuso, che ora girano impazzite
di Chiarina
Lei
adesso mi trovo qua se continuo a ricordare non so cosa succederà la mia testa sta esplodendo la tua voce mi uccide ogni volta raccatto i miei pezzi piangendo da quando mi sento una persona rotta lei mi ha strappato via tutto mi ha ucciso quattro volte ora sono in lutto la notte sogno il mare i colori e le stelle il giorno cerco di respirare ma cado stanca sulle mattonelle
Guardo fuori dalla finestracosa cerco, cinismo sicurezza sensibilità tranquillità freddezza? ma il sole illumina distorce oppure riscalda solo? illumina menti che hanno imparato a non dormire più a lungo, le illumina, ma segue il loro consenso? Resta incurante della loro opinione opera soltanto rendendole sempre più assetate. Come gli insetti attratti dalla luce, ne cercano sempre di più; ma avvicinandosi ad una stella poi ci si scotta. Quindi? Rimango con i vetri chiusi o mi lascio irradiare?
Fuori da questa finestra un inverno che non vuol passare. almeno finchè non sorgerà il sole dentro me.
Illustrazioni di Ginevra Lepri e Giulia Taviani
Illustrazione di Ginevra Lepri
ESSERE è tempo
di Matilde Carta
correggere
Il profilo politico e intellettuale di Rosa Luxemburg è molto più complesso di quanto suggerisca a prima vista la sua fama iconica di martire del socialismo; le complessità che la caratterizzano sono riconducibili alle identità molteplici che coabitano la sua figura a partire dal fatto che Rosa era di origini ebraiche, nata in Polonia ma suddita russa prima e tedesca poi. Era una donna appassionata e capace di straordinari slanci emotivi ma al contempo una rigorosa e coerente militante di partito e rivoluzionaria di professione, era una pensatrice politica capace di misurarsi alla pari di personalità del calibro di Lenin, ad esempio. Hanna Arendt la definì una “rivoluzionaria senza partito” perchè le sue posizioni sul piano politico la portarono spesso a scontrarsi sia col socialismo socialdemocratico di cui contestava il legalitarismo opportunistico, sia col comunismo bolscevico di cui stigmatizzava le esasperazioni centralistiche. Questo spiega perchè la memoria di una donna tanto importante sia stata per molto tempo ragione di imbarazzo sia tra le file dei socialisti che tra le file dei comunisti e solo dopo molto tempo abbia acquisito il valore che merita. Rosa Luxemburg nacque nel marzo del 1871 a Zamość in Polonia, allora parte dell’Impero russo. Già negli anni del liceo trascorsi a Varsavia Rosa si distinse per il precoce impegno politico tra le file di una cellula clandestina del partito socialista rivoluzionario polacco. Questo movimento venne però perseguitato e represso e nel 1895 Rosa fu costretta a lasciare la Polonia emigrando prima in Svizzera e poi in Germania. Qui sposò un tedesco: non c’era amore tra i due ma ciò le permise di ottenere nel 1989 la cittadinanza tedesca. A Berlino aderì al partito socialdemocratico e continuò a sostenere le sue posizioni marxiste e d'internazionalizzazione del socialismo. In questo contesto si scontrò con Eduard Bernstein, rappresentante dell'ala revisionista del partito poiché a differenza della Luxemburg, Bernstein auspicava un passaggio pacifico verso il socialismo, dettato da riforme sociali e non da rivoluzioni. La “Rosa rossa” (così la definì Brecht in una sua poesia) difendeva invece la necessità della rivoluzione per raggiungere gli obiettivi socialisti: sulla scia del pensiero marxista, c'era bisogno di una classe operaia che fosse cosciente e matura e che potesse avviare il processo, inesorabilmente lungo, di sovversione della classe borghese. Il suo pensiero fu dunque legato alle potenzialità della classe operaia, decisive per il crollo del capitalismo. Allo scoppio della prima rivoluzione russa Rosa tornò nella sua patria per parteciparvi ma fu presto arrestata; pacifista, contraria all’intervento in guerra e antimilitarista radicale era in particolare avversa alla concezione bolscevica del partito centralistico e autoritario. Quando venne rilasciata tornò in Germania, dove insegnò per un breve periodo Economia politica. Durante le lezioni chiarì la sua posizione: contrariamente a Marx, secondo la Luxemburg il capitalismo, anche se fosse entrato in crisi, sarebbe riuscito a “salvarsi” grazie alle immense risorse derivanti dal colonialismo. Polemizzò anche con Lenin, del quale non condivideva l’idea di un partito formato solo dalle élite proletaria, e con Stalin, perché nell’opinione di Rosa la democrazia non doveva essere abbattuta ma estesa. Quando nel 1914 scoppiò la guerra, Rosa abbandonò la carriera di insegnante e iniziò quella di attivista. A lungo si dedicò a manifestazioni contro la guerra finché non venne arrestata per ordine del kaiser Guglielmo II. Quindi fondò la “Lega di Spartaco” insieme all’amico Liebknecht e poi il primo Partito Comunista Tedesco, con cui, a fine della guerra, tentò un’insurrezione che viene spietatamente sedata: era il 15 gennaio del 1918 quando Rosa venne rapita. Sapeva che prima o poi sarebbe successo. La rapirono e poi la uccisero i gruppi paramilitari al soldo del socialdemocratico Friedrich Ebert e del ministro della Difesa Noske. Il suo corpo venne ritrovato in un canale il 31 di maggio quando ormai la primavera sta per cedere il passo all’estate. “Ora è sparita anche la Rosa rossa, non si sa dov’è sepolta. Siccome ai poveri ha detto la verità i ricchi l’hanno spedita nell’aldilà.” Così scrisse di lei il poeta tedesco Bertold Brecht in seguito all'accaduto. Se la donna fosse sopravvissuta alla repressione, chissà quale strada avrebbe percorso il socialismo tedesco, europeo e internazionale. Il suo pensiero ha portato notevoli spunti, per una riflessione più umana del socialismo, per un movimento operaio ben sviluppato, consapevole e responsabile, pronto a una vera e propria lotta di classe.
“L'esserci, compreso nella sua estrema possibilità d'essere, è il tempo stesso, e non è nel tempo. L'esserci è sempre in una modalità del suo possibile essere temporale. L'esserci è il tempo.” Nella sua opera “Essere e tempo” del 1927 Martin Heidegger dà diverse definzioni dell'uomo: in primo luogo l'uomo è l'ente ontologico per eccellenza, cioè quell'ente che unico fra tutti si pone il problema dell'essere. E' dunque lui che va interrogato se si vuole scoprire qual è il senso dell'essere. In secondo luogo l'uomo è un esser-ci, un essere qui in una situazione data che tanto dipende dal passato quanto è aperta sul futuro, una situazione che è condizionante l'uomo ma che può essere da lui in qualche misura modificata. Dunque dicendo che l'uomo è un “esserci”, Heidegger intende dire che l'uomo vive in uno spazio aperto del presente, che è legato al passato ma che ha anche un orientamento al futuro. In terzo luogo l'uomo è un essere nel mondo e non come pensava Cartesio una pura “res cogitans” , un puro pensiero di fronte contrapposta a una res extensa, la materia. L'uomo non è un soggetto di fronte a un oggetto ma è immerso nel mondo, è coinvolto in ciò che incontra, è immediatamente in una relazione stretta con le cose e con gli altri esseri viventi. Heidegger a tal proposito dice “l'uomo è un essere presso le cose e un con-esserci con gli altri uomini.” L'uomo è poi esistenza (dal latino “exsistere”, uscire fuori), poiché ha la capacità di porsi fuori da ciò che è verso ciò che non è ancora, di uscire dalla realtà verso la possibilità, sporgersi fuori di sé e proiettarsi in avanti. In quanto esistenza l'uomo è anche progetto, un progetto che parte da condizioni date fuori controllo, imprescindibili, quindi l'uomo affondando le sue radici in ciò che è stato e in ciò che si trova ad essere è costretto in una dimensione paradossale, sempre in bilico, un “ci”, un “qui”, sempre teso tra una proiezione verso il futuro e un contromovimento che lo tiene ancorato al passato. Il senso dell'essere dell'uomo, senso che va inteso come direzione ma anche come significato, è la temporalità; il mio essere dipende dal significato che do al mio passato, al mio presente e al mio futuro. Per Heidegger la determinazione fondamentale del tempo è il futuro. Poiché l’Esserci è un poter essere o un progettarsi, di conseguenza il futuro è il tempo più importante. Se l’esistenza è progettazione e trascendenza essa è diretta verso il futuro. Il tempo è ek-stasis (cioè stare fuori): il futuro è uno stare fuori dell’Esserci per un progetto dove il trascendersi verso il futuro implica necessariamente lo stare fuori. Il passato è un uscire fuori per ritrovare, per ritornare a. Il presente inteso come prendersi cura delle cose è un uscire fuori verso gli strumenti o gli utensili. Il problema è che l'uomo non è cosciente della propria capacità di uscire fuori da quello che è per proiettarsi verso il futuro, non ha coscienza di poter essere un'esistenza e un progetto. Dunque aderisce immediatamente a quello che si trova ad essere, cadendo così in una condizone di esistenza in-autentica, non propria, non decisa da sé ma da altri, dal mondo che ci circonda e che ci condiziona. Tale mondo è chiamato da Heidegger il mondo del “si”, il mondo dove uno pensa, dice, fa quello che si pensa, si dice, si fa; un mondo dove nessuno è veramente se stesso ma coincide con l'anonimo “si”, dove l'individuo scompare nella massa. Per uscire da questa condizione vi è una sola possibilità: guardarsi allo specchio e vedersi per quello che si è davvero. Solo in questo modo si può uscire da una vita decisa dagli altri, dissolta nell'anonimato del mondo del “si” e vivere in prima persona la propria vita, consapevolmente e autenticamente.
di Rebecca Degli Innocenti
BIBLIOTECA SCOLASTICA
CULTURA DEL LIBRO ED Età DELLA FRAMMENTAZIONE
di Paolo Mencarelli
Secondo il Manifesto dell'IFLA (International Federation of Library Associations and Institutions) sulle biblioteche scolastiche : “La biblioteca scolastica fornisce servizi, libri e risorse per l'apprendimento che consentono a tutti i membri della comunità scolastica di acquisire capacità di pensiero critico e di uso efficace dell'informazione in qualsiasi forma e mezzo. Il personale della biblioteca promuove l'uso dei libri e delle altre fonti informative, dalla narrativa alla saggistica, dalle fonti a stampa a quelle elettroniche, sia disponibili in loco sia remote. Tali materiali completano e arricchiscono i libri di testo, nonché le metodologie e gli strumenti didattici“. Una definizione impegnativa nell'epoca del “Metaverso” eppure se considerata alla luce della necessità di affiancare l'attività didattica con risorse librarie cartacee e digitali anche oggi una biblioteca come quella del Liceo classico Galileo potrebbe, opportunamente riqualificata, giocare un ruolo significativo. “Pensiero critico” e “uso efficace dell'informazione in qualsiasi forma e mezzo” rimandano ad un compito che oggi con i dovuti adattamenti può vedere le biblioteche scolastiche svolgere un compito importante per favorire la cosiddetta “lettura immersiva” che è poi quella necessaria non solo per lo studio ma anche piu in generale per apprendere contenuti con un minimo di complessità. Una ormai larga letteratura ha da tempo ben argomentato come sia sempre piu probabile che ci sia un nesso diretto tra il calo nella pratica della lettura e la decadenza della politica e della qualità della democrazia intesa come capacità di pensare, discutere ed agire (H.Arendt). Far rivivere dopo l'emergenza Covid, riqualificare e implementare biblioteche di istituto che già possiedono ampie collezioni storiche può essere un modo non banale per integrare lavoro didattico e risorse documentarie. Si potrebbero cosi rafforzare le competenze di ricerca bibliografica e sitografica sempre piu centrali nell'età della “frammentazione”, piena di straordinarie opportunità e insieme di rischi di facili fideismi ultratecnologici, descritta da uno studioso come Gino Roncaglia, consulente del Miur e filosofo, nel suo L' età della frammentazione. Cultura del libro e scuola digitale (Laterza, 2018).
L’Urban Nation, situato nel cuore di Berlino, è una fondazione non-profit ospite di mostre cicliche di arte contemporanea di artisti berlinesi e non. L’iniziativa, basata sull’integrazione e sullo scambio interculturale, è attiva dal 2013, e da allora si occupa di preservare l’Urban e la Street Art continuamente soggetta a danni e censure. L’Urban Nation si fa carico di essere un promotore internazionale di arte urbana, incitando alla sfida e al cambiamento, e si occupa di dare voce e spazio a tutti gli artisti contemporanei che hanno il bisogno di dire qualcosa e spesso non possono farlo. Con il motto “Connect. Create. Care.”(Connetti. Crea. Prenditi cura.) il museo si fa anche carico di preservare Bülowstrasse, dove è situato, da sempre uno dei quartieri berlinesi con più graffiti sulle facciate dei palazzi, facendo sì che nessuno di essi venga tolto. Da Giugno 2022 a Dicembre 2024, il museo sta ospitando la mostra “Talking... and other banana skins”, curata da Michelle Houston. L’esposizione crea una fusione tra opere d’arte esclusivamente visive e vera e propria performance a cui lo spettatore prende parte attivamente. Con artisti partecipanti da tutto il mondo, la mostra affronta temi al giorno d’oggi socialmente o psicologicamente delicati; i conflitti, l’ennesima intollerabile oppressione razzista, l’ingente capitalismo, la diversità, lo stato in cui versano alcune minoranze, il cambiamento del mondo e il nostro ruolo in questo, la totale alienazione dell’adulto verso una società di cui è inconsciamente schiavo e l’eterna paura di fallire in tale società, non disposta a dare seconde possibilità. È un invito a mettere in dubbio la propria prospettiva, o qualsiasi prospettiva in generale. È un invito a riflettere. L’esposizione è divisa in 8 capitoli, in un progredire di complessità e di controversie, inducendo al dialogo e al confronto. Il capitolo 1, “We need to talk”, verte proprio su questo. Il paradosso di questo mondo, nel quale nonostante siamo muniti di immensi mezzi per farlo, non siamo capaci di comunicare. Il capitolo 2, “Forty-two”, incita al dialogo con un io interiore con cui abbiamo perso contatto. Le domande che dalla nascita della filosofia, o della stessa umanità, l’uomo si pone: che cosa è l’universo, qual è il significato della nostra vita. Da Platone a Gauguin in molti hanno provato a rispondere in modo empirico, e dobbiamo continuare a farlo. Non vi è risposta, forse non vi sarà mai, ma il dialogo con se stessi rimane necessario. Il capitolo 3, “Shifting perspectives”, lavora sulla prospettiva. Mutevole, malleabile, in continua evoluzione. In un mondo che opera su più dimensioni, abbiamo il dovere morale di analizzare ogni prospettiva possibile, scegliere quella che più si confà alle conclusioni tratte, ed essere prontamente disposti a cambiarla nel caso in cui se ne presenti la necessità. Il capitolo 4, “The forum”, ispirandosi alla Boulé greca, spera in un futuro mondo politico che è tollerante verso chiunque, e a cui tutti possono partecipare allo stesso modo, lontano da quell’isolamento culturale che non siamo ancora stati in grado di cambiare. Il capitolo 5, “Deep fake”, manipola. Osserva il modo in cui le parole hanno effetto diretto sull’inconscio umano, come è facile arrivare alla mente delle persone. Come percepiamo un’informazione? Come la elaboriamo? La mente è complessa, ma talvolta può essere molto facile da manovrare. Il capitolo 6, “I am an X, but...”, incita alla vergogna. Invita lo spettatore a riflettere sulla propria ipocrisia e ad accettarla come unico possibile nuovo punto di partenza. Il capitolo 7, “Hybrid histories”, sposta il passato nel presente. La storia è l’ombra del tempo che stiamo vivendo, incancellabile e immutabile; non è altro che il riflesso sbiadito di ciò che siamo. Il capitolo 8, “Fail again, fail better”, guarda al fallimento. Ne esamina soprattutto la bellezza. La perseveranza e la determinazione che risiedono nel fallire e nel ripetere la stessa azione è ciò di quanto più bello possa esserci nell’uomo. L’Urban Nation dà voce a chi conosce solo l’arte come mezzo per comunicare e a chi ci sta pregando in ginocchio di aprire gli occhi e la mente davanti al mondo in cui siamo, di prendere una posizione e di non avere paura. L’Urban Nation sta lanciando un messaggio, semplice, magari banale, ma forse più potente ed effettivo di qualsiasi altra cosa. Parlare.
LA BIBLIOTECA DI BABELE, “FINCIONES” J.L.Borges
di Alessandro D'Angelo
(Adelphi,trad.Antonio Melis)
La biblioteca di Babele presenta al lettore un luogo che raccoglie tutti i libri di 410 pagine possibili secondo combinazioni di lettere tutte diverse tra loro. In questa biblioteca di forma esagonale esistono infinite combinazioni che danno origine a tante parole e testi di senso compiuto, quante sequenze insensate di lettere, devono secondo un ordine logico ben specifico trovarsi testi “veritieri” e non. Nell’inifinita sequenza di scaffali l’uomo non può distinguere il vero dal falso, trovandosi quindi intrappolato in un labirinto di libri “L’universo (che altri chiamano la Biblioteca) si compone di un numero indefinito, e forse infinito di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, circondati da ringhiere bassissime” da Finzioni(Adelphi,trad.Antonio Melis,2015)
IL PROGETTO
CAte
di Caterina Zurli
ACBC, acronimo di “Anything Can Be Changed”, è una società Italiana che è nata a Milano grazie all'idea di Gio Giacobbe e Edoardo Iannuzzi, rispettivamente CEO e CFO dell’azienda: "Abbiamo fondato ACBC nel 2017 con una mentalità del 2030 e con la visione di trasformare l'industria con innovazioni GREEN". ACBC è stata creata con l’intento di cambiare il modo in cui la moda si relaziona al mondo dell’ecologia e dell’ecosostenibilità: secondo le Nazioni Unite, infatti, il settore della moda produce circa il 10% di tutta la Co2 emessa globalmente e, in particolare, la produzione di scarpe ne è la maggiore responsabile. Il loro obiettivo, infatti, è quello di rendere entro il 2027 ecologico almeno l’1% della produzione mondiale di scarpe. Per il momento sono la prima ed unica azienda di scarpe esclusivamente ecologiche in Italia e si sono distinti per aver collaborato con oltre 40 marchi di moda sia più, che meno noti. Infatti, ACBC ha contratti sia con brand di grande firma che non. Sebbene queste scarpe siano prodotte con materiali costosi, perché resi di buona qualità da una serie di lavorazioni, il prezzo non è diverso da quello dell’alternativo modello in pelle o in tessuto nuovo. Semplicemente, hanno rielaborato dei disegni di riferimento di scarpe, in accordo con il marchio proprietario del modello, cambiando i materiali con cui sono tendenzialmente prodotti. Hanno individuato tre diverse categorie di materiali, rispetto alla pelle ed alla plastica, con cui produrre le scarpe: materiali in sostituzione della pelle, fibre naturali e gomme riciclate. In sostituzione di pelle ed eco-pelle, è stata trovata la fibra di cactus, gli scarti delle mele (provenienti dalle coltivazioni in Trentino), le scorie di mais prodotte nelle piantagioni, le bucce e i semi dell’uva, il PET riciclato ed altro. Ovviamente, per garantire che la tenuta e la resistenza di questi materiali siano pari a quelle della pelle, sono sottoposti a lavorazioni chimiche che, come tiene a informarci la squadra di ACBC, vengono eseguite in modo da non inquinare. Un’altra delle soluzioni trovate, per quanto riguarda soprattutto le scarpe estive, è stata quella di utilizzare fibre riciclate e biologiche in sostituzione alla tela. Per realizzare parti di calzature come lacci, solette o decorazioni, utilizzano fibre naturali, tra le quali quella di juta, il sughero, alghe e cotone riciclato. Per quanto riguarda le suole delle scarpe non hanno focalizzato la produzione su fibre naturali, perché non abbastanza resistenti ed elastiche, ma sul riutilizzo degli scarti di lavorazioni precedenti. Un esempio è il “Wool-rubber”, cioè un impasto di scarti di granuli di gomma e di lana lavorata precedentemente. Una sola azienda, ovviamente, non può cambiare le sorti dei milioni di tonnellate di materiali che ogni anno vengono gettati, ma la speranza è quella che, sempre di più, si diffonda una mentalità contro lo spreco. Per incentivare questo percorso, senza dubbio, occorrerebbe che le persone venissero educate e sensibilizzate all’utilità della materia prima, che non è altro che una conseguenza al rispetto per l’ambiente e per le persone che verranno dopo di noi. ACBC sta prendendo il via, ma il cambiamento della visione globale della moda è ancora in salita. Riusciranno Gio e Edoardo ad arrivare al loro ambizioso obiettivo?
Cooregg
Il romanzo 1984, scritto da George Orwell nel 1949, è considerato una perfetta rappresentazione del totalitarismo. La vicenda si svolge in un futuro prossimo (nell’anno 1984) dove nel mondo tutto il potere è concentrato nelle mani di tre soli stati: Oceania, Estasia e Eurasia. In particolare i fatti si svolgono in Oceania, il cui vertice del potere è rappresentato da Big Brother (in italiano tradotto Il Grande Fratello), onnisciente e invincibile, leader dell’unico partito presente che controlla l’intero paese. È stata la cosiddetta rivoluzione, realizzata a seguito della Terza Guerra Mondiale, a determinare l’ascesa del partito, portando l’intera società ad un punto irreversibile e destinato a restare così per sempre. Gli individui di questa nuova società sono completamente alienati, perché hanno perso la propria individualità, condannati ad essere costantemente controllati e manipolati dai piani alti. Ogni luogo è dotato di teleschermi, ovvero sistemi di sorveglianza intelligenti, in grado di controllare in ogni momento ogni singolo individuo. La vita in Oceania è monotona, priva di qualsiasi forma di svago o piacere e l’esistenza delle persone ha un unico scopo: amare Big Brother profondamente, rispettare visceralmente le sue dottrine e credere esclusivamente a ciò che egli dice. Il protagonista del romanzo è Winston Smith, incaricato presso il Ministero della Verità (uno degli organi del governo) di censurare ed eliminare tutti gli scritti considerati non in linea con la politica del partito per poter alterare la storia. Durante il corso della vicenda Winston assume consapevolezza delle proprie idee, capisce il meccanismo malato del governo e inizia a condurre una vita segreta. Nonostante sia consapevole del rischio a cui sta andando inevitabilmente incontro, l’uomo non si ferma e sente dentro di sé di essere nel “giusto”: Winston capisce che la realtà viene costantemente alterata e che il solo scopo del partito è quello di controllare la mente degli individui. La rivoluzionaria politica di Big Brother descritta da Orwell appare in maniera evidente come un’ estremizzazione del totalitarismo. Lo stato dell’Oceania non si limita al solo controllo degli individui: il vero fine è riuscire a controllare le menti delle persone, arrivando ad un punto tale per cui 2+2 avrà come risultato 5 e non più 4. 1984 mostra l’enorme potenza dello stato sui suoi cittadini, fa capire quanto la mente umana sia influenzabile e malleabile. È certamente presente nel romanzo la speranza di poter sovvertire l’ordine del sistema, speranza incarnata dalla figura di Emmanuel Goldstein, leader dei ribelli contro il partito, ma questa possibilità di cambiare le cose appare debole e precaria. Alla fine del libro, infatti, Winston viene catturato e torturato, costretto non solo a soffrire ma anche a mutare profondamente le proprie idee: le torture servono per rivoluzionare la mente di coloro che sono considerati deviati, è necessario anche per morire l’amore verso Big Brother. La rivoluzione che ha portato all’ascesa del partito rispecchia perfettamente la definizione del termine stesso “rivoluzione”; è avvenuto quel radicale mutamento che sembra destinato a restare tale per sempre. La domanda che nasce spontanea è: Orwell credeva nella possibilità di una nuova rivoluzione?
El mundo es mi casa
di Flavia Breglia
Cominciai a scrivere di Amam per il giornale durante la nostra decima settimana di soggiorno e non finii fino all’ultima. Era il soggetto perfetto di cui raccontare. Non dovevo fare alcuna domanda, lui parlava spontaneamente tutte le sere che ci incontravamo. Anche io gli raccontavo qualcosa di me, anche se non mi era facile. Una sera gli raccontai di come ero diventata giornalista e di quanto fosse difficile per una donna lavorare in questo mondo. Da quel giorno divenne tanto interessato, che ogni sera che ci vedevamo, mi chiedeva di come stesse andando l’indagine, ma io gli mentivo (infatti solo Pedro e il francese al quale si era affezionato ci stavano lavorando); d'altronde non gli potevo neanche dire che l’argomento dei miei articoli si era inaspettatamente focalizzato sulla sua vita. Chissà come l'avrebbe presa, forse avrei distrutto i nostri rapporti per sempre. Sapevo che non sarebbero potuti durare in eterno ma, come una bambina testarda, volevo rimanere a giocare con quella bambola il più a lungo possibile. Una sera aveva preso una macchina a noleggio e mi aveva portato fuori dalla città caotica. Nessun grattacielo, solo terreno rosso e arido: era appena iniziato il deserto. Poche macchine sfrecciavano di tanto in tanto, ma ormai non mi intimoriva più stare da sola con lui, anzi lo preferivo di gran lunga. Amam prese una strada sterrata. Le sterpaglie secche e bruciate dal sole ci passavano ai lati. Quando la strada sterrata finì, Amam proseguì seguendo una mappa immaginaria, forse stampata nella sua memoria. Sembrava sapere dove stessimo andando. Il terreno irregolare e gli arbusti secchi ci facevano sobbalzare nella macchina, ma Amam rimaneva impassibile. Rimanemmo in silenzio ancora per qualche chilometro, poi giungemmo davanti ad un cancello chiuso e arrugginito. Ai lati di questo proseguiva un muricciolo. Era una villa nel deserto. Diedi una rapida occhiata ad Amam ma lui guardava dritto davanti a sé. Scese dalla macchina senza dirmi una parola, ma io capii che lo dovevo seguire. Scavalcammo il muretto e ci trovammo davanti una casa diroccata senza porte né finestre, e quel fuoco si accese nuovamente nei suoi occhi. Ecco la sua infanzia, ecco la terra dalla quale era stato sradicato, ma non era appassito. Mi sentii la gola secca, assetata di sapere, ancora e ancora. Mi ero resa conto che la vita privata era ormai entrata in conflitto con quella professionale, ma se da una parte avrei voluto tanto consolarlo, dall'altra non potevo far altro che chiedergli di più. Rimasi in silenzio mentre aspettavo che fosse a lui a colmare quel vuoto. Dopo pochi minuti iniziò a raccontarmi di come era morta sua madre. L'avevano uccisa i Talebani, e lui era lì presente, mentre suo padre era uscito a fare delle commissioni. Qualche ora dopo, lui, i suoi fratelli e suo padre erano già in aereo diretti a Mosca. Ecco l’ultimo ricordo di quella casa. Mi disse che in Afghanistan gli era rimasto solo qualche cugino e uno zio lontano; era stato proprio quest'ultimo a mandare in casa sua i talebani. Gli promisi che lo avrei aiutato a trovare i suoi cugini, così da quel momento in poi, passai il mio tempo a fare ricerche su tutte le documentazioni che esistevano sul web. Spesso inviavo alla redazione foto dei luoghi in cui mi portava Amam, della sua vecchia casa, del mercato in cui era solito andare da piccolo. Non molto tempo dopo finalmente trovammo i due cugini che erano rimasti in Afghanistan e che, anzi, mai erano usciti da Kabul. Mettendosi in contatto con uno di loro eravamo riusciti ad organizzare un incontro e finalmente Amam li avrebbe rivisti dopo tanto tempo. Tutto era perfetto. La conclusione del reportage sarebbe stato il commovente incontro e la riunificazione di una famiglia. Avevo già in mente il titolo dell'ultimo articolo. Purtroppo sapevo bene cosa volesse dire veramente “ultimo articolo”: Fine.
Il giorno dopo quella fatidica notte, vidi Pedro particolarmente solare. Doveva essere andata bene con il francese. Conoscevo quell'espressione ed era la stessa che avevo anche io. Non scambiammo una sola parola di ciò. Incontrai Amam solo una settimana dopo. Fui io a chiamarlo questa volta. Passammo tutta la sera a parlare sulla terrazza del suo appartamento e vedemmo la città addormentarsi, anche se Kabul non sta mai con entrambi gli occhi chiusi. Allora Amam iniziò a raccontarmi la sua vera storia. Era nato a Kabul. Suo padre, prima dei talebani, era una figura di rilievo al tempo dei sovietici. I bei tempi trascorsi risvegliavano nei suoi occhi un fuoco caldo quasi quanto le giornate estive passate a giocare tra l’erba secca. Lo si poteva vedere dalle sue iridi così profonde, che raggiungevano tempi così passati. I talebani erano arrivati quando lui aveva sei anni ed era stato costretto a lasciare Kabul. La famiglia si era rifugiata a Mosca. Qui aveva trascorso dodici anni della sua vita e dopo aver visto attecchire la prima neve dell'Inverno per dodici volte, si era trasferito in Germania per studiare lettere antiche. Così, dopo trent'anni era tornato nella sua patria natìa alla ricerca di quella che un tempo era stata la sua casa. Rimanemmo svegli fino a quando il sole non illuminò la terra, le case e i grattacieli. Sotto di noi le macchine ricominciarono a borbottare. Lo guardai dormire sul terrazzo. Forse non l’avrei più visto, forse il giorno dopo saremmo tornati lì. Non so bene perché, ma mi irritava non sapere la risposta. Per quanto saremmo andati avanti? Senza svegliarlo lasciai la sua camera con difficoltà, mentre tutto cercava di tenermi avvinghiata lì. Arrivata all'appartamento, Pedro mi comunicò che forse avevano trovato, lui e il francese, una pista. Da allora il lavoro impegnò la maggior parte del tempo. Di giorno e di notte facevamo ricerche o giri di ricognizione, spiavamo tutti i movimenti dei quartieri più sospetti e aspettavamo con ansia le chiamate anonime degli informatori nel cuore della notte . Durante quella settimana Amam mi scrisse un paio di volte, forse tre. Io non risposi o, se risposi, lo feci con freddezza. Dopo due settimane di notti insonni e giorni illuminati dallo schermo di un computer portatile, avemmo la certezza che gli informatori fossero inutili o addirittura che avessero tentato di depistarci. Un altro vicolo cieco, un'altra sconfitta e ancora nelle tasche niente da portare al direttore. Avevo bisogno di distrarmi, di liberare un po' la tensione. niente poteva farlo meglio che le storie esotiche di Amam. Lo chiamai, e sebbene lo avessi evitato per tre settimane, accettò di vedermi. Per telefono mi annunciò che mi avrebbe portato in un posto speciale. Pedro era già su tutte le furie che io mi fidassi così di lui. Aveva ragione Pedro ma non era qualcosa che io potessi controllare, o tantomeno spiegare. Le luci dei lampioni quella sera rendevano tutto più elegante (oppure era Amam con il suo gessato grigio a nobilitare tutto ciò che lo circondava?). Mi salutò e ci scambiammo un rapido bacio, io mortificata per averlo fatto aspettare tanto tempo, lui si finse indifferente. Passeggiammo per una buona mezz’ora lungo le strade affollate, spintonati da vecchi ubriaconi e bambini che correvano. Chi tra quelli stesse giocando a nascondino, chi avesse appena rubato la signora zoppa, non si poteva sapere. Raggiungemmo un vicolo deserto, a volte qualche lampione lampeggiante cercava di mettermi in allerta. iniziai a sudare freddo alle mani, poi anche ai piedi. Amam mi aveva distratto con discorsi filosofici e fiabe per bambini, non avevo fatto attenzione a dove fossimo, né avevo controllato se potesse nascondere eventuali armi. Stava sorridendo mentre mi stringeva la mano. Incontravamo dei passanti sempre meno spesso. Dovevo chiedere aiuto ma non sapevo bene a chi, né come. Forse avrei dovuto ascoltare Pedro, e chiudere il rapporto con Amam. Lui era pericoloso. Probabilmente si era accorto della mia paura, ma nel momento in cui provò a rassicurarmi stringendomi ancor di più la mano, senza poter decidere, gli sferrai un colpo alle tempie.
correggere
Avevo paura, quella parola era come un muro che non mi permetteva di vedere oltre. Avevo deciso che gli avrei detto tutta la verità solo dopo l’incontro con il cugino, al quale Amam mi aveva pregato con insistenza di accompagnarlo. Il giorno tanto atteso non mangiai per l’ansia di dover dare quell’addio, ma il mondo si ribaltò sotto ai miei piedi ed io, rimanendo a mezz’aria, non ebbi l’occasione di farlo. Avevamo concordato di incontrarci al suo hotel, io sarei arrivata mezz’ora prima del cugino per aiutarlo ad organizzare l'incontro. Doveva essere un semplice appuntamento, ma Amam sembrava piuttosto agitato, e anche io lo ero. Mi iniziai a preparare tre ore prima e scelsi i vestiti più eleganti e professionali che avevo. Per ultima cosa mi coprii il capo con il velo e feci chiamare un taxi da Pedro. Il viaggio nel traffico di Kabul sembrò infinito, poi finalmente la macchina si fermò davanti all’Hotel. Presi un profondo respiro ed entrai. Non passai neanche dalla reception, ma salii direttamente alla camera numero 365. Suonai al campanello della porta e attesi. Il mio petto faceva da cassa di risonanza ai pesanti rintocchi delle lancette nell'orologio da polso, e intanto il tempo passava. Suonai un’altra volta, ma ancora nessuna risposta. Allora forzai leggermente la maniglia e questa non si oppose al mio tocco. Spalancai la porta e mi precipitai all’interno. In un angolo del pavimento trovai tutte le lenzuola sporche ammonticchiate e quelle pulite appoggiate sul tavolo. Uscii e andai a controllare di essere entrata nella stanza giusta, ma come potevo sbagliarmi dopo averlo fatto così tante volte. Effettivamente la stanza era giusta, la 365, ma era l'interno che non quadrava. Scesi quattro piani di scale tutte d’un fiato e corsi alla reception. Il signore alla hall mi guardò con diffidenza, già sapendo che lo avrei messo in qualche pasticcio. Gli chiesi in inglese dove fosse andato il signor Amam Jaffri. Lui arcuò le sopracciglia confuso. Io allora ripetei, ma lui rispose che non esisteva nessun cliente con quel nome. Riprovai, ma ancora nessuna risposta. Poi, una scritta in grassetto del giornale abbandonato sopra il bancone attirò il mio sguardo. Il giornale era internazionale, ma la parola che stavo fissando impietrita era scritta in arabo e l'avevo riconosciuta al primo istante: era il nome del cugino di Amam. Quante volte avevo composto quel nome sulla mia tastiera alla ricerca di un riscontro sul web. Lo afferrai con una sola mano e lo stesi davanti ai miei occhi. La scritta continuava in inglese dicendo che era rimasto ucciso quella mattina in una sparatoria. Dovevo chiamare Amam e dirglielo il prima possibile! Quanto si sarebbe dispiaciuto, e poi con quale coraggio glielo avrei detto. Stremata tentai ancora una volta di sapere dove fosse:”Who lives in the 365?” Allora lui disse: “Ah, do you mean Mister Colonel Andric Azizi? I’m very sorry to tell you, Madam, but he left this morning”. Non pronunciai parola e rimasi a fissarlo per qualche secondo. Sicuramente c’era stato un malinteso, cercai di spiegarglielo. Lui continuò:” Are you Miss Christina? This is for you.” Nelle mani adesso aveva un foglio di carta spessa piegato in due. Me lo porse e io lo aprii. L’inchiostro versato sul foglio, forse ancora fresco, si arricciava e formava parole talmente pesanti da non riuscire a tenerle nella mano. “Thank you for helping me. Sorry, but it’s time to go.” Nell’angolo a destra c’era una “A” puntata, forse stava per “Amam”, forse per il suo vero nome, che mai mi aveva svelato.
di Giacomo Oroya
Un essere umano, si sa, per crescere bene ha bisogno di amore come una pianta ha bisogno di acqua. Senza amore si cresce ma si cresce male. Male non significa deformato, la natura è perfetta, noi esseri umani siamo perfetti dal punto di vista anatomico ma senza amore cresciamo deformati dentro. E quindi per una crescita sana equilibrata in armonia ci vuole tanto amore dalla nascita alla morte direi. Ora se fosse possibile avere ciascuno un distributore automatico gratuito d'amore tutto sarebbe più facile e probabilmente vivremmo in un mondo migliore. Ma l'amore non è affatto gratuito, è tutt'altro che gratuito. E' condizionato da un sacco di fattori, forse troppi. Sei amato dai tuoi genitori se sei all'altezza delle loro aspettative Sei amato dagli amici se ti comporti come loro desiderano Sei amato dal mondo in generale se sei una persona di successo e non di certo una persona senza nessuna caratteristica che ti contraddistingue dal resto del mondo. l'amore quindi non è gratuito.. è condizionato da come sei, da cosa fai e da come lo fai, è una verità cruda ma è pur sempre la verità. E allora come è possibile essere stessi e liberi da condizionamenti quando essere se stessi spesso significa non aver nessuna voglia di soddisfarre sempre le aspettative dei genitori, non avere nessun motivo per essere come vogliono i tuoi amici, non avere interesse nelle materie che devi studiare per ore, non avere sempre la forza e la motivazione per riuscire in ogni cosa?? Quindi se dovessimo essere se stessi ... non saremmo amati e allora ci mancherebbe l'acqua per crescere e vivere e l'istinto di sopravvivenza ci spinge all vita non alla morte: Cosi ci sforziamo di essere ciò che non siamo e facciamo ciò che non vogliamo finchè ad un certo punto la nostra mente il nostro corpo vanno in confusione, i pensieri si annebbiano, niente ha più il suo apparente senso e possiamo contare solo su noi stessi ed è a quel punto che dobbiamo aver imparato a volerci bene. Questo ci permette di avere il coraggio di essere liberi.. quando impariamo a volerci bene.. perche ciascuno si salva da solo.
Le università e il sistema scolastico
di Alice Lavorini
“Noi siamo stanchi della retorica per cui se vuoi avere successo devi sacrificare la tua salute mentale, il tuo benessere e la tua persona”.Queste sono le parole di una studentessa dell'università Federico II di Napoli, parole pronunciate in seguito al suicidio di una sua collega ventisettenne avvenuto nel marzo 2023. Nello stesso periodo un'altra ragazza ha deciso di togliersi la vita in uno degli atenei di Milano a soli diciannove anni. Dal Nord al Sud, senza distinzione, studenti e studentesse sono vittime di un sistema scolastico che invece di farli crescere e restituirli al mondo in qualità di cittadini consapevoli e menti pensanti li annienta, portandoli, nei casi più estremi (anche se sempre più frequenti), a compiere azioni drastiche come quella del suicidio. Ovviamente sarebbe iperbolico individuare nella scuola e nell'università le uniche cause scatenanti dell'aumento di casi di autolesionismo e suicidio che sono stati registrati nella fascia di età che va dai 15 a 35 anni, dal momento che l'essere umano è estremamente complesso ed una scelta del genere difficilmente è determinata da un unico fattore scatenante. In ogni caso è indubbio che le dinamiche scolastiche influiscano negativamente su situazioni già precarie. La scuola, frutto della società della performance, schiaccia i suoi studenti sotto il peso di un giudizio costante, che genera in loro un profondo senso di inadeguatezza e la paura di essere etichettati come non meritevoli. I modelli di apprendimento sono basati sulla vittoria e sulla malsana idea che più riesci a performare più sarai tenuto in considerazione dal sistema scolastico e dalla società intera; c'è un tempo breve in cui devi riuscire a fare tutto se non vuoi rimanere escluso. Seguendo questa logica, la qualità della formazione viene equiparata alla quantità delle nozioni apprese e degli esami in cui si è riusciti ad ottenere il massimo dei voti, senza rendersi conto di quanto questo sistema sia nocivo sia su un piano psicologico che fisico (dal momento che gli studenti e le studentesse, pressati dalla società della performance, si sentono in dovere morale di fare le ore piccole studiando nel tentativo di raggiungere l'eccellenza e di scongiurare il “fallimento”). Riguardo ai due suicidi avvenuti nel mese di marzo precedentemente citati e alle critiche mosse nei confronti del sistema scolastico, sono stati numerosi i commenti di docenti, genitori e giornalisti che utilizzavano la retorica dei “ragazzi fragili e non abituati al fallimento” e che individuavano negli attacchi di panico e nei disturbi psicofisici degli studenti segni di immaturità e di incapacità nel gestire i “reali” problemi della vita. Probabilmente hanno la mente troppo appannata dalle loro certezze per rendersi conto che hanno creato una società (e di conseguenza una scuola) che viaggia a ritmi disumani e aspira ai canoni irraggiungibili della perfezione e dell'eccellenza, come viene sottolineato nelle parole conclusive di un discorso che tre studentesse della Normale di Pisa hanno pronunciato durante la consegna dei diplomi il 9 luglio 2021: “[...] E' significativo che nessuno di noi si riconosca nella retorica dell'eccellenza su cui la scuola poggia e questo non solo perchè la consideriamo parte integrante di un modello sistemico e locale insostenibile, ma soprattutto la troviamo incompatibile con l'incompletezza e la fallibilità di ognuno di noi”.
GEMMA/foto
Un essere umano, si sa, per crescere bene ha bisogno di amore, come una pianta ha bisogno di acqua. Senza amore si cresce, ma si cresce male. Male non significa deformato, la natura è perfetta, noi esseri umani siamo perfetti dal punto di vista anatomico ma senza amore cresciamo deformati dentro. E quindi per una crescita sana, equilibrata, in armonia, ci vuole tanto amore dalla nascita alla morte, direi. Ora, se fosse possibile avere ciascuno un distributore automatico gratuito d'amore, tutto sarebbe più facile e probabilmente vivremmo in un mondo migliore. Ma l'amore non è affatto gratuito, è tutt'altro che gratuito. È condizionato da un sacco di fattori, forse troppi. Sei amato dai tuoi genitori se sei all'altezza delle loro aspettative. Sei amato dagli amici se ti comporti come loro desiderano. Sei amato dal mondo in generale se sei una persona di successo, e non certo una persona senza nessuna caratteristica che ti contraddistingua dal resto del mondo. L’amore quindi non è gratuito... è condizionato da come sei, da cosa fai e da come lo fai, è una verità cruda, ma è pur sempre la verità. E allora, come è possibile essere se stessi e liberi da condizionamenti quando esserlo significa non aver voglia di soddisfare sempre le aspettative dei genitori o dei propri amici, non avere interesse nello studiare per ore e non avere la forza e la motivazione per riuscire in ogni cosa? Quindi, se provassimo a essere noi stessi, non saremmo più amati. Ci mancherebbe l'acqua per crescere, ma l'istinto di sopravvivenza ci spinge alla vita, non alla morte: ecco perché ci sforziamo di essere ciò che non siamo. Ad un certo punto la nostra mente e il nostro corpo vanno in confusione, i pensieri si annebbiano, niente ha più senso: possiamo contare solo su noi stessi. A quel punto dobbiamo aver imparato a volerci bene. Questo soltanto ci permette di avere il coraggio per essere liberi. Ognuno di noi si salva da solo.
Bibliografia: Freud S. (1899) L’Interpretazione dei Sogni, Bollati Boringhieri,Torino Freud S. (1920) Al di là del principio del piacere,vol.9, Bollati Boringhieri,Torino Freud S. (1895) Progetto di una psicologia,vol.2, Bollati Boringhieri,Torino Khan M. (1990) I Sé Nascosti, Bollati Boringhieri,Torino
Illustrazione di Giulia Taviani
rUBRICA AMBIENTE
Spesso quando si parla di salvare il mondo, da un punto di vista climatico s'intende, si pensa a una serie di cambiamenti estremamente complicati a partire dalla fantomatica transizione ecologica che spaventa così tanto governi e persone. "Eh ma chi ci pensa ai posti di lavoro?", "Ma quindi ora non sono più libero di mangiare carne?", “Ma la raccolta differenziata non bastava?”. La realtà è che, comunque vada, la nostra società è destinata a cambiare a breve e quello che possiamo fare è solo decidere in che direzione andare. Per adesso, scegliendo di non scegliere, stiamo prendendo una direzione che ci porterà a scenari da film apocalittico: nel 2050, il 30% del territorio italiano sarà desertificato, con conseguenti crisi alimentari, mentre in altre parti del mondo il livello del mare si alzerà tanto che le terre su cui ora vivono 150 milioni di persone si troveranno sommerse dalle acque; si stimano infatti 216 milioni di migranti climatici tra appena 30 anni(rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati).Non vi preoccupate però, lo scopo di questo articolo non vuole essere quello di spargere eco-ansia, e di accrescere la paura disarmante di essere sull'orlo del collasso, che come unico risultato porta alla paralisi.Vorrei invece riflettere sull'altra direzione che abbiamo la possibilità, e il dovere, di prendere, perché siamo ancora in tempo per cambiare rotta, e questo non comporterà grandi drammi ma solo benefici per tutta l’umanità.Il problema da risolvere è sistemico e si applica a tutti gli aspetti della nostra esistenza, per capire meglio prendiamo in esame la realtà della città che riguarda tutte e tutti noi da vicino.Al giorno d’oggi siamo di fronte ad un ecosistema nato dall’uomo e costruito apposta per potervi in qualche modo prosperare che è stato completamente denaturato e travolto da una presenza ingombrante ed estremamente fastidiosa: l’automobile. Sappiamo a memoria il tormentone per cui sono più sostenibili i mezzi pubblici e la bicicletta. Ma non lo si dice solo a vantaggio dell’ambiente astratto, o il fatto che in Italia si muoia più a causa dello smog che del Covid19, ma anche a nostro vantaggio. E soprattutto non è solo una scelta individuale. Dobbiamo investire nel trasporto pubblico, efficiente, capillare e soprattutto accessibile per tutte le fasce della popolazione, se non addirittura gratuito come la scuola o la sanità. Riducendo le auto, diminuirebbe il rischio di incidenti stradali, che ad oggi ammontano a 151.875 all’anno (dati ISTAT 2021), e aumenterebbe il benessere delle persone, che secondo l’attuale stile di vita passano circa 4 anni complessivi bloccati nel traffico o a cercare parcheggio.
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di Alice D'Ettole
La città dovrebbe ricominciare a soddisfare i veri bisogni dei propri cittadini. In conclusione no, il mio sogno non è salvare il mondo, perché il pianeta Terra continuerà comunque a girare intorno al Sole nonostante i gradi in più o la presenza costante di incendi e inondazioni. Nel 2030, anno stimato come "punto di non ritorno" da cui inizieranno una serie di eventi catastrofici a catena, incontrollabili e imprevedibili, questa massa di gas, acqua e terra non imploderà. Siamo noi ad essere in pericolo, è l’intera specie umana che rischia l’estinzione a causa di questi eventi. Il mio sogno è proprio che la specie umana decida di salvarsi.
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È il 13 settembre, una ragazza curda di nome Jina Mahsa Amini, proveniente da Saqqen, viene fermata in metropolitana a Teheran, dove si trovava per far visita a dei parenti, da una pattuglia della polizia morale. Enayayollah Rafiei, comandante della squadriglia e con lui Ali Khoshnamvand, Prastou Safari, e Fatemeh Gurban Hosseini. L’accusa: non indossare l’hijab correttamente, pratica obbligatoria per le donne dopo la rivoluzione islamica del 1979. Tre giorni dopo, il 16 di settembre, la giovane muore in un letto di ospedale, secondo il governo iraniano per un problema cardiaco. Ma la verità è ben altra: Mahsa dopo l’arresto viene portata al centro di detenzione di Vozara, dove viene picchiata causandole prima un trauma cranico e poi, infine, il coma. I parenti denunciano l’avvenimento subito dopo la morte: il fratello dichiara di aver sentito la sorella gridare dentro la caserma. Di lì a poco cominciano le rivolte, che continuano imperterrite ancora oggi; le prime a scendere in piazza sono state innanzitutto le donne, migliaia di donne, che hanno iniziato a tagliare i loro veli e i loro capelli. Questo gesto è anche estremamente simbolico: nei paesi di religione islamica infatti tagliarsi i capelli è un segno di lutto. Durante il genocidio perpetrato dall’Isis a Shengal in nord Iraq nel 2014, le donne ezidesi sono tagliati i capelli. Coloro che hanno perso i loro cari, le donne violentate, hanno il costume di tagliare i loro capelli per mostrare tutto il loro dolore e il loro orgoglio. Milioni di video delle proteste sono iniziati a girare online: a mano a mano anche gli uomini si sono uniti alla protesta per rivendicare maggiore libertà e pari opportunità fra donne e uomini. Inoltre la loro lotta denuncia l’oppressione da parte del dittatore Ali Khamenei e il suo regime che ha reagito a queste proteste con la forza, uccidendo e carcerando centinaia di persone, dalle più giovani alle più anziane. Una fra tutte sicuramente Nika Shahkarami, una giovane ragazza uccisa a fine settembre durante le proteste. Sono molto conosciuti i suoi video sul web mentre brucia un hijab e urla “morte al dittatore” insieme ad altri manifestanti. Ella era scomparsa poco dopo una manifestazione e nessuno, neanche la sua famiglia, aveva avuto sue notizie, fino a quando il primo ottobre il suo corpo senza vita è stato restituito ai suoi familiari. Le autorità hanno comunicato che Nika è stata ritrovata il 21 di settembre nel retro di un cortile; secondo loro si sarebbe suicidata buttandosi di sotto dal tetto di un palazzo mentre decine di video e testimonianze affermano che la ragazza sarebbe stata inseguita e arrestata dalle forze di sicurezza iraniane. Un testimone inoltre ha affermato di aver visto Nika essere presa in custodia durante le proteste da "diversi agenti di sicurezza in borghese di corporatura robusta", i quali l'hanno fatta salire su un’auto e da quel momento in poi non sarebbe stata mai più vista. Le autorità iraniane stanno facendo di tutto per contenere l’effetto mediatico, per esempio, impedendo l’accesso a internet; questo è uno dei principali strumenti che hanno tra le mani. Visto che in Iran non ci sono emittenti private e indipendenti, la rete è l’unico luogo dove i manifestanti possono far sentire la propria voce e denunciare senza filtri e censure cosa sta accadendo nel loro paese. Ciò non è una novità: nel 2021 in molti paesi (tra cui Myanmar, Uganda, Colombia, Ecuador, Turchia, Russia, Sudan e Indonesia) si sono verificati dei blackout di internet. Oramai sono passati più di tre mesi, ma le proteste continuano senza fine in tutti i territori iraniani: 516 persone, si pensa, sono morte uccise per mano del governo e ben 6 persone sono state condannate alla pena capitale. Migliaia di persone scendono in piazza gridando “Zen, Zendegi, Azadi” (Donne, Vita, Libertà), rischiando di morire ogni giorno, sperando in un futuro migliore.
di Francesco Caroppoli
Dune è un romanzo fantascientifico scritto da Frank Herbert nel 1965 ed è il primo dei 6 romanzi che vanno a creare il “Ciclo di Dune”, considerato un capolavoro e la serie che ha dato il via al genere fantascientifico. La storia di Dune può sembrare apparentemente semplice, ma in verità è molto complessa e ricca di dettagli: la narrazione si svolge in un futuro lontano rispetto al nostro, dove l’umanità è riuscita a colonizzare diversi corpi celesti, e ciò ha portato a guerre tra dinastie per le conquiste dei pianeti. Il pianeta centrale della storia però è Arrakis, noto anche come “Dune”, l’astro più inospitale e ostile della galassia: infatti, esso non è altro che una landa di sabbia e rocce pullulante di feroci mostri e continuamente devastata da tempeste e venti. Su questo pianeta sono presenti anche umani, cioè i Fremen, suoi misteriosi abitanti, che vivono in condizioni veramente misere; a dimostrazione di ciò, poiché su Arrakis non è presente nemmeno l’acqua, essi sono costretti a usare delle tute distillanti che prelevano quest’ultima direttamente dal loro corpo. Pertanto, apparentemente, Arrakis può sembrare un pianeta inutile che aspetta solamente la fine dei suoi giorni; tuttavia, solamente su di esso è presente il “Melange”, una sostanza che, se consumata, permette di aprire i propri orizzonti mentali e di conoscere il futuro. La trama segue la dinastia aristocratica degli Atreides, di cui fa parte il protagonista del libro, Paul Atreides, un ragazzo quindicenne figlio del Duca Leto Atreides, il capofamiglia della casata. Quando l’imperatore di Caladan (il pianeta dove vive Paul) annuncia la cessione del comando di Arrakis agli Atreides, la dinastia sarà costretta ad affrontare coloro che prima occupavano il pianeta: gli Harkonnen, che sono in rivalità da sempre con gli Atreides. Paul si ritroverà quindi in un intrigo politico che coinvolgerà le famiglie più potenti dell’universo e, ben presto, scoprirà anche Arrakis e cosa lo popola: tra ostilità, tribù del deserto e culti religiosi dei Fremen, vedremo questo ragazzo scontrarsi contro forze politiche, sociali e religiose. Dune è un libro importante e rivoluzionario, è il romanzo che ha creato quello che oggi conosciamo come immaginario fantascientifico, che non segnerà solo i libri, ma sarà di ispirazione anche per il cinema, che molti anni più tardi ci regalerà quello che è ormai un “cult”, ovvero Star Wars (George Lucas, per esempio, si ispira ad Arrakis per il pianeta dove vive Luke Skywalker, Tatooine). Dune è però molto diverso dall’universo creato da Lucas o da altre opere di fantascienza come 2001: Odissea nello spazio: con Dune infatti, Herbert non crea solo una storia che coinvolge, è fantastica ed è profonda (per tutti quelli che sottovalutano questo genere), ma crea letteralmente un mondo, lingue, religioni, poteri ed esseri. Nella lettura di Dune, ci si ritrova spesso ad andare alle ultime pagine, dove è presente un elenco di tutti i termini che i Fremen usano per indicare culti, passi della “bibbia cattolica orangista” (il principale testo religioso ortodosso in Dune), armi, scuole, usanze e tanto altro. Questo porta il lettore ad interessarsi non solo alla storia, ma anche alla cultura che Herbert ha creato per il suo romanzo. In Dune sono presenti diverse tematiche, come il potere e la politica: Herbert esplora le dinamiche del potere, l'uso e l'abuso di esso e come può corrompere le persone. Anche il tema dell’ecologia è presente: infatti la trama è principalmente incentrata sulla lotta per il controllo delle risorse naturali di Arrakis e sul suo impatto sull'ambiente. Non credete che in Dune siano ripresi i soliti cliché della fantascienza, come per esempio spade e pistole laser, navicelle spaziali o robot: ci troviamo infatti in un mondo arcaico, ma allo stesso tempo tecnologicamente avanzato, ovvero in quel famoso retrofuturismo di cui moltissimi si sono poi innamorati. Nel 2021, il regista Denis Villeneuve (lo stesso di Bladerunner 2049, per intenderci) dirige l’adattamento cinematografico del romanzo, che sarà diviso in 3 parti, delle quali la seconda in uscita a novembre 2023. Grazie al primo film, Dune sta ricevendo l’attenzione che merita. Inizialmente, 20 case editrici rifiutarono la pubblicazione ed i lettori non apprezzarono la prosa di Herbert; solo alla pubblicazione del sesto libro, nel 1985, critica e pubblico rivalutarono il romanzo, e azzardo a dire che la trilogia di film di Dune sarà il corrispettivo moderno di quella che è stata la trilogia di Star Wars di fine anni 70, forse anche di più, dal momento che Dune presenta una trama più profonda e complessa, rispetto a quella sviluppata da Lucas, che invece ha optato per un tono più avventuroso e con elementi fantasy in un’atmosfera più leggera.
«Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce» Franca Viola è figlia di una coppia di contadini siciliani originari di Alcamo, a quindici anni, con il consenso dei genitori, si fidanzò con Filippo Melodia, nipote del mafioso Vincenzo Rimi e proveniente da una famiglia benestante. Proprio in quel periodo Filippo venne arrestato per furto e appartenenza ad una banda mafiosa, avvenimento che portò il padre di Franca a rompere immediatamente il fidanzamento. Tale coraggiosa decisione portò la famiglia Viola a subire numerose minacce ed intimidazioni fino a raggiungere l’apice quando Bernardo Viola, il padre della ragazza, venne minacciato con una pistola, rimanendo comunque irremovibile riguardo la sua decisione. In seguito ad un periodo di relativa quiete, infine, il 26 dicembre 1965, all’età di diciassette anni, Franca venne rapita da Filippo Melodia con l’aiuto di dodici complici. La ragazza venne violentata, lasciata a digiuno e successivamente tenuta segregata in un casolare in provincia di Alcamo fino a quando non venne richiesta da Melodia la cosiddetta “paciata”, un incontro volto a mettere le famiglie davanti al fatto compiuto e far accettare ai genitori di Franca le nozze dei due giovani. Il padre e la madre di Franca, d'accordo con la polizia, finsero di accettare le nozze riparatrici, ma il giorno successivo la polizia intervenne facendo irruzione nell'abitazione, liberando Franca ed arrestando Melodia e i suoi complici. Secondo la morale del tempo una ragazza uscita da una simile vicenda avrebbe dovuto necessariamente sposare il suo stupratore, salvando il suo onore e quello familiare. In caso contrario sarebbe potuta rimanere “zitella” e venir additata come "donna svergognata". All'epoca la legislazione italiana, in particolare l'articolo 544 del codice penale , recitava: "per i delitti previsti dal capo primo e dall'articolo 530, il matrimonio, che l'autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l'esecuzione e gli effetti penali"; in altre parole, ammetteva la possibilità di estinguere il reato di violenza carnale, anche ai danni di minorenne, qualora fosse stato seguito dal cosiddetto "matrimonio riparatore", contratto tra l'accusato e la persona offesa; la violenza sessuale era considerata oltraggio alla morale e non reato contro la persona. Dopo quasi un anno iniziò il processo contro Filippo Melodia ed i suoi complici che si concluse con la condanna di undici anni di carcere per Melodia e cinque anni e due mesi per sette dei complici. Inoltre la norma invocata a propria discolpa dall’aggressore, l’articolo 544 del codice penale, verrà abrogata con la legge 442 nel 1981 e solamente nel 1966 lo stupro da “reato contro la morale” sarà riconosciuto come “reato contro la persona”. Il coraggio di questa donna ha portato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel 2014 a insignirla dell’onorificenza “Grande Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana” con tale motivazione: “Per il coraggioso gesto di rifiuto del matrimonio riparatore che ha segnato una tappa fondamentale nella storia dell'emancipazione delle donne nel nostro Paese”. Franca Viola non è solo un tassello di quella che è stata, e continua ad essere, la lotta per l’emancipazione femminile, ma simboleggia un atto di coraggio contro quella che risulta essere la mentalità mafiosa. Il suo esempio ha rivoluzionato e scardinato l’articolo “disumano” del codice penale e di conseguenza l’intera visione sociale riguardo il tema della violenza sessuale. L’Italia intera ha finalmente riconosciuto lo stupro non come una mera offesa alla morale dell’individuo, ma come una reale esperienza traumatica che lede fisicamente e psicologicamente alla persona. In una società dell’epoca, pervasa dall’invisibile mano della mafia, una ragazza di soli diciassette anni, dopo una tale esperienza traumatica, ha saputo dire di no. Ha saputo affermare di “non essere proprietà di nessuno” e rivoluzionare il concetto di onore: l’andare “contro corrente”, rispettando la propria persona e il suo essere donna libera le ha permesso di conservarlo. Quella di Franca Viola è una “rivoluzione della dignità” di una ragazza che ha scelto di prendere le redini del proprio futuro, di ribellarsi a tutto ciò che era la morale dell’epoca e di lottare per l’individualità e la coscienza di un essere libero, una donna incurante del “ciò che è bene per te” propugnato da coloro che mai l’avrebbero potuta rappresentare.
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IL CINEMA COME DECIMA MUSA
di Alex Osello
Il cinema può essere considerato come successore dell’arte pittorica; riesce infatti a trasmettere emozioni che la pittura da sola non riesce a comunicare pienamente. La decima musa ha ereditato molte delle tecniche e modalità espressive della pittura, come la composizione delle scene, l’uso delle luci e delle ombre, la gestione dei colori e la rappresentazione (immedesimativa) dello spazio. Il cinema è riuscito però ad ampliare gli orizzonti dell’arte; l’elemento del movimento e del suono ha permesso ai registi di creare film che si avvicinano in maniera più precisa e coinvolgente alla realtà. Un ottimo confronto secondo me è l’arte edonistica vittoriana di Lawrence Alma Tadema e il film “Mediterraneo” del 1991 del regista Gabriele Salvatores, premiato agli Oscar ‘92 come miglior film in lingua straniera. Queste due opere artistiche hanno come oggetto di rappresentazione il Mediterraneo e la quotidianità della vita su questo mare, dai tempi antichi ai tempi recenti. Il pittore ottocentesco, maestro dell’arte edonistica vittoriana e dell’arte accademica, ha riportato in vita il mondo antico tramite la sua maestria nell’uso del colore. I suoi dipinti (che si possono trovare in alcune immagini dei libri di letteratura latina “La Bella Scola”) sono caratterizzati da scene luminose, vivaci e ottimistiche, con rigorosa attenzione ai dettagli, alle pose rilassate dei suoi personaggi e all’uso intenso e vivace del bianco per il marmo e il blu, in tutte le sue sfumature, per il mare ed il cielo. La sua maestria nel colore e nella classicità ha dato vita a quadri immersivi e quasi fotografici nella loro accuratezza e dettagli. Dove però Tadema si ferma a causa dei limiti fisici della pittura, Salvatores amplia le possibilità. Il suo film racconta la storia di un gruppo di soldati italiani che vengono inviati su un’isola dell’Egeo verso la fine della Seconda Guerra Mondiale per sorvegliare la zona e prevenire eventuali attacchi nemici. Rimasti isolati dall’esterno cercano di adattarsi alla vita sull’isola e molto velocemente il calmo abbraccio del mediterraneo inizia a cambiarli. Mentre i dipinti di Tadema rappresentano la bellezza e la calma del Mediterraneo senza scopi secondari, il film di Salvatores riesce a trasmettere tramite le musiche e le capacità attoriali dei propri personaggi, dei messaggi e dei temi molto importanti. L’amicizia, la guerra, la nostalgia e la perdita della dimensione del tempo sono alcuni di essi, ma tra i più significativi ci sono la voglia di fuggire e il bisogno di riscoprire sé stessi. Questo film è infatti un manifesto alla fuga e di crescita, l’illusione o il bisogno di appartenere a un luogo. La poesia di questa pellicola, accompagnata da riferimenti alla poesia degli autori antichi, è il grido di una generazione, “di quella età in cui non hai ancora deciso se mettere su famiglia o se perderti per il mondo”, la voglia di fuggire in un mitico altrove e il bisogno di riscoprire i valori della semplicità e dell’amicizia. Erede della Nouvelle vague del cinema francese e del neorealismo del cinema italiano, “Mediterraneo” riesce a fare ciò che l’arte di Tadema non potè. Il cinema, ereditando l’espressività della pittura è riuscito a scavalcare i limiti fisici di essa, sintetizzando diverse forme espressive come musica, letteratura, teatro e fotografia, e dando così vita a una nuova decima musa che avesse gli aspetti migliori delle precedenti nove.
- illustrazione di Emma Crocetti
di Francesco Caroppoli
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RIFUGIO DIGITALE
Buonasera, vorrei cominciare con una piccola presentazione: ci spieghi brevemente chi è lei e qual è stato il suo fallimento. Io sono Laura de Benedetto e il mio fallimento è stata la startup che ho co-fondato e di cui sono stata amministratore unico. Una startup nata con l'ambizione di diventare il portale e-commerce di tutti i makers d'Italia e del mondo. Avevamo vinto una startup competition alla prima maker fair e siamo andati in Silicon Valley a presentarla agli investitori americani. Alla fine tuttavia, abbiamo capito che c'era qualcosa che non andava e quindi l'abbiamo liquidata. Questo è il mio fallimento principale per cui ho organizzato alcune serate durante le quali tre speaker ogni mese raccontavano tre storie di fallimento e da cui poi è nato un libro che si chiama proprio “Fallendo si impara”: storie di fallimenti ed errori di tutti i tipi, non soltanto imprenditoriali. Spesso i giovani non inseguono i loro sogni perché hanno paura di fallire e soprattutto hanno paura di impegnarsi talmente tanto per poi veder fallire i loro progetti, situazione che porterebbe ad poi una delusione così grande da non essere sopportabile: la domanda è cosa ne pensa a riguardo e che consigli si sente di dare a un giovane che vuole inseguire il proprio sogno ma è frenato da questa paura di fallire? Spero che non sia così perché se i giovani non hanno dei sogni è un problema serio. I giovani devono avere dei sogni e non devono avere paura di fallire; in realtà nessuno deve avere paura di fallire poichè l'unico modo per non farlo è stare immobili: si dice anche a Firenze “chi non fa non falla”. Vogliamo allora rischiare di fallire sognando oppure vogliamo smettere di sognare così è sicuro che non falliremo ma è altrettanto sicuro che non raggiungeremo mai il successo? Trova in tutte le storie che ha sentito, riguardo vari fallimenti, dei punti in comune e quindi qualcosa da evitare quando si cerca di raggiungere un obbiettivo? Alla fine del libro ho tirato fuori 10 punti dalla mia personale esperienza e altri 10 dalla mia esperienza professionale che le storie stesse mi hanno insegnato, perché alla fine di ogni racconto ho chiesto che cosa avessero imparato. Innanzitutto bisogna essere consapevoli di aver fallito, accettarlo ed ammetterlo perché come il lutto, anche il fallimento ha tante fasi anche se alcune persone neanche si rendono conto di aver fallito e scaricano la responsabilità sugli altri. Se è andata male, devo capire che cosa ho sbagliato e che cosa potevo fare di meglio per evitare magari la prossima volta di non fare quegli errori. Tornando ai punti, posso enunciarne due, quelli che mi sono sembrati più importanti: il primo è che un fallimento ci fa scoprire capacità che non pensavamo di possedere e ci mostra come superare i nostri limiti. Questo forse ce l'ha anche insegnato il lockdown: molti hanno deciso di dimettersi dal proprio lavoro perché ci andavano soltanto per vedere la busta paga al 27 del mese. Personalmente, in quel periodo, ho trovato una nuova motivazione per insegnare a scuola, che era il mio sogno quando avevo scelto chimica all’università ma che poi avevo accantonato. Invece un'altra cosa molto importante secondo me è avere un piano B e spesso anche un piano C. Voi siete dei ragazzi, magari suonate oppure come in questo caso, vi state occupando del giornalino della scuola: benissimo, non pensate che studiare soltanto e avere 8 e 9 in pagella vi porterà al successo, perché non si sa mai nella vita che cosa può succedere, quindi sempre meglio avere dei piani B che potrebbero diventare, ad esempio, proprio il vostro nuovo lavoro.
Da settimane ormai si sente parlare di quanto accaduto davanti al Liceo Michelangiolo e delle reazioni che ne sono scaturite. La mattina del 18 febbraio, sei membri del collettivo di estrema destra “Azione Studentesca”, con l’intento di volantinare, hanno aggredito due studenti del collettivo Sum del Michelangiolo, creando una situazione di caos e tangibile panico. A differenza di quanto alcuni giornali e politici hanno sostenuto, tentando di sdrammatizzare con parole inconsistenti un evento di chiara eccezionalità, questo episodio non può essere definito come "scazzottata tra ragazzi”, non solo perché erano presenti anche adulti, dettaglio che esclude la possibilità di una “semplice” rissa, ma soprattutto perchè costituisce un vero e proprio atto di violenza dettato da ideologie politiche. Nel momento in cui una persona, studente o adulto che sia, manifesta nell’atto concreto la propria posizione politica, con un volantino, uno striscione, un intervento in piazza, non agisce più da singolo individuo, ma da rappresentante dell’organizzazione di cui è membro: nel nostro caso, al momento dell’aggressione, tali persone non erano più singoli individui, ma si facevano portavoce di Azione Studentesca. Davanti al Michelangiolo si sono scontrati non due gruppi di persone, ma due schieramenti politici, che devono essere valutati come tali. In questo senso, inoltre, per comprendere meglio la natura di fenomeni come questo, è importante analizzare i caratteri ideologici che hanno potuto portare a tanto. La violenza mostrata dal video, impari e gratuita, trova le proprie origini e la propria ragion d’essere in un passato non del tutto trascorso, il quale, seppur in forme diverse e con nuove espressioni di sé, ritrova forma negli odierni partiti e associazioni di estrema destra. Tale passato è proprio il fascismo, che presenta tra i suoi principi fondativi la violenza come strumento di affermazione. In risposta a coloro che si sono espressi in merito all’episodio, ricordando azioni violente commesse da rappresentanti della sinistra, cercando di aggirare le reali responsabilità che hanno (e devono avere) gli aggressori di Via della Colonna, vogliamo dire: la violenza è ingiustificabile, ma la grande differenza tra le due realtà politiche risiede nel fatto che questa è fisiologica del fascismo e i membri di Azione Studentesca si sono sentiti autorizzati ad agire in quel modo perchè così si presenta la loro ideologia. Non a caso il fascismo è dichiarato incostituzionale, in quanto utilizza la violenza come mezzo per imporsi e come strumento per soffocare ogni parere contrastante, limitando o, addirittura, eliminando completamente la libertà di espressione e di parola. “E` vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”, così recita la nostra Costituzione, che ha ritenuto fondamentale sottolineare l’incostituzionalità del fascismo in ogni sua forma. E alla luce di questo ultimo episodio non possiamo che affermare che sono queste le nuove “vesti fasciste”, ora più ora meno latenti, con cui abbiamo a che fare nella nostra quotidianità: non è necessario avere un busto del Duce in casa per essere fascista, né celebrare il centenario della Marcia su Roma. Fascisti è voltare le spalle alla nostra storia e tapparsi le orecchie nel presente; è dare fuoco ad una circolare di una preside che, in veste di educatrice e cittadina, ha condannato con nobile coraggio un episodio di pura violenza. L’iniziale silenzio stampa riguardo all’episodio del Michelangiolo e le immediate minacce di provvedimenti nei confronti della dirigente Savino ci lasciano senza parole; tali dichiarazioni fanno intendere che le stesse persone che hanno giurato su una Costituzione antifascista stanno screditando e deufradando dei valori la scuola, che dovrebbero invece tutelare.
di Rebecca Degli Innocenti e Martina Gori
“Rifugio Digitale”, nato ufficialmente ad Aprile 2022 in via della Fornace a Firenze, è uno spazio espositivo costruito nei 33 metri di un tunnel antiaereo usato come bunker difensivo nella seconda guerra mondiale, e che si ipotizza contenesse una fornace, da dove forse la via prende il nome. Il vecchio “Rifugio della Fornace” diventa così “Rifugio Digitale”, un luogo in cui il passato incontra l’arte in un modo mai visto prima, un modo nuovo, innovativo, dinamico e tecnologico. Un modo esclusivamente digitale. Non c’è spazio per la classica arte figurativa come siamo abituati a conoscerla, ma tutti i 165 metri quadrati di tunnel sono occupati da un’arte innovativa che coinvolge ogni genere. Che si parli di cinema, fotografia o architettura, l’immersione artistica curata da Archea Associati, che ha preso in mano il progetto nel 2019, e in collaborazione con la casa editrice Forma Edizioni coinvolge ogni singolo ambito dell’arte, ma in formato digitale. Per rispettare l’aria dinamica e in continua evoluzione che l’ambiente porta avanti, grazie alla struttura fissa dei monitor che a differenza di una mostra canonica non presentano problemi di trasporto delle opere, le mostre hanno cadenza mensile, e gli artisti che ci si aggirano sono per ogni gusto. Hayley Eichenbaum fino al 21.05, Maria Lux dal 25.05 al 18.06, Petrina Hicks dal 22.06 al 17.07. Ogni mostra è costituita da 16 schermi in cui vengono riportate immagini o video dell’artista del momento che i curatori d’arte, talvolta in collaborazione con l’artista stesso, si occupano di organizzare. Un’equipe infatti (Cagnacci e Allison per la fotografia, Serena Tabacchi, una delle poche in Italia, per le arti visive, e molti altri) propone e programma vari cicli espositivi, e sceglie i vari artisti che possono rappresentare punti di vista diversi di un determinato concetto. La peculiarità che veramente distingue Rifugo Digitale come incontro perfetto tra evoluzione tecnologica e arte? La disponibilità dell’acquisto di uno o più NFT (Non-Fungible Token) le opere “sight specific” della mostra, creati dall’artista appositamente per Rifugio Digitale e acquistabili direttamente dal sito. Quando parliamo di un NFT si parla di un’opera digitale accompagnata da uno “Smart contract”, un contratto di proprietà, sia dell’artista sia di chi lo possiede, e di autenticità, contenuto nei metadati e registrato poi in blockchain, una catena virtuale in cui il token entra e dove diventa immutabile. I 16 schermi sono occupati da opere digitali di artisti da tutto il mondo ed è possibile, su richiesta, visualizzare anche le mostre passate, contenute nel database di ogni schermo. “Rifugio Digitale” è promozione di arte informatica, di una nuova arte all’avanguardia, di arte generativa e molto altro. “Rifugio Digitale” si occupa di dare spazio e di priorizzare l’innovazione sopra a ogni altra cosa, coinvolgendo tutti i sensi fisici e psichici, così da offrire un’esperienza immersiva anche con l’uso di impianti audio collegati all’NFT e mandati dall’artista. “Rifugio Digitale” è il perfetto connubio tra passato e futuro che si materializza nello stesso presente.
Ottavia Bertelli, Alice D'Ettole Emma Valme Pisani, Alice Rombi
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TIME OUT
London Calling
di Lapo Di Matteo
London Calling è un album della band The Clash, inciso nel 1979. Questo LP è uno dei più significativi della band assieme a Combat Rock (1982) e una delle pietre miliari della musica degli anni '80. Sebbene i Clash siano classificati come una band Punk Rock, in London Calling non si trovano pezzi definibili puramente Punk. Infatti, questo album spazia tra i generi più disparati: assieme a pezzi più punk come London Calling troviamo brani rock n' roll come Brand New Cadillac, brani pop come Lost in The Supermarket e Death or Glory, brani reggae come The Guns of Brixton e addirittura brani ska come Wrong 'Em Boyo. Possiamo trovare anche tracce di influenze Fusion, Jazz e Blues, come ci dimostrano Jimmy Jazz e Train in Vain, due dei pezzi più particolari dell’album. London Calling fu una rivoluzione per la musica del momento: il passaggio tra anni '70 e '80 segnò un cambiamento notevole nell'arte in generale e i pezzi di London Calling lo dimostrano bene ed è anche un album che parla di rivoluzione. I The Clash hanno sempre inserito nei loro testi una retorica rivoluzionaria contro l’apatia della classe lavoratrice bianca in confronto all’attivismo nero prima e al terrorismo poi. Joe Strummer, chitarrista e cantante, era il principale autore dei testi e si attribuiva a lui la vena sovversiva del gruppo. Infatti in tutti i testi dell'album, possiamo trovare critiche alle istituzioni dell'epoca e in particolar modo agli organi di polizia. Ad esempio, in Jimmy Jazz viene messa in evidenza l'inefficacia delle forze dell'ordine che si fanno ingannare da un ladruncolo di quartiere, oppure in Spanish Bombs si paragona il modo di fare adottato dalla polizia inglese in più occasioni nei confronti di manifestanti a quello della polizia spagnola del regime totalitario di Francisco Franco. Testo che fece molto discutere all'epoca e la band rischiò anche di finire in tribunale, cosa che per fortuna non avvenne. Con The Guns of Brixton, è invece il bassista Paul Simonon a scrivere un pezzo di estrema protesta. Infatti il brano è un esplicito invito alla violenza come principale mezzo di autodifesa contro la polizia. Paul Simonon era cresciuto proprio a Brixton, all'epoca quartiere malfamato di Londra, dove le retate della Polizia erano all'ordine del giorno e coinvolgevano spesso ragazzi anche innocenti. Con The Guns of Brixton, Simonon incita alla diretta reazione contro le forze dell'ordine. Un verso recita infatti: “Potete schiacciarci, potete picchiarci, ma dovrete rispondere alle pistole di Brixton”. All'inizio Joe Strummer e Mick Jones avevano dei dubbi sul fatto di includere il pezzo nell'album poiché troppo esplicito, ma alla fine decisero di farlo. Invece con Revolution Rock, la band vuole comunicare che la musica è uno dei migliori mezzi per portare cambiamento ed è appunto, rivoluzione. Inoltre, Strummer scredita la ricerca di costante perfezione e rende l'imperfezione motivo di vanto. Come ritmica e sonorità si può definire quasi reggae, ma come detto prima per i The Clash i generi musicali non sono un problema. Questi sono solo alcuni esempi dei testi provocatori dei The Clash, che in London Calling abbondano. Proprio per questo, l'album ebbe non poche difficoltà alla pubblicazione soprattutto in Inghilterra.
Time Out è uno degli album più famosi della storia del Jazz, il primo di questo genere a raggiungere il milione di copie vendute, pubblicato dal Dave Brubeck Quartet nel 1959. Questo LP ha contribuito a portare il Jazz ad un vasto pubblico, ma anche a sovvertire le strutture che fino a quel momento avevano caratterizzato questo genere, vedremo in seguito perché. Dave Brubeck (1920-2012) è stato senza dubbio uno dei pianisti più famosi della storia del Jazz, autore di molti pezzi che vengono considerati “standard” del genere. Sebbene egli fosse il front man del suo quartetto e l’ideatore di moltissime composizioni, non bisogna assolutamente sottovalutare il lavoro degli altri componenti, che hanno contribuito molto a rendere Time Out un capolavoro. Quando Brubeck e Desmond, il sassofonista del quartetto, idearono questo album, erano già abbastanza conosciuti sulla scena musicale. Suonavano già davanti a un discreto pubblico ed effettuavano anche delle tournée. Fu proprio questo grande esperimento intitolato appunto “Time Out” a farli conoscere al mondo intero. Si prefissarono l’obbiettivo di cambiare le strutture tradizionali del Jazz introducendo nei loro pezzi una variante all’epoca rivoluzionaria: i tempi dispari. Infatti in Time Out, come si evince dal titolo, l’elemento fondamentale è il tempo metrico dei pezzi, perciò andiamo ad analizzarne alcuni. Iniziamo con Kathy’s Waltz che, come si può dedurre dal titolo, si tratta di un valzer. Già l’introduzione di un valzer non era così usuale, anche se nel Jazz figurano pezzi in 3/4 già prima del 1959, ma questo pezzo va oltre. Infatti questo pezzo inizia con un tempo regolare in 4/4 e con un motivo semplice al pianoforte. Quando Desmond effettua il suo ingresso nel pezzo col suo sassofono, ecco che il batterista Joe Morello passa ad un tempo in 3/4 e il pezzo diventa un valzer. L’alternanza di questi due tempi si protrae per tutto il brano, trasformando l’esperienza dell’ascoltatore in una continua variazione di atmosfera, dalla calma del 4/4 al dinamismo del 3/4. È però con Blue Rondò à la Turk che Brubeck e i suoi si sbizzarriscono. Il pezzo inizia subito con un dinamico e dirompente motivo di pianoforte, che viene poi ripetuto anche dal basso di Eugene Wright e successivamente dal sassofono. Il dinamismo del pezzo è coinvolgente, trasportante e il motivo ripetuto continuamente dà una nota psichedelica al pezzo. L’inizio frenetico è in 9/8, un tempo praticamente mai usato se non in qualche brano classico barocco. Proprio questo elemento dà al pezzo il dinamismo che lo caratterizza, assieme al motivo orecchiabile che rimane in testa. Il pezzo poi prosegue in 4/4 e da lì ha inizio un’alternanza tra 4/4 e 9/8 che però, a differenza di Kathy’s Waltz, è molto più stretta. Si alternano 3 secondi in 9/8 a 10 in 4/4 e così via. Tutto ciò contribuisce a dare al pezzo un aspetto movimentato e molto particolare. In questo caso tuttavia, non è solo il tempo a caratterizzare questo pezzo. Infatti nella composizione delle varie linee melodiche, Brubeck si ispira al movimento di Mozart Rondò alla turca della sua sonata per pianoforte n. 11 e ai temi dello zeybeği, della tradizione turca. In questo caso si vede chiaramente uno dei tratti distintivi di Brueck, quale l’inserimento di strutture della musica classica all’interno delle sue composizioni. In moltissimi suoi pezzi infatti si possono trovare elementi ripresi da compositori classici di tutte le epoche.Concludiamo adesso con il pezzo più celebre di questo album, uno dei brani più famosi di tutta la scena del Jazz internazionale, utilizzato e ascoltato dovunque, uno dei pezzi che ha fatto la storia di questo genere. Esatto, parliamo proprio di Take Five, un pezzo che tutti hanno ascoltato da qualche parte, ma che pochi riescono a collegarlo al suo titolo. Come i brani che abbiamo analizzato in precedenza, presenta un tempo metrico dispari, precisamente 5/4, motivo per il quale il pezzo si chiama proprio Take Five.A differenza degli altri brani però, non presenta cambiamenti metrici in corso ma resta sempre stabile sui 5/4. All’inizio questo pezzo era stato pensato come un assolo di batteria in 5/4 di Joe Morello, ma fu il sassofonista Paul Desmond a dare la svolta a questo brano. Infatti è suo il tema principale del pezzo, ripetuto più volte, destinato a rimanere nella storia. Su questo motivo del sassofono, Brubeck aggiunge un accompagnamento al pianoforte semplice ma efficace mentre Joe Morello effettua un variopinto assolo di percussioni prima del finale del brano. Insieme a Blue Rondò à la Turk, Take Five fu pubblicato come singolo su un 45 giri prima dell’effettiva uscita dell’album completo, a insaputa del quartetto che si trovava in tournée in Inghilterra. Il singolo fece numeri spaventosi in pochissimo tempo e diede una grande notorietà al quartetto, che venne a sapere dell’uscita del 45 giri grazie alla telefonata della moglie di Morello, la quale lo informò di aver visto il suddetto disco in un negozio dove si recava abitualmente.
Concludiamo adesso con il pezzo più celebre di questo album, uno dei brani più famosi di tutta la scena del Jazz internazionale, utilizzato e ascoltato dovunque, uno dei pezzi che ha fatto la storia di questo genere. Esatto, parliamo proprio di Take Five, un pezzo che tutti hanno ascoltato da qualche parte, ma che pochi riescono a collegarlo al suo titolo. Come i brani che abbiamo analizzato in precedenza, presenta un tempo metrico dispari, precisamente 5/4, motivo per il quale il pezzo si chiama proprio Take Five.A differenza degli altri brani però, non presenta cambiamenti metrici in corso ma resta sempre stabile sui 5/4. All’inizio questo pezzo era stato pensato come un assolo di batteria in 5/4 di Joe Morello, ma fu il sassofonista Paul Desmond a dare la svolta a questo brano. Infatti è suo il tema principale del pezzo, ripetuto più volte, destinato a rimanere nella storia. Su questo motivo del sassofono, Brubeck aggiunge un accompagnamento al pianoforte semplice ma efficace mentre Joe Morello effettua un variopinto assolo di percussioni prima del finale del brano. Insieme a Blue Rondò à la Turk, Take Five fu pubblicato come singolo su un 45 giri prima dell’effettiva uscita dell’album completo, a insaputa del quartetto che si trovava in tournée in Inghilterra. Il singolo fece numeri spaventosi in pochissimo tempo e diede una grande notorietà al quartetto, che venne a sapere dell’uscita del 45 giri grazie alla telefonata della moglie di Morello, la quale lo informò di aver visto il suddetto disco in un negozio dove si recava abitualmente.
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Strummer utilizzò in seguito questo fatto per criticare ancora la società inglese e accusarla di troppo buonismo. Molti brani, molte tematiche vengono toccate. Su questo album si potrebbe scrivere un intero libro, ma concludendo possiamo dire che London Calling è un album completo, dove c'è di tutto. Da questa varietà, si può anche comprendere quanto i The Clash fossero effettivamente diversi da molte altre band etichettate come “Punk”: infatti disponevano di una formazione musicale elevata, che permetteva loro di spaziare liberamente tra i vari generi. Quindi, se non per il look e per l'ideologia, i The Clash non sono etichettabili. E questo, almeno secondo me, è il bello della musica di alto livello.
All’epoca della sua uscita, Time Out riscosse sì un grandissimo successo, ma anche critiche negative. Molti lo definirono infatti sfacciatamente commerciale, accusando Brubeck di essere solo un compositore di melodie orecchiabili e niente di più. Anche l’introduzione dei tempi dispari, come era prevedibile, scatenò critiche controverse. Ancora oggi alcuni esperti in materia hanno una particolare avversione verso Brubeck e le sue opere, ma resta innegabile il fatto che il pianista di San Francisco abbia fatto un pezzo della storia del Jazz. Personalmente lo considero uno dei più grandi album di questo genere, nonché uno dei migliori in assoluto. Come ho detto anche in precedenti articoli, un elemento che dà un valore speciale a un album è la varietà dei brani che contiene. Sebbene Time Out sia composto da soli 7 pezzi, rappresenta molto bene questo concetto. I brani variano costantemente, sia nel colore della melodia che nel tempo metrico e questo è uno degli elementi che fa di questo album un capolavoro assoluto, che trascende i generi.
un altro paio infine (Dolce amore del Bahia e Cercando un altro Egitto) che fondano proprio sulla dimensione onirica il loro principio testuale. In quest’ultima in particolare, quella del sogno non è solamente una questione di atmosfera, ma la dimensione inquietante nella quale il cantante cerca un percorso finalmente liberatorio dall’incubo vero che lo attende al risveglio. Le canzoni del “disco della pecora”, strane e imperfette, si disvelano pian piano e ancora oggi, a distanza di quasi cinquant’anni dalla loro composizione, non hanno finito di dire tutto ci che hanno da dire.
""Jazz stands for freedom. It's supposed to be the voice of freedom: Get out there and improvise, and take chances, and don't be a perfectionist."
DAVID BRUBECK
SCANNERIZZALO PER IL PROFILO SPOTIFY
NUOVE USCITE
NARCISIST
QUANTO FORTE TI PENSAVO
BLUR
MADAME
TIC TAC
MILIONI
GAZZELLE
LOVEGANG126
SOJOURNE
GELATO ALLA FRAGOLA
SMASHING PUMPKINS
CAVA
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Pensa che leggere il suo libro, che tratta prevalentemente di fallimenti in campo lavorativo, sia utile anche per noi studenti del liceo? Non nego che la maggior parte di queste storie chiaramente riguardano imprese o startup, però ce sono alcune su cui tra l'altro ho lavorato con i ragazzi di un liceo privato, che per esempio sono storie riguardanti lo sport; viene raccontata la storia di una marciatrice olimpica che è stata squalificata a pochi chilometri dall'arrivo quando era in testa. Lo sport secondo me è un argomento importante dove credo che gli allenatori debbano prima insegnare a perdere che a vincere e dove si deve approfittare delle sconfitte per migliorarsi. Anche le storie di startup possono essere molto interessanti perché chi vi ha detto che usciti da qua dovete andare all’università per diventare medici o notai? Se vi viene in mente di mettere su una vostra impresa nel libro ci sono dei ragazzi molto giovani che parlano della loro idea, del loro sogno e di quello che hanno imparato dal creare questa azienda. Trovate anche una pedagogista infantile che parla dell'importanza dell'errore nel processo di apprendimento: spesso si pensa agli errori come segni rossi di cui vergognarsi ma gli errori anche a scuola servono, alla fine, per imparare. Sbagliare è quindi importante, prendere due a un compito di latino non vuol dire fare schifo in latino così come aver creato una startup ed aver fallito non vuol dire essere un fallito. Si può sbagliare, si può migliorare, si può crescere, si può fallire, si può ricominciare ed avere successo. In un primo momento quali sono stati i sentimenti e le sensazioni che ha provato quando ha fallito e come è riuscita, avendo perso quell’opportunità, a superare queste prime emozioni? Forse non sono un esempio emblematico perché a me fa paura la stasi, cioè temo un lavoro che tutti i giorni è come andare alle poste. Sono un caso anomalo perché la mia comfort zone è cambiare sempre, ho cambiato tante città ed ho cambiato tanti lavori. Quando l'azienda su cui avevo speso tempo e denaro non andava più bene abbiamo deciso di chiuderla, ma rifarei tutto perché ho imparato tanto. Mi sono divertita tantissimo e ho fatto delle esperienze che non avrei mai pensato di fare. Tutti i lavori che ho trovato successivamente, in realtà sono stati una conseguenza proprio di quella startup. Credo che ogni battuta d'arresto, ogni porta sbattuta in faccia sia un'occasione per migliorarsi e per poter capire cos'altro fare, che cosa ci possa entusiasmare in futuro. Secondo lei la lettura del libro è adatta ai ragazzi della nostra età e perché? Per un ragazzo sono, a mio parere, interessanti le storie di startup fallite, nate dal sogno di giovani pieni di ambizioni e di speranze, che nel libro raccontano la loro esaltante avventura imprenditoriale poi finita male, dalla startup di protesi stampate 3D di un team di neo-laureati dell’Università di Pisa all’ app sviluppata in Sardegna e poi naufragata. I fondatori di startup innovative possono rappresentare un modello alternativo al classico percorso maturità-laurea-lavoro da libero professionista o all’interno di una grande azienda. Una startup fallita nel proprio CV (più negli USA che in Italia, purtroppo) indica la voglia di mettersi in gioco, di realizzare un sogno, la capacità di saper lavorare in team, l’opportunità di esporsi ad esaltanti vittorie e cocenti sconfitte. Nel 2005 davanti ai neo-laureati della Stanford University, Steve Jobs, uno dei più grandi ‘falliti di successo’, ha pronunciato la famosa frase: “Stay hungry. Stay foolish”. Più umilmente, vi consiglio di seguire le vostre intuizioni e le vostre passioni: se avete un sogno imprenditoriale che vi frulla in testa e un gruppo di amici convinto quanto voi, buttatevi! Più ambiziosa e innovativa è l’idea imprenditoriale, più rischiate di fallire alla grande; ricordate però che non rischiare significa anche negarsi l’enorme opportunità di riscuotere un enorme successo!
La scuola deve formare, sviluppare il pensiero critico e l’insegnamento dei valori antifascisti è parte integrante della nostra storia e cultura, non certo un "catechizzare gli studenti in senso antifascista". Non c’è nessun senso o nessuna religione antifascista, come hanno scritto sui social alcuni membri di Blocco Studentesco. La scuola, al contrario di quanto auspicato da Valditara, dovrebbe formare lo studente, educando la sua coscienza civile e facendogli sviluppare una sua consapevolezza politica. Risalendo alla sua etimologia, originariamente per "scuola" si intendeva il tempo libero dalle occupazioni, finalizzato al dialogo, alla crescita personale e al confronto. La formazione scolastica non si fa solo sui libri e i manuali, ma condividendo un'idea con i compagni, confrontandosi con i professori, che in quanto insegnanti sono tenuti a lasciare un segno nelle coscienze di ogni studente, a stimolare lo spirito critico di ognuno e la consapevolezza del mondo che li circonda. La scuola educa all'insegna di un eterno cogito ergo sum e la risposta del governo mette in risalto quanto invece si desideri allontanarla dalla sua originale natura, trasformandola in un ufficio di numeri e nozioni. Solo tramite lo studio, la riflessione e il confronto saremo capaci di riconoscere e di condannare ingiustizie come quella di sabato 18 febbraio. La manifestazione che si è tenuta il 4 marzo ha portato in piazza persone con differenti idee politiche ma con lo stesso valore condiviso: l’antifascismo. Persone che imperterrite lottano per la libertà sciolta da redini d'odio e violenza, contro un'ideologia impolverata e sporca di rabbia. Riguardo il fascismo Calvino scriveva ne Il sentiero dei nidi di ragno: "Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m'intendi? Uguale al loro, va perduto, ma tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un'umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L'altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell'odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi." Speriamo che questo sia l’inizio di una ripartenza, di un confronto e un dialogo aperto a tematiche che agitano il mondo e la scuola. Un dialogo che porti alla crescita personale e sociale. Dobbiamo unirci per far fronte all’unico “nemico” che possa esistere: l’ignoranza.
Un nome bizzarro per un progetto vuole portare novità nella realtà dei giovani di Firenze. Senza passare da presidi o professori, il progetto nasce dalla collaborazione di noi ragazzi provenienti da più scuole, interessati a creare un progetto per noi e i nostri coetanei. Una rassegna di film che rispecchi gli interessi e i gusti di noi studenti, per risvegliare il piacere del cinema in compagnia, che ci fa tirare un respiro di sollievo dal ritmo incalzante, e certe volte estenuante, della quotidianità. L’idea nasce da un bisogno di creare un ambiente di socializzazione stimolante, che possa dare sia spunti di riflessione sia la semplice soddisfazione di aver visto, speriamo, qualcosa di nuovo. La Fondazione Stensen offre il suo supporto tecnico e mette a disposizione la sala del Cinema Astra, lo storico cinema di piazza Beccaria rimasto chiuso per quasi 9 anni. Il resto è stato ideato da noi: una convenzione con il caffè letterario “le Murate”, le grafiche e la gestione della pagina Instagram, il logo, il film di apertura e il nome stesso della rassegna, ¡EsKino! . Richiama l’eskimo, il giaccone simbolo della controcultura e della ribellione giovanile, e allo stesso tempo è un bizzarro gioco di parole che in tedesco si traduce : “è cinema!”. In definitiva è un nome che racchiude in sé la leggerezza e la sfrontatezza del progetto. Il primo appuntamento di ¡EsKino! sarà giovedì 25 maggio alle ore 21:00 al Cinema Astra, con la proiezione di “Moonrise Kingdom” di Wes Anderson, un film destinato a essere un’icona delle nuove generazioni, che parla di crescita, di indipendenza e di amore. Perché proprio Wes Anderson? Abbiamo pensato che lo stile iconico di Wes Anderson fosse ideale sia per i più cinefili sia per chi in sala ci è capitato un po’ per caso. I colori, i costumi e l’arredamento, l’eleganza e la simmetria creano uno stile fiabesco, capace di regalare appagamento all’occhio dello spettatore. Rimanete aggiornati per il secondo appuntamento!
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Per la Cina preferisco rimandare ad un famoso libro-inchiesta di un giornalista (E.Snow) che tra i primi fece conoscere in occidente il carattere della rivoluzione contadina che pure si autorappresentava come patriottica e socialista guidata da giovani rivoluzionari come Mao Tse Tung e Chu en Lai. Notevole anche la personalità di Ho Chi Min leggendario fondatore del Vietnam moderno. Per Cuba ovvio il riferimento a F.Castro e Che Guevara quest'ultimo entrato nel mito come simbolo della rivolta del Terzo Mondo e dei popoli oppressi. Per l'Africa merita almeno un cenno la vicenda di Thomas Sankara giovane leader del Burkina Faso accanto ad un immancabile N.Mandela. Per gli Usa un riferimento d'obbligo almeno a due figure: Malcom X e A.Davis. Non può essere dimenticato l'esempio di M.Luther King che non ho inserito perché forse più conosciuto. Naturalmente non si tratta di esaltarli acriticamente ma prima di tutto di conoscere le vicende che li hanno visti protagonisti con uno spirito che mi piacerebbe fosse come quello del poeta B.Brecht che ne ha conosciuti tanti e che ne ha condiviso le difficoltà e le contraddizioni esistenziali e politiche.
A proposito di rivoluzione
I CONSIGLI DEL PROF
Note bibliografiche a cura di Paolo Mencarelli
Mi sono volontariamente preso un compito veramente molto ostico: fornire delle indicazioni bibliografiche su di un tema talmente vasto e complesso come la soggettività rivoluzionaria che richiederebbe per essere svolto decentemente molto di più di queste brevi note. Ci provo comunque e naturalmente le mie note potranno essere giustamente criticate. Mi scuso in anticipo magari se dovesse esserci interesse tornerò volentieri ad integrare quanto sto presentando. Procedo quindi a qualche suggerimento di lettura di e su figure di rivoluzionari e rivoluzionarie del Novecento. Mi pare giusto dare qualche indicazione sulle rivoluzioni attraverso alcune figure esemplari con un taglio non eurocentrico ecco perché i riferimenti ad Asia (Cina, Vietnam), Africa (Sudafrica, Burkina Faso), America Latina (Cuba). Per gli Usa cito alcune figure che hanno inserito la lotta contro il razzismo dentro quella più generale per una società più giusta ed eguale. Per l'Italia un riferimento obbligato è a Gramsci e a Teresa Mattei per l'energia con cui si è battuta alla Costituente per i diritti delle donne.. Naturalmente la bibliografia è sterminata quindi mi limito a quanto conosco meglio e a quanto è possibile reperire in libreria e/o in biblioteca. In rete si trova ovviamente tantissimo ma occorre prestare estrema attenzione ai siti e alle edizioni elettroniche dei testi. Mi limito alla lingua italiana. Si parte dalla Russia con due protagonisti entrambi molto critici dello stalinismo ma che si dichiareranno per tutta la vita “rivoluzionari” malgrado la disillusione su quanto stava avvenendo in Urss: Victor Serge e L.Trotsky oltre ad un ovvio riferimento alla nuova e aggiornata biografia di Lenin scritta da Guido Carpi. R.Luxemburg intellettuale e dirigente della Lega di Spartaco merita di essere conosciuta attraverso le parole di un grande intellettuale socialista e marxista (oltre che “padre costituente”) come Lelio Basso.
Chericiconsigli: fra il serio e il faceto
Forse stavolta, studenti adorati, non avete scelto la persona più adatta per avere un consiglio, soprattutto un consiglio di vita. Io vi guardo ogni giorno. Come vi vedo? Intanto bellissimi. Siete la cosa che più somiglia agli angeli, per dirla col poeta. Vedo le vostre contraddizioni, le vostre insicurezze, ma anche le esplosioni di allegria improvvise, gli entusiasmi facili, a volte la timidezza, a volte la spavalderia. E la mancanza di filtri. Vi manca uno strato di pelle, sentite le cose con più forza, vi feriscono e ferite facilmente. Viene voglia di proteggervi, ma solo proteggervi non sarebbe sano. Perché il mondo degli adulti vi riserverà anche altro, e non sarebbe realistico dirvi che potete fare qualsiasi cosa, che non esiste il sacrificio e che tutto sarà semplice. Molto dipenderà da voi, da quanto vi ricorderete che la Bellezza può salvare il mondo, per dirla con lo scrittore, e la bellezza ha molto a che fare con la gentilezza, con l’apertura, con l’ascolto e col diventare quello che desiderate essere. Ha poco a che fare coi compromessi e con l’arroganza, specialmente quella di chi sta sempre con la ragione e mai col torto, per dirla col cantante. Dovete sempre ricordare come siete adesso, pronti a buttare il cuore oltre l’ostacolo. Ciascuno di voi ha le sue peculiarità, il suo gusto, le sue inclinazioni. Io posso soltanto aiutarvi a trovarli e coltivarli. Un docente è come Caronte, vi accompagna sull’altra riva e poi vi lascia andare. Più grandi, più sicuri, meno indifesi. Ma tranquilli: non è detto che sia l’Inferno, l’altra riva. È solo probabile ;-) A Caronte è necessario lasciare un obolo e voi entrate al liceo che siete soldi di cacio e ne uscite pieni di forza, la forza dell’humanitas. Non limitatevi a guardare, osservate sempre. Leggete tanto. E fate vostri i testi, vi faranno compagnia, non vi abbandoneranno. Scrivete. La scrittura è meravigliosa, mentre si scrive si vive. Traducete più che potete, ma non solo come esercizio. Riflettete sulle parole, trovate gli autori che hanno scritto per voi e proprio per voi, coglietene il messaggio. Seneca ci dice cos’è il tempo, perché è prezioso, com’è che si fa a investirlo bene. Dante ci insegna a non inchinarsi davanti a nessuno. Diamo loro retta. Rispettate tutti, e chiedete rispetto. Non ti far mai servo. Non far tregua coi vili. Il santo Vero mai non tradir, per dirla con l’autore. E poi? E poi sarete cuori gentili. Mica è poco. Mi renderete fiera. Ma forse sono stata troppo seria. Studiate, studenti ingratissimi! E non fate niente che io non farei, o che non potreste fare davanti a me! E soprattutto: cosa dice una pannocchia a un’altra pannocchia depressa? “Mai dire mais!” Francesca Cherici
V.Serge Memorie di un rivoluzionario, E/O, 2018 oppure R.Massari L.Trotsky La vita è bella, Chiarelettere G.Carpi Lenin, 2 voll., Stilo, 2021 L.Basso Socialismo o barbarie. La vita e le idee di R.Luxemburg, Malcom X Autobiografia, Einaudi o Rizzoli A.Davis Autobiografia di una rivoluzionaria, Minimum fax, 2022 A.Gramsci Lettere dal carcere oppure Vita attraverso le lettere, P.Pacini La Costituente: storia di Teresa Mattei. Le battaglie della partigiana Chicchi, la piu giovane madre della Costituzione, Altreconomia, 2021 Paco Ignacio Taibo II Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di E.Che Guevara, Il Saggiatore 2017 E.Snow Stella rossa sulla Cina, Il Saggiatore, 2016 Ho Chi min Anche i poeti imparino a combattere, Pgreco, 2017 T.Sankara Il presidente ribelle, Manifestolibri, 1997 N.Mandela Lungo cammino verso la libertà.Autobiografia, Feltrinelli, 2013
[...]pensate quando parlate delle nostre debolezze anche ai tempi bui cui voi siete scampati. A coloro che verranno, da Bertolt Brecht, Poesie e canzoni, Einaudi, 1959
Matteo Baragli
https://www.acro-polis.it/2022/12/25/a-coloro-che-verranno/
Illustrazione di Giulia Taviani
finire impaginazione
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I QUATTRO (E)VENTI
Villa Montalvo 15 Giugno-2 Luglio
CAMPI BEER FESTIVAL
¡ESKINO!
APERIGALI
Circolo Arci Le Bagnese 9 giugno
Cinema Astra 6 giugno
Katja Novitskova
Manifattura Tabacchi fino al 14 giugno
GaliComic
Non sprecare il tuo tempo così ma investi, inverti e guadagna. Solo seguendo la Sophia potrai imparare i miei segreti.
Ciao Democrypto, ti va di fare qualcosa insieme sta sera ?
Ei Pelatone e Pelatino, avete voglia di spassarcela insieme?
Scusa ma oggi io e Pelatino siamo impegnati con la Sophia
Eilà Epiculo , ti andrabbe di fare un giro insieme?
Pericle lo psicoloco
Scusa Baffo, ma voglio dedicarmi completamente alla cosa più ambita ad Atene, la Sophia
non li conosco nemmeno e già mi evitano
Ao sorè, io So' Focle e non butto er tempo con pischelle diverse dalla Sophia
...E voi perché mi state seguendo da mezz'ora?
La Filo Sophia è la più bella di Atene
Sophia ti seguo da sempre
Sophia io ti amo
A chicca io So' Crate e non me chiede nemmeno de uscire perchè la risposta è la stessa de amico mio
...E chi è questa Sophia Filo che tutti amano a tal punto da ignorare me, la povera Baffo?
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ORIZZONTALI
BATTAGLIA NAVALE
- SOGNO
- INCUBO
- IMMAGINARE
- MORFEO
- LETTO
- GOYA
- CASSETTO
- AMBIRE
- FALLIMENTO
- GIOCO
- NOTTE
- ETEREO
- FREUD
- DIONISIACO
- HYPNOS
- IDILLIO
- MENTE
- APPESI
- INCONSCIO
Usate le tabelle sulle copie dei vostri giornalini per sfidare i vostri compagni!
SUDOKU
LA PERLA DI PAOLONE
L'età non è garanzia di maturità
VESTI DIONISIO
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REDAZIONE
Alessandro Bani 4G Gaetano Barni 5B Ottavia Bertelli 5B Maria Biondi 5B Flavia Breglia 3F Francesco Caroppoli 2C Matilde Carta 5D Edoardo Cartei 4H Giada Casini 4H Rebecca Degli Innocenti 5A Alice D'Ettole 4F Emma Fabbrucci 4G Gaia Fontanelli 5B Mina Fugini 4F Chiara Garamanti 5C Alessia Gori 4F Martina Gori 5A Claudia Grosso 4G Ginevra Lepri 4F Roberta Longo 2A Rosa Modugno 5B Marina Morgia 1B Giacomo Oroya 2C Irene Orsoni 4H Sofia Panerai 4G Petra Passalacqua 2A Samuele Riccucci 4H Alice Rombi 5B Duccio Rutigliano 4H Gemma Sorelli 5B Caterina Tatti 2A Giulia Taviani 4C
in ordine alfabetico
L'email a cui potete inviare i vostri elaborati e disegni è
orecchiodidionisio.galileo@gmail.com
L'ORECCHIO DI DIONISIO