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I 7 Vizi Capitali
Matty
Created on March 19, 2023
I 7 Vizi Capitali
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Transcript
I sette Vizi Capitali secondo la visione di Dante
Nell’ordinamento delle pene del Purgatorio e Inferno di Dante, molto importante è la dottrina dei sette vizi capitali (così chiamati perché sono considerati i peggiori, i più gravi), noti anche come “peccati capitali”. Sono così definiti dalla Chiesa: inclinazioni profonde, morali e comportamentali, dell'anima umana, che distolgono la stessa da Dio, il Bene sommo, e ai quali tutti gli altri peccati si riconducono. Vizi capitali non significa però “mortali”: sono destinate all’Inferno le anime che per tali peccati non si pentirono mai, neanche in punto di morte. Coloro che invece in vita si pentirono sinceramente delle proprie colpe, sono salvi e li attende un tempo di sosta più o meno lungo nel Purgatorio, per poi accedere al Paradiso. Ad essi sono dedicati i primi cerchi infernali (II, III, IV e V) in ordine di gravità: lussuria, gola, avarizia (e prodigalità), ira e accidia, però non compaiono l’invidia e la superbia. Ciò non significa che Dante non avesse ben chiaro il senso di questi due vizi, sono infatti citati più volte nella Commedia, insieme all’avarizia, come due delle tre sventure che porteranno Firenze, tanto amata da Dante, alla perdizione. Dante pone queste due categorie di peccatori, superbi e invidiosi, rispettivamente nella I e II Cornice del Purgatorio. Ogni girone è custodito da mostri terribili e spaventosi, creature che custodiscono il regno dei dannati; essi rappresentano le più grandi paure e i peccati dell'umanità. Inoltre, in ciascun girone vi è una pena diversa per le anime, regolata dalla cosiddetta "legge del contrappasso", che impone una pena opposta o analoga rispetto al peccato commesso.
I Lussuriosi
La lussuria è legata all’irrefrenabile desiderio del piacere sessuale, fine a se stesso, portato allo stremo con le pulsioni e le voglie. Si tratta di un piacere sterile, che non richiede amore, né desiderio di riproduzione, ma finalizzato esclusivamente alla ricerca di appagamento fisico, senza rispetto e considerazione per sé stessi o per l'altra persona, dando origine ad una doppia separazione. Dalla lussuria derivano: l’incapacità di accogliere l’altro, vuoto interiore e l’insaziabilità. I lussuriosi sono collocati nel II cerchio dell’Inferno, il cui custode è Minosse, subito dopo i non battezzati. La loro pena consiste nell'essere trascinati senza sosta da una bufera infernale, che li sbatte da un lato all'altro del Cerchio, così come in vita preferirono la bufera della passione a Dio. Tra di essi (un esempio può essere Semiramide o Elena di Troia) vi è una schiera particolare di peccatori, ovvero coloro che sono morti violentemente per amore, che comprende: Didone, Cleopatra, Achille, Paride, Tristano, e anche Paolo e Francesca.
I Golosi
La gola coincide con un desiderio di appagamento immediato del corpo per mezzo di qualche cosa di materiale che provoca compiacimento. È l'incapacità di moderarsi nell'assunzione di cibo o, più in generale, nell'oralità (alcool, fumo ecc.). Le persone che cadono in questo peccato, vivono in un perenne stato di insoddisfazione, sia materiale che spirituale, e assumono comportamenti in grado di ledere la propria salute portando fino alla morte (fisica e spirituale). Dalla gola derivano: la cupidigia, spreco e paranoie. I golosi si trovano nel III cerchio infernale il cui custode è Cerbero. Dato che non riuscirono in vita a frenare con la ragione il più elementare degli istinti umani, ora giacciono a terra, nel fango fetido, torturati da un’incessante pioggia putrida, accompagnata da neve e grandine, e al contempo vengono scorticati da Cerbero con i suoi artigli, che li fa urlare come cani. In questo luogo Dante incontra Ciacco, un cittadino fiorentino noto per la smodatezza bestiale del suo mangiare e bere, il quale interroga sul destino della loro città, continuamente divisa nella lotta fra Guelfi e Ghibellini.
Gli Avari (e i Prodighi)
L’avarizia si manifesta come un attaccamento eccessivo ai propri beni che nasce dalla paura incontrollabile di perdere ciò che si possiede, e causa l’ossessione di “non avere mai abbastanza” e la scarsa voglia nello spendere o nel donare. Può essere ritenuta dannosa per la società, poiché mostra di ignorare il benessere degli altri, a vantaggio esclusivamente del proprio; inoltre essa può avere conseguenze gravi sul benessere dell’individuo: solitudine, disadattamento, depressione, ansia, separazioni, divorzi ecc.. Dall’avarizia derivano: l’attaccamento morboso, la miopia spirituale e l’avidità. Opposta all’avarizia è la prodigalità, ovvero la tendenza a spendere o a donare con larghezza eccessiva e in modo avventato, senza una precedente riflessione: ciò porta l’individuo a regalare più di ciò che realmente possiede, rischiando, di conseguenza, di ritrovarsi in condizioni socioeconomiche misere. Sia gli avari che i prodighi sono posti nel IV cerchio dell’Inferno, con custode Pluto, sono divisi in due schiere, ma insieme sottoposti alla stessa pena, poiché anche se il loro comportamento nei confronti dei beni terreni è stato l’opposto, in realtà queste sono le due facce di uno stesso peccato: l’uso senza criterio dei beni terreni. Perciò sono condannati a spingere con il petto dei massi, facendoli rotolare ciascuna schiera in direzione opposta, per metà del cerchio: eseguono all’infinito una specie di danza in cui si incontrano, si urtano, si insultano e si rigirano.
Gli Iracondi e gli Accidiosi
L’ira è il vizio che acceca la mente e scatena nell’uomo una rabbia bestiale, irrefrenabile. Il cuore è svuotato, la ragione accecata, la mente alimentata solo da pensieri negativi, che generano l’odio e il desiderio di vendetta. L’ira è anche implacabile, perché, anche se chi ne è vittima riesce ad ottenere la distruzione del proprio nemico, essa comunque non finirà di tormentarlo. Dall’ira derivano: l’iracondia, la cattiveria, la violenza, la rabbia e la frustrazione. Chi pratica l’accidia rifiuta la vita. L’accidioso si trascina nella noia e nell’inerzia perenni, che lo portano a non fare nulla. Una forma di accidia può anche essere vivere in modo meccanico, rifiutando l’evoluzione, il cambiamento, lo sviluppo delle cose e delle situazioni. Chi vive di accidia desidera che tutto sia piatto, sempre uguale, neutro, senza gioia né dolore, e inoltre trascura anche le questioni spirituali e divine. Dall’accidia derivano: la meccanicità, la scarsa apertura al nuovo, l’immobilismo e la noia. Ritroviamo iracondi e accidiosi nel medesimo cerchio infernale, il V, con Flegiàs come custode e anch’essi divisi in due schiere ma diversamente puniti. Gli iracondi, che in vita percossero e tormentarono gli altri, ora sono costretti a galleggiare sulla superficie di una palude, si picchiano, si sbranano a morsi, insomma assumono una sorta di accesso d’ira eterno; gli accidiosi, che in vita non seppero liberare la loro ira e la tennero seppellita dentro di sé, ora sono costretti a stare sotto la superficie della palude, affogati nel fango, mormorando una loro triste cantilena.
Gli Iracondi e gli Accidiosi
I Superbi e gli Invidiosi
La superbia si manifesta in modi differenti. Può implicare la sottomissione degli altri, o piuttosto la pretesa della loro ammirazione. Nasce da un desiderio di primeggiare, di essere riconosciuti come migliori rispetto agli altri, a causa di meriti effettivi o solo pretesi. È considerato il peccato più mortale perché il superbo si crede migliore anche di Dio, tanto da ergersi a giudice degli altri. Dalla superbia derivano: la vanità, le manie di grandezza, il giudizio, l’onnipotenza e la volontà di sottomissione. L’invidia nasce dalla presa di coscienza da parte dell’uomo che qualcun altro possiede qualità o beni che lui non ha. Presuppone dunque il fatto di paragonarsi agli altri e di odiarli per ciò che hanno. Questo fa sì che la persona invidiosa goda delle perdite e delle disgrazie altrui, perché solo questo darebbe all’invidioso la possibilità di elevarsi al di sopra della propria miseria. Infatti egli non cerca di migliorare la propria condizione, aspetta che quella degli altri peggiori. Dall’invidia derivano: la gelosia, il paragonarsi continuamente agli altri e l’autogiudizio negativo. I superbi sono posti nella I Cornice del Purgatorio. Mentre in vita si ergevano altezzosi, sminuendo gli altri per rivendicare la propria superiorità, vera o presunta, in ogni campo, ora sono condannati a camminare curvi, reggendo sulle spalle degli enormi e pesantissimi massi. Fra di loro il poeta include Omberto Aldobrandeschi, il miniatore Oderisi da Gubbio e Provenzan Salvani. Gli invidiosi invece scontano la loro pena nella II Cornice del Purgatorio: mentre in vita guardavano con malignità i beni altrui, ora hanno le palpebre cucite col fil di ferro e siedono a terra appoggiati l'un l'altro contro la parete di un monte; inoltre piangono e versano le lacrime attraverso l'orribile cucitura, mentre recitano le preghiere dei santi. Fra di loro Dante include Sapìa Senese, zia di Provenzan Salvani.
Grazie per l'attenzione!