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Il peccato di gola: da Aristotele ai giorni nostri

NADIA ROSSO

Created on March 17, 2023

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Transcript

Il peccato di gola: una storia antica quanto l'uomo

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Raffaello, La scuola di Atene, 1509-1511 (particolare)

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La gola e la sua antica condanna
"Nei desideri naturali sono pochi gli uomini che errano e in una soladirezione, in quella dell’eccesso: infatti, mangiare o bere tutto quello checapita fino ad essere troppo pieni significa superare in quantità lasoddisfazione richiesta dalla natura, perché il desiderio naturale è il mezzo per riempire il vuoto del bisogno. Costoro sono chiamati golosi, perché riempiono il ventre più del necessario: e tali diventano quelli che hanno un temperamento troppo da schiavi". (Etica Nicomachea, III. 11. 15)
Mangiare è un bisogno naturale, ma la gola è una sua distosione
Il monaco Cassiano (360-430) fa della gola il primo dei vizi capitali e mette in luce il suo grande potere. La gola nasce da un bisogno corporale e da una necessità reale. Perciò, a differenza degli altri vizi, non potrà mai essere messa a tacere.
L'alternativa all'eccesso: digiuno o frugalità?
“Grazie al digiuno", secondo Ambrogio, vescovo di Milano, "si arriva prima a Dio”. A dispetto della tetra conclusione che si potrebbe trarre da questa affermazione, il digiuno appare agli occhi degli uomini un ideale ma anche un rischio, perché può essere un'espressione del desidero di distinguersi e non di sincero spirito cristiano: meglio quindi seguire la strada della frugalità.
Le regole monastiche si preoccupano allora di imporre la sobrietà nel consumo di cibo, ma anche di attenuare il rigore nei confronti di giovani, anziani e di chi svolge mansioni pesanti. Spiegano Carla Casagrande e Silvana Vecchio (I sette vizi capitali. Storia dei peccati nel Medioevo, Einaudi, Torino 2000) che con il passare dei secoli, i cristiani divennero più tolleranti nei confronti della gola. I teologi basso-medievali, come Tommaso d'Aquino, mettono in guardia quindi non tanto dal piacere del cibo quanto dalle conseguenze della gola...
Dove abita la gola?
Dappertutto. Uno dei suoi luoghi naturali è il monastero, dove abati e monaci si fanno beffe dell'astinenza e della frugalità e consumano grandi quantità di pietanze. Per chi appartiene alle classi povere solo la taverna è il luogo del vizio della gola: ma più che la gola vera e propria, qui a trionfare sono l'ubriachezza, la mancanza di decoro, la sregolatezza e il gioco d'azzardo.
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Anche i filosofi continuano a fare i conti con il peccato della gola: secondo Fernando Savater (I sette peccati capitali, Mondadori, Milano 2007), quello della gola non è più un peccato di mancanza di misura, ma un danno inflitto ad altri che non possono accedere al cibo di cui abusiamo. Francesca Rigoldi (Gola. La passione dell'ingordigia, il Mulino, Bologna 2008), propone un'altra analisi: anche oggi il vizio della gola si ripropone, ma nei termini che sono propri di un mondo medicalizzato e globalizzato. La medicalizzazione dell'obesità e delle disfunzioni alimentari sottrae la gola alla dimensione della responsabilità etica. La globalizzazione porta con sé (dove arriva) l'opulenza di un cibo grasso che rovinai corpi. Questo grasso malsano sembra essere una nuova forma di peccato in un'epoca che idolatra il corpo. A distanza di millenni dalla sua nascita, il peccato di gola mostra ancora una grande vitalità e più che l'anima sembra danneggiare il corpo.