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Orecchio di Dionisio n. Rivoluzione

Alice Dettole

Created on January 19, 2023

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L'ORECCHIO DI DIONISIO

L'ORECCHIO DI DIONISIO

Giornalino studentesco del Liceo Classico Galileo

DICEMBRE 2022 no. 12 tema: SOGNO

MARZO 2023 no.13tema: RIVOLUZIONE

Giornalino studentesco del Liceo Classico Galileo

L'ORECCHIO DI DIONISIO

L'ORECCHIODI DIONISIO

DICEMBRE 2022 no. 13

L'ORECCHIODI DIONISIO

Rumore

Mistero

Da qualche parte C'è una selva senza tempo E non ha confini E non ha materia Si annidano fra i suoi rami Contorti I gufi del buio E pensieri. Non ci sarà fine, no La selva è la mia splendida croce Dio tu sai se la amo Ma la odio e in lei, io mi perdo. No, non ci sarà fine Sempre i suoi sterpi incroceranno la mia via. È eterno il mondo, Dentro questo viluppo di assurdo.

di mb

di Anonimo

Occhi dolci ancora adagiati nel sonno di un sogno senza sfondo penetrano gallerie a colori spenti. Accendono anime meccaniche programmate per la prossima alba. Mani ragnatela che trattengono brindisi ai brividi di tramonti trasparenti su schiene che si abbracciano da dietro.

Mi sveglio a causa del rumore. Non so di preciso cosa sta accadendo. Sento persone urlare, vetri che si rompono. “Fuori c’è la rivoluzione”, mi dice qualcuno. E io non posso fare a meno di chiedermi se è simile a quella che ho visto nei tuoi occhi.

la vera rivoluzioneè il reale ritorno al mare, quando lontano dal limite l’orizzonte sfida il tuo desiderio. senza lasciarti travolgere, immergiti nella dolcezza del mistero.

Sapere o inerzia?

di Zscreams

Guardo fuori dalla finestracosa cerco, cinismo sicurezza sensibilità tranquillità freddezza? ma il sole illumina distorce oppure riscalda solo? illumina menti che hanno imparato a non dormire più a lungo, le illumina, ma segue il loro consenso? Resta incurante della loro opinione opera soltanto rendendole sempre più assetate. Come gli insetti attratti dalla luce, ne cercano sempre di più; ma avvicinandosi ad una stella poi ci si scotta. Quindi? Rimango con i vetri chiusi o mi lascio irradiare?

Sentire il mondo

di anonimo

Fuori da questa finestra un inverno che non vuol passare. almeno finchè non sorgerà il sole dentro me.

Alba di porpora di OrienteRisveglia un'impressione di poesia Nel cuore un'umana frenesia Intuito di un pensiero trascendente E' il soffio di un refolo d'inverno Lo schiudersi vibrante di un bocciolo Lo schizzodi un pennello macchiaiolo Che effigia il divenir di ciò che è eterno Son voci che si accendono nelle vie Son sguardi come battiti di ali E' il flusso di infinite sinergie Segreto degli esseri mortali

Illustrazione di Ginevra Lepri

POESIA

Mistero

mb

Sentire il mondo

Anonimo

Sapere o inerzia?

Zscreams

Rumore

anonimo

Per questo numero abbiamo scelto il tema “rivoluzione”, cercando di affrontarlo in alcune delle sue sfaccettature. Da sempre la storia dell’uomo è stata legata al cambiamento, al radicale sconvolgimento di ciò che c’era prima; la rivoluzione è figlia del bisogno umano di novità e innovazione, soprattutto quando il contesto che ci circonda non soddisfa più le nostre aspettative. La rivoluzione ha sempre una doppia faccia, un duplice aspetto, negativo e positivo perché se da un lato siamo attratti dal nuovo, dall’altro il diverso può spaventare e intimorire. Ma non è forse il diverso a farci mettere in dubbio? E una volta che ci mettiamo in dubbio, che accontentiamo il nostro bisogno di rivoluzione cosa facciamo? Spesso il cambiamento ci lascia così scombussolati che diventa difficile rispondere a tale domanda. È semplice parlare di rivoluzione, più difficile è farla ma sicuramente ciò che ci mette in crisi è gestire la nuova situazione, perché è difficile fare i conti con una realtà che potrebbe non soddisfare le nostre aspettative. Aspettative non solo riguardo al mondo esterno o alla politica, ma inevitabilmente legate a noi stessi. La speranza in un futuro più roseo ci fa venir voglia di proiettarci sempre in avanti, di sperimentare e sperimentarsi fino a trovare una situazione che rispecchi nel modo migliore tali aspettative. Quindi, in un mondo che sembra andare a rotoli, la rivoluzione più grande, nel nostro piccolo, non è forse uscire da questa indifferente staticità per catapultarsi in qualcosa di nuovo?Buona lettura La redazione

PROSA

Rosa Luxemburg

Matilde Carta

Matilde Carta

Una vita libera dagli schemi

Per la prima edizione del giornalino abbiamo riflettuto su quale potesse essere un tema significativo per l’inizio dell’anno scolastico 22/23. Alla fine la scelta è ricaduta sul “sogno”. Perché sognare è così essenziale? Il sogno ha da sempre occupato un ruolo centrale nella vita, sin dalla nascita della specie umana e col tempo ha assunto diverse accezioni, approfondite in questo numero. Il sogno onirico è considerato un’affascinante incognita, un campo ancora da esplorare, ampiamente analizzato in ambito filosofico, a partire da Platone fino a Nietzsche, che hanno tentato di interpretarlo e comprendere i suoi significati. Quella del sogno è indubbiamente un’esperienza stravagante: ci proietta in una sorta di realtà parallela, una rappresentazione teatrale in cui siamo protagonisti di scene esaltanti e irrazionali create dal nostro subconscio, che tuttavia svaniscono dalla memoria non appena apriamo gli occhi. Alla fine il sogno è solo un’illusione onirica e molto spesso è complicato distinguere il sottilissimo confine che lo separa dalla realtà. D’altra parte non smettiamo mai di sognare, neanche da svegli. Nonostante sia complicato e spesso frustrante, il sogno è un elemento essenziale nella vita di tutti i giorni, poiché ci spinge a realizzare i nostri obbiettivi. Abbiamo quindi considerato che questo tema potesse essere interessante, osservato e analizzato da diversi punti di vista. D’altronde chi è che non ha mai avuto un sogno? La redazione

Anonimo

1984

Chiara Garamanti

Eco

El mundo es mi casa

Flavia Breglia

ATTUALITA'

Io non sono proprietà di nessuno

Ottavia Bertelli

10

FOTO

Emma Valme Pisani

RUBRICA SPETTACOLO

La Nouvelle VagueAlice D'Ettole

11

RUBRICA D'ARTE

Urban Spree Rebecca Degli Innocenti

12

RUBRICA MUSICALE

London Calling Lapo Di Matteo

13

14

NUOVE USCITE

18 febbraio

15

IL CONSIGLIO DEL PROF

LE INTERVISTE DEL GALI

17

GALICOMIC e I QUATTRO (E)VENTI

18

LUDUS IN FABULA

19

  • copertina di Gaia Fontanelli e Gaetano Barni

Rosa Luxemburg

di Matilde Carta

impaginare

Il profilo politico e intellettuale di Rosa Luxemburg è molto più complesso di quanto suggerisca a prima vista la sua fama iconica di martire del socialismo; le complessità che la caratterizzano sono riconducibili alle identità molteplici che coabitano la sua figura a partire dal fatto che Rosa era di origini ebraiche, nata in Polonia ma suddita russa prima e tedesca poi. Era una donna appassionata e capace di straordinari slanci emotivi ma al contempo una rigorosa e coerente militante di partito e rivoluzionaria di professione, era una pensatrice politica capace di misurarsi alla pari di personalità del calibro di Lenin, ad esempio. Hanna Arendt la definì una “rivoluzionaria senza partito” perchè le sue posizioni sul piano politico la portarono spesso a scontrarsi sia col socialismo socialdemocratico di cui contestava il legalitarismo opportunistico, sia col comunismo bolscevico di cui stigmatizzava le esasperazioni centralistiche. Questo spiega perchè la memoria di una donna tanto importante sia stata per molto tempo ragione di imbarazzo sia tra le file dei socialisti che tra le file dei comunisti e solo dopo molto tempo abbia acquisito il valore che merita. Rosa Luxemburg nacque nel marzo del 1871 a Zamość in Polonia, allora parte dell’Impero russo. Già negli anni del liceo trascorsi a Varsavia Rosa si distinse per il precoce impegno politico tra le file di una cellula clandestina del partito socialista rivoluzionario polacco. Questo movimento venne però perseguitato e represso e nel 1895 Rosa fu costretta a lasciare la Polonia emigrando prima in Svizzera e poi in Germania. Qui sposò un tedesco: non c’era amore tra i due ma ciò le permise di ottenere nel 1989 la cittadinanza tedesca. A Berlino aderì al partito socialdemocratico e continuò a sostenere le sue posizioni marxiste e d'internazionalizzazione del socialismo. In questo contesto si scontrò con Eduard Bernstein, rappresentante dell'ala revisionista del partito poiché a differenza della Luxemburg, Bernstein auspicava un passaggio pacifico verso il socialismo, dettato da riforme sociali e non da rivoluzioni. La “Rosa rossa” (così la definì Brecht in una sua poesia) difendeva invece la necessità della rivoluzione per raggiungere gli obiettivi socialisti: sulla scia del pensiero marxista, c'era bisogno di una classe operaia che fosse cosciente e matura e che potesse avviare il processo, inesorabilmente lungo, di sovversione della classe borghese. Il suo pensiero fu dunque legato alle potenzialità della classe operaia, decisive per il crollo del capitalismo. Allo scoppio della prima rivoluzione russa Rosa tornò nella sua patria per parteciparvi ma fu presto arrestata; pacifista, contraria all’intervento in guerra e antimilitarista radicale era in particolare avversa alla concezione bolscevica del partito centralistico e autoritario. Quando venne rilasciata tornò in Germania, dove insegnò per un breve periodo Economia politica. Durante le lezioni chiarì la sua posizione: contrariamente a Marx, secondo la Luxemburg il capitalismo, anche se fosse entrato in crisi, sarebbe riuscito a “salvarsi” grazie alle immense risorse derivanti dal colonialismo. Polemizzò anche con Lenin, del quale non condivideva l’idea di un partito formato solo dalle élite proletaria, e con Stalin, perché nell’opinione di Rosa la democrazia non doveva essere abbattuta ma estesa. Quando nel 1914 scoppiò la guerra, Rosa abbandonò la carriera di insegnante e iniziò quella di attivista. A lungo si dedicò a manifestazioni contro la guerra finché non venne arrestata per ordine del kaiser Guglielmo II. Quindi fondò la “Lega di Spartaco” insieme all’amico Liebknecht e poi il primo Partito Comunista Tedesco, con cui, a fine della guerra, tentò un’insurrezione che viene spietatamente sedata: era il 15 gennaio del 1918 quando Rosa venne rapita. Sapeva che prima o poi sarebbe successo. La rapirono e poi la uccisero i gruppi paramilitari al soldo del socialdemocratico Friedrich Ebert e del ministro della Difesa Noske. Il suo corpo venne ritrovato in un canale il 31 di maggio quando ormai la primavera sta per cedere il passo all’estate. “Ora è sparita anche la Rosa rossa, non si sa dov’è sepolta. Siccome ai poveri ha detto la verità i ricchi l’hanno spedita nell’aldilà.” Così scrisse di lei il poeta tedesco Bertold Brecht in seguito all'accaduto. Se la donna fosse sopravvissuta alla repressione, chissà quale strada avrebbe percorso il socialismo tedesco, europeo e internazionale. Il suo pensiero ha portato notevoli spunti, per una riflessione più umana del socialismo, per un movimento operaio ben sviluppato, consapevole e responsabile, pronto a una vera e propria lotta di classe.

Un essere umano, si sa, per crescere bene ha bisogno di amore come una pianta ha bisogno di acqua. Senza amore si cresce ma si cresce male. Male non significa deformato, la natura è perfetta, noi esseri umani siamo perfetti dal punto di vista anatomico ma senza amore cresciamo deformati dentro. E quindi per una crescita sana equilibrata in armonia ci vuole tanto amore dalla nascita alla morte direi. Ora se fosse possibile avere ciascuno un distributore automatico gratuito d'amore tutto sarebbe più facile e probabilmente vivremmo in un mondo migliore. Ma l'amore non è affatto gratuito, è tutt'altro che gratuito. E' condizionato da un sacco di fattori, forse troppi. Sei amato dai tuoi genitori se sei all'altezza delle loro aspettative Sei amato dagli amici se ti comporti come loro desiderano Sei amato dal mondo in generale se sei una persona di successo e non di certo una persona senza nessuna caratteristica che ti contraddistingue dal resto del mondo. l'amore quindi non è gratuito.. è condizionato da come sei, da cosa fai e da come lo fai, è una verità cruda ma è pur sempre la verità. E allora come è possibile essere stessi e liberi da condizionamenti quando essere se stessi spesso significa non aver nessuna voglia di soddisfarre sempre le aspettative dei genitori, non avere nessun motivo per essere come vogliono i tuoi amici, non avere interesse nelle materie che devi studiare per ore, non avere sempre la forza e la motivazione per riuscire in ogni cosa?? Quindi se dovessimo essere se stessi ... non saremmo amati e allora ci mancherebbe l'acqua per crescere e vivere e l'istinto di sopravvivenza ci spinge all vita non alla morte: Cosi ci sforziamo di essere ciò che non siamo e facciamo ciò che non vogliamo finchè ad un certo punto la nostra mente il nostro corpo vanno in confusione, i pensieri si annebbiano, niente ha più il suo apparente senso e possiamo contare solo su noi stessi ed è a quel punto che dobbiamo aver imparato a volerci bene. Questo ci permette di avere il coraggio di essere liberi.. quando impariamo a volerci bene.. perche ciascuno si salva da solo.

Una vita libera dagli schemi

MATI

di Anonimo

Un essere umano, si sa, per crescere bene ha bisogno di amore, come una pianta ha bisogno di acqua. Senza amore si cresce, ma si cresce male. Male non significa deformato, la natura è perfetta, noi esseri umani siamo perfetti dal punto di vista anatomico ma senza amore cresciamo deformati dentro. E quindi per una crescita sana, equilibrata, in armonia, ci vuole tanto amore dalla nascita alla morte, direi. Ora, se fosse possibile avere ciascuno un distributore automatico gratuito d'amore, tutto sarebbe più facile e probabilmente vivremmo in un mondo migliore. Ma l'amore non è affatto gratuito, è tutt'altro che gratuito. È condizionato da un sacco di fattori, forse troppi. Sei amato dai tuoi genitori se sei all'altezza delle loro aspettative. Sei amato dagli amici se ti comporti come loro desiderano. Sei amato dal mondo in generale se sei una persona di successo, e non certo una persona senza nessuna caratteristica che ti contraddistingua dal resto del mondo. L’amore quindi non è gratuito... è condizionato da come sei, da cosa fai e da come lo fai, è una verità cruda, ma è pur sempre la verità. E allora, come è possibile essere se stessi e liberi da condizionamenti quando esserlo significa non aver voglia di soddisfare sempre le aspettative dei genitori o dei propri amici, non avere interesse nello studiare per ore e non avere la forza e la motivazione per riuscire in ogni cosa? Quindi, se provassimo a essere noi stessi, non saremmo più amati. Ci mancherebbe l'acqua per crescere, ma l'istinto di sopravvivenza ci spinge alla vita, non alla morte: ecco perché ci sforziamo di essere ciò che non siamo. Ad un certo punto la nostra mente e il nostro corpo vanno in confusione, i pensieri si annebbiano, niente ha più senso: possiamo contare solo su noi stessi. A quel punto dobbiamo aver imparato a volerci bene. Questo soltanto ci permette di avere il coraggio per essere liberi. Ognuno di noi si salva da solo.

Il padre fondatore della psicanalisi Sigmund Freud (1856-1939) tramite il suo pensiero segna una svolta decisiva attraverso lo studio dell’indagine sul sogno. Il sogno è definito da Freud come la via regia che porta alla conoscenza dell’inconscio nella vita psichica. Il concetto cardine per la teoria del sogno è quello del desiderio: il sogno è l’appagamento mascherato di un desiderio infatile inammissibile e quindi rimosso. La censura maschera i desideri inconsci che vengono quindi tradotti in immagini. Perciò la censura, operando da regolatore onirico della tendenza dei desideri inconsci di arrivare alla coscienza, è la funzione che permette al contenuto latente del sogno di mutare in contenuto manifesto (rielaborato e censurato) e opera secondo il “processo secondario”. Il processo secondario costituisce il pensiero razionale e vigile: possiede la tendenza di differire e deviare l’attività dell’inconscio ed è il moto del “preconscio” e del “conscio”. Mentre quello primario rappresenta l’attività psichica dell’inconscio ed è il modo in cui la psiche opera nel periodo di vita infantile prima della formazione del preconscio. Secondo l’indagine freudiana il lavoro interpretativo del sogno permette di recuperare regressivamente il contenuto latente attraverso la ricostruzione dell’esperienza onirica. Successivamente a Freud lo studio del sogno non ha fatto progressi significativi: è interessante notare come alcuni anni dopo una diversa posizione dello psicoanalista indiano Masud Khan(1924) tratta del sogno riesaminando alcuni aspetti. Infatti all’interno del II capitolo del libro “I Sè nascosti” egli sostiene che l’esperienza soggettiva del sogno può risultare del tutto diversa dal testo onirico(ricordo del sogno). Khan ritiene che il ricordo del sogno possa essere in realtà la “negazione del sognare” poichè per trasformare gli elementi del sogno in un racconto che può essere interpretato o comunicato si appropria di aspetti che distolgono dall’esperienza onirica. Ma, secondo lui, il sognare di per sé è al di là dell’interpretazione. Tuttavia vi sostiene l’ipotesi di uno spazio onirico in cui si originano elementi del sogno che dovremo accogliere o rifiutare. Khan prende come esempio il caso di una sua paziente, la quale era affetta da dipendenza di alcolismo e cleptomania. Il sogno risale alla fine dell’analisi quando stava per intraprendere un lavoro importante e trasferirsi. La paziente racconta di essersi trovata in sogno all’interno di una farmacia di un ospedale. Spiega di aver preso dei sonniferi e in seguito di trovarsi in una stanza di ergoterapia. Pone i flaconi sul tavolo,trovando dei pennelli e fogli di carta sparsi, inizia a riprodurre i flaconi in una natura morta. La paziente ha descritto di aver cominciato a provare la sensazione di essere osservata e presa dal panico si rese conto che i flaconi li aveva rubati. Si volta e vede un uomo di bassa statura con un’espressione gentile. Infine racconta di aver lasciato tutto ed essere tornata casa. Khan spiega che i riferimenti erano ben conciliabili ad alcuni eventi traumatici subiti dalla paziente. Il sogno dimostrò che il suo Io aveva acquisito risorse sufficienti per consolidare la propria libertà dal senso di colpa e rielaborare le esperienze tramite un’attività estetica: invece di inghiottire sonniferi, si era messa a dipingerli.

Bibliografia: Freud S. (1899) L’Interpretazione dei Sogni, Bollati Boringhieri,Torino Freud S. (1920) Al di là del principio del piacere,vol.9, Bollati Boringhieri,Torino Freud S. (1895) Progetto di una psicologia,vol.2, Bollati Boringhieri,Torino Khan M. (1990) I Sé Nascosti, Bollati Boringhieri,Torino

Illustrazione di Giulia Taviani

1984

di Chiara Garamanti

CHia

Il romanzo 1984, scritto da George Orwell nel 1949, è considerato una perfetta rappresentazione del totalitarismo. La vicenda si svolge in un futuro prossimo (nell’anno 1984) dove nel mondo tutto il potere è concentrato nelle mani di tre soli stati: Oceania, Estasia e Eurasia. In particolare i fatti si svolgono in Oceania, il cui vertice del potere è rappresentato da Big Brother (in italiano tradotto Il Grande Fratello), onnisciente e invincibile, leader dell’unico partito presente che controlla l’intero paese. È stata la cosiddetta rivoluzione, realizzata a seguito della Terza Guerra Mondiale, a determinare l’ascesa del partito, portando l’intera società ad un punto irreversibile e destinato a restare così per sempre. Gli individui di questa nuova società sono completamente alienati, perché hanno perso la propria individualità, condannati ad essere costantemente controllati e manipolati dai piani alti. Ogni luogo è dotato di teleschermi, ovvero sistemi di sorveglianza intelligenti, in grado di controllare in ogni momento ogni singolo individuo. La vita in Oceania è monotona, priva di qualsiasi forma di svago o piacere e l’esistenza delle persone ha un unico scopo: amare Big Brother profondamente, rispettare visceralmente le sue dottrine e credere esclusivamente a ciò che egli dice. Il protagonista del romanzo è Winston Smith, incaricato presso il Ministero della Verità (uno degli organi del governo) di censurare ed eliminare tutti gli scritti considerati non in linea con la politica del partito per poter alterare la storia. Durante il corso della vicenda Winston assume consapevolezza delle proprie idee, capisce il meccanismo malato del governo e inizia a condurre una vita segreta. Nonostante sia consapevole del rischio a cui sta andando inevitabilmente incontro, l’uomo non si ferma e sente dentro di sé di essere nel “giusto”: Winston capisce che la realtà viene costantemente alterata e che il solo scopo del partito è quello di controllare la mente degli individui. La rivoluzionaria politica di Big Brother descritta da Orwell appare in maniera evidente come un’ estremizzazione del totalitarismo. Lo stato dell’Oceania non si limita al solo controllo degli individui: il vero fine è riuscire a controllare le menti delle persone, arrivando ad un punto tale per cui 2+2 avrà come risultato 5 e non più 4. 1984 mostra l’enorme potenza dello stato sui suoi cittadini, fa capire quanto la mente umana sia influenzabile e malleabile. È certamente presente nel romanzo la speranza di poter sovvertire l’ordine del sistema, speranza incarnata dalla figura di Emmanuel Goldstein, leader dei ribelli contro il partito, ma questa possibilità di cambiare le cose appare debole e precaria. Alla fine del libro, infatti, Winston viene catturato e torturato, costretto non solo a soffrire ma anche a mutare profondamente le proprie idee: le torture servono per rivoluzionare la mente di coloro che sono considerati deviati, è necessario anche per morire l’amore verso Big Brother. La rivoluzione che ha portato all’ascesa del partito rispecchia perfettamente la definizione del termine stesso “rivoluzione”; è avvenuto quel radicale mutamento che sembra destinato a restare tale per sempre. La domanda che nasce spontanea è: Orwell credeva nella possibilità di una nuova rivoluzione?

Cooregg

El mundo es mi casa

di Flavia Breglia

Il giorno dopo quella fatidica notte, vidi Pedro particolarmente solare. Doveva essere andata bene con il francese. Conoscevo quell'espressione ed era la stessa che avevo anche io. Non scambiammo una sola parola di ciò. Incontrai Amam solo una settimana dopo. Fui io a chiamarlo questa volta. Passammo tutta la sera a parlare sulla terrazza del suo appartamento e vedemmo la città addormentarsi, anche se Kabul non sta mai con entrambi gli occhi chiusi. Allora Amam iniziò a raccontarmi la sua vera storia. Era nato a Kabul. Suo padre, prima dei talebani, era una figura di rilievo al tempo dei sovietici. I bei tempi trascorsi risvegliavano nei suoi occhi un fuoco caldo quasi quanto le giornate estive passate a giocare tra l’erba secca. Lo si poteva vedere dalle sue iridi così profonde, che raggiungevano tempi così passati. I talebani erano arrivati quando lui aveva sei anni ed era stato costretto a lasciare Kabul. La famiglia si era rifugiata a Mosca. Qui aveva trascorso dodici anni della sua vita e dopo aver visto attecchire la prima neve dell'Inverno per dodici volte, si era trasferito in Germania per studiare lettere antiche. Così, dopo trent'anni era tornato nella sua patria natìa alla ricerca di quella che un tempo era stata la sua casa. Rimanemmo svegli fino a quando il sole non illuminò la terra, le case e i grattacieli. Sotto di noi le macchine ricominciarono a borbottare. Lo guardai dormire sul terrazzo. Forse non l’avrei più visto, forse il giorno dopo saremmo tornati lì. Non so bene perché, ma mi irritava non sapere la risposta. Per quanto saremmo andati avanti? Senza svegliarlo lasciai la sua camera con difficoltà, mentre tutto cercava di tenermi avvinghiata lì. Arrivata all'appartamento, Pedro mi comunicò che forse avevano trovato, lui e il francese, una pista. Da allora il lavoro impegnò la maggior parte del tempo. Di giorno e di notte facevamo ricerche o giri di ricognizione, spiavamo tutti i movimenti dei quartieri più sospetti e aspettavamo con ansia le chiamate anonime degli informatori nel cuore della notte . Durante quella settimana Amam mi scrisse un paio di volte, forse tre. Io non risposi o, se risposi, lo feci con freddezza. Dopo due settimane di notti insonni e giorni illuminati dallo schermo di un computer portatile, avemmo la certezza che gli informatori fossero inutili o addirittura che avessero tentato di depistarci. Un altro vicolo cieco, un'altra sconfitta e ancora nelle tasche niente da portare al direttore. Avevo bisogno di distrarmi, di liberare un po' la tensione. niente poteva farlo meglio che le storie esotiche di Amam. Lo chiamai, e sebbene lo avessi evitato per tre settimane, accettò di vedermi. Per telefono mi annunciò che mi avrebbe portato in un posto speciale. Pedro era già su tutte le furie che io mi fidassi così di lui. Aveva ragione Pedro ma non era qualcosa che io potessi controllare, o tantomeno spiegare. Le luci dei lampioni quella sera rendevano tutto più elegante (oppure era Amam con il suo gessato grigio a nobilitare tutto ciò che lo circondava?). Mi salutò e ci scambiammo un rapido bacio, io mortificata per averlo fatto aspettare tanto tempo, lui si finse indifferente. Passeggiammo per una buona mezz’ora lungo le strade affollate, spintonati da vecchi ubriaconi e bambini che correvano. Chi tra quelli stesse giocando a nascondino, chi avesse appena rubato la signora zoppa, non si poteva sapere. Raggiungemmo un vicolo deserto, a volte qualche lampione lampeggiante cercava di mettermi in allerta. iniziai a sudare freddo alle mani, poi anche ai piedi. Amam mi aveva distratto con discorsi filosofici e fiabe per bambini, non avevo fatto attenzione a dove fossimo, né avevo controllato se potesse nascondere eventuali armi. Stava sorridendo mentre mi stringeva la mano. Incontravamo dei passanti sempre meno spesso. Dovevo chiedere aiuto ma non sapevo bene a chi, né come. Forse avrei dovuto ascoltare Pedro, e chiudere il rapporto con Amam. Lui era pericoloso. Probabilmente si era accorto della mia paura, ma nel momento in cui provò a rassicurarmi stringendomi ancor di più la mano, senza poter decidere, gli sferrai un colpo alle tempie.

correggere

Quando fui sicura di averlo stordito iniziai a correre più veloce della luce. Il velo, al quale non ero abituata, mi cadde scoprendomi il volto ma non mi fermai a raccoglierlo. Stavo cercando quale fosse la direzione per tornare alle vie affollate del centro, ma qualsiasi strada prendessi, mi portava in un luogo sempre più sporco, umido e oscuro. Le poche persone che incontravo erano sempre più losche e pericolose, tanto che iniziai a pensare che forse rimanere con Amam sarebbe stato meglio. Allora mi fermai, realizzai quanto poca energia mi fosse rimasta in corpo. L'adrenalina era finita, l’ossigeno nei polmoni pure. “It’s very dangerous for a lonely woman, here!” Riconobbi il suo accento e la voce ansimante che mi riportava a dolci ricordi. Mi accasciai tra le sue braccia. Non ricordo per quanto tempo mi feci cullare dal suo profumo, ma quando aprii gli occhi due immense galassie erano puntate su di me. Era riuscito a trovarmi solo grazie al velo che mi era caduto. Mi disse che per quella sera era meglio se fossimo tornati a casa. Ci incamminammo cauti l’una stretta all’altro e percorremmo le strade che solo qualche ora prima avevamo passato parlandoci a distanza di sicurezza. Quanto eravamo stati sciocchi! Passammo davanti ad un grande bazaar chiuso e Amam mi raccontò di quando da piccolo aiutava sua mamma con la spesa. Quante vite sradicate dalla propria terra si erano trovate ad appassire? Forse troppe per mano dell'uomo, ma la storia che Amam mi aveva appena raccontato era di una luce diversa e cantava un'altro canto. Ripensai alla conversazione che avevo avuto con il capo qualche giorno prima, come al solito destinava a me tutte le ramanzine, mai a Pedro. Aveva detto che non intendeva spendere tanti soldi per nulla; che voleva al più presto dei frutti da raccogliere. Che gli ultimi pezzi mandati erano solo carta sprecata. Non ci pensai due volte e appena tornata all’appartamento, lo chiamai. Da lui sarebbero dovute essere le..., circa, ma sapevo che era sveglio. Ed è così che comincia la storia, la nostra storia, che ancora stento a credere di aver vissuto.

Eravamo nel pieno della nostra carriera e sapevamo di essere il suo cavallo di battaglia. Inoltre avevo da sempre sospettato che Pedro preferisse quelli come il giornalista francese, rispetto a me. Sicuramente non gli era dispiaciuto per la mia assenza. L'unica cosa che mi disse fu di non farmi ingannare nè di farmi smascherare. Non ci fu bisogno di dirmi di stare attenta a proteggermi, dato che Pedro era stato il primo ad avere la prova di quanto le mie tecniche di autodifesa fossero letali. Avevamo deciso di incontrarci allo Shahr-e Naw Park. Era abbastanza lontano dal mio hotel, ma avevo deciso che era meglio per entrambi se lui non avesse saputo il mio indirizzo. Amam indossava un completo chiaro di lino e un cappello, anch'esso bianco, che mettevano in risalto la sua carnagione scura. Appena mi vide mi salutò:" Ciao Cristina, how are you?". Il mio vero nome sulle sue labbra mi fece uno strano effetto. Solo a quel punto realizzai che due giorni prima, senza pensare, gli avevo dato il mio biglietto da visita dove era scritto a chiare lettere il mio nome. Due a zero per lui, con autogol. La sera mi portò a mangiare in un ristorante tradizionale, non troppo lontano dal parco. Durante la cena si rivelò molto più interessante di quanto avessi immaginato. Parlammo a lungo, raccontandoci tante e tante bugie sulle nostre vite. Poi, quando finimmo la voglia di raccontarle, o forse finí la fantasia per quest'ultime, andammo nella sua camera d'hotel. Impiegammo un'ora di taxi per arrivare. Erano solo le dieci e mezzo, ma la notte fu lunga.

di Giacomo Oroya

Io non sono proprietà di nessuno

È il 13 settembre, una ragazza curda di nome Jina Mahsa Amini, proveniente da Saqqen, viene fermata in metropolitana a Teheran, dove si trovava per far visita a dei parenti, da una pattuglia della polizia morale. Enayayollah Rafiei, comandante della squadriglia e con lui Ali Khoshnamvand, Prastou Safari, e Fatemeh Gurban Hosseini. L’accusa: non indossare l’hijab correttamente, pratica obbligatoria per le donne dopo la rivoluzione islamica del 1979. Tre giorni dopo, il 16 di settembre, la giovane muore in un letto di ospedale, secondo il governo iraniano per un problema cardiaco. Ma la verità è ben altra: Mahsa dopo l’arresto viene portata al centro di detenzione di Vozara, dove viene picchiata causandole prima un trauma cranico e poi, infine, il coma. I parenti denunciano l’avvenimento subito dopo la morte: il fratello dichiara di aver sentito la sorella gridare dentro la caserma. Di lì a poco cominciano le rivolte, che continuano imperterrite ancora oggi; le prime a scendere in piazza sono state innanzitutto le donne, migliaia di donne, che hanno iniziato a tagliare i loro veli e i loro capelli. Questo gesto è anche estremamente simbolico: nei paesi di religione islamica infatti tagliarsi i capelli è un segno di lutto. Durante il genocidio perpetrato dall’Isis a Shengal in nord Iraq nel 2014, le donne ezidesi sono tagliati i capelli. Coloro che hanno perso i loro cari, le donne violentate, hanno il costume di tagliare i loro capelli per mostrare tutto il loro dolore e il loro orgoglio. Milioni di video delle proteste sono iniziati a girare online: a mano a mano anche gli uomini si sono uniti alla protesta per rivendicare maggiore libertà e pari opportunità fra donne e uomini. Inoltre la loro lotta denuncia l’oppressione da parte del dittatore Ali Khamenei e il suo regime che ha reagito a queste proteste con la forza, uccidendo e carcerando centinaia di persone, dalle più giovani alle più anziane. Una fra tutte sicuramente Nika Shahkarami, una giovane ragazza uccisa a fine settembre durante le proteste. Sono molto conosciuti i suoi video sul web mentre brucia un hijab e urla “morte al dittatore” insieme ad altri manifestanti. Ella era scomparsa poco dopo una manifestazione e nessuno, neanche la sua famiglia, aveva avuto sue notizie, fino a quando il primo ottobre il suo corpo senza vita è stato restituito ai suoi familiari. Le autorità hanno comunicato che Nika è stata ritrovata il 21 di settembre nel retro di un cortile; secondo loro si sarebbe suicidata buttandosi di sotto dal tetto di un palazzo mentre decine di video e testimonianze affermano che la ragazza sarebbe stata inseguita e arrestata dalle forze di sicurezza iraniane. Un testimone inoltre ha affermato di aver visto Nika essere presa in custodia durante le proteste da "diversi agenti di sicurezza in borghese di corporatura robusta", i quali l'hanno fatta salire su un’auto e da quel momento in poi non sarebbe stata mai più vista. Le autorità iraniane stanno facendo di tutto per contenere l’effetto mediatico, per esempio, impedendo l’accesso a internet; questo è uno dei principali strumenti che hanno tra le mani. Visto che in Iran non ci sono emittenti private e indipendenti, la rete è l’unico luogo dove i manifestanti possono far sentire la propria voce e denunciare senza filtri e censure cosa sta accadendo nel loro paese. Ciò non è una novità: nel 2021 in molti paesi (tra cui Myanmar, Uganda, Colombia, Ecuador, Turchia, Russia, Sudan e Indonesia) si sono verificati dei blackout di internet. Oramai sono passati più di tre mesi, ma le proteste continuano senza fine in tutti i territori iraniani: 516 persone, si pensa, sono morte uccise per mano del governo e ben 6 persone sono state condannate alla pena capitale. Migliaia di persone scendono in piazza gridando “Zen, Zendegi, Azadi” (Donne, Vita, Libertà), rischiando di morire ogni giorno, sperando in un futuro migliore.

di Ottavia Bertelli

«Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce» Franca Viola è figlia di una coppia di contadini siciliani originari di Alcamo, a quindici anni, con il consenso dei genitori, si fidanzò con Filippo Melodia, nipote del mafioso Vincenzo Rimi e proveniente da una famiglia benestante. Proprio in quel periodo Filippo venne arrestato per furto e appartenenza ad una banda mafiosa, avvenimento che portò il padre di Franca a rompere immediatamente il fidanzamento. Tale coraggiosa decisione portò la famiglia Viola a subire numerose minacce ed intimidazioni fino a raggiungere l’apice quando Bernardo Viola, il padre della ragazza, venne minacciato con una pistola, rimanendo comunque irremovibile riguardo la sua decisione. In seguito ad un periodo di relativa quiete, infine, il 26 dicembre 1965, all’età di diciassette anni, Franca venne rapita da Filippo Melodia con l’aiuto di dodici complici. La ragazza venne violentata, lasciata a digiuno e successivamente tenuta segregata in un casolare in provincia di Alcamo fino a quando non venne richiesta da Melodia la cosiddetta “paciata”, un incontro volto a mettere le famiglie davanti al fatto compiuto e far accettare ai genitori di Franca le nozze dei due giovani. Il padre e la madre di Franca, d'accordo con la polizia, finsero di accettare le nozze riparatrici, ma il giorno successivo la polizia intervenne facendo irruzione nell'abitazione, liberando Franca ed arrestando Melodia e i suoi complici. Secondo la morale del tempo una ragazza uscita da una simile vicenda avrebbe dovuto necessariamente sposare il suo stupratore, salvando il suo onore e quello familiare. In caso contrario sarebbe potuta rimanere “zitella” e venir additata come "donna svergognata". All'epoca la legislazione italiana, in particolare l'articolo 544 del codice penale , recitava: "per i delitti previsti dal capo primo e dall'articolo 530, il matrimonio, che l'autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l'esecuzione e gli effetti penali"; in altre parole, ammetteva la possibilità di estinguere il reato di violenza carnale, anche ai danni di minorenne, qualora fosse stato seguito dal cosiddetto "matrimonio riparatore", contratto tra l'accusato e la persona offesa; la violenza sessuale era considerata oltraggio alla morale e non reato contro la persona. Dopo quasi un anno iniziò il processo contro Filippo Melodia ed i suoi complici che si concluse con la condanna di undici anni di carcere per Melodia e cinque anni e due mesi per sette dei complici. Inoltre la norma invocata a propria discolpa dall’aggressore, l’articolo 544 del codice penale, verrà abrogata con la legge 442 nel 1981 e solamente nel 1966 lo stupro da “reato contro la morale” sarà riconosciuto come “reato contro la persona”. Il coraggio di questa donna ha portato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel 2014 a insignirla dell’onorificenza “Grande Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana” con tale motivazione: “Per il coraggioso gesto di rifiuto del matrimonio riparatore che ha segnato una tappa fondamentale nella storia dell'emancipazione delle donne nel nostro Paese”. Franca Viola non è solo un tassello di quella che è stata, e continua ad essere, la lotta per l’emancipazione femminile, ma simboleggia un atto di coraggio contro quella che risulta essere la mentalità mafiosa. Il suo esempio ha rivoluzionato e scardinato l’articolo “disumano” del codice penale e di conseguenza l’intera visione sociale riguardo il tema della violenza sessuale. L’Italia intera ha finalmente riconosciuto lo stupro non come una mera offesa alla morale dell’individuo, ma come una reale esperienza traumatica che lede fisicamente e psicologicamente alla persona. In una società dell’epoca, pervasa dall’invisibile mano della mafia, una ragazza di soli diciassette anni, dopo una tale esperienza traumatica, ha saputo dire di no. Ha saputo affermare di “non essere proprietà di nessuno” e rivoluzionare il concetto di onore: l’andare “contro corrente”, rispettando la propria persona e il suo essere donna libera le ha permesso di conservarlo. Quella di Franca Viola è una “rivoluzione della dignità” di una ragazza che ha scelto di prendere le redini del proprio futuro, di ribellarsi a tutto ciò che era la morale dell’epoca e di lottare per l’individualità e la coscienza di un essere libero, una donna incurante del “ciò che è bene per te” propugnato da coloro che mai l’avrebbero potuta rappresentare.

rUBRICA AMBIENTE

Spesso quando si parla di salvare il mondo, da un punto di vista climatico s'intende, si pensa a una serie di cambiamenti estremamente complicati a partire dalla fantomatica transizione ecologica che spaventa così tanto governi e persone. "Eh ma chi ci pensa ai posti di lavoro?", "Ma quindi ora non sono più libero di mangiare carne?", “Ma la raccolta differenziata non bastava?”. La realtà è che, comunque vada, la nostra società è destinata a cambiare a breve e quello che possiamo fare è solo decidere in che direzione andare. Per adesso, scegliendo di non scegliere, stiamo prendendo una direzione che ci porterà a scenari da film apocalittico: nel 2050, il 30% del territorio italiano sarà desertificato, con conseguenti crisi alimentari, mentre in altre parti del mondo il livello del mare si alzerà tanto che le terre su cui ora vivono 150 milioni di persone si troveranno sommerse dalle acque; si stimano infatti 216 milioni di migranti climatici tra appena 30 anni(rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati).Non vi preoccupate però, lo scopo di questo articolo non vuole essere quello di spargere eco-ansia, e di accrescere la paura disarmante di essere sull'orlo del collasso, che come unico risultato porta alla paralisi.Vorrei invece riflettere sull'altra direzione che abbiamo la possibilità, e il dovere, di prendere, perché siamo ancora in tempo per cambiare rotta, e questo non comporterà grandi drammi ma solo benefici per tutta l’umanità.Il problema da risolvere è sistemico e si applica a tutti gli aspetti della nostra esistenza, per capire meglio prendiamo in esame la realtà della città che riguarda tutte e tutti noi da vicino.Al giorno d’oggi siamo di fronte ad un ecosistema nato dall’uomo e costruito apposta per potervi in qualche modo prosperare che è stato completamente denaturato e travolto da una presenza ingombrante ed estremamente fastidiosa: l’automobile. Sappiamo a memoria il tormentone per cui sono più sostenibili i mezzi pubblici e la bicicletta. Ma non lo si dice solo a vantaggio dell’ambiente astratto, o il fatto che in Italia si muoia più a causa dello smog che del Covid19, ma anche a nostro vantaggio. E soprattutto non è solo una scelta individuale. Dobbiamo investire nel trasporto pubblico, efficiente, capillare e soprattutto accessibile per tutte le fasce della popolazione, se non addirittura gratuito come la scuola o la sanità. Riducendo le auto, diminuirebbe il rischio di incidenti stradali, che ad oggi ammontano a 151.875 all’anno (dati ISTAT 2021), e aumenterebbe il benessere delle persone, che secondo l’attuale stile di vita passano circa 4 anni complessivi bloccati nel traffico o a cercare parcheggio.

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di Emma Valme Pisani

La città dovrebbe ricominciare a soddisfare i veri bisogni dei propri cittadini. In conclusione no, il mio sogno non è salvare il mondo, perché il pianeta Terra continuerà comunque a girare intorno al Sole nonostante i gradi in più o la presenza costante di incendi e inondazioni. Nel 2030, anno stimato come "punto di non ritorno" da cui inizieranno una serie di eventi catastrofici a catena, incontrollabili e imprevedibili, questa massa di gas, acqua e terra non imploderà. Siamo noi ad essere in pericolo, è l’intera specie umana che rischia l’estinzione a causa di questi eventi. Il mio sogno è proprio che la specie umana decida di salvarsi.

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La Nouvelle Vague

di Alice D'ettole

da correggere

The Sandman

La ‘Nouvelle vague’, ovvero ‘nuova ondata’, è il movimento cinematografico nato in Francia negli anni’60. Fra gli esponenti spiccano i nomi di Godard, Truffaut, Rohmer, Rivette, che, ognuno con il proprio stile, contribuiranno al nuovo modo di fare cinema. Jean Luc Godard, recentemente scomparso, già da giovanissimo pubblicava su Cahiers Du Cinema le sue critiche ai film americani, iniziando così a delineare quelli che sarebbero stati i temi fondamentali del movimento. La rivoluzione di questi giovani cinefili consiste nell’aver creato un nuovo metodo di fabbricazione dell’immagine e dei suoni, con le sperimentazioni delle nuove tecniche come la camera a mano, un nuovo sistema di illuminazione non ad effetto che porta ad un ritorno al bianco e nero. Influenzati da Quarto Potere di Orson Welles, i registi sentono l’esigenza di distinguersi sviluppando uno stile proprio e originale. In contrasto con i film americani idealisti e moralizzanti, il cinema diventa specchio della vita scardinando il cinema di posa per portare il set in strada con film a basso budget. E la vita non è semplice, non è detto che il bene trionfi sempre, come accadeva nei film hollywoodiani. L’attenzione si sposta sui dettagli della quotidianità, sull’inquietudine dell’esistenza umana e il finale è sempre incerto, come nella realtà. Proprio la realtà diventa la maggiore fonte d’ispirazione; svincolandosi dal linguaggio classico, dalle rigide strutture narrative, il cinema della Nouvelle Vague è in grado di approfondire tematiche legate all’uomo moderno senza insegnare, ma invitando lo spettatore ad una riflessione. Godard ha un carattere scontroso, antipatico, è testardo e ribelle, un animo sempre in movimento e insoddisfatto del proprio lavoro, sperimenta e si lascia influenzare da quello che ha intorno, sopratutto dai movimenti giovanili del ’68. Con il suo primo film, rivoluziona tutte le convenzioni di un cinema commerciale con digressioni, jump-cut, riprese a luce naturale e telecamera in spalla. ‘'A' Bout de souffle’ diventa ben presto manifesto di questo movimento; è un film senza eroi, senza ideali romantici né con una solida trama narrativa ma con dialoghi, spesso sconnessi tra loro, come se fossero ripresi per caso, non preparati certo per chi sta guardando. Con un finale tra l’ironico e il drammatico che mostra allo spettatore l’incomunicabilità e la mancanza di lealtà tra i due amanti, i giovanissimi Jean Paul Belmondo e Jean Seberg ci portano davanti all’autenticità del mondo, non sempre piacevole. Come nel teatro epico di Brecht, Godard vuole ricordare allo spettatore di essere al cinema, per questo fa interagire l’attore con la cinepresa, direttamente con chi sta guardando. Il pubblico viene coinvolto nell’ interpretazione, una riflessione innescata per esempio dall’interruzione del flusso delle scene : fotografie, frasi che compaiono sullo schermo, citazioni, sguardi in macchina, parole rivolte agli spettatori, giochi etimologici e linguistici diventano escamotage per evitare l’immedesimazione, e muovere chi guarda verso l’analisi e la creazione di svariate interpretazioni con un processo che ricorda l’estraniamento brechtiano . Godard si ingegna per far emergere nelle sue pellicole i rapporti tra immagine e linguaggio, riflettendo sul limite della comunicazione. Nei suoi film il non detto riveste forse un ruolo più importante dei dialoghi stessi, l’osservazione precede sempre l’azione e Godard lo sottolinea con lunghe piano sequenze, come la passeggiata di Belmondo sui lunghi viali parigini. Nasce così il cinema d’autore, un cinema dove il regista rivendica la propria arte e la propria personalità. La critica non potè non riconoscere che il film fu uno spartiacque per il cinema futuro. All’epoca si diceva che la Nouvelle Vague francese avesse influenzato poco il cinema italiano, anche se alcuni autori come Ferreri, Bertolucci e Pasolini ammisero il loro debito verso la scuola francese. Certamente però fu un fenomeno con il quale tutto il cinema successivo si è dovuto confrontare, lo stesso Paul Belmondo affermó: ‘’Mi piaceva quest’idea di totale libertà, l’improvvisazione, il fatto che non ci fosse una vera sceneggiatura con le battute precise da imparare a memoria e che io potessi lasciarmi andare all’istinto, come veniva. Il giorno prima delle riprese ho chiesto a Godard se almeno avesse un’idea di quello che voleva fare. Mi ha dato una risposta che mi ha riempito di entusiasmo: “No”.

È stata la mano di Dio è l'ultimo gioiellino di Paolo Sorrentino; uscito nelle sale il 24 novembre 2021 per poi approdare su netflix il 15 dicembre, ha ricevuto apprezzamenti internazionali tanto da arrivare nella cinquina dei candidati all'oscar per il miglior film straniero. Il film narra le vicende di Fabietto, alter ego del regista, adolescente introverso e dalla forte sensibilità che vive la Napoli degli anni 80, quella di Maradona e dei contrabbandieri di sigarette. Un racconto a tratti tra il fedele e il romanzato dell'evento che più ha segnato la vita di Sorrentino, in cui sbirciamo come dei voyeristi e forse ci riconosciamo anche, come accade coi migliori romanzi di formazione. Ciò che colpisce del film infatti è l’esigenza che l’autore ha di raccontarsi, proprio come il protagonista che però fatica ad esprimersi; topica è infatti la scena in cui Fabietto incontra il regista Capuano, suo idolo e punto di riferimento che durante una discussione su cosa significhi fare cinema gli urla “E tu o tien caccos a ricer?” (“e tu ce lo hai qualcosa da dire?”) A significare che l’arte può nascere solo da un sincero bisogno di comunicare e comunicarsi al mondo. Ancora più significativo anche se apparentemente secondario è il personaggio della sorella, Daniela, perennemente chiusa in bagno e nascosta come le emozioni del fratello, la quale più o meno a metà pellicola gli rivela un segreto familiare perché "Te lo avremmo detto quando saresti stato più grande. Ora, ora sei grande." È solo alla fine del film che esce dal bagno mentre sono in corso i festeggiamenti per la vittoria dello scudetto da parte del Napoli, ed una lacrima le solca il viso. Fabietto non solo adesso è diventato grande, ma sa esternare le sue emozioni, sa piangere, sa crearsi una realtà che non sia scadente. Questo film è anche una lettera d'amore di Sorrentino al cinema, al sè giovane che ha deciso di intraprendere questa strada per salvarsi. Ed anche alla Napoli più bella che vedrete al cinema, con una ripresa iniziale che emoziona e fa bene all'anima, un po' come le note dolciamare di "Napul è" che chiudono il film sul volto del superbo Filippo Scotti che qui nel suo primo lungometraggio dà prova di un talento e di una sensibilità unici.

  • illustrazione di Emma Crocetti

di Francesco Caroppoli

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Talking...and other banana skinsUrban Spree

REbecca da mandare

Correggere

di Rebecca Degli Innocenti

L’Urban Nation, situato nel cuore di Berlino, è una fondazione non-profit ospite di mostre cicliche di arte contemporanea di artisti berlinesi e non. L’iniziativa, basata sull’integrazione e sullo scambio interculturale, è attiva dal 2013, e da allora si occupa di preservare l’Urban e la Street Art continuamente soggetta a danni e censure. L’Urban Nation si fa carico di essere un promotore internazionale di arte urbana, incitando alla sfida e al cambiamento, e si occupa di dare voce e spazio a tutti gli artisti contemporanei che hanno il bisogno di dire qualcosa e spesso non possono farlo. Con il motto “Connect. Create. Care.”(Connetti. Crea. Prenditi cura.) il museo si fa anche carico di preservare Bülowstrasse, dove è situato, da sempre uno dei quartieri berlinesi con più graffiti sulle facciate dei palazzi, facendo sì che nessuno di essi venga tolto. Da Giugno 2022 a Dicembre 2024, il museo sta ospitando la mostra “Talking... and other banana skins”, curata da Michelle Houston. L’esposizione crea una fusione tra opere d’arte esclusivamente visive e vera e propria performance a cui lo spettatore prende parte attivamente. Con artisti partecipanti da tutto il mondo, la mostra affronta temi al giorno d’oggi socialmente o psicologicamente delicati; i conflitti, l’ennesima intollerabile oppressione razzista, l’ingente capitalismo, la diversità, lo stato in cui versano alcune minoranze, il cambiamento del mondo e il nostro ruolo in questo, la totale alienazione dell’adulto verso una società di cui è inconsciamente schiavo e l’eterna paura di fallire in tale società, non disposta a dare seconde possibilità. È un invito a mettere in dubbio la propria prospettiva, o qualsiasi prospettiva in generale. È un invito a riflettere. L’esposizione è divisa in 8 capitoli, in un progredire di complessità e di controversie, inducendo al dialogo e al confronto. Il capitolo 1, “We need to talk”, verte proprio su questo. Il paradosso di questo mondo, nel quale nonostante siamo muniti di immensi mezzi per farlo, non siamo capaci di comunicare. Il capitolo 2, “Forty-two”, incita al dialogo con un io interiore con cui abbiamo perso contatto. Le domande che dalla nascita della filosofia, o della stessa umanità, l’uomo si pone: che cosa è l’universo, qual è il significato della nostra vita. Da Platone a Gauguin in molti hanno provato a rispondere in modo empirico, e dobbiamo continuare a farlo. Non vi è risposta, forse non vi sarà mai, ma il dialogo con se stessi rimane necessario. Il capitolo 3, “Shifting perspectives”, lavora sulla prospettiva. Mutevole, malleabile, in continua evoluzione. In un mondo che opera su più dimensioni, abbiamo il dovere morale di analizzare ogni prospettiva possibile, scegliere quella che più si confà alle conclusioni tratte, ed essere prontamente disposti a cambiarla nel caso in cui se ne presenti la necessità. Il capitolo 4, “The forum”, ispirandosi alla Boulé greca, spera in un futuro mondo politico che è tollerante verso chiunque, e a cui tutti possono partecipare allo stesso modo, lontano da quell’isolamento culturale che non siamo ancora stati in grado di cambiare. Il capitolo 5, “Deep fake”, manipola. Osserva il modo in cui le parole hanno effetto diretto sull’inconscio umano, come è facile arrivare alla mente delle persone. Come percepiamo un’informazione? Come la elaboriamo? La mente è complessa, ma talvolta può essere molto facile da manovrare. Il capitolo 6, “I am an X, but...”, incita alla vergogna. Invita lo spettatore a riflettere sulla propria ipocrisia e ad accettarla come unico possibile nuovo punto di partenza. Il capitolo 7, “Hybrid histories”, sposta il passato nel presente. La storia è l’ombra del tempo che stiamo vivendo, incancellabile e immutabile; non è altro che il riflesso sbiadito di ciò che siamo. Il capitolo 8, “Fail again, fail better”, guarda al fallimento. Ne esamina soprattutto la bellezza. La perseveranza e la determinazione che risiedono nel fallire e nel ripetere la stessa azione è ciò di quanto più bello possa esserci nell’uomo. L’Urban Nation dà voce a chi conosce solo l’arte come mezzo per comunicare e a chi ci sta pregando in ginocchio di aprire gli occhi e la mente davanti al mondo in cui siamo, di prendere una posizione e di non avere paura. L’Urban Nation sta lanciando un messaggio, semplice, magari banale, ma forse più potente ed effettivo di qualsiasi altra cosa. Parlare.

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london calling CORRETTO

London Calling

London Calling è un album della band The Clash, inciso nel 1979. Questo LP è uno dei più significativi della band assieme a Combat Rock (1982) e una delle pietre miliari della musica degli anni '80. Sebbene i Clash siano classificati come una band Punk Rock, in London Calling non si trovano pezzi definibili puramente Punk. Infatti questo è un album spazia tra i generi più disparati: assieme a pezzi più punk come London Calling troviamo brani rock n' roll come Brand New Cadillac, brani pop come Lost in The Supermarket e Death or Glory, brani raggae come The Guns of Brixton e addirittura brani ska come Wrong 'Em Boyo. Possiamo trovare anche tracce di influenze Fusion, Jazz e Blues, come ci dimostrano Jimmy Jazz e Train in Vain, due dei pezzi più particolari dll'album. London Calling fu una rivoluzione per la musica del momento, per molti motivi. Il passaggio tra anni '70 e '80 segnò una mutazione notevole nell'arte in generale e i pezzi di London Calling lo dimostrano bene. Ma è anche un album che parla di rivoluzione. I The Clash hanno sempre inserito nei loro testi molta retorica rivoluzionaria contro l’apatia della classe lavoratrice bianca in confronto all’attivismo nero prima e al terrorismo poi. Joe Strummer, chittarrista e cantante, era il principale autore dei testi e si attribuiva a lui la vena sovversiva del gruppo. E infatti, in tutti i testi dell'album, possiamo trovare critiche alle istituzioni dell'epoca e in particolar modo alla polizia. Ma con The Guns of Brixton, è invece il bassista Paul Simonon a scrivere un pezzo di estrema protesta. Infatti il brano è un esplicito invito alla violenza come pricipale mezzo di autodifesa contro la polizia. Paul Simonon era cresciuto proprio a Brixton, all'epoca quartiere malfamato di Londra, dove le retate della Polizia erano all'ordine del giorno e coinvolgevano spesso ragazzi anche innocenti. Con The Guns of Brixton, Simonon incita alla diretta reazione contro le forze dell'ordine. Un verso recita infatti: “Potete schiacciarci, potete picchiarci, ma dovrai rispondere alle pistole di Brixton”. All'inizio Joe Strummer e Mick Jones avevano dei dubbi sul fatto di includere il pezzo nell'album poiché troppo esplicito, ma alla fine decisero di farlo. Invece con Revolution Rock, la band vuole comunicare che la musica è uno dei migliori mezzi per portare cambiamento e, appunto, rivoluzione. Come ritmica e sonorità si può definire quasi raggae, ma come detto prima per i The Clash i generi musicali non sono un problema. Molti brani, molte tematiche toccate. Su questo album si potrebbe scrivere un intero libro, ma concludendo possiamo dire che London Calling è un album completo, dove c'è di tutto. Da questa varietà, si può anche comprendere quanto i The Clash fossero effettivamente diversi da molte altre band etichettate come “Punk”: infatti disponevano di una formazione musicale elevata, che permetteva loro di spaziare liberamente tra i vari generi. Quindi, se non per il look e per l'ideologia, i The Clash non sono etichettabili. E questo, almeno secondo me, è il bello della musica di alto livello.

di Lapo Di Matteo

Questo è un salto nel passato: siamo nel 1974 e il gusto musicale in Italia, sempre un po’ in ritardo rispetto a quel che succede nel corrispettivo mondo angloamericano, richiede ai cantautori impegno politico ed estrema essenzialità negli arrangiamenti, imponendo uno stile rigorosamente acustico e quanto mai disadorno dove anche la semplice presenza di basso e batteria appare sinonimo di irrimediabile commercializzazione. L’industria musicale italiana non è certamente “indie”, anzi, è pesantemente influenzata da produttori più o meno illuminati che sorvegliano, consigliando e dissuadendo, il lavoro dei cantanti nelle sale di incisione. E’ in questo contesto che vede la luce e passa quasi in silenzio il terzo “strano” album di Francesco De Gregori, rimasto schiacciato - almeno commercialmente - tra la tiepida popolarità di “Alice” dell’anno precedente e il successo clamoroso di “Rimmel” dell’anno successivo, che lo porterà - controvoglia - ad essere nominato “Principe” dei nuovi cantautori. Sì, ma quel momento non è ancora arrivato e il suo terzo album di canzoni è proprio strano. A partire dalla copertina, imposta al giovane artista dai discografici e che ha finito per dare al disco il nome con il quale è ormai conosciuto (“la pecora”), a dispetto di quello originario, “Francesco De Gregori”. Strana ci appare oggi anche la sua veste musicale, fin troppo asciutta, essenziale, povera, frutto del compromesso di un artista giovane e timido che non possiede ancora l’autorevolezza per imporre le proprie decisioni e il proprio gusto in fase di produzione. E dunque, anche se in realtà non è questo il suono che l’autore aveva pensato per le sue canzoni - tanto ognuno di questi pezzi che hanno poi avuto una seconda vita in concerto sarà sviluppato in altre dimensioni, molto più elettriche, e rivestito da un arrangiamento assai più inventivo - il giovane De Gregori si presenta in studio, come nei concerti di allora, accompagnato solo dalla sua chitarra, che suona con una tecnica ancora un po’ approssimativa, e da una voce che ci appare ingenua, acerba, incerta. La stranezza, tuttavia, non è nella veste acustica e scarna di queste incisioni,

London Calling è un album della band The Clash, inciso nel 1979. Questo LP è uno dei più significativi della band assieme a Combat Rock (1982) e una delle pietre miliari della musica degli anni '80. Sebbene i Clash siano classificati come una band Punk Rock, in London Calling non si trovano pezzi definibili puramente Punk. Infatti, questo album spazia tra i generi più disparati: assieme a pezzi più punk come London Calling troviamo brani rock n' roll come Brand New Cadillac, brani pop come Lost in The Supermarket e Death or Glory, brani reggae come The Guns of Brixton e addirittura brani ska come Wrong 'Em Boyo. Possiamo trovare anche tracce di influenze Fusion, Jazz e Blues, come ci dimostrano Jimmy Jazz e Train in Vain, due dei pezzi più particolari dell’album. London Calling fu una rivoluzione per la musica del momento: il passaggio tra anni '70 e '80 segnò un cambiamento notevole nell'arte in generale e i pezzi di London Calling lo dimostrano bene ed è anche un album che parla di rivoluzione. I The Clash hanno sempre inserito nei loro testi una retorica rivoluzionaria contro l’apatia della classe lavoratrice bianca in confronto all’attivismo nero prima e al terrorismo poi. Joe Strummer, chitarrista e cantante, era il principale autore dei testi e si attribuiva a lui la vena sovversiva del gruppo. Infatti in tutti i testi dell'album, possiamo trovare critiche alle istituzioni dell'epoca e in particolar modo agli organi di polizia. Ad esempio, in Jimmy Jazz viene messa in evidenza l'inefficacia delle forze dell'ordine che si fanno ingannare da un ladruncolo di quartiere, oppure in Spanish Bombs si paragona il modo di fare adottato dalla polizia inglese in più occasioni nei confronti di manifestanti a quello della polizia spagnola del regime totalitario di Francisco Franco. Testo che fece molto discutere all'epoca e la band rischiò anche di finire in tribunale, cosa che per fortuna non avvenne. Con The Guns of Brixton, è invece il bassista Paul Simonon a scrivere un pezzo di estrema protesta. Infatti il brano è un esplicito invito alla violenza come principale mezzo di autodifesa contro la polizia. Paul Simonon era cresciuto proprio a Brixton, all'epoca quartiere malfamato di Londra, dove le retate della Polizia erano all'ordine del giorno e coinvolgevano spesso ragazzi anche innocenti. Con The Guns of Brixton, Simonon incita alla diretta reazione contro le forze dell'ordine. Un verso recita infatti: “Potete schiacciarci, potete picchiarci, ma dovrete rispondere alle pistole di Brixton”. All'inizio Joe Strummer e Mick Jones avevano dei dubbi sul fatto di includere il pezzo nell'album poiché troppo esplicito, ma alla fine decisero di farlo. Invece con Revolution Rock, la band vuole comunicare che la musica è uno dei migliori mezzi per portare cambiamento ed è appunto, rivoluzione. Inoltre, Strummer scredita la ricerca di costante perfezione e rende l'imperfezione motivo di vanto. Come ritmica e sonorità si può definire quasi reggae, ma come detto prima per i The Clash i generi musicali non sono un problema. Questi sono solo alcuni esempi dei testi provocatori dei The Clash, che in London Calling abbondano. Proprio per questo, l'album ebbe non poche difficoltà alla pubblicazione soprattutto in Inghilterra.

marchio di fabbrica, come si è detto, di ogni bravo cantautore dell’epoca, ma nel fatto che il “disco della pecora”, a dispetto di questi condizionamenti e questi limiti espressivi, si rivela all’ascolto originale e ricco nelle melodie, straordinariamente suggestivo e penetrante nei testi e quanto mai inventivo nel linguaggio. In conclusione ciò che ci colpisce a distanza di tanti anni non è tanto la veste autarchica della presentazione musicale quanto l’atteggiamento veramente anarchico e sperimentatore riguardo ai canoni del gusto popolare, anche di quello più colto degli altri cantautori. Sì, perché il giovane De Gregori propone soluzioni linguistiche che non si erano mai sentite fino ad allora, costruisce metafore (“ma io non lo sapevo che era una partita / posso dartela vinta e tenermi la mia vita / però se un giorno tornerai da queste parti / riportami i miei occhi e il tuo fucile”), scarti di senso (“ma il mio indirizzo è Via del sopracciglio destro / con rispetto parlando, e altre parti, altre parti di me”), allusioni storiche (“mi domando come mai non ci sono i bambini / l’ufficiale uncinato che mi segue da tempo / mi indica col dito qualcosa da guardare / le grandi gelaterie di lampone che fumano lente / i bambini sono tutti a volare”) che superano e rinnovano il genere della “ballata folk” nello stile di Guccini o di De André che pure era stato il primo modello e la prima guida musicale. Le tracce di questo album ci conducono in un’atmosfera intima, poetica, creano immagini che non parlano alla nostra razionalità ma all’inconscio e ci toccano nel profondo. Quasi ognuna di queste canzoni suggerisce percorsi tangenziali di spazio e di tempo che ci trasportano in una dimensione di senso sognante. Alcune naturalmente sono più riuscite di altre, per questo è d’obbligo segnalarne almeno un paio (Niente da capire e Arlecchino) nelle quali l’artista sviluppa il tema - ma sarebbe meglio dire “dipinge” la condizione - del suo essere artista braccato da un pubblico che insiste a chiedergli di essere qualcos’altro; un altro paio (Bene, Souvenir) nelle quali i passaggi di una relazione sentimentale più che descritti vengono tratteggiati, regalandoci immagini delicate e malinconiche, poi spiazzanti e pungenti;

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Strummer utilizzò in seguito questo fatto per criticare ancora la società inglese e accusarla di troppo buonismo. Molti brani, molte tematiche vengono toccate. Su questo album si potrebbe scrivere un intero libro, ma concludendo possiamo dire che London Calling è un album completo, dove c'è di tutto. Da questa varietà, si può anche comprendere quanto i The Clash fossero effettivamente diversi da molte altre band etichettate come “Punk”: infatti disponevano di una formazione musicale elevata, che permetteva loro di spaziare liberamente tra i vari generi. Quindi, se non per il look e per l'ideologia, i The Clash non sono etichettabili. E questo, almeno secondo me, è il bello della musica di alto livello.

un altro paio infine (Dolce amore del Bahia e Cercando un altro Egitto) che fondano proprio sulla dimensione onirica il loro principio testuale. In quest’ultima in particolare, quella del sogno non è solamente una questione di atmosfera, ma la dimensione inquietante nella quale il cantante cerca un percorso finalmente liberatorio dall’incubo vero che lo attende al risveglio. Le canzoni del “disco della pecora”, strane e imperfette, si disvelano pian piano e ancora oggi, a distanza di quasi cinquant’anni dalla loro composizione, non hanno finito di dire tutto ci che hanno da dire.

"Everybody smash up your seats and rock to this brand new beatThis here music mash up the nation This here music cause a sensation"

-REVOLUTION ROCK

SCANNERIZZALO PER IL PROFILO SPOTIFY

NUOVE USCITE

HEY MONET

LACRIME DI COCCODRILLO

THE NUDE PARTY

MATTAK

IDEM

TRUE

JAWNY

GAZZELLE

CUT FROM THE STARS

GHOST AGAIN

YES

DEPECHE MODE

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18 febbraio

Buonasera, vorrei cominciare con una piccola presentazione: ci spieghi brevemente chi è lei e qual è stato il suo fallimento. Io sono Laura de Benedetto e il mio fallimento è stata la startup che ho co-fondato e di cui sono stata amministratore unico. Una startup nata con l'ambizione di diventare il portale e-commerce di tutti i makers d'Italia e del mondo. Avevamo vinto una startup competition alla prima maker fair e siamo andati in Silicon Valley a presentarla agli investitori americani. Alla fine tuttavia, abbiamo capito che c'era qualcosa che non andava e quindi l'abbiamo liquidata. Questo è il mio fallimento principale per cui ho organizzato alcune serate durante le quali tre speaker ogni mese raccontavano tre storie di fallimento e da cui poi è nato un libro che si chiama proprio “Fallendo si impara”: storie di fallimenti ed errori di tutti i tipi, non soltanto imprenditoriali. Spesso i giovani non inseguono i loro sogni perché hanno paura di fallire e soprattutto hanno paura di impegnarsi talmente tanto per poi veder fallire i loro progetti, situazione che porterebbe ad poi una delusione così grande da non essere sopportabile: la domanda è cosa ne pensa a riguardo e che consigli si sente di dare a un giovane che vuole inseguire il proprio sogno ma è frenato da questa paura di fallire? Spero che non sia così perché se i giovani non hanno dei sogni è un problema serio. I giovani devono avere dei sogni e non devono avere paura di fallire; in realtà nessuno deve avere paura di fallire poichè l'unico modo per non farlo è stare immobili: si dice anche a Firenze “chi non fa non falla”. Vogliamo allora rischiare di fallire sognando oppure vogliamo smettere di sognare così è sicuro che non falliremo ma è altrettanto sicuro che non raggiungeremo mai il successo? Trova in tutte le storie che ha sentito, riguardo vari fallimenti, dei punti in comune e quindi qualcosa da evitare quando si cerca di raggiungere un obbiettivo? Alla fine del libro ho tirato fuori 10 punti dalla mia personale esperienza e altri 10 dalla mia esperienza professionale che le storie stesse mi hanno insegnato, perché alla fine di ogni racconto ho chiesto che cosa avessero imparato. Innanzitutto bisogna essere consapevoli di aver fallito, accettarlo ed ammetterlo perché come il lutto, anche il fallimento ha tante fasi anche se alcune persone neanche si rendono conto di aver fallito e scaricano la responsabilità sugli altri. Se è andata male, devo capire che cosa ho sbagliato e che cosa potevo fare di meglio per evitare magari la prossima volta di non fare quegli errori. Tornando ai punti, posso enunciarne due, quelli che mi sono sembrati più importanti: il primo è che un fallimento ci fa scoprire capacità che non pensavamo di possedere e ci mostra come superare i nostri limiti. Questo forse ce l'ha anche insegnato il lockdown: molti hanno deciso di dimettersi dal proprio lavoro perché ci andavano soltanto per vedere la busta paga al 27 del mese. Personalmente, in quel periodo, ho trovato una nuova motivazione per insegnare a scuola, che era il mio sogno quando avevo scelto chimica all’università ma che poi avevo accantonato. Invece un'altra cosa molto importante secondo me è avere un piano B e spesso anche un piano C. Voi siete dei ragazzi, magari suonate oppure come in questo caso, vi state occupando del giornalino della scuola: benissimo, non pensate che studiare soltanto e avere 8 e 9 in pagella vi porterà al successo, perché non si sa mai nella vita che cosa può succedere, quindi sempre meglio avere dei piani B che potrebbero diventare, ad esempio, proprio il vostro nuovo lavoro.

Ottavia Bertelli, Alice D'Ettole Emma Valme Pisani, Alice Rombi

?? MINa?? o doc

Da settimane ormai si sente parlare di quanto accaduto davanti al Liceo Michelangiolo e delle reazioni che ne sono scaturite. La mattina del 18 febbraio, sei membri del collettivo di estrema destra “Azione Studentesca”, con l’intento di volantinare, hanno aggredito due studenti del collettivo Sum del Michelangiolo, creando una situazione di caos e tangibile panico. A differenza di quanto alcuni giornali e politici hanno sostenuto, tentando di sdrammatizzare con parole inconsistenti un evento di chiara eccezionalità, questo episodio non può essere definito come "scazzottata tra ragazzi”, non solo perché erano presenti anche adulti, dettaglio che esclude la possibilità di una “semplice” rissa, ma soprattutto perchè costituisce un vero e proprio atto di violenza dettato da ideologie politiche. Nel momento in cui una persona, studente o adulto che sia, manifesta nell’atto concreto la propria posizione politica, con un volantino, uno striscione, un intervento in piazza, non agisce più da singolo individuo, ma da rappresentante dell’organizzazione di cui è membro: nel nostro caso, al momento dell’aggressione, tali persone non erano più singoli individui, ma si facevano portavoce di Azione Studentesca. Davanti al Michelangiolo si sono scontrati non due gruppi di persone, ma due schieramenti politici, che devono essere valutati come tali. In questo senso, inoltre, per comprendere meglio la natura di fenomeni come questo, è importante analizzare i caratteri ideologici che hanno potuto portare a tanto. La violenza mostrata dal video, impari e gratuita, trova le proprie origini e la propria ragion d’essere in un passato non del tutto trascorso, il quale, seppur in forme diverse e con nuove espressioni di sé, ritrova forma negli odierni partiti e associazioni di estrema destra. Tale passato è proprio il fascismo, che presenta tra i suoi principi fondativi la violenza come strumento di affermazione. In risposta a coloro che si sono espressi in merito all’episodio, ricordando azioni violente commesse da rappresentanti della sinistra, cercando di aggirare le reali responsabilità che hanno (e devono avere) gli aggressori di Via della Colonna, vogliamo dire: la violenza è ingiustificabile, ma la grande differenza tra le due realtà politiche risiede nel fatto che questa è fisiologica del fascismo e i membri di Azione Studentesca si sono sentiti autorizzati ad agire in quel modo perchè così si presenta la loro ideologia. Non a caso il fascismo è dichiarato incostituzionale, in quanto utilizza la violenza come mezzo per imporsi e come strumento per soffocare ogni parere contrastante, limitando o, addirittura, eliminando completamente la libertà di espressione e di parola. “E` vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”, così recita la nostra Costituzione, che ha ritenuto fondamentale sottolineare l’incostituzionalità del fascismo in ogni sua forma. E alla luce di questo ultimo episodio non possiamo che affermare che sono queste le nuove “vesti fasciste”, ora più ora meno latenti, con cui abbiamo a che fare nella nostra quotidianità: non è necessario avere un busto del Duce in casa per essere fascista, né celebrare il centenario della Marcia su Roma. Fascisti è voltare le spalle alla nostra storia e tapparsi le orecchie nel presente; è dare fuoco ad una circolare di una preside che, in veste di educatrice e cittadina, ha condannato con nobile coraggio un episodio di pura violenza. L’iniziale silenzio stampa riguardo all’episodio del Michelangiolo e le immediate minacce di provvedimenti nei confronti della dirigente Savino ci lasciano senza parole; tali dichiarazioni fanno intendere che le stesse persone che hanno giurato su una Costituzione antifascista stanno screditando e deufradando dei valori la scuola, che dovrebbero invece tutelare.

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Pensa che leggere il suo libro, che tratta prevalentemente di fallimenti in campo lavorativo, sia utile anche per noi studenti del liceo? Non nego che la maggior parte di queste storie chiaramente riguardano imprese o startup, però ce sono alcune su cui tra l'altro ho lavorato con i ragazzi di un liceo privato, che per esempio sono storie riguardanti lo sport; viene raccontata la storia di una marciatrice olimpica che è stata squalificata a pochi chilometri dall'arrivo quando era in testa. Lo sport secondo me è un argomento importante dove credo che gli allenatori debbano prima insegnare a perdere che a vincere e dove si deve approfittare delle sconfitte per migliorarsi. Anche le storie di startup possono essere molto interessanti perché chi vi ha detto che usciti da qua dovete andare all’università per diventare medici o notai? Se vi viene in mente di mettere su una vostra impresa nel libro ci sono dei ragazzi molto giovani che parlano della loro idea, del loro sogno e di quello che hanno imparato dal creare questa azienda. Trovate anche una pedagogista infantile che parla dell'importanza dell'errore nel processo di apprendimento: spesso si pensa agli errori come segni rossi di cui vergognarsi ma gli errori anche a scuola servono, alla fine, per imparare. Sbagliare è quindi importante, prendere due a un compito di latino non vuol dire fare schifo in latino così come aver creato una startup ed aver fallito non vuol dire essere un fallito. Si può sbagliare, si può migliorare, si può crescere, si può fallire, si può ricominciare ed avere successo. In un primo momento quali sono stati i sentimenti e le sensazioni che ha provato quando ha fallito e come è riuscita, avendo perso quell’opportunità, a superare queste prime emozioni? Forse non sono un esempio emblematico perché a me fa paura la stasi, cioè temo un lavoro che tutti i giorni è come andare alle poste. Sono un caso anomalo perché la mia comfort zone è cambiare sempre, ho cambiato tante città ed ho cambiato tanti lavori. Quando l'azienda su cui avevo speso tempo e denaro non andava più bene abbiamo deciso di chiuderla, ma rifarei tutto perché ho imparato tanto. Mi sono divertita tantissimo e ho fatto delle esperienze che non avrei mai pensato di fare. Tutti i lavori che ho trovato successivamente, in realtà sono stati una conseguenza proprio di quella startup. Credo che ogni battuta d'arresto, ogni porta sbattuta in faccia sia un'occasione per migliorarsi e per poter capire cos'altro fare, che cosa ci possa entusiasmare in futuro. Secondo lei la lettura del libro è adatta ai ragazzi della nostra età e perché? Per un ragazzo sono, a mio parere, interessanti le storie di startup fallite, nate dal sogno di giovani pieni di ambizioni e di speranze, che nel libro raccontano la loro esaltante avventura imprenditoriale poi finita male, dalla startup di protesi stampate 3D di un team di neo-laureati dell’Università di Pisa all’ app sviluppata in Sardegna e poi naufragata. I fondatori di startup innovative possono rappresentare un modello alternativo al classico percorso maturità-laurea-lavoro da libero professionista o all’interno di una grande azienda. Una startup fallita nel proprio CV (più negli USA che in Italia, purtroppo) indica la voglia di mettersi in gioco, di realizzare un sogno, la capacità di saper lavorare in team, l’opportunità di esporsi ad esaltanti vittorie e cocenti sconfitte. Nel 2005 davanti ai neo-laureati della Stanford University, Steve Jobs, uno dei più grandi ‘falliti di successo’, ha pronunciato la famosa frase: “Stay hungry. Stay foolish”. Più umilmente, vi consiglio di seguire le vostre intuizioni e le vostre passioni: se avete un sogno imprenditoriale che vi frulla in testa e un gruppo di amici convinto quanto voi, buttatevi! Più ambiziosa e innovativa è l’idea imprenditoriale, più rischiate di fallire alla grande; ricordate però che non rischiare significa anche negarsi l’enorme opportunità di riscuotere un enorme successo!

La scuola deve formare, sviluppare il pensiero critico e l’insegnamento dei valori antifascisti è parte integrante della nostra storia e cultura, non certo un "catechizzare gli studenti in senso antifascista". Non c’è nessun senso o nessuna religione antifascista, come hanno scritto sui social alcuni membri di Blocco Studentesco. La scuola, al contrario di quanto auspicato da Valditara, dovrebbe formare lo studente, educando la sua coscienza civile e facendogli sviluppare una sua consapevolezza politica. Risalendo alla sua etimologia, originariamente per "scuola" si intendeva il tempo libero dalle occupazioni, finalizzato al dialogo, alla crescita personale e al confronto. La formazione scolastica non si fa solo sui libri e i manuali, ma condividendo un'idea con i compagni, confrontandosi con i professori, che in quanto insegnanti sono tenuti a lasciare un segno nelle coscienze di ogni studente, a stimolare lo spirito critico di ognuno e la consapevolezza del mondo che li circonda. La scuola educa all'insegna di un eterno cogito ergo sum e la risposta del governo mette in risalto quanto invece si desideri allontanarla dalla sua originale natura, trasformandola in un ufficio di numeri e nozioni. Solo tramite lo studio, la riflessione e il confronto saremo capaci di riconoscere e di condannare ingiustizie come quella di sabato 18 febbraio. La manifestazione che si è tenuta il 4 marzo ha portato in piazza persone con differenti idee politiche ma con lo stesso valore condiviso: l’antifascismo. Persone che imperterrite lottano per la libertà sciolta da redini d'odio e violenza, contro un'ideologia impolverata e sporca di rabbia. Riguardo il fascismo Calvino scriveva ne Il sentiero dei nidi di ragno: "Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m'intendi? Uguale al loro, va perduto, ma tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un'umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L'altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell'odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi." Speriamo che questo sia l’inizio di una ripartenza, di un confronto e un dialogo aperto a tematiche che agitano il mondo e la scuola. Un dialogo che porti alla crescita personale e sociale. Dobbiamo unirci per far fronte all’unico “nemico” che possa esistere: l’ignoranza.

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I CONSIGLI DEL PROF

Per la Cina preferisco rimandare ad un famoso libro-inchiesta di un giornalista (E.Snow) che tra i primi fece conoscere in occidente il carattere della rivoluzione contadina che pure si autorappresentava come patriottica e socialista guidata da giovani rivoluzionari come Mao Tse Tung e Chu en Lai. Notevole anche la personalità di Ho Chi Min leggendario fondatore del Vietnam moderno. Per Cuba ovvio il riferimento a F.Castro e Che Guevara quest'ultimo entrato nel mito come simbolo della rivolta del Terzo Mondo e dei popoli oppressi. Per l'Africa merita almeno un cenno la vicenda di Thomas Sankara giovane leader del Burkina Faso accanto ad un immancabile N.Mandela. Per gli Usa un riferimento d'obbligo almeno a due figure: Malcom X e A.Davis. Non può essere dimenticato l'esempio di M.Luther King che non ho inserito perché forse più conosciuto. Naturalmente non si tratta di esaltarli acriticamente ma prima di tutto di conoscere le vicende che li hanno visti protagonisti con uno spirito che mi piacerebbe fosse come quello del poeta B.Brecht che ne ha conosciuti tanti e che ne ha condiviso le difficoltà e le contraddizioni esistenziali e politiche.

A proposito di rivoluzione

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha ancora ricevuta. Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perché su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai piú potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’angoscia? È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che fo m’autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri, sono perduto). «Mangia e bevi, –mi dicono: –E sii contento di averne».
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
Eppure mangio e bevo. Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tema trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui! II. Nelle città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte
e mi ribellai insieme a loro.
Cosí il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato. Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all’amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Cosí il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato. Al mio tempo, le strade si perdevano nella palude.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano piú sicuri senza di me; o lo speravo.
Cosí il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato. Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Cosí il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato. III. Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati. Andammo noi, piú spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta. Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili. Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza. Bertolt Brecht (Traduzione di Franco Fortini) da “Poesie di Svendborg seguite dalla Raccolta Steffin”, “Gli Struzzi” Einaudi, 1976

Note bibliografiche a cura di Paolo Mencarelli

Mi sono volontariamente preso un compito veramente molto ostico: fornire delle indicazioni bibliografiche su di un tema talmente vasto e complesso come la soggettività rivoluzionaria che richiederebbe per essere svolto decentemente molto di più di queste brevi note. Ci provo comunque e naturalmente le mie note potranno essere giustamente criticate. Mi scuso in anticipo magari se dovesse esserci interesse tornerò volentieri ad integrare quanto sto presentando. Procedo quindi a qualche suggerimento di lettura di e su figure di rivoluzionari e rivoluzionarie del Novecento. Mi pare giusto dare qualche indicazione sulle rivoluzioni attraverso alcune figure esemplari con un taglio non eurocentrico ecco perché i riferimenti ad Asia (Cina, Vietnam), Africa (Sudafrica, Burkina Faso), America Latina (Cuba). Per gli Usa cito alcune figure che hanno inserito la lotta contro il razzismo dentro quella più generale per una società più giusta ed eguale. Per l'Italia un riferimento obbligato è a Gramsci e a Teresa Mattei per l'energia con cui si è battuta alla Costituente per i diritti delle donne.. Naturalmente la bibliografia è sterminata quindi mi limito a quanto conosco meglio e a quanto è possibile reperire in libreria e/o in biblioteca. In rete si trova ovviamente tantissimo ma occorre prestare estrema attenzione ai siti e alle edizioni elettroniche dei testi. Mi limito alla lingua italiana. Si parte dalla Russia con due protagonisti entrambi molto critici dello stalinismo ma che si dichiareranno per tutta la vita “rivoluzionari” malgrado la disillusione su quanto stava avvenendo in Urss: Victor Serge e L.Trotsky oltre ad un ovvio riferimento alla nuova e aggiornata biografia di Lenin scritta da Guido Carpi. R.Luxemburg intellettuale e dirigente della Lega di Spartaco merita di essere conosciuta attraverso le parole di un grande intellettuale socialista e marxista (oltre che “padre costituente”) come Lelio Basso.

V.Serge Memorie di un rivoluzionario, E/O, 2018 oppure R.Massari L.Trotsky La vita è bella, Chiarelettere G.Carpi Lenin, 2 voll., Stilo, 2021 L.Basso Socialismo o barbarie. La vita e le idee di R.Luxemburg, Malcom X Autobiografia, Einaudi o Rizzoli A.Davis Autobiografia di una rivoluzionaria, Minimum fax, 2022 A.Gramsci Lettere dal carcere oppure Vita attraverso le lettere, P.Pacini La Costituente: storia di Teresa Mattei. Le battaglie della partigiana Chicchi, la piu giovane madre della Costituzione, Altreconomia, 2021 Paco Ignacio Taibo II Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di E.Che Guevara, Il Saggiatore 2017 E.Snow Stella rossa sulla Cina, Il Saggiatore, 2016 Ho Chi min Anche i poeti imparino a combattere, Pgreco, 2017 T.Sankara Il presidente ribelle, Manifestolibri, 1997 N.Mandela Lungo cammino verso la libertà.Autobiografia, Feltrinelli, 2013

ScatolePinguini Tattici Nucleari 2019

L'inventore dei sogni Ian McEwan 1994

Sogno causato dal volo di un'ape S. Dalì 1936

Al di là del sogno Vincent Ward 1998

[...]pensate quando parlate delle nostre debolezze anche ai tempi bui cui voi siete scampati. A coloro che verranno, da Bertolt Brecht, Poesie e canzoni, Einaudi, 1959

https://www.acro-polis.it/2022/12/25/a-coloro-che-verranno/

L'importanza delle rivoluzioni parziali

Matteo Baragli

“Si sa che la gente dà buoni consigli, se non può più dare cattivo esempio”, cantava De André. Ogni generazione è sempre prodiga di consigli affinché i più giovani realizzino quelle rivoluzioni che, lei, non è stata capace di fare. Ma scimmiottare le rivoluzioni del passato non è mai un buon consiglio. Marx, commentando Hegel, disse che i fatti del passato tendono sì a ripetersi, ma la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa. Personalmente sulle rivoluzioni ho studiato e ho scritto. Ne avevo una visione un po’ romantica, dovuta a letture ed esperienze universitarie, di “felicità pubblica” come dice Hannah Arendt in “On Revolution”, legate all’esercizio soggettivo e collettivo della libertà. Ma alcune circostanze mi hanno portato a visitare i luoghi di alcune rivoluzioni: la Palestina nel 2009 dopo l’operazione Piombo fuso, il nord Africa nel 2011 durante la Rivoluzione dei gelsomini. E ho capito cosa intendeva Pasolini quando - scherzando, ma non troppo – si definiva un “anarchico apocalittico”, esistenziale più che ideologico, utopico forse, mai violento. Pochissimo mi interessa, adesso, la cosiddetta praxis rivoluzionaria, di più le sue ragioni teoriche e etiche. Specialmente etiche. Sul contenuto qualche ideuzza me la sono fatta, ma non voglio dare alcun consiglio. Ognuno si elabori e si batta per le sue. Per parte mia continuo a credere solo in verità parziali, e quindi in rivoluzioni parziali, recitate per così dire a soggetto, momento per momento, a braccio. Il mio consiglio è quello di alimentare, adesso da studenti ma soprattutto quando avrete ruoli di maggiore responsabilità, le vostre istanze morali, convinti che non esiste alcuna inquisizione, censura, blandizie di consumismo o imposizione di dittatore capace di contenere la diffusione delle idee e ad impedire che esse si affermino in nuovi istituti politici o sociali, quando siano veramente mature e sincere.

finire impaginazione

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I QUATTRO (E)VENTI

Museo del Novecento dal 17 febbraio al 24 settembre

Y.Z. KAMI. LIGHT, GAZE, PRESENCE

GIACOMETTI – FONTANA.L

REACHING FOR THE STARS

Palazzo Vecchio dal 2 marzo fino al 4 giugno

Palazzo Strozzi dal 4 marzo al 18 giugno

PIERO PERCOCO

Rifugio Digitale dal 30 marzo al 23 aprile

GaliComic

Non sprecare il tuo tempo così ma investi, inverti e guadagna. Solo seguendo la Sophia potrai imparare i miei segreti.

Ciao Democrypto, ti va di fare qualcosa insieme sta sera ?

Ei Pelatone e Pelatino, avete voglia di spassarcela insieme?

Scusa ma oggi io e Pelatino siamo impegnati con la Sophia

Eilà Epiculo , ti andrabbe di fare un giro insieme?

Filo Sophia

Pure qui ad Atene ci sono solo i miei seccanti ammiratori... speriamo che tra di loro ci sia qualcuno di interessante

Tu sei pelato e ti fai chiamare Pelatone... non andrei così fiera della mia calvizie

non fare caso a lui... niente esiste tranne l'infinità di atomi di amore che provo per te, il resto è tempo da investire in crypto-dracme

Scusa Baffo, ma voglio dedicarmi completamente alla cosa più ambita ad Atene, la Sophia

pero' ricorda: non sono importati i capelli in testa ma quelli sul petto

non li conosco nemmeno e già mi evitano

Ao sorè, io So' Focle e non butto er tempo con pischelle diverse dalla Sophia

...E voi perché mi state seguendo da mezz'ora?

La Filo Sophia è la più bella di Atene

Sophia ti seguo da sempre

Sophia io ti amo

cosa hai fatto questi due per farli adirittura piangere???

a fantistica Sofia, io so' focle e io so' crate,oggi siam di buon umore e vogliam concederti l'onore di uscire con noi come nostra piskella

Se posso intervenire, vorrei dire che dire che io quasi preferisco Baffo a Sofia...

A chicca io So' Crate e non me chiede nemmeno de uscire perchè la risposta è la stessa de amico mio

...E chi è questa Sophia Filo che tutti amano a tal punto da ignorare me, la povera Baffo?

puoi anche smettere di parlare Epischifo, torna a giocare con quello stramboide di Diogene!!!

li ho solo ingnorati

di Giacomo Oroya e Francesco Caroppoli

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CRUCIVERBA

G U L N T A D T V Z O MF R E U D V I S E U R R G R T U M E N T E P C U S O OS I D I L L I O E G H Y P N O S U C M L O

S P A Q G R I F O T E I E M A T G I O L M L T N N C M A L E O C O O G I S T U C M S T B D U N E A E O T G A N C U F A R R T A M B I R E O N A Q N E I

2. La rivoluzione per gli antichi Romani 7. Natale a Parigi 9. L'autore dei miserabili 11.Addizione 14. Quello del comunismo si aggira per l’Europa 16. Sozialdemokratische Partei Deutschlands 18. Radiotelevisione Italiana 19. Il centro di Ancona 20. “Sopra” in greco antico 21. Tony della Dark Polo Gang 23. Acceso negli U.S.A. 24. Pseudonimo di Vladimir Il'ič Ul'janov 25. Quella “di amare” di Ovidio 26. Caro amico di Engels 27. Essere nell’antica Grecia

ORIZZONTALI

  • SOGNO
  • INCUBO
  • IMMAGINARE
  • MORFEO
  • LETTO
  • GOYA
  • CASSETTO
  • AMBIRE
  • FALLIMENTO
  • GIOCO
  • NOTTE
  • ETEREO
  • FREUD
  • DIONISIACO
  • HYPNOS
  • IDILLIO
  • MENTE
  • APPESI
  • INCONSCIO

I S T U C B I

A E D A S C I L A T O IL S R L A I A P P E S I O I C S N O C N I R I S I M O R F E O H P I L G K O L F R I V X A G H O T E T E R E O N C E R T

VERTICALE

1. La rivoluzione tra il XVIII e XIX secolo 2. Per Hegel lo è tutto ciò che è razionale 3. La figlia non sacrificata di Clitemnestra e Agamennone 4. Ci vivono i ricchi 5. Foscolo 6. Il gatto grigio dei cartoni 8. L’inizio dell’oasi 10. Attack on ... 12. La mappa in Inghilterra 13. Quella Capitolina

15. Al suo posto i francesi del XVIII secolo mangiarono le brioches 16. Lo erano Protagora e Gorgia 17. Gli indiani della Christie 19. Nel Limbo è “armato con li occhi grifagni” 22. Né tua né sua

LA PERLA DI PAOLONE

Il problema maggiore di non avere un'istruzione è che corri il rischio di prendere sul serio le persone che ce l'hanno

VESTI DIONISIO

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REDAZIONE

Alessandro Bani 4G Gaetano Barni 5B Ottavia Bertelli 5B Maria Biondi 5B Flavia Breglia 3F Francesco Caroppoli 2C Matilde Carta 5D Edoardo Cartei 4H Giada Casini 4H Rebecca Degli Innocenti 5A Alice D'Ettole 4F Emma Fabbrucci 4G Gaia Fontanelli 5B Mina Fugini 4F Chiara Garamanti 5C Alessia Gori 4F Martina Gori 5A Claudia Grosso 4G Ginevra Lepri 4F Roberta Longo 2A Rosa Modugno 5B Marina Morgia 1B Giacomo Oroya 2C Irene Orsoni 4H Sofia Panerai 4G Petra Passalacqua 2A Samuele Riccucci 4H Alice Rombi 5B Duccio Rutigliano 4H Gemma Sorelli 5B Caterina Tatti 2A Giulia Taviani 4C

in ordine alfabetico

L'email a cui potete inviare i vostri elaborati e disegni è

orecchiodidionisio.galileo@gmail.com

L'ORECCHIO DI DIONISIO