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Boccaccio

Martina D'amato

Created on March 18, 2022

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Transcript

GIOVANNI BOCCACCIO: IL DECAMERON

Miriam Calce, Martina D'Amato, Raffaella De Pascale, Maria Rosaria Di Gennaro, Laura Quadranti

Il Certaldese

Giovanni Boccaccio nacque nel 1313 probabilmente a Certaldo. Figlio di un ricco mercante, compì i primi studi a Firenze. Nel 1327 si trasferì con il padre a Napoli per fare pratica mercantile e bancaria. Il giovane Boccaccio, però, abbandonò ben presto le attività commercial; e si dedicò agli studi letterari. A Napoli frequentò la corte del re Roberto d'Angiò e conobbe Maria dei conti d'Aquino, la donna che amò e celebrò nei suoi componimenti con il nome di Fiammetta. Nel 1340, a causa di gravi problemi finanziari del padre, fu costretto a tornare a Firenze e qui, nel 1348, assistette agli orrori e alla tragedia della peste, poi rievocata nel Decameron. Sempre a Firenze, grazie alla sua fama letteraria, ricevette da parte del Comune numerosi incarichi ; divenne amico di Francesco Petrarca e fu grande ammiratore di Dante Alighieri. Intorno al 1360, quando era già molto stimato come scrittore e poeta, ebbe una profonda crisi spirituale; si ritirò, allora, a Certaldo dove trascorse anni di solitudine e morì poi nel 1375.

Le opere: periodo napoletano

Boccaccio studia la letteratura francese i classici latini alla corte di Roberto d’Angió dove c’era una biblioteca molto ricca. Dai francesi prende il modello delle favole e il tema dell’amore. Tra i poeti latini studia OVIDIO. Caccia di Diana Diana è la dea della caccia che rifiuta l’amore per tutti gli uomini infatti si racconta che le sue ninfe, stanche di non poter amare gli uomini si ribellano alla dea simbolo della castità, facendo sacrifici a Venere dea dell’amore. Filocolo Vuol dire “fatica amore” è dedicato a Fiammetta ed è rivolto al pubblico della corte di Roberto d’Angió. Racconta l’amore tra Florio e Biancofiore. Filostrato Vuol dire “ vinto d’amore” È un romanzo cavalleresco (scritto in ottave). Racconta di trailo e criseida e si svolge durante la guerra di Troia. Si tratta di romanzo autobiografico perché dietro i personaggi si nascondono Boccaccio e Fiammetta. Teseida È un poema epico, è il primo poema epico scritto in volgare Italiano. Racconta dello scontro tra Arcita e Polemone. Arcita morirà alla fine e Polemone sposerà Emilia.

"L'epopea dei mercanti" alias DECAMERON

Il Decameron è una delle opere letterarie più conosciute nella cultura europea. Lo stesso titolo “Decameron” allude alle dieci giornate, in cui dieci giovani (sette donne e tre uomini) raccontano ciascuno una novella al giorno. Fu scritto tra il 1349 e il 1351, ma la forma definitiva risale al 1353. Sappiamo che Napoli e Firenze furono le due patrie di Boccaccio. Qui, entrò in contatto con la borghesia locale, gli ecclesiastici, i nobili e il popolo. L’intera esperienza è riportata all’interno del Decameron. Difatti, la vastità di tematiche ed informazioni, presenti nell’opera, portò lo scrittore e critico Francesco De Sanctis a definirla come: “La Commedia Umana”. Anche Vittore Branca, uno degli studiosi più accreditati di Boccaccio, parlò del Decameron come: ”l’Epopea dei mercanti”. Il Codice Hamilton 90, locato presso la Staatsbibliothek di Berlino, rappresenta la forma definitiva del Decameron, contenente anche l’autografo dell’autore. All’interno dell’opera, dopo un breve Proemio, comincia l’introduzione alla prima giornata che presenta il luttuoso quadro lasciato dalla “peste nera” del 1348. Inoltre, nei manoscritti esiste una versione per esteso dello stesso titolo: “Il libro chiamato Decameron cognominato l prencipe Galeotto”. La figura di quest’ultimo è ripresa dalla narrativa cortese.

Boccaccio: critico di Dante

Nella Commedia il principio motore dell’universo è rappresentato dalla provvidenza, la suprema volontà del Signore. Il ruolo di propulsore del creato s’esaurisce nell’inopinabile forza della Fortuna. Lo stile del Decameron, è definito “mezzano”, in quanto non protende né verso il sublime né, tanto meno, verso l’elegiaco, rimanendo difatti nel mezzo. Dante, contrariamente, in un’ottica fervidamente cristiana, nella sua Commedia spazia facilmente tra stile aulico ed umile. Il Galeotto (libro) dantesco conduce i due amanti al peccato e alla perdizione fino alla morte; la funzione galeotta del Decameron è una funzione di consolazione, distrazione e diletto. Il proemio continua con l’invito a provare compassione per tutti coloro che soffrono le pene d’amore. Il poeta certaldese cerca di evitare di incorrere nell'errore della Francesca dantesca e dunque confondere la vita reale con la letteratura.

Ciacco e Filippo Argenti: dalla Divina Commedia al Decameron

Ciacco e Filippo Argenti sono due personaggi raccontati nella Divina Commedia (rispettivamente nel canto VI e VIII). Boccaccio, assiduo lettore di Dante riprese queste due personalità, traslandole nella realtà del Decameron. Entrambi gli uomini appaiono nell'VIII novella della IX giornata. Filippo Argenti è descritto lo descrive come uomo grande, nerboruto e forte, poi come sdegnoso, iracondo, bizzarro. Ciacco, invece, è descritto come un uomo ghiotto, goloso, costantemente in cerca di cibo. Egli è, però, anche un buon conversatore, abile nell'arte della beffa.

Uno scrittore al servizio delle donne

Il proemio del Decameron è una libera dedica al pubblico femminile. Il poeta certaldese si presenta nelle vesti di messaggero di tutte quelle donne che per convenzione sociale devono celare le fiamme dell’amore; dunque egli cerca di dilettare le vaghe donne, afflitte e amareggiate dalle pene d'amore. Il Decameron ha una “funzione medica”, cerca di curare il cuore di una donna sedotta e abbandonata. L'opera non è per un pubblico di intellettuali, è per un pubblico molto più vasto, quindi Boccaccio dà vita ad un altro tipo di letteratura definita “di massa”; egli tramite questo escamotage cerca di raggiungere quanti più lettori possibili.

De mulieribus claris: un'opera rivoluzionaria per il Medioevo

Accanto al Boccaccio autore del Decameron esiste, per lo scrittore e il lettore cinquecentesco, anche un Boccaccio autore di biografie. Ci riferiamo in particolar modo al successo della raccolta di vite di donne illustri, il De mulieribus claris, che il Certaldense compose tra l'estate del 1361 e quella del 1362, includendo profili di figure femminili mitologiche, bibliche e storicamente esistite da Eva alla regina di Napoli Giovanna. La fortuna del libro sulle donne “clare” è, innanzitutto, fortuna europea con le edizioni latine di Basilea del 1531 e di Berna del 1539, per poi divenire dopo le traduzioni in diverse lingue volgari, fortuna soprattutto “italiana” con il volgarizzamento che dell’opera fece nel 1545 Giuseppe Betussi. L'opera descrive le vite di 106 donne dell'Antichità e del Medioevo: attraverso le loro azioni, sia buone che cattive, l'autore intendeva presentare degli esempi e spronare alla virtù.

Il super- racconto del Decameron

Elemento di mediazione all’interno del Decameron è la cornice. Alternando abilmente piani del discorso e punti di vista, dà una struttura e un ordine alle cento novelle e le contestualizza dal punto di vista storico e spaziale, assicurandone la veridicità. L’atto narrativo, in tutte le sue possibili declinazioni, diventa per Boccaccio la reazione, umanistica e razionale, alla tragedia della peste. La cornice svolge un ruolo fondamentale, che va molto al di là del semplice collegamento tra le novelle che compongono il libro e ciò traspare bene già dai tre livelli in cui possiamo dividere il testo, ovvero: - il livello diegetico delle cento novelle; - il livello diegetico della cornice, che svolge la funzione di macro-racconto o super-racconto; - lo spazio extra-diegetico che l’autore si riserva per prendere direttamente la parola.

Boccaccio: attore e regista del Decameron

Il narratore ricopre un ruolo di grande rilievo nell'ambito di un testo narrativo: egli è il "regista" della vicenda che narra, la "voce" cui l'autore affida il compito di raccontare. Il narratore può relazionarsi ai fatti che narra in modi diversi, distinguendosi in narratore esterno e narratore interno. Il Boccaccio autore o “regista” è colui che filtra la realtà rispetto all’immaginazione narrativa, mentre, il Boccaccio narratore o “attore” si basa sull’esperienza diretta del Boccaccio autore poiché egli mette in evidenza la differenza tra la vita che conducono i personaggi e quella che essi raccontano secondo il criterio di verosimiglianza.

Le tematiche del Decameron

La fortuna: rappresenta l’imprevisto, le imprevedibilità dei fatti umani, che vengono guidati e spesso sconvolti da forze che l’uomo non può controllare, ma da cui può trarre, se ne è capace, un profitto. Quindi non è il destino e non è segno dell’intervento divino. Essa deve sconvolgere i piani poiché l’uomo deve mostrare il suo ingegno; l’ingegno: delinea una virtù borghese, la concezione laica e pragmatica dell’intelligenza umana. Essa è la qualità principale che gli esseri umani possiedono per far fronte agli ostacoli e alle difficoltà messe in campo dalla natura e dalla sorte è l’intelligenza applicata alla realtà, la capacità di volgere le situazioni a proprio vantaggio. In Boccaccio l’ingegno si esprime attraverso le parole con risposte pronte e argute ed è collegato alla beffa; la beffa: è un’altra rappresentazione dell’intelligenza umana ed è il mezzo con cui un furbo si prende gioco di uno stupido. Solitamente la beffa è una beffa di fatti e non di parole; l’amore: è uno dei temi fondamentali, nel Decameron si parla di amore sublime, un amore che eleva l’anima, di amore tragico che si conclude con la morte, di amore adultero, fatto di tradimento e vendetta, di amore ostacolato, di amore del sacrificio e di amore osceno ed erotico che ha un ruolo importante nell’opera.

Lingua e stile : il realismo boccacciano

Boccaccio, con la sua opera più nota, il Decameron, ha dato vigore all’italiano più popolare attraverso quello che fu detto il realismo boccacciano. Naturalmente la scelta di questa lingua per “tutti” era esclusivamente una scelta letteraria, perché si trattava di una lingua scritta e, quindi, riservata ai soli che potessero leggere e magari anche scrivere. All’interno dell’opera ci troviamo dinanzi ad un pluristilismo nel quale prevale un registro medio. Boccaccio era l’autore dell’opera che più facilmente si prestava ad essere presa come esempio di buona lingua, proprio perché in prosa, così Pietro Bembo lo sceglie a modello e ne fa la base della trattazione del terzo libro delle Prose della volgar lingua che, pubblicate nel 1525, sono considerate, appunto, la prima ed autorevole grammatica della lingua volgare italiana. I modelli di riferimento oltre l’Hexameron sono: Ovidio con l’elegia d’amore, Apuleio, i fabliaux, gli exempla, il novellino.

LE NOVELLE

Lisabetta da Messina; Tancredi e Ghismunda; Griselda.

Lisabetta da Messina

IV giornata: V novella; narratrice: Filomena; re della giornata: Filostrato

Lisabetta da Messina è una ragazza che vive a Messina con i tre fratelli.La giovane si innamora di un ragazzo pisano, Lorenzo, che si occupa degli affari economici della famiglia. I fratelli, venuti a sapere dell'amore di Lisabetta per Lorenzo, decidono di contrastare la loro unione che mette a rischio il buon nome della famiglia. Portano Lorenzo fuori città con una scusa, e una volta usciti da Messina, lo assassinano e nascondono il corpo. Al ritorno dei fratelli, Lorenzo non è più con loro; spargono la voce di averlo mandato fuori città per fare loro un servizio; la ragazza comincia a disperarsi; in sogno, però, le appare Lorenzo che le rivela di essere stato ucciso dai suoi fratelli e le indica il perché e il luogo in cui è stato sepolto. Lisabetta si reca con la serva nel luogo indicato e, giuntavi, trova il corpo dell'amato. Non potendogli dare degna sepoltura, prende un coltello e gli taglia la testa che porta a casa per avere qualcosa che le ricordi il giovane e il loro breve amore. A casa, mette la testa del ragazzo in un vaso nel quale coltiva poi una pianta di basilico. Ogni giorno la giovane piange sulla pianta e la annaffia con le sue lacrime. I fratelli, accortisi dello strano comportamento della sorella, le rubano il vaso e, trovandoci dentro la testa di Lorenzo, se ne disfano e fuggono a Napoli. Lisabetta si ammala e muore invocando il suo vaso, nel quale era seppellito il suo amore.

L'ultimo addio, Ugo Foscolo

T'amai, dunque, t'amai, e t'amo ancor di un amore che non si può concepire che da me solo. E' poco prezzo, o mio angelo, la morte per chi ha potuto udir che tu l'ami, e sentirsi scorrere in tutta l'anima la voluttà del tuo bacio, e pianger teco - io sto col piè nella fossa; eppure tu anche in questo frangente ritorni, come solevi, davanti a questi occhi che morendo si fissano in te, in te che sacra risplendi di tutta la tua bellezza... Io muoio... pieno di te, e certo del tuo pianto…

L'ultimo addio di Romeo e Giulietta

Quella di Romeo e Giulietta, rappresenta una delle più contrastate storie d'amore nel contesto della letteratura. La complessità e la tragica fine della storia dei due amanti shakespeariani, è collegabile alla tormentata vicenda di Lisabetta da Messina. L'amore dei due veronesi era ostacolato dalle rispettive famiglie; nonostante ciò, Romeo e Giulietta tentarono di vivere il loro amore in qualsiasi maniera. Allo stesso modo, Lisabetta e Lorenzo provarono a far vincere il loro amore sul disaccordo dei fratelli di lei. Difatti, la tragedia di Shakespeare e la novella di Boccaccio, sono unite da un tragico finale.

L'ultimo bacio di Romeo e Giulietta, Hayez

L'amorosa visione

Essa è la più "medievale" tra le opere di Giovanni Boccaccio, composta ad imitazione della Divina Commedia. Fu scritto nel 1342, è costituito da 50 canti seguenti lo schema della terzina dantesca. L'autore immagina di trovarsi sperduto in un castello, vittima della passione amorosa, Vi è, però, la "Donna Gentile" (Fiammetta) che lo guida alla salvezza, attraverso una visione, Quest'opera ha anche come riferimento "I Trionfi" di Francesco Petrarca. Tuttavia, notiamo uyna maggiore laicità boccacciana, manifestata attraverso il concetto della FORTUNA.

Sonetto 71, William Shakespeare

"Non piangere per me quando mi saprai morto, non oltre il suono tetro della campagna lugubre, che da notizia al mondo che io sono fuggito dalla sua codardia per vivere coi vermi. Anzi, se leggerai queste righe, dimentica la mano che le ha scritte: io t’amo così tanto che vorrei scomparire dalla tua cara mente se il pensiero di me può portarti dolore. Oh se mai tu posassi gli occhi su questi versi quando forse sarò già sfatto nella terra, ti prego di non chiamare il mio povero nome ma lascia che il tuo amore con la mia vita muoia, così che il mondo accorto non veda mai che tu soffri ancora e ne rida quando non sarò più!"

"Sogno, dove sei ora?", Emily Brontë

Sogno, dove sei ora? Tanto tempo è trascorso Da quando la luce svanì Dalla tua fronte d’angelo Ohimè, ohimè Eri così lucente e bello! Non avrei mai creduto che Il ricordo tuo portasse solo dolore! La tempesta e i raggi del sole Il divino crepuscolo estivo La notte, immobile in un silenzio solenne, La luna, piena e scintillante e senza nubi, Una volta tutto si legava a te, E ora solo una pena indicibile. Visione perduta! Basta … Non puoi più splendere ormai

I sogni

Fin dall'antichità i sogni hanno sempre suscitato un fortissimo interesse negli uomini. Ci si è sempre chiesti, infatti, da dove provenissero quelle immagini che allietano o turba no le nostre notti e che rapporto avessero con ciò che viviamo o vivremo. Nel medioevo i sogni hanno avuto moltissime interpretazioni: potevano infatti essere profetici, naturali manifestazioni del corpo legate alla stanchezza o alla fame, messaggi di Dio o inquietanti visite del Demonio. Non va infatti dimenticato che la stessa parola incubo significa letteralmente 'che giace su chi dorme, poiché si credeva appunto che un diavolo si posasse sul corpo del dormiente e in questo modo lo soffocasse o opprimesse. Di notevole importanza era anche in che momento della notte si sognava: per Dante infatti solo i sogni fatti sul far del mattino avrebbero un messaggio divino, profetico. Cecco d'Ascoli poneva l'attenzione sul quadro astrale in cui avveniva il sogno per deci dere se considerarlo premonitore. Boccaccio in un'altra sua opera, rifacendosi a scrittori classici, divide i sogni in 5 gruppi: fantasma; insogno; sogno; visione; oracolo.

La Sicilia e la Testa di Moro in Lisabetta

“Qual esso fu lo malo cristiano che mi furò la grasta…” le parole che chiudono la novella di Lisabetta da Messina risalgono ai primi versi di una canzone popolare, evidentemente molto nota ai tempi di Boccaccio. La canzone che, sebbene diffusa in tutta Italia tradisce un’evidente provenienza siciliana, probabilmente aveva lo scopo di dare una spiegazione popolare all’intensa aromaticità propria delle piante di basilico. Erano le lacrime di dolore di Lisabetta a conferire alla pianta il suo inconfondibile profumo. Altre ipotesi attestano che la “grasta” di Lisabetta, viva ancora ad oggi nelle TESTE DI MORO: celebri vasi tipici della regione siciliana.

Photograph-Ed Sheeran

Sally-Vasco Rossi

"We keep this love in a photograph We made these memories for ourselves Where our eyes are never closing Hearts are never broken And time's forever frozen, still So you can keep me Inside the pocket of your ripped jeans Holding me closer 'til our eyes meet You won't ever be alone, wait for me to come home" Custodiamo questo amore in una fotografia, Abbiamo creato questi ricordi per noi stessi, Dove i nostri occhi non sono mai chiusi, I nostri cuori non erano mai spezzati, Ed il tempo è sempre congelato, ancora Così puoi custodirmi, Nella tasca dei tuoi jeans strappati, Tenendomi stretto finchè i nostri sguardi non s'incrociano. Non sarai mai sola, aspetta che io torni a casa. https://youtu.be/nSDgHBxUbVQ

"Sally cammina per la strada senza nemmeno Guardare per terra Sally è una donna che non ha più voglia Di fare la guerra Sally ha patito troppo Sally ha già visto che cosa Ti può crollare addosso Sally è già stata punita Per ogni sua distrazione o debolezza Per ogni candida carezza Tanto per non sentire l'amarezza" https://www.youtube.com/watch?v=iVAZezs0H9s

Tancredi e Ghismunda

IV giornata: I novella; narratrice: Fiammetta; re della giornata: Filostrato

Tancredi, principe di Salerno, prova incondizionato amore nei confronti della figlia Ghismunda, tanto da darla in sposa al duca di Capua più tardi rispetto alle altre fanciulle del tempo. Dopo la morte di questo, Ghismunda, rimasta vedova, torna a vivere nel palazzo con il padre il quale, per non separarsi da lei una seconda volta, non fa nulla per trovarle un nuovo marito. Ma la ragazza, pur essendo molto affezionata al padre, inizia a desiderare qualcuno al suo fianco, disposta anche ad avere un amante segreto. Poichè la corte del padre era frequentata da molti uomini, un giorno, Ghismunda, nota uno scudiero di nome Guiscardo con il quale intraprende una relazione segreta. I due, attraverso astuzie, trovano modo di frequentarsi privatamente in una grotta nella montagna che conduce fino alla camera di Ghismunda.

Tancredi e Ghismunda

IV giornata: I novella; narratrice: Fiammetta; re della giornata: Filostrato

Cosi, il padre della ragazza, avendo l'abitudine di ritirarsi a parlare dopo pranzo nella. camera di sua figlia, assiste, inconsapevolmente, ad uno degli incontri amorosi tra Ghismunda e il suo amante e adirato, decide di arrestare Guiscardo e di rimproverare la figlia, ritenendo inammissibile il fatto che lo scudiero non fosse suo marito e che inoltre fosse di condizione inferiore. Ghismunda, attraverso un lungo. discorso, confessa al padre il suo amore per il giovane, esaltandone invece la virtù e la grandezza interiore. Infine, ella lascia intendere al padre che ha intenzione di porre fine alla propria vita, qualora l'amante muoia. Il principe però non prende sufficientemente sul serio le parole della figlia: così fa uccidere Guiscardo facendo recapitare il suo cuore a Ghismunda la quale, addolorata, beve un infuso velenoso. Sul punto di morte, Ghismunda esprime la sua ultima volontà: desidera essere sepolta al fianco dell'amato; e il padre pentitosi della propria crudeltà, fa seppellire i due amanti nella stessa tomba.

La monaca di monza avatar di Ghismunda

Ghismunda, protagonista della novella, è una donna estremamente audace, eloquente e coraggiosa; d’altra parte ella incarna gli stereotipi femminili della dama cortese come la bellezza e la nobiltà. Il suo personaggio ricorda eroine cavalleresche come Isotta o Ginevra ed investe perfettamente in un personaggio di cui Alessandro Manzoni tratterà nei “Promessi Sposi”: la monaca di Monza. La sua immagine unita al rapporto conflittuale con padre anticipa il messaggio manzoniano. Gertrude meglio conosciuta come monaca di Monza era una donna che sconfitta dall’onore aristocratico del padre si abbandonò ad una realtà a lei sconfortante. Nel suo ruolo poi decadde animata dalla libertà, una libertà che le fu privata ed ecco che nel suo momento di crisi, il paggio Egidio le offuscò la mente facendola innamorare e segnando così la sua tragica fine.

"Il mio cuore fu tuo", Fernando Pessoa

E' un cuore triste e non si intende con tutto né ha modi per farsi amare o per immaginarlo. Salvo quando il tuo sguardo ostinatamente dolce mi faceva saltare il cuore in petto. Ove andavo io? Già lo scordavo. Sì, il mio cuore fu tuo in quel giorno o in un altro… Neanche vi fosse altra terra o cielo qualcosa sarebbe accaduto.

Fernando Pessoa attraverso questi versi si fa portavoce di un amore nefasto; un amore che ci conduce al terzo capitolo della Vita Nova e mette a fuoco il topos del “cuore mangiato”. Questa tradizione viene a sua volta ripresa dai provenzali, in particolar modo da Sordello da Goito che compose un planh, invitando i re del suo tempo a mangiare il cuore di Ser Blacats, in modo tale da poter acquistarne la virtù e il coraggio.

La gelosia paterna

All'interno della novella "Tancredi e Ghismunda", non diventa complesso comprendere che le azioni di Tancredi siano mosse, in realtà, da un profondo sentimento di gelosia e possesso nei confronti della figlia. Ma perchè i padri sono gelosi delle proprie figlie?.La gelosia paterna è spesso motivata da un eccessivo atteggiamento protettivo, che può celare un ancestrale desiderio di possesso e dominio. I padri istintivamente tendono a ingabbiare la figlia, a volerla preservare dai pericoli veri e presunti, in attesa di consegnarla al maschio che verrà considerato degno. Certo, i tempi sono cambiati, ma certe sottili dinamiche psicologiche sono ancora attive nell’inconscio. Si corre il rischio di bloccare e inibire lo sviluppo emotivo della figlia femmina, che si troverà sempre a fare sterili confronti con la figura paterna o al contrario a reagire, rifiutandone completamente l’autorità.

"L'amore molesto"

"L'amore molesto" è un film del 1995 diretto da Mario Martone, tratto dall'omonimo romanzo di Elena Ferrante. È stato presentato in concorso al 48º Festival di Cannes. TRAMA: Delia, un'illustratrice napoletana trapiantata da lunghi anni a Bologna, viene richiamata a Napoli dalla morte improvvisa della madre Amalia, suicidatasi per annegamento. Delia non crede alle ipotesi sul suicidio e indaga per proprio conto. I fatti e la ricostruzione frammentaria degli ultimi giorni di vita della madre portano improvvisamente alla luce avvenimenti remoti. Delia deve ricordare e rivivere il momento in cui, condizionata dall'atteggiamento paterno violento e opprimente, rompe i rapporti con la madre, accusata dal coniuge di una relazione clandestina. Delia subì atti di pedofilia da parte del padre di Caserta, ma non denunciò l'accaduto e raccontò a suo padre che sua madre intratteneva una relazione extraconiugale. Delia, alla fine, riuscirà a cambiare l'dea che aveva della madre, e fare ritorno a Bologna.

Analogie con lo Stilnovo e letteratura cortese

La storia d'amore tra Ghismunda e Guiscardo ricalca alcune delle caratteristiche più importanti della letteratura cortese e del Dolce Stilnovo. La tresca tra i due protaginisti della novella fa riferimento agli incontri furtivi degli amanti, tematica presente nella letteratura cortese. Difatti, a seguito di questi incontri, gli autori erano soliti a comporre delle liriche, le quali presero il nome di "Alba". La vicenda amorosa di Tnacredi e Ghismunda rimarca una delle ideologie più rilevanti all'interno del Dolce Stilnovo: la nobiltà d'animo, la quale non presenta analogie con la nobiltà di stirpe. Ghismunda si innamora perdutamente di Guiscardo, un uomo appartenente ad un rango sociale molto più basso, ma ciò non condiziona il forte sentimento amoroso.

Torna da me-Luchè

Come nelle favole-Vasco Rossi

"Bagnarsi le labbra con baci che dicono "dammene ancora" Sono passati dei mesi, ma sembra come fosse ora Con te vicino la vita ogni giorno inizia un'altra volta Eri speciale perché eri uguale a me Mi abbracciavi come se ti salvassi dalla solitudine E stavi immobile come se fossi colpita da un fulmine Mano nella mano per strada in un mondo che è pieno di ruggine Ti ho dato me stesso perché il mio istinto non sbaglia mai Lui mi disse, "Tranquillo, lei non ti tradirà mai" Lui mi disse, "Tranquillo, lei non andrà via mai" Lei viene da dove tu vieni e lo sai che ti capirà, sì Se gli altri non odiano vuol dire che qualcosa non va." https://youtu.be/chrtB0uxe18

"Quello che potremmo fare io e te Senza pensare a niente Senza pensare sempre Quello che potremmo fare io e te Non si può neanche immaginare Sai che ho pensato sempre, quasi continuamente Che non sei mai stata mia Me lo ricordo sempre, che non è successo niente Dovevi sempre andar via" https://www.youtube.com/watch?v=UrN3-lDk9Rs

X giornata: X novella; narratrice: Fiammetta; re della giornata: Panfilo

Griselda

La vicenda narrativa vede quindi protagonisti il marchese di Saluzzo, tale Gualtieri, e la graziosa e docile contadina Griselda, che il marchese ha deciso di prendere come sposa dopo l’insistenza dei suoi sudditi. .La prima richiesta del marchese, non appena ottiene il consenso dal padre di Griselda, è quella di obbligarla a svestirsi davanti a tutti, prima di farle indossare vestiti regali. E’ questo il primo momento in cui dimostra di essere una donna incapace di opporsi. Nonostante tutto, Griselda si dimostra la migliore delle donne e tutti i sudditi hanno modo di apprezzare il carattere e la grazia della sposa. Dopo non molto tempo, Griselda partorisce una bambina. Deciso a metterla alla prova, il marchesele rivolge in discorso in cui le racconta che il popolo critica la sua provenienza popolare e il fatto che un nobile come lui abbia scelto proprio una semplice popolana come sposa e aggiunge che anche la bambina è mal vista in quanto figlia sua. Così fa credere a Griselda di aver ucciso la bambina, ottenendo dalla povera donna dimostrazione di fedeltà e onore. In realtà egli ha affidato la bambina a dei famigliari lontani.

X giornata: X novella; narratrice: Fiammetta; re della giornata: Panfilo

Griselda

Poco tempo dopo Griselda partorisce un altro bambino, e si verifica la stessa vicenda accaduta anni prima con la figlioletta. Anche in questo caso la donna dà prova della sua profonda sottomissione al marito. Per sottoporla ad un'ultima prova, Gualtieri le comunica di non desiderarla più come moglie, simula una dispensa papale che attesta la fine del matrimonio e riporta Griselda dal padre obbligandola nuovamente a spogliarsi davanti a tutti. La donna accetta l'ennesima cattiveria e obbedisce senza opporsi. Dopo non molto tempo Gualtieri annuncia di voler prendere nuovamente moglie, e chiama Griselda a fare da cameriera per preparare il palazzo a festa. Il giorno delle nozze arriva al palazzo una ragazza molto graziosa insieme al suo fratellino, e Griselda scopre di non provare invidia ma al contrario matura nei suoi confrionti un senso di protezione. Con questo, Gualtieri ha avuto finalmente la prova che Griselda fosse la donna adatta a lui; per quetso rivela il suo inganno: in realtà la ragazzina non è altro che la loro figlia e il fratellino è il loro figlio, i quali non sono stati uccisi ma affidati a dei parenti lontani. Griselda viene quindi rivestita con abiti eleganti e continuarono a fetseggiare per giorni. In questo modo si conclude la narrazione.

Memoria mitologica: Griselda e Psiche

Così come l’ultima novella dell'ultima giornata del Decameron comporta un lieto fine anche la favola di Amore e Psiche, una delle poche della tradizione greca classica è coronata da un lieto fine. Secondo la tradizione ripresa da Apuleio, Psiche fu vinta dalla curiosità che la allontanò da Amore, il quale deluso e amareggiato scappò via. Psiche dunque lo cercò per tutta la terra, fin dentro al palazzo di Venere che, per metterla alla prova, la sottopose a quattro prove terribili. In conclusione, dopo queste amare avventure, Zeus donò ai due innamorati il dono dell'immortalità. Griselda protagonista della decima novella si ancora perfettamente al personaggio di Psiche, dunque la ragazza sottoposta a delle frequenti prove, resiste e rimane fedele al suo amato.

Griselda: da Chaucer a Petrarca

Boccaccio e Chaucer con il Decameron e i Canterbury Tales utilizzano, nei rispettivi Paesi, il volgare come lingua letteraria. Petrarca traduce e riscrive la novella in latino. Riveliamo una differenza strutturale nelle tre novelle di Griselda nei tre autori, e cioè l'assenza, in Petrarca di una cornice narrativa presente invece, in Boccaccio e Chaucer. Le novelle raccontate dentro una cornice vengono interpretate dal narratore. Petrarca traduce e riscrive l’ultima novella in latino, "De insigni obedientia et fide uxoria", e ne offre un’interpretazione religiosa. Griselda rappresenta per Petrarca un "exemplum" da trasmettere come insegnamento morale e quindi funge da strumento per istruire le grandi masse del medioevo, ed esalta più l'obbedienza e fedeltà coniugale, infatti, descrive Griselda come donna angelo. Secondo Petrarca i lettori dovrebbero comportarsi nei confronti di Dio con la stessa obbedienza e fedeltà di Griselda. Per quanto riguarda Chaucer, tra le novelle dei Canterbury Tales abbiamo The Clerck's Tale in cui è narrata la storia di Griselda, sul modello del testo boccacciano. Nel prologo di questa novella, però, Chaucer non menziona Boccaccio, dicendo invece di essersi rifatto a un'epistola di Petrarca. Nel racconto del Chierico la storia viene racconata dal narratore Chierico che simpatizza e si identifica con Griselda e assume quindi una posizione filogina. La cornice narrativa in Canterbury Tales inscena un pellegrinaggio da Southwak, intorno a Londra, alla cattedrale di Canterbury.

"La Sposa"

La straordinaria moralità di Griselda, la sua indistruttibile capacità di sopportazione sarebbero il compimento di un percorso di “redenzione”. Le sue avventure sono paragonabili a quelle di Maria (Serena Rossi), protagonista della fiction "La Sposa", andata in onda su Rai 1. Ella ha affrontato molti ostacoli e peripezie, nonostante ciò, cos' come Griselda, è riuscita ad ottenere il suo lieto fine.

Trailer: https://youtu.be/S0kl7brqWkg

Griselda: una marionetta senza vita

Questa è la decima novella della decima giornata, quindi è la numero 100, di tutto il Decameron. Proprio per la sua posizione, i critici hanno cercato di capire quale fosse il messaggio che Boccaccio voleva mandare scegliendo di chiudere il libro con una novella così: infatti già Petrarca( che la tradurrà liberamente in latino) diceva che la retorica impone che alla fine si emttano le cose migliori. La figura di Griselda è stata interpretata in molti modi: per alcuni rappresenta un'immagine di Maria, forse anche di Cristo, o di moderno Giobbe( il personaggio biblico colpito da mille sventure); altri insistono sul suo ruolo nella lotta tra nobili e plebei; qualcuno ha letto nella donna l'immagine di quello che l'intellettuale deve fare contro la Fortuna, il Caso avverso che lo colpisce o del buon cristiano verso Dio. O forse era solo il modello di moglie perfetta, sottomessa al marito, secondo l'ideologia medievale. Non manca anche chi ha duramente criticato la passività disumana della donna di fronte al crudele marito, arrivando a definire Griselda una marionetta senza vita.

Quello che le donne non dicono-Fiorella Mannoia

Se ti potessi dire-Vasco Rossi

"Se ti potessi dire Quante volte ho voluto morire Quante volte camminando sul filo Sono stato, sono arrivato vicino All'inferno Della mente Quell'inferno Che esiste veramente Se ti potessi dire Quante volte ho pianto per capire Quante volte sono stato sul punto Di lasciarmi andare All'inferno Della mente Quell'inferno Che esiste veramente, esiste veramente" https://www.youtube.com/watch?v=e-6saUKqmqU

"Certe giornate amare, lascia stare Tanto ci potrai trovare qui Con le nostre notti bianche Ma non saremo stanche neanche quando Ti diremo ancora un altro sì" https://youtu.be/jXKu5bYts40

Compendio

https://learningapps.org/view24350686

L'apprendista Corona e le cinque favelle

Smarrito come il suo Mito fiorentino, l'apprendista Corona sprofondò sull'ottomana in velluto blu e cercando di annaspare qualche informazione fu coinvolto dallo sguardo evanescente di Lauretta; seduta di fronte a lui gli accennava un mezzo sorrisetto, per voltar poi lo sguardo fuori dalla piccola finestrella, aveva udito qualche sibilo; e così affacciandosi, vide il Petrarca che le dedicava una poesia, allor fu Lauretta disfatta che di tutte quelle dediche non fu mai vinta; tornò a sedersi e quando Monna Ria le chiese il motivo di tanta noia, preferì parlar di pandemia. Intervenne subito Monna Ella che con parole alquanto singolari catturò l'attenzione di Corona. Si parlava di epoche diverse, stagioni ormai passate, gioventù trascorsa e arginata e di momenti impregnati di sconforto. Intervenne Monna Saria che sbattendo le sue ciglia come stacchi di una frase, intendeva dire che quello non era uno sconforto usuale, era il ritorno di una morte innocente, quella che poi Ungaretti avrebbe definito "quotidiana". Monna Tina appena tornata dalla cucina, adagiò sul tavolino un vassoio di ciambelle, alimentando senza saperlo il male di quel dilettevole apprendista, poi prese posto e scagliò nel discorso la nostalgia degli anni passati, quelli in cui non si avevano muri di stoffa sui volti, non si era così ipocondriaci per un raffreddore, non ci si limitava ad un numero di persone, non si aveva campo libero con un vaccino. L'apprendista Corona sembrava conoscere quello sconforto, nel suo cuore si celavano esperienze raccontate e vissute e gettando uno sguardo secco su Lauretta, iniziava a rammentare gli orrori della peste. D'altronde la pandemia che avevano vissuto quelle cinque donne, non abbandonava il terreno della peste; la sintomatologia era una spina nel fianco per tutti, così come la morte. Corona rievocava il senso di inadeguatezza che avvolgeva la gente, quei visi segnati dalla paura, quei pensieri mossi dall'apparire di bubboni neri sul corpo e nel giro di poche ore un cenere muto su un carro.

L'apprendista Corona e le cinque favelle

Monna Ria si fece compromettere dalle parole dell'apprendista; nella sua mente frullavano alcuni pensieri, la lettura della celebre opera di Corona e l'esperienza visiva le facevano apprendere in modo così pragmatico l'evento; la peste nera era stata il preludio della pandemia del ventunesimo secolo, così decise di dar voce ai suoi pensieri e incrociando gli occhi del 'dilettevole' comunicò le sue riflessioni: il tempo divide momenti di vita, è come uno scatto fotografico, immortala tutto lì, c'è chi è spontaneo, chi passa di sfuggita, chi lascia trasparire uno sguardo sognante e si perde in un limpido cielo e poi c'è chi riconosce il momento dello scatto e preserva una posa; quelle foto poi sono vittime del tempo stesso che percorrendo la sua strada le porta con sé e scalando la vetta ne innalza una, poi ancora un'altra e riconosce nelle foto del giorno un ricordo al passato e le commemora con intensi sospiri. Intervenne di sfuggita Monna Ella che osservando il calar del sole vide quella giornata stringersi, chiudersi come un piccolo scrigno e dunque affermò che il Decameron era stato l'antesignano del ventunesimo secolo, aveva gettato delle basi così umanistiche e ricche di avventura che si sarebbe potuto riprodurre tutto, d'altronde non lasciò frantumare i giorni in cui la propria casa, forse il luogo più sicuro, era un viavai di telefonate, video chat, messaggi che mescolavano ansie e fantasie. Lo sguardo dell'apprendista Corona sembrava perdersi in quelle cinque favelle, cinque discorsi un unico filo, epoche diverse un'unica storia, animi diversi un'unica sostanza. Così congedò le cinque monne e accompagnandole alla porta affermava con il capo la bellezza del confronto, la bellezza dell'esserci nei momenti di gioia e quelli in cui l'animo umano è incline alla crisi, è soggetto al peccato a causa del vaneggiare. Lauretta uscì per ultima, gli voleva dire una cosa, era un suo sfizio e necessitava di tirarlo fuori; si avvicinò al suo orecchio e rivelandogli il nome della pandemia vissuta salutò il Corona.

Grazie per l'attenzione...

... le cinque favelle