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Art Nouveau; MUCHA - KLIMT & GAUDI'
Raffaele Cimino
Created on December 25, 2021
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L'Art Nouveau
L’Art Nouveau (“Nuova Arte”) è un movimento artistico-filosofico che nasce in Francia tra la fine dell’Ottocento e le prime decadi del Novecento e si diffonde in tutta Europa con nomi diversi nelle diverse nazioni: in Italia, ad esempio, l’Art Nouveau è conosciuta come Liberty, in Spagna viene definito come Modernismo, in Germania, Svizzera e Svezia acquista il nome di Jugendstil. Il periodo storico dell’Art Nouveau coincide con quella che viene ricordata come la “Belle Époque”. Il movimento artistico che, con declinazioni diverse, si diffuse tra il 1890 e il 1910, e interessò in particolare le arti applicate e l'architettura. Da un punto di vista visivo, le opere dell’Art Nouveau (dipinti, statue, architetture) sono caratterizzate da un’accentuata eleganza decorativa e da linee dolci e sinuose che si incontrano e si intrecciano armoniosamente. L’Art Nouveau si ispira alla natura stilizzandone gli elementi. La breve affermazione del nuovo stile fu una diretta espressione dell'ascesa economica e sociale della nuova classe borghese e del clima di rinnovamento creato dai progressi industriali legati alla creazione di moderne tecnologie per la produzione e lavorazione del ferro e della ghisa.
L'Art Nouveau
L'Esposizione di Parigi del 1900Per l'occasione, furono messi in mostra i più recenti ritrovati della scienza e della tecnica. Spiccano tra questi ultimi l’elettricità e il cinematografo, messo a punto in quegli anni dai fratelli Lumière. Molti monumenti parigini furono costruiti per l'esposizione, inclusi la Gare de Lyon, la Gare d'Orsay (ora Museo d'Orsay) e il Grand Palais, la linea 1 della Metropolitana.
Alfons Mucha
Alfons Mucha (Ivančice, 24 luglio 1860 – Praga, 14 luglio 1939) è stato un pittore, scultore e pubblicitario ceco. Mucha è uno dei maestri dell’Art Nouveau che, nell’ultimo scorcio del diciannovesimo secolo, si impose a Parigi e la cui fama si diffuse rapidamente in Europa e negli Stati Uniti, facendone un simbolo della Belle Époque. Mucha arrivò a parigi nel 1887, per mantenersi fece svariati lavori umili, successivamente iniziò ad illustrare libri e riviste per case editrici fi Parigi e Praga. Qui conobbe Paul Gauguin, il compositore britannico Frederick Delius, il drammaturgo e scrittore svedese August Strindberg, assistendo nel frattempo al rapido avanzare della bellezza di una città che si stava preparando ad una nuova età, con la costruzione della Tour Eiffel e con altri progetti voluti per l’Esposizione universale.
Sarah Bernhardt
Sarà però una donna a cambiargli la vita, determinando il suo percorso artistico: Sarah Bernhardt, “la Divina”, la più grande personalità del mondo dello spettacolo di quegli anni. Mucha firmò un contratto di sei anni per disegnare, costumi, scenografie e poster delle sue produzioni. Lo stile di Mucha con le sue decorazioni floreali e forme sinuose, divenne ben presto molto popolare in città e incarnò immediatamente i valori dell'Art Nouveau.
Era il Natale 1894 e la Bernhardt stava per debuttare nell'opera teatrale Gismonda (melodramma greco in quattro atti composto da Victorien Sardou). Tante le proposte ricevute per realizzare il manifesto dello spettacolo, ma nessuna di suo gradimento. Mucha realizzò il manifesto, tenendo presente le composizioni allegoriche con figure solitarie di donne idealizzate come i grandi dipinti di soggetto storico con ambientazioni teatrali. Il risultato fu qualcosa di “spaventosamente moderno”. Il manifesto di Gismonda riempì le strade di Parigi il primo gennaio del 1895, riscuotendo un successo immediato, e la diva offrì a Mucha un contratto di sei anni per la produzione di costumi, scenografie e manifesti. In tutta la Francia si cominciò a parlare dello “stile Mucha”. Illustrazioni e copertine per libri e riviste, calendari, cartelloni pubblicitari, pannelli, quadri, ritratti, decorazione d’interni, oggettistica e gioielli preziosi, statue, progetti architettonici, la versatilità e la produzione artistica di Mucha, corroborate da un talento eccezionale e da una notevole abilità professionale, non conobbero limiti. La sua produzione artistica, è qualcosa che va ben oltre la purezza della linea, la perfezione della forma o la preziosità della decorazione. La sua concezione dell’arte rimase arte intesa come lavoro, tanto da pubblicare nel 1902 un “manuale per gli artigiani” che mostrava tutti i modelli necessari per creare uno stile Liberty e che prese il nome di Documents décoratifs. Egli volle trasmettere un ideale di bellezza che tutti fossero in grado di comprendere, una bellezza che parlasse dello spirito e allo spirito dell’uomo. Le eleganti decorazioni ispirate agli elementi naturalistici e l’inconfondibile scrittura che lo avevano reso celebre in tutta Europa, agli inizi del nuovo secolo cedettero il passo a immagini più crude e realistiche, espressione di un disagio interiore, di una crisi esistenziale e artistica legata, in parte, alla situazione politica del suo Paese, ancora parte dell’impero asburgico.
Il successo del lavoro per i teatri parigini fruttò ad Alfons Mucha una serie di altri incarichi. Incarichi perlopiù pubblicitari, perché la sua arte si dimostrava perfetta per reclamizzare dei prodotti. Allo stesso tempo, la Francia di fine secolo, quella della belle époque, era attraversata da una prima ondata di consumismo. I beni, infatti, iniziavano ad essere smerciati ovunque in grande quantità. Negli ultimi anni dell’800 Mucha realizzò così alcuni dei suoi lavori più belli, destinati a varie industrie. Lavorò ad esempio per Nestlé, per Moët & Chandon (famoso produttore di vini) e per altre fabbriche. Una delle sue opere più belle è la pubblicità delle sigarette JOB (1896). Per loro realizzò negli anni vari manifesti. In realtà la fabbrica francese, che esiste ancora oggi e all’epoca aveva un fatturato invidiabile. Al centro, a catturare immediatamente l’attenzione, c’è una bellissima donna, i cui capelli disegnano motivi quasi decorativi. Dietro a lei, in caratteri ben visibili, la marca da reclamizzare, mentre l’atteggiamento ammiccante della modella punta a far rimanere ben impressa la scena nella mente dello spettatore. Infine, il resto del manifesto è decorato o da motivi floreali, o da greche.
Nel 1899 Mucha creó, infatti, una serie di manifesti per l’azienda francese Moët et Chandon, produttrice del notissimo champagne, al fine di pubblicizzare ben tre versioni della bevanda: Cremant, Dry e Grand Cremant. Mucha utilizzó una singola figura femminile declinata in tre diverse versioni. Essa appare vestita in abiti decorati e raffinati, indossando preziosi gioielli e decorazioni ad impreziosire la fluente acconciatura. Il tutto come voleva lo stile Art Nouveau. Lo spazio attorno alle figure è decorato con motivi fantasiosi e floreali che rendono ricca e ancor più preziosa l’immagine. Ricercatissimo il rosone dietro al capo della donna che sembra incorniciarlo. I colori sono delicati come tipico dell’artista e scelti ad hoc per incarnare le tre differenti versioni dello champagne il cui nome è riportato in basso. Mucha raffigura, al centro del poster, una giovane donna vestita in modo molto elegante, con una veste bianca decorata con motivi floreali, che tiene in mano una coppa di champagne, anch'essa decoratissima, e rivolge lo sguardo all'osservatore per invitarlo a provare il vino. In alto, il nome della casa e in basso quello del vino. Mucha coniuga linee puramente geometriche, tipiche della grafica pubblicitaria, con un'altra propensione al decorativismo tipica dell'art nouveau. Questo poster è stato stampato in più esemplari (è una litografia) che oggi sono conservati in diverse collezioni in tutto il mondo.
Reclame tabacchi Novecento
non influenzerà la tua gola
L'immagine della donna viene usata per indurre ad acquistare sigarette, cibo e alcool. Sono gli anni delle divine di Hollywood, Ava Gardner, Rita Hayworth, Lauren Bacall, che spesso venivano immortalate in versione femme fatale con la sigaretta in mano. Da qui l'immaginario collettivo si lasciava sedurre e le donne che volevano essere "moderne" cedevano alle lusinghe di marche famose che promettevano loro l'emancipazione attraverso una sigaretta.
Metro di Parigi
Tra i protagonisti dell’architettura Art Nouveau, un posto d’onore va riservato alla figura di Hector Guimard, che con il suo stile eccentrico ha reso le sue opere architettoniche del tutto distinguibili, ricavandone una considerevole fama, soprattutto legata al prestigioso progetto di realizzazione delle entrate della metropolitana parigina. Con l’avvicinarsi dell’Esposizione Universale del 1900, Parigi si preparava ad un’aria di rinnovamento. La metropolitana che annunciava il nuovo secolo stava per essere realizzata. Guimard si era già costruito una buona reputazione in città, tuttavia, è con l’incarico affidatogli dalla Compagnie du Métropolitain de Paris che Guimard acquisì una notorietà più consolidata e poté maturare un’impronta in pieno stile Art Nouveau. Per gli ingressi che portavano alle stazioni del mezzo sotterraneo, in totale erano 141 (ora ne sopravvivono 86) l’architetto francese ideò sostanzialmente dei modelli base. Il primo tipo era costituito da balaustre in ghisa finemente ornate che continuavano fino a formare archi comprendenti lunghi steli sui quali erano attaccati l’insegna Métropolitain’ col suo ormai distintivo carattere tipografico e, a mo’ di bocciolo, lampioni arancioni. Il secondo e terzo tipo erano le cosiddette edicole, ovvero strutture più elaborate dotate di pensiline a forma di padiglioni che proteggevano l’accesso verso le stazioni. L’ingresso della fermata della stazione Porte Dauphine (capolinea ovest della linea 2), una delle poche edicole rimaste, conservando, per di più, la sua configurazione originale (le altre sono state smantellate), mostra una struttura di ferro chiusa anche lateralmente da pannelli decorati e una copertura di vetro che segue un movimento ondulato e rimanda alle forme naturali di una enorme falena. Concepita e modellata con le sue forme sinuose e lo stile appariscente sul mondo vegetale, questa struttura, tipico esempio di Art Nouveau urbano, sembra portare frammenti di natura nel cuore della città moderna.
Icona dell’Art Nouveau (e della Belle Epoque) è la famosa insegna del locale di Montmartre, Le Chat noir, opera di Théophile Alexandre Steinlen, artista di Montmartre e amico del pittore Toulouse-Lautrec.Le Chat noir ("Il Gatto nero") fu un celebre locale adibito a spettacoli di teatro d'ombre (antica forma di spettacolo popolare, realizzato proiettando figure articolate su uno schermo opaco, semitrasparente, illuminato posteriormente per creare l'illusione di immagini in movimento, un pianista accompagnava musicalmente la scena e un artista commentava l'azione) e cabaret di Montmartre, fondato nel novembre 1881 da Rodolphe Salis. Situato ai piedi della collina di Montmartre, Le Chat noir fu uno dei principali luoghi d'incontro della Parigi-bene ed il simbolo della Bohème (lo stile di vita non convenzionale dei cosiddetti bohémien, ovvero artisti, scrittori, musicisti e attori marginalizzati e impoveriti delle maggiori città europee) alla fine del XIX secolo. Le Chat noir, aperto nel novembre 1881, il suo nome, per alcuni, è dovuto ad un gatto nero che Salis trovò sul marciapiede durante i lavori. Per altri, il nome e il simbolo del gatto nero erano stati ripresi da un disegno trovato su un muro durante i lavori di restauro di un precedente locale. Rapidamente, i poeti e gli chansonnier che si esibivano a Le Chat noir attirarono la migliore clientela di Parigi. Si veniva prima di tutto per le battute spiritose che scaturivano spesso a spese dei clienti, interpellati da uno «Guarda un po'! Sei finalmente uscito di prigione?» o da un altro «Cosa ne hai fatto della tua sgualdrina di ieri ?» ad un nuovo cliente palesemente accompagnato dalla moglie. Una sera, il futuro re Edoardo VII vi fu apostrofato in questi termini: «E bene! Guardate quello là: lo si direbbe il Principe di Galles tutto bagnato di piscia!» Per promuovere il cabaret, Rodolphe Salis creò la rivista bisettimanale Le Chat Noir che fu stampata dal gennaio 1882 al 1895 e che incarnò lo spirito "fin de siècle". I collaboratori erano i cantanti e i poeti che si esibivano nel cabaret come pure gli artisti che l'avevano decorato.
Théophile-Alexandre Steinlen, Tournée du Chat Noir, 1896. Litografia a colori, 40 × 62 cm Museo Van Gogh, Amsterdam
Gustav Klimt
Gustav Klimt (Vienna, 14 luglio 1862 – Neubau, 6 febbraio 1918) è stato un pittore austriaco, uno dei più significativi artisti della secessione viennese. La secessione è riferita allo sviluppo di stili artistici, sviluppatisi fra la fine del 800 e l'inizio del 900 a Monaco di Baviera e Berlino in Germania ed a Vienna in Austria. L'ufficializzazione di questo movimento avvenne con la cosiddetta Wiener Secession (Secessione viennese), che consistette nella creazione di un'associazione di 19 artisti, tra cui pittori e architetti, che si staccano dall'Accademia di Belle Arti per formare un gruppo autonomo, dotato di una propria indipendenza e anche di una propria sede, il Palazzo della Secessione Viennese. Klimt nei suoi primi lavori mostra una precisione di disegno e di esecuzione assolutamente straordinarie, ponendosi però in un filone di eclettismo storicistico tipico di una certa cultura del secolo scorso in cui gli elementi della tradizione, in particolare rinascimentale, vengono ampiamente rivisitati e riutilizzati. La sua personalità comincia ad acquisire una importante caratteristica intorno al 1890 quando la sua pittura partecipa sempre più attivamente al clima simbolista europeo.
Il periodo aureo e il periodo maturo
Nel 1903 Klimt si recò due volte a Ravenna, dove conobbe lo sfarzo dei mosaici bizantini: l'oro musivo, eco dei lavori del padre e del fratello in oreficeria, gli suggerì un nuovo modo di trasfigurare la realtà e modulare le parti piatte e plastiche con passaggi tonali, dall'opaco al brillante. Tornato in patria che nacquero alcuni dei capolavori klimtiani più celebri, come il Ritratto di Adele Bloch-Bauer I (1907) e Il bacio (1907-08), il periodo aureo si concluse nel 1909.Proprio nel 1909, Klimt ebbe un periodo di crisi esistenziale e artistica. Il mito della Belle Époque era ormai giunto al tramonto, così come i fasti dell'Impero austro-ungarico, che collasserà definitivamente con lo scoppio della prima guerra mondiale. Analogamente, Klimt iniziò a mettere in discussione la legittimità della propria arte, soprattutto quando venne a contatto con la produzione di artisti come Van Gogh, Matisse, Toulouse-Lautrec. Questa fase di cambiamento stilistico viene chiamato periodo maturo ed è caratterizzato dalla fusione di queste influenze e dall'abbandono del fulgore dell'oro e delle eleganti linee Art Nouveau. Determinante per questa contaminazione fu anche l'incontro con la pittura espressionista, che in ambito viennese trovò due grandi interpreti: Egon Schiele e Oskar Kokoschka, già suoi allievi.
Mausoleo di Galla Placidia, Ravenna
Ritratto di Adele Bloch-Bauer I (1907)Neue Galerie, New York
il bacio
Al centro di un luogo etereo ed astratto due amanti si stringono e si abbandonano ad un bacio intenso; la fanciulla è pienamente abbandonata nell'amplesso, con gli occhi chiusi in una posizione estatica, mentre l'uomo - del quale si intravede solo il profilo - stringe la testa dell'amata con delicatezza, protendendosi verso di lei in segno protettivo e di affetto. I due giovani innamorati, avvolti entrambi in lunghe tuniche mosaicate che ne celano i corpi, sono inginocchiati su un piccolo rettangolo. Nell’arte di Klimt la donna occupa un posto decisamente primario. Rinnovando il mito della femme fatale per Klimt la donna è l’idea stessa di eros. Di quell’eros che è a un tempo amore e morte, salvezza e perdizione. È un idea che serpeggia in tutta la mentalità del tempo, ma con connotazioni decisamente antifemministe. In Klimt la posizione tende invece a ribaltarsi, assumendo la donna ruolo di decisa superiorità rispetto all’uomo. È lei la depositaria di quel gioco amoroso che rinnova continuamente la vita e la bellezza. L'opera presenta un intenso uso del colore oro, che si materializza nelle eleganti decorazioni applicate a foglia sulla tela; questa tecnica ricorda molto da vicino quella dei mosaici bizantini, che Klimt poté conoscere e apprezzare a Ravenna nel 1903.
Gustav Klimt, il bacio, 1907-1908 olio su tela, 180×180 cm Österreichische Galerie Belvedere, Vienna
Hortus conclusus e la pioggia dorata
Gustav Klimt, Danae, 1907-1908 olio su tela, 77×83 cm Galerie Würthle, Vienna
Nel campo dell'arte sacra europea, l'hortus conclusus divenne presto simbolo del Giardino dell'Eden e della verginità di Maria. Si trova spesso raffigurato, anche tramite pochi accenni simbolici, in dipinti quali le Annunciazioni e in altre scene della vita della Vergine.
Klimt affronta un soggetto tratto dalla mitologia greca antica: Danae fu fecondata nel sonno da Zeus, il quale si era trasformato in pioggia d'oro per entrare nella torre dove era rinchiusa.
le tre età della donna
Quadro conservato nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, è una delle poche opere di Klimt presenti in Italia. Il quadro ha le raffinate eleganze tipiche del periodo aureo. Si noti in particolare l’espressione estatica e con il capo reclinato della donna, che anticipa analoghe soluzioni posteriori. Ma non mancano particolari espressionistici, riscontrabili soprattutto nella resa della donna anziana, che ci mostrano come Klimt fosse, pur nelle sue scelte stilistiche, un pittore molto aggiornato sui tempi, e meno anacronistico di quanto siamo, oggi, indotti a credere. Si tratta di un'opera della maturità dell'artista: le figure sono asciutte, sintetiche ed il decorativismo geometrico si materializza in forme che ricordano oro, sete raffinate e pietre preziose. Il tema è una rivisitazione, in chiave simbolica, delle tre fasi della vita femminile: l'infanzia, la maternità e l'inevitabile declino della vecchiaia. Le gambe della "madre" si interrompono, nel dipinto, in quanto l'artista le considera come se avessero una continuazione oltre il quadro, come la vita della donna stessa, invece il corpo della "vecchia" è completo nel dipinto come anche la sua vita ha raggiunto la sua completezza.
Gustav Klimt, Le tre età della donna, 1905 olio su tela, 180×180 cm Galleria Nazionale d'Arte Moderna e contemporanea, Roma
Klimtin Italia
Le tre età della donna, 1905olio su tela,180×180 cm Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma
Giuditta II, 1909 olio su tela, 178×46 cm Galleria internazionale d'arte moderna, Venezia
Antoni Gaudì
Antoni Gaudí y Cornet (Reus, 25 giugno 1852 – Barcellona, 10 giugno 1926) è stato un architetto spagnolo, massimo esponente del modernismo catalano, pur essendo la personalità meno organica a tale movimento artistico di cui comunque condivideva i presupposti ideologici e tematici, completandoli però con una ispirazione personale basata principalmente su forme naturali, che giunse a degli esiti anticipatori dell'espressionismo e di altre avanguardie, compreso il surrealismo. Egli è stato definito da Le Corbusier come il "plasmatore della pietra, del laterizio e del ferro". Quasi tutta l'opera del maestro è legata al capoluogo catalano, città in cui, a cavallo tra XIX e XX secolo, si manifestò un principio di sviluppo industriale ed importanti fermenti culturali, che dettero vita al movimento artistico del modernismo catalano, di cui Gaudí stesso fu il principale esponente. La sua carriera di architetto è caratterizzata dall'elaborazione di forme straordinarie, imprevedibili e oniriche, realizzate utilizzando i più diversi materiali (mattone, pietra, ceramica, vetro, ferro), da cui Gaudí seppe trarre le massime possibilità espressive con una profonda attenzione per le lavorazioni artigianali. La profonda fede cattolica di Gaudí, la sua spiritualità ed il suo peculiare misticismo permeano tutte le sue opere, costellate di motivi simbolici complessi, ricorrenti e spesso non immediatamente evidenti. La sua architettura è una complessità architettonica, la ricerca della sintesi fra statica e plastica. Il suo assioma è che l'architettura crea un organismo, il quale, come tale, deve sottostare alle leggi della natura. Viene qui ripreso il concetto Liberty che la natura non va copiata, ma capita nel suo processo.
I funerali di Gaudì
Drammatiche furono le circostanze della morte di Gaudí. La sera del 7 giugno 1926, terminata la giornata lavorativa, Gaudí si stava recando presso la chiesa di San Filippo Neri per pregare: attraversando distrattamente una strada in pieno movimento, fu travolto da un tram di passaggio e lasciato tramortito sul selciato. Nessuno fu in grado di riconoscere la sua identità, considerato anche il suo abbigliamento piuttosto trasandato e, anzi, alcuni tassisti si rifiutarono persino di condurlo in un ospedale, scambiandolo per un povero uomo. Alcuni passanti, avendo pietà dell'uomo lo trasportarono presso una clinica locale, l'ospedale di Santa Creu, dove fu internato nel reparto dei poveri: l'identità del degente fu ricostruita solo quando alcuni amici, resisi conto della mancanza di Gaudí, vennero a conoscenza del tragico evento. La mattina del 10 giugno, dopo tre giorni di agonia, Gaudí morì. La morte di Antoni Gaudí, «il più catalano dei catalani», fu accolta dalla popolazione catalana come una terribile calamità: innumerevoli furono gli articoli che gli vennero dedicati e, al funerale, la sua salma fu vegliata da una moltitudine di ammiratori e illustri personalità statali che, addensandosi e formando una colonna di quasi mezzo miglio, porsero l'ultimo saluto all'architetto e lo accompagnarono presso la cripta della Sagrada Família, dove fu inumato con il permesso del governo e del papa.
la Sagrada Família
Il Temple Expiatori de la Sagrada Família (tempio espiatorio della sacra famiglia) di Barcellona in Catalogna (1882 -?). I lavori iniziarono nel 1882 sotto il regno di Alfonso XII di Spagna. L'edificio venne iniziato in stile neogotico, ma quando Gaudí subentrò come progettista dell'opera nel 1883, all'età di 31 anni, fu ridisegnato completamente. Per il resto della propria vita Gaudí lavorò alla chiesa, dedicandovi interamente gli ultimi 15 anni. Secondo gli auspici del comitato promotore l'opera potrebbe essere completata, nella migliore delle ipotesi, per il 2026, a 144 anni dalla posa della prima pietra, tuttavia il procedere dei lavori è discontinuo e dipende in larga parte dall'afflusso delle donazioni. Come accaduto per altri progetti destinati a durare uno o più secoli (per esempio la Basilica di San Pietro o il Duomo di Milano) la chiesa è stata consacrata ancora non conclusa, il 7 novembre 2010, da papa Benedetto XVI, che l'ha elevata al rango di Basilica minore.
4 torri Evangelisti Torre di Gesù: 170 m
- FACCIATA DELLA GLORIA (incompleta)
- FACCIATA DELLA NATIVITA' (Gaudì)
- FACCIATA DELLA PASSIONE (Subirachs)
La facciata fu costruita tra il 1894 e il 1930.
Essendo dedicata all'evento gioioso della nascita di Gesù, questa facciata presenta decorazioni di giubilo in cui tutti gli elementi evocano la vita. Si concentra sul lato umano e familiare di Gesù
La facciata della Passione fu iniziata nel 1954 secondo i disegni e le spiegazioni che Gaudí aveva lasciato
la Torre di Gesù, la più alta, 170 metri
La facciata della Gloria è quella principale della chiesa, e per questo sarà anche quella più grande, che darà accesso alla navata centrale. I lavori sono iniziati nel 2002, l'opera è dedicata alla gloria celeste di Gesù, rappresenta il cammino verso l'alto e quindi verso Dio.
dal 31 Ottobre 2025, la Sagrada Familia è l'edificio cristiano più alto al mondo
le 4 torri degli Evangelisti
Le quattro torri compiute (terminate di costruire a settembre 2023) adesso fanno parte integrante dello skyline di Barcellona senza le gru fino ad ora presenti per la loro costruzione. Luci durante la notte illuminano i quattro vertici, che arrivano all’altezza di 135 metri, e rendono una spettacolare atmosfera per chi guarda anche da molto lontano. Il lavoro per completare l’eclettica e mastodontica, unica al mondo, opera figlia del genio di Antoni Gaudî, continua ma senza dubbio questo rappresenta un simbolico traguardo che meritava di essere celebrato. Le altre due torri per gli evangelisti Luca e Marco, già ultimate lo scorso anno, hanno alla loro cima un bue e un leone. Tutte figure opera dello scultore Xavier Medina-Campeny. Una volta ultimato l’intero complesso architettonico, il cui fine lavori è previsto per il 2026, queste torri saranno le terze più alte della chiesa. La torre dedicata a Gesù Cristo sarà sormontata da una croce gigante ed avrà un’altezza di 170 metri rendendo l’edificio il luogo di culto più alto al mondo: anche il completamento di questa torre è previsto per il 2026. La Guglia di Cristo sarà al centro circondata dalle 4 torri degli Evangelisti simboleggiando che i quattro hanno annunciato il messaggio cristiano in ogni parte del mondo.
Casa Batllò
considerata una delle opere più originali del celebre architetto, l'edificio è stato dichiarato, nel 2005, patrimonio dell'umanità dell'UNESCO. Nel 1904 Josep Batlló, altolocato industriale del settore tessile, affidò a Gaudí l'incarico di rimettere a nuovo un modesto palazzo acquistato l'anno precedente sull'arteria principale del quartiere modernista, zona eletta dalla borghesia catalana dell'epoca quale sede dei propri spettacolari palazzi. La costruzione originale era uno spazio molto stretto e allungato e dalla forma rettangolare, che rappresentava sicuramente una sfida per l'architetto catalano. Il lavoro di Gaudí, completato nel 1907, modificò notevolmente l'aspetto dell'edificio, rivoluzionando la facciata principale, ampliando il cortile centrale ed elevando due piani inesistenti nella costruzione originale. Al piano terreno sorgevano le scuderie, destinate successivamente a magazzini, e l'androne comune. Il primo piano del palazzo, il cosiddetto piano nobile, fu destinato ad abitazione della famiglia Batlló mentre negli altri quattro piani furono ricavati otto appartamenti destinati all'affitto. Il disegno della facciata principale cancellò ogni traccia del precedente progetto mantenendo però la originaria disposizione delle finestre. Nella parte bassa della facciata, in pietra arenaria scolpita in forme sinuose, Gaudí concepì dei corpi aggettanti di aspetto zoomorfo e fantastico (motivi ossei), evidentemente ripresi dall'art nouveau e in un certo senso anche dal gotico (si pensi ai corpi pensili delle cattedrali gotiche).
su sei livelli, Passeig de Gràcia, 43, Barcelona
Interno
il retro
Casa Amatller
Passeig de Gràcia, 41
Josep Puig i Cadafalch
Inaugurazione 1900
Casa Milà detta La Pedrera (cava di pietra), fu costruita tra il 1905 e il 1912 su incarico di Roser Segimon e Pere Milà. L'edificio, che occupa un lotto angolare, è composto da sei piani, su ognuno dei quali ci sono otto appartamenti; sono inoltre presenti due cortili interni, che garantiscono elevata luminosità a tutti gli appartamenti. Gaudí progettò l'abitazione mantenendo fede all'indirizzo del modernismo catalano, esaltando appieno il suo spirito innovatore sia per quanto riguarda le strutture che le forme architettoniche e le decorazioni ed adottando come elemento fondante la linea curva, chiaramente zoomorfa e richiamante l'immagine delle onde del mare, che trionfa in svariati motivi presenti nella struttura (facciata, interni, mobili). La facciata esterna dell'edificio è rivestita di pietra grezza; fu proprio questa particolarità che le avvalse l'appellativo de La Pedrera. In effetti l'edificio presenta l'aspetto di parete rocciosa, ondulata, plasmata da forze geologiche, grandioso basamento di una statua alla vergine del Rosario che Gaudí intendeva collocare in sommità. L'intero edificio è quindi privo di linee rette, perfino le piante dei cortili interni e degli appartamenti seguono un disegno curvilineo. Lo sperimentalismo strutturale si manifestò anche al piano interrato con un grande vano coperto con una struttura metallica a "ruota di bicicletta" e nel sottotetto, dove la copertura è sostenuta da un gran numero di archi in laterizio a sezione catenaria, che dopo il recente restauro danno l'idea, dall'interno di una struttura scheletrica ed all'esterno di un paesaggio montagnoso popolato dagli episodi plastici dei camini, dissimulati con sculture dall'aspetto surreale e fantastico. A livello tecnico egli decise fra i primi di utilizzare il cemento armato come elemento base.
Casa Milà
Pianta e cortili
Casa Milà
sezione e arredi
Casa Batllò
Costruito tra il 1900 e il 1914, a carico dell'impresario Eusebi Güell e inaugurato come parco pubblico nel 1926.. Nel 1984 l'Unesco ha incluso il parco Güell nell'elenco dei patrimoni dell'umanità "Opere di Antonì Gaudì". Il Parco Güell è un riflesso della pienezza artistica di Gaudì, appartiene alla sua tappa naturalista (primo decade del XX secolo), periodo in cui l'architetto ha perfezionato il suo stile personale, attraverso l'ispirazione delle forme organiche della natura, perciò ha messo in pratica tutta una serie di nuove soluzioni strutturali originate nella sua profonda analisi della superficie rigata. A questo, l'artista catalano aggiunge una grande libertà creativa e un'immaginativa creazione ornamentale; partendo da tale architettura barocca, le sue opere acquisiscono una grande ricchezza strutturale, di forme e volumi sprovvisti di rigidità razionalista o di una qualsiasi premessa classica. Nel parco Güell, Gaudì ha espresso tutto il suo genio architettonico e ha messo in pratica molte delle sue innovative soluzioni strutturali, emblematiche del suo stile organicista che culminerà nella Sagrada Familia. In cima alla scalinata principale con la fontana a forma di salamandra (simbolo dell'alchimia e del fuoco) si trova la sala ipostila, realizzata come un tempio classico greco. Questa sala, chiamata anche sala delle 100 colonne (benché soltanto 85 siano state completate), si situa sotto la piazza centrale del parco. La piazza è delimitata da un sedile sinuoso come un serpente di 150 m di lunghezza. Su questa panchina straordinaria, seduti in curva, si è al riparo e si vedono i propri vicini, in uno spazio intimo, pur avendo la vista sul resto della panchina.
Parc Güell
Il parco deve il suo nome a Eusebi Güell, ricco impresario catalano membro di un'influente famiglia borghese della città di Barcellona. Uomo dal grande spessore culturale, versato nella letteratura, nelle arti, nelle lingue e nelle scienze, Güell intratteneva un fecondo rapporto professionale e di amicizia con l'architetto catalano. Gaudí ha scelto di collocare l'ingresso principale del parco nella parte più bassa della montagna. Qui si ergono due bizzarri padiglioni di ingresso, casette di fiaba, il primo concepito come luogo di attesa per i visitatori e il secondo contenente l'alloggio per il guardiano.Entro i due fantasiosi padiglioni di ingresso si innesta una monumentale scalinata a doppia rampa impreziosita dalla presenza di una salamandra in ceramica che, con la sua policromia visiva, dà il benvenuto ai visitatori. Oltrepassato questo mostro benigno, che - al di là del primo impatto ludico e giocoso, irradia una simbologia ben precisa, legata al fuoco, all'alchimia e alla prosperità - si giunge alla sala ipostila, risolta come un tempio classico greco caratterizzato dalla presenza di ottantacinque colonne atte a reggere il peso della terrazza soprastante.