l'antica Grecia
gli Etruschi
la Roma imperiale
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prof. Raffaele Cimino
l'antica Grecia...........parte 1
LEZ. 1 - Introduzione, il tempio greco, le piante del tempio, gli ordini architettonici LEZ. 2 - La scultura a tutto tondo, Kouroi e Korai. Dioscuri, Moscoforo, Era di Samo, la ceramica dipinta a figure nere e rosse, il vaso François LEZ. 3 - L'architettura ateniese in età classica, il Partenone: storia, il fregio e la statua di Atene. L'acropoli: l'Eretteo e le cariatidi
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la civiltà greca
Con il termine antica Grecia s'identifica la civiltà sviluppatasi nella Grecia continentale, in Albania, nelle isole del Mar Egeo, sulle coste del Mar Nero e della Turchia occidentale, in Sicilia, sulle zone costiere dell'Italia Meridionale (complessivamente denominate poi Magna Grecia), in Nordafrica, in Corsica, sulle coste orientali della Spagna e quelle meridionali della Francia. La cultura greca, nonostante la conformazione geografica del continente favorisse l'insorgere di molteplici unità politiche a sé stanti (le poleis), fu un fenomeno omogeneo, che interessò tutti i popoli ellenici, accomunate dalla stessa lingua. La cultura greca attribuiva molta importanza alla conoscenza e alla ricerca della verità. Per i greci avvicinarsi alla verità significava avvicinarsi alla divinità; pertanto attribuivano un carattere quasi religioso alla conoscenza e alle scienze. In questo contesto gli antichi greci avevano intuito l'importanza della matematica nella ricerca di una conoscenza più vicina alla verità. Questo spiegherebbe come la civiltà greca sia riuscita, nel giro di pochi secoli e con una popolazione limitata in numero, a raggiungere notevoli traguardi nella filosofia, nella matematica e nelle scienze.
Il mondo greco intorno al 550 a.C.
Cronologia
Periodo di Formazione, Il Medioevo Ellenico, che corrisponde al periodo successivo al crollo della Civiltà Micenea va dalla discesa dei Dori, nel XII secolo a. C. all'inizio del IX secolo. Rappresenta un momento di grave regressione economica e culturale. Però in questo momento compaiono i primi manufatti artistici in cui si delineano i tratti originari dell'arte greca e per questo viene indicato come Periodo di Formazione. l'Età geometrica (XI-VIIsec. a.C.) è il primo tratto del periodo di formazione della Civiltà Greca.
Si assiste ad una ripresa con numerosi manufatti soprattutto ceramici provenienti da diversi centri. il Periodo Orientalizzante, tra il 750 e il 610 a.C. è l'ultimo tratto del Periodo di Formazione, è caratterizzato dall'assimilazione e interpretazione di influssi esterni, soprattutto orientali. Vengono realizzate le prime sculture a grandezza naturale. il Periodo Arcaico dal 610 al 480 a. C. corrisponde ad un momento di grande sviluppo delle città greche, dopo le vittorie delle guerre persiane. Si assiste ad una importante crescita delle città con ripercussioni sul piano urbanistico, architettonico e della produzione artistica. Si definiscono le forme del tempio greco, si realizzano le sculture monumentali e in funzione architettonica. Il Periodo Classico dal 480 al 323 a. C. va dal periodo di Pericle all'epoca di Alessandro Magno, definito dallo storico dell'arte Winckelmann, l'età perfetta, . Gli artisti più noti del periodo classico sono Policleto, Fidia, Prassitele, Skopas, Lisippo. Il Periodo Ellenistico dal 323 al 31 a. C. accompagna il declino della Grecia dalla morte di Alessandro magno alla conquista dei romani. L'arte in questo momento assume accenti spettacolari e si sviluppa uno stile fortemente realistico e ricco di decorazione.
il tempio greco
L'edificio vero e proprio era per i Greci la casa del dio, collocata nella cella (naos). Questa ospitava la statua della divinità, e il sacerdote era l'unico ad averne accesso, mentre il culto si svolgeva su un altare situato davanti al tempio ed all'interno del recinto sacro. L'ingresso all'area sacra poteva essere protetto da propilei (l'ingresso monumentale). Il tempio greco è sempre orientato est-ovest, con l'ingresso aperto verso est. In questa peculiarità si differenzia nettamente dai templi romani che sono invece generalmente orientati nord-sud; posti su di un alto podio (crepidoma) cui si accede mediante un'ampia scalinata da sud. Sulla superficie superiore (stilobate) di una piattaforma, sopraelevata rispetto al terreno circostante, per mezzo di pochi gradini, si elevava la struttura del tempio, caratterizzata dalle colonne. La disposizione delle colonne determina la classificazione dei tipi di pianta del tempio greco, che ci è stata tramandata da Vitruvio (De architectura, 3,2)
Architrave Fregio Cornice
MètopaTriglifo
CAPITELLOFUSTOBASE
le piante del tempio greco
tempio a tholos: quando il tempietto circolare è provvisto di cellatempio in antis: in cui le pareti dei lati lunghi della cella (naos) si prolungano in avanti fino a costituire le cosiddette ante e delimitare lateralmente il pronao; tempio in doppio antis: è un tempio in antis con l'opistodomo nella parte diametralmente opposta rispetto al pronao; tempio prostilo: di fronte al pronao è presente un colonnato antistante; tempio anfiprostilo: sia la fronte che il retro presentano il colonnato; tempio periptero: un colonnato quadrangolare (PERISTASI) circonda tutti e quattro i lati della cella; il Partenone appartiene a questa tipologia tempio pseudoperiptero: caratterizzato da una peristasi costituita da semicolonne addossate ai muri esterni della cella e da una fila aggiuntiva di colonne ma solo sui lati corti. La cella poteva in tal modo essere realizzata con una maggiore ampiezza; tempio diptero: il porticato quadrangolare (peristasi) presenta, anche sui lati lunghi, una doppia fila di colonne; tempio pseudodiptero: caratterizzato da una prima fila di semicolonne addossate ai muri esterni della cella, da una fila aggiuntiva di colonne su tutti e quattro i lati e da una terza fila solo sul lato anteriore.
il fusto
Il fusto è SCANALATO e RASTREMATO verso l’alto e a circa 1/3 della sua altezza la colonna presenta un rigonfiamento (éntasi), la cui funzione è quella di correggere la percezione ottica della colonna che altrimenti sembrerebbe innaturalmente sottile. Esso ha da 20 scanalature a spigoli vivi (ORDINE DORICO) poco profonde, che esprimono una spinta ascendente e accentuano l’effetto chiarosCURO
1/3
i rocchi
Un rocchio è ciascuno dei blocchi di pietra, a forma cilindrica, che possono comporre il fusto di una colonna. Nell'architettura greca i fusti erano quasi sempre costituiti da rocchi sovrapposti, mentre nell'architettura romana sono frequenti anche i fusti monolitici, scolpiti cioè in un unico blocco di marmo. Per assicurare la stabilità del fusto, i rocchi, sovrapposti l'uno all'altro, erano tenuti uniti da perni metallici, inseriti in un foro centrale, o in tre fori disposti a triangolo, sulle superfici di appoggio del rocchio, fissati con colate di piombo fuso. Dopo che il fusto era stato costruito venivano eseguite le lavorazioni della superficie, e in particolare le scanalature.
ricostruzione
gli ordini architettonici
Un ordine architettonico è uno degli stili sviluppatisi a partire dall'architettura classica, e successivamente codificati dalla cultura architettonica, ognuno distinto da proporzioni e profili e dettagli caratteristici, generalmente riconoscibili dal tipo di colonna, o per meglio dire dall'insieme coordinato di elementi architettonici teso a costituire un completo sistema trilitico, i cui elementi caratterizzanti sono principalmente la colonna con il rispettivo capitello e la sovrastante trabeazione. I tre stili principali sono dorico, ionico e corinzio. La prima codificazione degli ordini architettonici che ci è pervenuta è contenuta nel trattato in dieci libri De architectura di Vitruvio che dedicò buona parte del secondo, terzo e quarto libro alla descrizione dei tre ordini di origine greca (dorico, ionico, corinzio). Tali ordini sono stati infatti sviluppati nell'architettura greca: il dorico e lo ionico a partire dalle sue origini, al momento delle prime realizzazioni in pietra, diffondendosi già dal VI secolo a.C., con una prevalenza del dorico nella Grecia continentale e nelle colonie della Magna Grecia e dello ionico e eolico nelle città greche dell'Asia Minore, odierna Turchia.
L'ordine architettonico si basa su rapporti proporzionali: si basa su un sistema di regole (canoni) che stabilisce i rapporti proporzionali tra ogni singola parte del tempio greco con ogni altra singola parte del tempio. Gli ordini architettonici, liberi (con colonne o pilastri) o addossati ad una parete (con semicolonne), sono costituiti da elementi di sostegno verticali (colonna) e da un elemento orizzontale (trabeazione). A sua volta la colonna si compone di diversi elementi: (capitello, fusto, base), e così anche la trabeazione (cornice, fregio, architrave). A seconda principalmente del tipo di capitello, gli ordini si distinguono in: dorico, ionico e corinzio, in Grecia, con l'aggiunta del tuscanico e del composito a Roma.
ordine dorico
Base mancante: il fusto della colonna poggia direttamente sulla parte di pavimento chiamata stilobate (l'ultimo dei tre gradini). Il fusto della colonna è rastremato, cioè va restringendosi verso l'alto. Il profilo della colonna non è costituito da una linea retta, ma da una leggermente curva che elimina l'effetto della rigidità. Fusto scanalato dorico: le scanalature si incontrano formando un angolo vivo. Esse sono 20 come negli ordini ionico e corinzio. Capitello dorico formato da abaco più echino. L'echino, nell'età arcaica si presenta schiacciato, sporgente e rigonfio. Mentre nell'età classica si presenta con una forma a tronco di cono. L'abaco ha la forma di un parallelepipedo a base quadrata. Architrave liscio. Fregio suddiviso in metope, riquadri piani decorati a pittura o a rilievo, e triglifi, elementi più sporgenti solcati da scanalature (in teoria tre, da cui il nome tri-glifo). Cornice con una parte superiore più sporgente, decorata sulla superficie inferiore. Conclude la cornice l'acroterio e la doccia.
<collarino
ordine ionico
Base presente: la base può assumere forme diverse a seconda del luogo e del periodo, la più nota e comune è, comunque, quella detta "base attica", dal luogo in cui è stata utilizzata per la prima volta (Toro, Trochilo, Toro). Fusto scanalato con le scanalature separate da listelli e non a spigolo vivo.
Capitello ionico con volute ad angolo.
Architrave suddiviso in fasce, ciascuna leggermente sporgente rispetto a quella inferiore, e coronato superiormente da modanature. Fregio continuo.
Cornice decorata con dentelli.
ordine corinzio
Base presente. Fusto scanalato come nell'ordine ionico. Capitello corinzio, forma a cesto con foglie di acanto;
Architrave come nell'ordine ionico.
Fregio continuo come nell'ordine ionico. Cornice come nell'ordine ionico.
La scultura greca arcaica
La scultura greca arcaica si sviluppò nel mondo ellenico tra il VI secolo a.C. e il 480 a.C. In quest'epoca la produzione più abbondante è quella dei kouroi (fanciulli) e delle korai (fanciulle), figure umane giovanili, rispettivamente maschili e femminili, al culmine dello sviluppo intellettuale e fisico, non ancora toccato dalla decadenza. Se è chiaro che esse fossero destinate all'ambito religioso, l'esatta funzione di queste statue non era univoca e variava nei diversi ambiti geografici: erano rappresentazioni di divinità, di offerenti, di protettori di un defunto, o magari di atleti: anche questi ultimi infatti celebravano competizioni sportive in onore degli dei. Le statue potevano essere poste in un santuario, dono della comunità o di un privato alla divinità, potevano rappresentare il dio stesso, il dedicante, o soltanto un'immagine umana bella e perfetta; potevano essere poste in una tomba e potevano essere immagini del defunto. Le forme e le movenze del corpo sono semplificate e ridotte, le statue sono in piedi, spesso a grandezza naturale o quasi naturale, con una gamba avanzata (generalmente la sinistra) ad indicare il movimento, ma ancora irrigidite e con il tipico sorriso arcaico. Vengono utilizzati il marmo o la pietra locale o, ancora, la terracotta: le tecniche di fusione del bronzo, infatti, non consentivano ancora la realizzazione di statue di grandi dimensioni.
Kouros (singolare) - Kouroi (plurare) Kore (singolare) - korai (plurare)
I Giochi olimpici nacquero in Grecia nel 776 a.C. nella città sacra di Olimpia per rendere omaggio agli dei.
testa eretta.fronte schiacciata,capelli raccolti a trecce occhi allungati
sorriso arcaico
staticità, visione frontalebusto a forma di trapezio
con un braccio sorregge qualcosa (es. un dono o un cesto)
braccia stese lungo i fianchipugni serrati
abbigliata con un peplo o chitone o un mantello (himation)
muscolatura tozza
gamba sinistra avanzata(passo falso)
caratteristicheKouros - Kore
i Dioscuri
Le due sculture di Delfi, ritrovate durante gli scavi del 1893 e 1894 nel santuario di Delfi, identificate grazie alle iscrizioni sulle basi, appartengono alla scuola dorico-peloponnesiaca. Sulla parte superiore di un plinto l'iscrizione incompleta si trova la firma dello scultore Polimede di Argo. Sulla seconda base, rinvenuta nel 1907, sono state riconosciute alcune lettere interpretate come il nome di Bitone. Cleobi e Bitone erano due giovani eroi che si sacrificarono per la dea Era (Giunone per i romani, madre di tutti gli dei, moglie di Zeus). L'identificazione della coppia come Kleobis e Biton venne rettificata associando le due statue ai Dioscuri, Càstore e Pollùce, due personaggi della mitologia greca, figli gemelli di Zeus e di Leda, conosciuti soprattutto come i Diòscuri. Le due statue rappresentano uno dei migliori esempi di kouros "dorico": sono nude, statiche, col volto squadrato e schiacciato, la testa sovradimensionata, le braccia lungo il corpo, i pugni chiusi, le rispettive gambe sinistre avanzate e le trecce ricadenti davanti alle spalle. In più presentano una muscolatura abbastanza tozza, in particolare i polpacci, le braccia leggermente flesse, gli occhi a mandorla (segno evidente degli influssi egizi), una fronte bassa e arcate sopraccigliari evidenti. Le due statue sono state scolpite rendendo la parte frontale predominante sulle altre (quelle laterali e posteriore);
Polimede di Argo, i Dioscuri, 585 a.C. circa marmo, h 216 cm Museo archeologico, Delfi
Leda e il cigno
Dettagli del mito Zeus, tramutandosi in un cigno, si accoppiò con Leda. La stessa notte, Leda ebbe un rapporto con suo marito Tindaro. Da queste due unioni nacquero quattro figli, ma da due uova deposte da Leda: da un uovo nacquero Polluce (il semidio) e Elena (futura moglie di Menelao) (figli di Zeus). Dall'altro uovo nacquero Castore (mortale) e Clitennestra (figli di Tindaro). Castore e Polluce sono spesso citati insieme come Dioscuri e, nonostante la differenza di paternità, vengono entrambi considerati divinità o eroi semidei, che vivono eternamente nel cielo come la costellazione dei Gemelli.
Francesco Melzi, allievo prediletto di Leonardo, che si ispira al maestro per la sua “Leda col Cigno” datata 1505-1507
Figli di Zeues
Giove ebbe 139 figli, nell'unione con divinità e donne mortali;
Tra essi possiamo citare Apollo e Artemide, Ermes, Efesto, Persefone, Dioniso, Minosse, Elena, Castore e Polluce, Perseo, Sarpedonte, le Muse, le tre Grazie, Eris, Atena, le Ore, Eracle.
il Moscoforo
In questa scultura viene rappresentato un uomo, che porta sulle spalle un vitello, potrebbe trattarsi del vincitore di una gara che aveva come premio un vitello o di un sacrificio in onore della dea. La figura originariamente era policroma, con occhi di pasta vitrea, avorio e osso. Il viso dell'uomo presenta il cosiddetto sorriso arcaico e lo sguardo diritto, opposto allo sguardo abbassato del vitello. I muscoli sono ben torniti ed hanno una superficie fluida e levigata, collegata alle cadenze lineari del sottilissimo mantello che ricade con due lembi decorativi sul davanti. Da notare la disposizione chiastica delle braccia del giovane e delle zampe del vitello sulle sue spalle, che contribuisce a serrare il rapporto tra le due figure, le partiture orizzontali dell'addome e le forme corporee (specie delle spalle) ben definite, il mantello che addolcisce le linee e crea una continuità tra il gomito e il bacino in una morbida linea di contorno. La struttura prevalentemente cubica del kouros greco sembra per la prima volta smorzarsi in una maggiore volontà di lavorazione a tutto tondo.
Autore: sconosciuto 570-560 a.C. circa, marmo, h 162 cm Museo dell'Acropoli, Atene
Hera di Samo
La statua riassume in sé tutte le caratteristiche della scultura ionica: la forma quasi cilindrica della figura viene enfatizzata dalle pieghe verticali e dritte del chitone ionico, mentre il mantello (himation) obliquo è animato dal movimento del braccio che viene portato al petto, attributo della dea. Forse anticamente la mano sollevata teneva una melograna. Nonostante la forma cilindrica, simile a una colonna, i volumi suggeriti dalle vesti eliminano l'idea di immobilità, conferendo alla figura un'aria di ieratica maestà. la struttura compatta è ingentilita dalla sinuosità della linea di contorno. La mano sinistra, scomparsa, probabilmente teneva un dono votivo, in questo caso si pensa un melograno. La kòre, che rappresenta la dea Era (Giunone) o una giovane sacerdotessa che reca offerte al tempio della dea, è formata da una base cilindrica sulla quale si posa il busto nascosto da un himation dal quale esce solo un braccio (è pervenuta acefala e senza il braccio sinistro). Le scanalature sul chitone e quelle sull'himation, da cui nasce l'idea della colonna scanalata del tempio greco, mostrano come la luce si identifichi con la materia nel momento del contatto con questa
CHITONETunica senza maniche, confezionata con un telo cucito come un sacco senza fondo fermato sulle spalle da due spille.
PEPLOPanno di lana fissato al fianco da una cintura che forma le tipiche pieghe, normalmente aperto su un lato (il destro) e fermato sulla spalla da spille.
Autore: sconosciuto, 570-560 a.C. circa marmo, Altezza 192 cm Louvre, Parigi
La ceramica dipinta a figure nere
La ceramica a figure nere è una delle tecniche che venivano impiegate per la decorazione della ceramica greca e di quella dell'Antica Roma. Le figure nere furono introdotte a Corinto all'inizio del VII secolo a.C. ad Atene la nuova tecnica venne adottata senza riserve solo intorno alla metà del VII a.C., si sviluppò pienamente nell'ultimo quarto (dal 625 a.C.) e raggiunse il suo livello più alto nel secolo successivo. A partire dal 530 a.C., fu gradualmente sostituita dalla tecnica detta a figure rosse.
Le figure venivano dipinte sulla superficie argillosa del vaso con un impasto di acqua e argilla arricchita di ossidi di ferro; a questa prima fase della lavorazione si aggiungevano in un momento successivo, tramite incisione con strumenti appuntiti, i dettagli delle figure, che venivano ad essere costituiti dall'emergere del colore proprio del fondo. Altri particolari potevano essere aggiunti tramite pigmenti rossi o bianchi. L'ultima fase era il processo di cottura, con la quale gli ossidi di ferro assumevano un colore nero lucido. A Corinto dopo l'introduzione delle incisioni vennero subito aggiunti i dettagli rossi, mentre il bianco divenne comune molto più tardi;
La ceramica dipinta a figure rosse
La ceramica a figure rosse fu una tecnica per la decorazione di vasi in terracotta introdotta ad Atene nel 530 a.C. dove sostituì gradualmente la più antica tecnica della ceramica a figure nere. I nuovi ceramografi a figure rosse che si erano formati nello stile a figure nere continuarono ad utilizzare per circa trent'anni la vecchia tecnica, spesso adoperandole entrambe su uno stesso vaso (ceramica bilingue). Nei primi trenta anni del V secolo a.C. la tecnica raggiunse in Attica la sua massima espressione e da questo momento iniziò una fase di declino che la condusse già alla metà del secolo ad uno stile ormai accademico e manieristico, l'esito della guerra del Peloponneso nel 404 a.C. privò Atene del florido mercato in occidente e la ceramica attica a figure rosse terminò la propria parabola discendente intorno al 300 a.C. Le figure rosse attiche furono popolari in tutto il mondo greco, imitate e mai eguagliate; fu solo a ovest tuttavia, nel sud Italia, che diedero luogo a produzioni indipendenti nel terzo quarto del V secolo a.C. ad opera di artisti inizialmente formati nella tradizione attica.
il Vaso François
Vaso François è il nome convenzionale attribuito, dal nome dell'archeologo che lo scoprì nel 1845 a Chiusi, ad un cratere a volute a figure nere di produzione attica, capolavoro della ceramografia arcaica, datato intorno al 570 a.C. Si tratta del più antico cratere a volute attiche conosciuto. Le sue dimensioni si sviluppano su un'altezza di 66 cm e un diametro massimo di 57 cm. La decorazione comprende la raffigurazione di scene mitologiche o decorative, i cui temi sono incentrati sul ciclo narrativo del personaggio di Achille (e dei suoi genitori Peleo e Teti). Le scene si dispiegano su sette registri sovrapposti. Sono presenti 270 figure e 130 iscrizioni. La narrazione si dipana linearmente su ciascuna banda, in senso antiorario , fluida e narrativa, priva di ogni rigidità. Il Vaso François si pone all'inizio del periodo maturo delle Figure Nere attiche, ma allo stesso tempo ha in sé qualcosa del periodo precedente: l'uso del porpora per i volti degli uomini e la stesura del bianco direttamente sull'argilla (quest'ultima causa della perdita del pigmento) ne sono alcuni aspetti.
Kleitias (ceramografo) e Ergotimos (ceramista)
570 a.C. ceramica a figure nere, 66×57 cm Museo archeologico nazionale, Firenze
le nozze di Peleo e Teti
La fascia principale è sulla zona della massima espansione del vaso e ne occupa tutta la circonferenza: essa concerne la rappresentazione di uno dei matrimoni più famosi del mito greco, le Nozze di Teti e Peleo, i futuri genitori di Achille. Fu proprio durante questa festa nuziale che sorse la disputa tra le dee che condusse al giudizio di Paride e quindi all’amore di Elena, da cui ebbero effetto la guerra di Troia e la morte di Achille. Il pomo della discordia o mela della discordia è, secondo il mito, la mela lanciata da Eris, dea della discordia, sul tavolo dove si stava svolgendo il banchetto. La dea Eris, per vendicarsi del mancato invito alla festa, incise sul pomo la frase Alla più bella, causando così una lite furibonda fra Era, regina degli dei, Afrodite, dea della bellezza, e Atena, dea della saggezza. Le tre dee andarono da Zeus, ma lui si astenne dal pronunciare il giudizio su chi fosse la più bella. Fu chiesto allora il parere di Paride, principe di Troia, al quale, pur di ingraziarsene il giudizio, le tre dee promisero svariate ricompense: Atena gli promise che non avrebbe mai perso una guerra ed Era gli avrebbe invece conferito poteri immensi. Paride scelse però come vincitrice Afrodite, che gli aveva promesso l'amore di Elena, la donna più bella della terra. Sarà questa la causa scatenante della guerra di Troia, evento a cui saranno dedicati i poemi epici del ciclo troiano, tra cui l'Iliade.
È il 9 settembre 1900. È una fresca giornata di settembre quando il nostro vaso sente avvicinarsi voci sempre più alte e concitate: alla fine arrivano in sala due custodi che litigano animatamente; i toni salgono e anche la rabbia: uno dei due afferra uno sgabello di legno e lo scaglia contro il collega. Ma questi si sposta e lo sgabello si schianta contro la sua vetrina.
Il cratere va in frantumi, ancora una volta: in 638 pezzi per la precisione.
L'architettura ateniese in età classica
L'architettura greca classica viene in genere collocata dal 480 a.C. al 400 a.C., periodo che coincide con la costruzione degli edifici più importanti dell'Acropoli di Atene, nei quali le tendenze e le capacità sviluppate del periodo arcaico trovarono un vertice di equilibrio, bellezza e armonia. La grande fioritura architettonica di Atene coincise con un periodo di ricchezza e pace del governo di Pericle, durante il quale molte discipline artistiche raggiunsero l'apogeo: la scultura, la pittura, la filosofia, la tragediografia.
il Partenone
Il Partenone, costruzione iniziata nel 447 a.C., è un tempio greco, octastilo, periptero (un colonnato quadrangolare circonda tutti e quattro i lati della cella) di ordine dorico che sorge sull'acropoli di Atene, dedicato alla dea Atena. È il più famoso reperto dell'antica Grecia; è stato lodato come la migliore realizzazione dell'archite,ttura greca classica e le sue decorazioni sono considerate alcuni dei più grandi elementi dell'arte greca. Il Partenone è un simbolo duraturo dell'antica Grecia e della democrazia ateniese ed è universalmente considerato uno dei più grandi monumenti culturali del mondo. Il nome Partenone si riferisce all'epiteto parthenos della dea Atena, che indica il suo stato di nubile e vergine, nonché al mito della sua creazione, per partenogenesi, dal capo di Zeus. All'interno del Partenone si ergeva la monumentale statua di culto crisoelefantina (da chrysós, "oro" ed eléphas, "avorio") raffigurante Atena Parthénos e ospitata nella cella orientale. Il Partenone è stato costruito dagli architetti Ictino, Callicrate, sotto la supervisione di Fidia, dirigente sommo di tutti i lavori: di Fidia fu la concezione della decorazione figurata, la creazione dei modelli, l'organizzazione dell'officina e il controllo della realizzazione con intervento personale nelle parti più impegnative.
Caratteristiche del tempio in base al numero di colonne sul fronte
TETRASTILO
ESASTILO
OCTASTILO
Storia dell'edificio
Il Partenone sopravvisse come tempio di Atena per un migliaio di anni. In epoca bizantina, il Partenone fu convertito in chiesa dedicata a Maria. La conversione del tempio in chiesa richiese la rimozione delle colonne interne e di alcuni dei muri della cella, e la creazione di un'abside nella facciata orientale. La riscoperta del Partenone come monumento antico risale al periodo dell'Umanesimo; Nel 1456, Atene cadde sotto gli Ottomani ed il Partenone fu trasformato in moschea. Gli Ottomani generalmente rispettarono gli antichi monumenti sui propri territori, e non distrussero le antichità di Atene. Il Partenone subì la maggiore distruzione nel 1687, quando i Veneziani, attaccarono Atene. Gli Ottomani fortificarono l'Acropoli ed usarono l'edificio come magazzino di polvere da sparo. Un colpo di bombarda veneziana, fece esplodere il magazzino e la costruzione fu parzialmente distrutta. Ogni struttura rimasta all'interno del tetto fu distrutta, ed alcune delle colonne, particolarmente sul lato sud, furono distrutte. Le sculture furono rovinate pesantemente. Molte caddero per terra e più tardi i loro pezzi furono usati come souvenir. Nel 1801, l'ambasciatore britannico a Costantinopoli, Lord Elgin, ottenne il permesso dal Sultano per fare stampi e disegni delle antichità sull'Acropoli. Lo interpretò come permesso di prendere tutte le sculture che avrebbe potuto trovare. Egli assunse gente del luogo per staccare le metope dalla costruzione. Oggi queste sculture sono al British Museum. Altre sculture del Partenone sono al Museo del Louvre a Parigi ed a Copenaghen. La maggior parte di quelle restanti è conservata ad Atene, al Museo dell'Acropoli, situato ai piedi della collina, a poca distanza dal Partenone. Qualcun'altra può essere ancora vista sull'edificio stesso.
Il governo greco ha insistito per molti anni sul fatto che le sculture al British Museum debbano essere riportate in Grecia. Il British Museum ha tenacemente rifiutato di considerarlo e i governi britannici sono stati contrari a forzare il museo in questo senso. Il Partenone, insieme agli altri edifici sull'Acropoli, è oggi uno dei siti archeologici più visitati in Grecia.
British Museum
Londra
Il conte Thomas Bruce di Elgin ottenne dalla Sublime porta che governava la Grecia il permesso di prendere le statue e portarle a Londra.
Dal 1801 al 1812 gli uomini di Elgin rimossero circa la metà delle sculture che si erano rovinate, insieme ad elementi architettonici e scultorei dei Propilei e dell'Eretteo. I marmi furono trasportati via mare in Gran Bretagna. Alcuni paragonarono le azioni di Elgin ad atti di vandalismo o saccheggio. A seguito di un dibattito pubblico in Parlamento i marmi vennero acquistati legalmente dal governo britannico nel 1816 e trasportati al British Museum, dove ora si trovano esposti nella galleria Duveen, costruita appositamente per essi.
il fregio
Le novantadue metope doriche (realizzate da Fidia e da suoi allievi) furono scolpite come altorilievi. Le metope del lato EST del Partenone, sopra l'entrata principale, raffigurano la Gigantomachia (la lotta degli dei dell'Olimpo contro i Giganti). Sul lato OVEST, le metope mostrano l'Amazzonomachia (la mitica battaglia degli Ateniesi contro le Amazzoni). Le metope del lato SUD mostrano la Centauromachia (in lotta contro i Lapìti, popolo leggendario della Tessaglia). Sul lato NORD del Partenone, l'argomento sembra essere la Guerra di Troia. Parecchie metope rimangono ancora sull'edificio ma con l'eccezione di quelle del lato nord, che sono seriamente danneggiate. Alcune di esse sono situate al museo dell'Acropoli, altre, più numerose, sono al British Museum, una può essere ammirata al museo del Louvre ed un piccolo frammento è conservato al museo archeologico di Palermo. L'intero fregio marmoreo è stato scolpito in altorilievo da Fidia e dai collaboratori della sua bottega. Il fregio continuo era lungo 160 metri di cui ne sopravvivono 130, circa l'80%, dislocati oggi in vari musei europei.
la statua di Atena
La statua crisoelefantina raffigurante Atena Parthenos, fu scolpita da Fidia nel 438 a.C., anno in cui raggiunse il culmine della sua fama. Alta oltre 12 metri, era collocata nella cella del Partenone, il tempio principale dell'Acropoli di Atene che proprio da essa prese il nome. Della statua rimangono solo delle copie in scala molto ridotta. Dalle piccole copie sopravvissute è possibile ricostruire l'aspetto della statua: sul braccio destro della dea, sostenuto da una colonnetta, si trovava la dea Nike, che simboleggiava le molte vittorie conseguite, mentre il sinistro reggeva una lancia e poggiava su uno scudo, ornato sul lato esterno dalle scene di amazzonomachia e su quello interno da una gigantomachia. Tale scudo aveva un diametro di quattro metri, e nascondeva il serpente Erittonio, sacro ad Atena. I sandali rappresentavano scene di centauromachia. La dea indossava il peplo, contraddistinto da pieghe profonde, chiuso con una decorazione che rappresentava Medusa* e lo scudo che spesso è presente nelle sue raffigurazioni, ornato al centro dalla testa di una Gorgone. Sulla testa la dea vestiva un elmo crestato con un cavallo raffigurato sopra di esso. Sui tre cimieri si trovano anche una sfinge, che rappresenta la grande sapienza degli Egizi, e dei grifi alati (Animali fantastici, genericamente con becco e ali d'aquila e corpo di leone).
*Narra la leggenda, che Medusa fu trasformata in mostro da Atena, come punizione per aver giaciuto con (o per essere stata violentata da) Poseidone in uno dei suoi templi, mentre secondo altre versioni ancora, Atena era avversa a Medusa perché quest'ultima aveva osato competere con lei in bellezza.
l'Acropoli di Atene
L'acropoli (termine derivato dal greco "akros", alto, "polis", città) che originariamente indicava la parte più alta della polis greca. Estendendone il significato, può essere chiamata "acropoli" la parte più eminente e fortificata di un'antica città. Atene si può considerare la più rappresentativa delle acropoli greche. È una rocca, spianata nella parte superiore, che si eleva di 156 metri sul livello del mare. Durante l'epoca di Pericle, per celebrare la vittoria sui Persiani e il primato politico, economico e culturale di Atene, fu realizzata la ricostruzione dell'acropoli, con la costruzione del Partenone, dei Propilei e in seguito dell'Eretteo e del Tempio di Atena Nike. Nell'Ottocento iniziarono i primi scavi e restauri dei templi, che portarono a scoperte clamorose, come le famose statue arcaiche di fanciulle, le Korai. La maggior parte dei ritrovamenti è esposta nel Museo dell'acropoli di Atene. L'Eretteo è opera dell'architetto Filocle.
Venne costruito per la necessità di ospitare i diversi culti tradizionali, collocati su un'area con un forte dislivello determinò una pianta insolita. Il tempio è prostilo (ovvero con colonne nella parte anteriore). L'interno era suddiviso in due celle a livello diverso e non comunicanti tra loro, un vestibolo comune dava accesso a due vani gemelli che ospitavano i culti di Poseidone e del mitico re Eretteo. Al corpo centrale si addossano la loggia con le Cariatidi.
Acropoli di Atene
Eretteo
loggia delle Cariatidi
Secondo l'architetto romano Vitruvio, che ne parla già all'inizio del primo libro del suo De Architectura, il nome (karyatis) significherebbe "donna di Karya": le donne di quella città del Peloponneso sarebbero infatti state rese schiave, pur mantenendo le loro vesti e attributi matronali, dopo la sconfitta e la distruzione della loro patria, come punizione per l'appoggio fornito ai Persiani. In seguito gli architetti greci le avrebbero raffigurate come sorreggenti il peso dell'edificio, per tramandare il ricordo dell'evento. Le stesse celeberrime cariatidi dell'Eretteo, sull'Acropoli di Atene, a cui probabilmente Vitruvio aveva pensato, non sembrano tradire la fatica derivante dal reggere il peso ma sembrano piuttosto rappresentare delle imperturbabili korai. Cinque delle Cariatidi originali sono conservate nel Museo dell'Acropoli di Atene, mentre una è conservata al British Museum di Londra dopo essere entrata a far parte dei “Marmi di Elgin” Le cariatidi dell'Eretteo vennero in seguito copiate nelle epoche successive dal gusto romano, dal Barocco fino ai giorni nostri.
British Museum - Londra
Museo dell'acropoli di Atene
Sanremo 1993
Gaetano Castelli Scenografo
l'antica Grecia...........parte 2
LEZ. 1: Lo stile severo, la ponderazione, l'efebo di Crizio, l'auriga di Delfi, Zeus di Capo Artemisio, la fusione a cera persa...pag. 43 LEZ. 2: l'età classica - introduzione ai bronzi di Riace...pag. 60 LEZ. 3:
i bronzi di Riace (video) LEZ. 4: Mirone: il discobolo, Policleto: il Doriforo; Prassistele: Apollo Sauroctono, Afrodite di Cnidia, Venere capitolina...pag.70 LEZ. 5: Skopas, la menade danzante; Lisippo: L'apoxiomenos, Eracle a riposo; la Nike di Samotracia; il Laocoonte...pag.84
scansione cronologica della scultura greca
ellenistico
Arcaico
classico
La scultura greca arcaica si sviluppò nel mondo ellenico tra la seconda metà del VII secolo a.C. e il 480 a.C., anno in cui venne distrutta l'Acropoli di Atene dai Persiani.
La scultura greca classica è quella manifestazione artistica del mondo ellenico che va convenzionalmente dal 450 a.C. circa al 323 a.C. (circa) molto vicino alla morte di Alessandro Magno.
La scultura ellenistica è la produzione nell'ambito dell'arte plastica del mondo ellenico che convenzionalmente si data dal 323 a.C. (morte di Alessandro Magno), al 31 a.C. (battaglia di Azio e caduta dell'ultimo regno ellenistico).
STILE SEVERO
Lo stile severo è una fase della scultura greca databile tra il 480 e il 450 a.C., ovvero il periodo di transizione tra l'arcaico maturo e il pieno classicism
Lo stile severo
(480 a.C - 450 a.C)
Lo stile severo è una fase della scultura greca databile tra il 480 e il 450 a.C., ovvero il periodo di transizione tra l'arcaico maturo e il pieno classicismo. Parallelamente alla ricerca di un maggiore realismo anatomico nelle singole figure, si sperimenta una minore rigidità nella disposizione delle figure nello spazio e nei rapporti spaziali tra una figura e l'altra. Tra gli scultori il materiale prediletto era il bronzo: le statue bronzee ottenute con la tecnica della fusione a cera persa riproducono esattamente i modelli in terracotta o argilla e questo materiale rendeva possibile una sperimentazione compositiva e formale altrimenti impensabile. L'esito di particolare equilibrio, di "misura", tra reale e ideale a cui giunse l'arte greca nel periodo "severo" dovette arrestarsi di fronte ad una nuova manifestazione artistica, quale si diede a partire dalla metà del V secolo a.C., detta classico maturo; l'attenzione agli aspetti psicologici, agli atteggiamenti e ai "tipi" umani tornerà nel periodo ellenistico, ma dotata ormai di valenze culturali differenti. Il canone (regola) viene definito come l'insieme di norme rigorose che hanno lo scopo di ottenere un equilibrio compositivo in modo da giungere ad opere che appaiano perfette e armoniosamente proporzionate.
La ponderazione è una delle regole del canone dell'arte greca. Consiste nel bilanciamento del peso del corpo sugli arti inferiori;
il chiasmo è la corrispondenza fra gli arti superiori ed inferiori, per esempio, al braccio destro in tensione corrisponde la gamba sinistra in tensione e viceversa.
Già Cicerone e Quintiliano, parlando dell'arte di questi anni, giudicarono le sculture "rigide e dure", seguendo un'interpretazione evoluzionistica della storia dell'arte, con la fase "severa" quale preparazione all'arte classica
Dioscuri, 585 a.C. dettaglio
Auriga di Delfi, 475 a.C. dettaglio
110 anni
di differenza
scultura arcaica e scultura severa
differenze
Efebo di Crizio
(originale greco)
La statua frequentemente denominata Efebo di Crizio, fin dal suo rinvenimento, è stata accostata, su base stilistica, alla bottega di Crizio e la sua importanza consiste nell'essere la più antica testimonianza del passaggio stilistico che determinò l'abbandono, nella scultura greca, degli stilemi arcaici in favore di una struttura maggiormente organica della figura umana, convenzionalmente indicato nel passaggio dal tardo arcaico allo stile severo, e che sarebbe giunto, nell'arco di qualche decennio, agli esiti canonici policletei. Il torso e la testa furono trovati in siti differenti e in periodi differenti. Crizio. artista molto attivo in quei decenni fu maestro di Mirone, la statua originale in marmo presenta Il volto è ancora rigidamente simmetrico, il cranio non ha più forma appiattita, ma assume una nuova sfericità, poderoso e rotondo osso mascellare, naso dal dorso largo e appiattito, non più sottile, occhi fatti con la pasta vitrea colorata (ora persa). L'acconciatura è tipicamente severa: lunga treccia che avvolge il capo, la posizione stante con le gambe tirate ed aperte a compasso non viene più rappresentata, la gamba destra avanza, a cui corrisponde abbassamento lieve del bacino, si assiste ad'una modificazione per la prima volta della simmetria delle anche e alla rotazione del bacino. Le proporzione tra le parti del corpo non sono ancora perfette, la massa muscolare si presenta morbida, e rotonda (petto, gambe), nel torace non c’è più nulla di disegnato, modellato secondo la luce.
Crizio, Efebo - 480 a.C. marmo, h 86 cm Museo dell'Acropoli, Atene
Efèbo era detto, nella Grecia antica, il giovane che apparteneva alla classe di età detta "efebìa"; il nome (in greco antico: éphebos, in latino: ephēbus), deriva da hèbe, la giovinezza.
La statua è priva degli avambracci, del piede e della caviglia sinistra, della gamba destra e degli occhi. Risultano danneggiati il naso, il mento, le guance e il collo. La gamba destra è avanzata e rilassata, il peso del corpo è caricato sulla gamba sinistra e sempre verso sinistra si inclinano le anche. La testa è girata verso destra e leggermente inclinata verso il basso. Entrambi i piedi avevano con ogni probabilità la pianta interamente appoggiata alla base, essendo il tallone rialzato nelle figure stanti innovazione testimoniata a partire dall'epoca policletea intorno al 450-440 a.C. La capigliatura dell'efebo, non è comune prima del 480 a.C. e allontana la statua dalla precedente identificazione con un atleta, avvicinandola alla rappresentazione di un dio o di un eroe
Zeus di Capo Artemisio
(originale greco)
Fu ritrovata nei fondali marini antistanti capo Artemisio, ed è una delle pochissime opere bronzee originali che ci sono giunte. l ritrovamento della statua avvenne nel 1926. Essa si trovava nei pressi di un relitto di una nave di origine romana, una delle tante navi che all'epoca solcavano quei mari per portare elementi di arte greca verso Roma. La mancanza però di opere certe e l'inesistenza di accenni diretti al dio di Capo Artemisio rendono impossibile formulare un'attribuzione sicura. La statua rappresenta una figura maschile nuda protesa nel lancio di qualcosa in avanti: guardando il busto frontalmente, le gambe sono saldamente poggiate a terra e ruotate verso sinistra. Il peso del corpo è sulla gamba sinistra e con quella destra, invece, cerca di darsi la spinta. Le braccia sono entrambe distese all'altezza delle spalle e il volto è ruotato sempre verso sinistra fissando un obiettivo. Il braccio sinistro è nell'atto di prendere la mira e quello destro è teso indietro, ma non è chiaro cosa la statua dovesse tenere nella mano destra, forse un fulmine oppure un tridente (si tratterebbe quindi di una figura di Zeus o, rispettivamente, di Poseidone), o qualcos'altro. Il volto barbuto e con l'acconciatura finemente cesellata è tipico delle statue di divinità. Lo scultore voleva indicare movimento dinamico, con l'apertura delle gambe, detta a "forbice", restando attento all'equilibrio compositivo, che per i greci stava a simboleggiare qualità interiori. Braccia e gambe nel complesso formano un chiasmo, ovvero una figura simile alla lettera chi dell'alfabeto greco (χ), secondo una modalità compositiva assai in voga nel periodo arcaico; Si presume che in origine negli occhi ci fossero inserti in avorio, che le sopracciglia fossero rivestite in argento e che le labbra fossero rivestite in rame.
Zeus di Capo Artemisio,
480-470 a.C
Bronzo, h 209 cm Museo Archeologico di Atene
CAPO ARTEMISIO
Lo scultore voleva indicare movimento dinamico, con l'apertura delle gambe, detta a "forbice". Braccia e gambe nel complesso formano un chiasmo, ovvero una figura simile alla lettera chi dell'alfabeto greco (χ), secondo una modalità compositiva assai in voga nel periodo arcaico; rispetto a atleti precedenti è chiaro però come il Cronide sondi maggiormente lo spazio circostante con la posa aperta, sebbene sia ancora prevalente una visione di tipo frontale.
TENSIONE
PIEGATO
PIEGATO
TENSIONE
Il termine “Cronide” significa figlio di Crono, il dio del tempo. Infatti, la statua potrebbe rappresentare Zeus o Poseidone figli di Crono.
L'Auriga di Delfi
(originale greco)
Rinvenuta negli scavi del santuario di Apollo a Delfi, faceva parte di una quadriga. Venne rinvenuta poiché sepolta da una caduta di massi dalle rupi Fedriadi nei pressi di dove era collocata. La statua era collocata su un carro trainato da cavalli, del quale si conservano solo pochi frammenti. Lo stato di conservazione è ottimo, anche se è mancante del braccio sinistro. Venne fusa a pezzi in bronzo spesso, perché più resistente all'esposizione alle intemperie. L'auriga veste un lungo chitone cinto in vita, pesante, scanalato, rigido quasi a costruire una colonna; nella mano destra tiene delle redini; il volto è leggermente rivolto a destra. Attorno al capo la tenia (fascia) del vincitore, con decorazioni di rame e argento. I capelli sono finemente disegnati, in riccioli che non alterano le dimensioni del capo. Lo sguardo è intenso e vivo, con la tensione competitiva appena leggibile, stemperata dall'atteggiamento sorvegliatamente misurato del corpo. I piedi sono resi con una naturalezza fresca e precisa, molto realistica: mostrano infatti i tendini tesi per lo sforzo appena compiuto. Nessuna statua pervenutaci lontanamente rassomiglia all'auriga: solo alcuni esemplari ritrovati nella Magna Grecia similmente e sommariamente ci ricordano il modello di Delfi. È soprattutto nel volto che si concentra la singolarità di questo bronzo: lontano dalla bellezza ideale, dotato di tratti particolarissimi. L'Auriga di Delfi come la celebre opera di Capo Artemisio sono da considerarsi appartenenti allo stile severo, sviluppatosi in Grecia tra il 480 e il 450 a.C.
L'Auriga di Delfi, 475 a.C h. 180 cm, bronzoMuseo archeologico di Delfi.
aurighe romane
Dettagli della testa
Fusione a cera persa
La fusione a cera persa è una tecnica scultorea originariamente introdotta nell'età del bronzo e che nei secoli ha conosciuto una notevole fioritura, soprattutto nell'arte greca, romana e nella scultura monumentale.
Consiste nel creare un modello di cera e utilizzarlo per farne uno stampo di argilla. Praticando due fori sullo stampo, uno in alto e uno in basso si fa uscire la cera scaldandola e si versa del bronzo fuso al suo posto. Se ne ricava un modello identico a quello di cera.
l'età classica
(450 a.C - 323 a.C)
La scultura greca classica è quella manifestazione artistica del mondo ellenico che va convenzionalmente dal 450 a.C. circa (fine dello stile severo e nascita del canone di Policleto) al 323 a.C. (morte di Alessandro Magno). Il periodo, fin dall'Antica Roma, è considerato un culmine dell'arte, ricevendo appunto la denominazione di "classico" inteso come apogeo estetico e culturale da tenere come modello. Il periodo successivo verrà definito ellenistico.
Tale concezione evoluzionistica, percorse i secoli fino ad arrivare al Settecento quando fu ripresa da Winckelmann (storico dell'arte e archeologo tedesco), colui che è considerato il fondatore degli studi sull'arte antica. Egli fece proprie le considerazioni sull'arte dei secoli V e IV a.C., indicandola come modello perfetto e irripetibile da adottare come ideale senza tempo, come si applicò ad esempio nel Neoclassicismo.
Classico inoltre è oggi usato in maniera più generica, anche per espressioni artistiche moderne o contemporanee, in cui la manifestazione di emozioni e sentimenti è contenuta in forme di controllata razionalità e dotate di armonia, in grado di essere prese anche come modelli
Leocares, Apollo del Belvedere (copia da un originale del 350 a.C. c.)
i Bronzi di Riace
Il 16 agosto 1972, Stefano Mariottini (un giovane sub dilettante romano) si immerse nel Mar Ionio a 230 metri dalle coste di Riace Marina e rinvenne a 8 metri di profondità le statue dei due guerrieri che sarebbero diventate famose come i Bronzi di Riace. L'attenzione del subacqueo fu attratta dal braccio sinistro di quella che poi sarebbe stata denominata statua A, unico elemento che emergeva dalla sabbia del fondo. Per sollevare e recuperare i due capolavori, i Carabinieri del nucleo sommozzatori utilizzarono un pallone gonfiato con l'aria delle bombole. Il 21 agosto fu recuperata la statua B, mentre il giorno dopo toccò alla statua A. Durante i primi interventi di pulitura dalle concrezioni marine (eseguiti dai restauratori del Museo nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria), apparve evidente la straordinaria fattura delle due statue. Fu confermata infatti la prima ipotesi secondo cui i bronzi dovevano essere autentici esemplari dell'arte greca del V secolo a.C., venuti ad affiancare quindi le pochissime statue in bronzo che sono giunte fino a noi complete, come quelle conservate in Grecia: l'Auriga di Delfi e il Cronide di Capo Artemisio al Museo Archeologico Nazionale di Atene. Divenuti ormai tra i simboli della città di Reggio Calabria, i Bronzi di Riace sono custoditi al Museo nazionale della Magna Grecia.
autore: sconosciuto, V secolo a.C. Bronzo, Statua A, h. 198 cm, Statua B, 197 cm Museo nazionale della Magna Grecia,
Reggio Calabria
Ritrovamento
ipotesi
Il viaggio dei Bronzi
Museo Nazionale di Reggio Calabria
Ipotesi di
Ricostruzione
I due bronzi sono quasi certamente opere originali dell'arte greca del V secolo a.C., e dal momento del ritrovamento hanno stimolato gli studiosi alla ricerca dell'identità dei personaggi e degli scultori. Ancora oggi non è stata raggiunta unanimità per quanto riguarda la datazione, la provenienza e tanto meno gli artefici delle due sculture. Tra chi sostiene che si tratti di opere realizzate in tempi diversi qualcuno afferma che la parte superiore della statua A appare alquanto statica, ricordando alcuni modi dello Stile severo della prima metà del V secolo a.C., mentre la statua B, con la sua esatta e naturale presenza nello spazio, sarebbe dimostrazione di quel superamento di rigidezza nella figura, che la scultura greca incominciò a presentare solo nel corso della seconda parte del V secolo a.C.; ciò ha portato a ipotizzare che la statua A potesse essere opera di Fidia o della sua cerchia, realizzata intorno al 460 a.C. e che la statua B fosse da collegare a Policleto, nella torsione del busto e nella posizione di riposo della gamba sinistra, realizzata perciò alcuni decenni dopo, verso il 430 a.C. Nella ricerca degli scultori, sono stati fatti anche i nomi d'altri famosi bronzisti dell'antichità, fra i quali Pitagora di Reggio, attivo dal 490 al 440 a.C., scultore di molte statue ricordate in Grecia e Magna Grecia, che fu capace per primo di rappresentare minutamente sia i capelli che altri particolari anatomici, come ad esempio le vene. Insieme alle congetture sui possibili scultori, si sono formulate ipotesi che riguardano da una parte l'identità dei due personaggi raffigurati, dall'altra le località del mondo di cultura greca che aveva ospitato le opere. Per quanto concerne l'identità dei soggetti, certamente ci troviamo di fronte a raffigurazioni di divinità o eroi, perché la realizzazione di statue del genere era sempre dovuta alla committenza di una città o di una comunità che intendeva celebrare i propri Dei o eroi, impegnando un artista, per oltre un anno di lavorazione per ogni statua, e in più, mettendogli a disposizione un materiale, il bronzo, molto costoso. Fino ad oggi, le ipotesi fatte sull'identità dei personaggi, citando divinità ed eroi dell'antica comunità greca, non essendo sostenute da indizi reali, non hanno potuto risolvere gli interrogativi posti dai due Bronzi.
bronzo A
A Reggio Calabria l'équipe di tecnici lavorò alla pulitura delle due statue fino al gennaio 1975, quando la Soprintendenza reggina ebbe la certezza che sarebbe stato impossibile eseguire un completo e valido restauro delle statue utilizzando solo i limitati strumenti che erano a disposizione del proprio laboratorio. Fu allora che si decise di trasferirle al più attrezzato Centro di Restauro della Soprintendenza Archeologica della Toscana. Oltre alla pulizia totale delle superfici eseguita con strumenti progettati appositamente, a Firenze le statue furono sottoposte ad analisi radiografiche, necessarie per conoscerne la struttura interna, lo stato di conservazione e lo spessore del metallo. Le indagini portarono ad un primo esito sorprendente: il braccio destro della statua B e l'avambraccio sinistro su cui era saldato lo scudo risultarono di una fusione diversa dal resto della statua, furono infatti saldati in epoca successiva alla realizzazione della statua in sostituzione delle braccia originali probabilmente per rimediare ad un danneggiamento sopravvenuto quando la statua era già in esposizione. Durante la meticolosa pulizia si scoprirono alcuni particolari per i quali era stato usato materiale differente dal bronzo: argento per i denti della statua A e per le ciglia d'entrambe le statue, avorio e calcare per le sclere (parte esterna dell'occhio), rame per le labbra e le areole dei capezzoli di entrambe le statue. Le operazioni di restauro, che durarono cinque anni, si conclusero il 15 dicembre 1980 con l'inaugurazione di un'esposizione per sei mesi delle due statue sul grande palcoscenico del turismo fiorentino, presso il Museo Archeologico di Firenze come pubblico omaggio all'impegno tecnico e al lavoro lì svolto. Fu proprio quest'esposizione fiorentina, seguita da quella successiva di Roma, a fare da primo detonatore per il non più tramontato clamoroso entusiasmo nazionale ed internazionale per i due Bronzi trovati a Riace. Inoltre, vengono create delle nuove basi antisismiche, realizzate in marmo di Carrara, che assicurano il massimo isolamento delle statue nei confronti delle sollecitazioni dei terremoti nelle direzioni orizzontali e verticale. Per ciascuna statua è stata realizzata una base costituita da due blocchi di marmo sovrapposti; su entrambe le superfici interne dei due blocchi sono state scavate - in modo speculare - quattro calotte concave, nel mezzo delle quali sono collocate quattro sfere, anch'esse di marmo. Le calotte concave e le sfere di marmo svolgono la funzione antisismica, e la loro dimensione viene definita in fase di progettazione in rapporto al grado di protezione sismica necessaria.
15 dicembre 1980: i Bronzi di Riace esposti per la prima volta al pubblico a Firenze
Quirinale, Roma - 29 giugno 1981
le basi antisismiche
Tra i due blocchi sono installati anche elementi dissipativi in acciaio inox per l'isolamento sismico da oscillazioni nella direzione verticale. La realizzazione delle basi in marmo si presta come la più compatibile con il bronzo delle statue, ed i dispositivi installati richiedono una manutenzione minima. In presenza di un terremoto sarà la parte sottostante della base a subire l'azione sismica, e si potrà muovere con il terreno senza trasmettere alla parte superiore le sollecitazioni, in quanto completamente assorbite dal movimento delle sfere all'interno delle cavità ricavate nel marmo. Il movimento delle sfere rende il sistema di protezione poco rigido e con un attrito molto ridotto, caratteristiche che minimizzano o rendono quasi nulle le sollecitazioni. Il sistema è particolarmente adatto per le statue sviluppate in verticale, come i Bronzi di Riace, o il David di Michelangelo, che hanno una base di appoggio molto ridotta e che quindi presentano nelle gambe il loro punto di maggiore vulnerabilità anche alle minime oscillazioni, che ne possono compromettere l'integrità strutturale e causare il ribaltamento. Dal dicembre del 2013, i Bronzi sono finalmente tornati nel museo di Reggio Calabria, esposti in un'apposita stanza completamente asettica, alla quale possono accedere poche persone per volta dopo essere passate da una stanza con un filtro per i germi.
Mirone, il discobolo
Copia romana
Il Discobolo è una scultura realizzata intorno al 455 a.C. da Mirone. La statua originale era in bronzo, oggi è nota solo da copie marmoree dell'epoca romana, tra cui la migliore è probabilmente la versione Lancellotti. La scultura ha uno dei suoi punti di forza nella grande armonia formale della composizione. Ma come ha potuto Mirone ottenere, senza grandi esperienze precedenti in questo campo, un risultato già così complesso come quello del Discobolo? In realtà c’è da considerare che l’originale era una statua di bronzo, e come tale era cava all’interno. In questo caso problemi di equilibrio che difficilmente possono essere risolti in fase ideativa, possono poi risolversi a posteriori: il fatto che la scultura è cava consentiva di nascondere all’interno eventuali contrappesi, calibrati per tentativi, fino a giungere all’equilibrio statico desiderato. Se infatti osserviamo la copia romana, realizzata in marmo e non in bronzo, vediamo che dietro la figura vi è un breve fusto d’albero che sicuramente nell’originale era assente. Questo elemento non ha funzione figurativa ma solo statica: serve in pratica a saldare gli arti inferiori in un unico blocco, dando loro più resistenza, e al contempo allarga la base di appoggio dell’atleta. Un altra caratteristica di questa statua è la sua concezione esclusivamente frontale. Se la guardiamo di profilo il corpo risulta eccessivamente schiacciato su un unico piano. Ma la statua, pur nella considerazione che l’originale ci è purtroppo ignoto, ha sicuramente qualità artistiche decisamente elevate e costituisce una importante pietra miliare nello sviluppo della grande statuaria classica.
Mirone, il discobolo, 455 a.C. bronzo (l'originale), copia romana in marmo, h 156 cm Museo nazionale romano di Palazzo Massimo, Roma (Discobolo Lancellotti)
collegamento
quasi 11 secoli
di differenza
G. L. Bernini
Galleria Borghese
(Roma)
Marmo,1623–1624
Policleto, Doriforo
Copia romana
Il Doriforo (in greco antico: "portatore di lancia") è una scultura marmorea databile dalla fine del II secolo a.C. all'inizio del I secolo a.C. circa conservata presso il museo archeologico nazionale di Napoli. La scultura è la migliore copia romana, ritrovata a Pompei, di un originale Doriforo bronzeo di età classica, eseguito da Policleto e databile intorno al 450 a.C. Le sue scoperte, trascritte nel perduto trattato del Canone, sono oggi note a noi tramite le citazioni di autori successivi. Da esse si evince come, al pari di quanto accadeva negli stessi anni in architettura col modulo, Policleto arrivò alla conclusione che, stabilita la misura di un elemento quale il dito o la testa, tutte le proporzioni si potessero calcolare armoniosamente. Ad esempio, nel Doriforo, la testa è 1/8 dell'altezza, mentre 3/8 sono occupati dal busto e 1/2 dalle gambe. L'opera fu tra le più replicate del mondo antico e se ne conoscono numerosissime versioni. Due statue complete, ma con restauri, sono agli Uffizi. Un giovane nudo avanza leggermente sollevando il braccio sinistro, col quale tiene una lancia appoggiata sulla spalla. L'anatomia appare regolata dalle proporzioni del canone, con un grande equilibrio formale. Esemplare è l'applicazione del chiasmo, ovvero del ritmo incrociato in grado di conferire estrema naturalezza alla rappresentazione. La gamba destra, infatti, è tesa e corrisponde alla spalla sinistra in tensione; l'arto inferiore sinistro, al contrario, è flesso e si collega alla spalla destra abbassata: ogni tensione trova quindi la sua adeguata contrapposizione, smorzandosi sul lato opposto in un rilassamento. L'insieme è potente e muscoloso, con una testa dalla struttura robusta e dotata di un'espressione meditativamente sospesa.
Policleto, Doriforo (copia romana) marmo, 212 cm - II secolo a.C. Museo Archeologico Nazionale, Napoli
similitudini
Bronzo B
collegamento
Michelangelo, David,1501-1504 Galleria dell'accademia
Firenze
Prassitele, Apollo Sauroctono
Copia romana
L'Apollo Sauroctono (dal greco, "uccisore del rettile") è una scultura bronzea, attribuita convenzionalmente a Prassitele, oggi custodita nel museo delle arti di Cleveland. Da questo rarissimo originale, in epoca romana, furono prodotte numerose copie marmoree oggi visibili nei principali musei del mondo. La statua mostra il ruolo protettivo di Apollo, nella mano destra il dio doveva reggere una freccia con cui si apprestava a colpire la lucertola, simbolo della malattia, dell'epidemia e del contagio, che si sta arrampicando sul tronco dell'albero. Apollo è raffigurato ancora giovanetto, nudo e dalle membra molli, acerbe, quasi femminee, si appoggia con morbido abbandono ad un tronco d'albero (necessario per reggere la statua). Il piede sinistro, accostato al tallone destro, fa sì che la gamba sinistra sia completamente rilassata e quasi disarticolata, accrescendo il senso di grazie del tenero corpo flessuoso. L'impostazione non è più verticale e ferma come nelle opere degli scultori precedenti (si pensi ad esempio al Doriforo di Policleto), ma più dinamica e sbilanciata, in grado di creare linee sinuose. Il giovane dio, dallo sguardo un po' distratto, è colto nell'attimo in cui sta per trafiggere con una freccia un ramarro arrampicatosi sul tronco. È un dio che sta giocando: si tratta quindi di un'attività che nessuno scultore delle età precedenti avrebbe mai pensato di attribuire a un essere divino.
contrasto sinuosità del corpo con il verticalismo del tronco chiasmo spalle/fianchi
Copia romana del I secolo d.C. da un originale del 350 a.C. circa marmo, h 149 cm Museo del Louvre, Parigi
Confronto: originale e copie
Copia romana della fine del I - inizi del II sec. d.C.Musei Vaticani, Roma
Copia romana del I secolo d.C. da un originale del 350 a.C. circa marmo, h 149 cm Museo del Louvre, Parigi
originale greco attribuito a Prassitele Museo delle Arti, Cleveland (Ohio)
Prassitele, Afrodite di Cnidia
Copia romana
Detta "Cnidia" proprio perché furono gli abitanti di Cnido, in Asia Minore, ad acquistare la statua, per ornare il naos del piccolo tempio dedicato ad Afrodite. La statua suscitò molte leggende circa la sua bellezza che catturava lo spirito dell'osservatore. Plinio (scrittore romano) ad esempio raccontò di un nobile giovane che se ne era perdutamente innamorato. Entrò all'inizio del V secolo nella collezione di opere d'arte nel palazzo di Costantinopoli: l'incendio che distrusse il palazzo nel 475 fece sparire anche l'originale di Prassitele. La scultura rappresenta la dea Afrodite nuda che si appresta a fare (o subito dopo) un bagno rituale, col corpo definito armonioso. In un gesto di istintività e di noncurante pudicizia, come se fosse stata sorpresa in quella posa da un estraneo, la mano destra è portata a coprire il pube, mentre l'altra prende (o depone?) la veste su di un'idria (in greco antico: ὑδρία, hydría, vaso con la funzione di contenere acqua) appoggiata a sua volta su una base. Veste e vaso fanno in realtà da supporto esterno alla statua, che può così sbilanciarsi leggermente in avanti e verso sinistra. Lo sguardo è trasognato e si perde lontano. Per la prima volta una dea viene rappresentata nuda ed in atteggiamenti intimi e personali. Proprio da questo tipo di comportamento e di situazione prende il nome di ripiegamento intimista la corrente che porta alcuni scultori, soprattutto Prassitele e Skopas a rappresentare divinità e figure mitologiche in atteggiamenti di svago. Come le altre sculture di Prassitele, anche questa statua è fatta per essere vista preferibilmente in posizione frontale, l'unica che consenta di coglierne appieno la grazia. Di questo tipo di raffigurazione della dea (Venus pudica) se ne conservano nei musei oltre cinquanta versioni.
Cnido era un'antica città greca dell'Anatolia
Prassitele, Afrodite di Cnidia Copia romana da un originale marmoreo del 360 a.C. h 205 cm, Musei Vaticani
il tema della Venus Pudica
aFirenze
Sandro Botticelli, Nascita di Venere, 1485–1486 - 1,72 m x 2,78 mGalleria degli Uffizi, Firenze
Cleomene di Apollodoro Venere dei Medici fine del I secolo a.C. marmo, 153 cm Uffizi, Firenze
Antonio CanovaVenere italica 1804-1812 Marmo di Carrara, 172 cm Galleria Palatina, Firenze
Venere Capitolina
Copia romana
La statua, una Venus pudica, si ispira, come le altre varianti del tema, all'Afrodite cnidia di Prassitele, con particolari similitudini con la Venere de' Medici che, sebbene riferibile a un periodo più tardo del prototipo capitolino, è un originale greco. Del tipo capitolino si conoscono varie copie, tra cui una al Louvre, una al British Museum, una all'Ermitage. L'opera fu oggetto delle spoliazioni (furti) francesi dello stato della chiesa durante l'occupazione napoleonica. L'opera ritrae Venere al bagno, nella posizione pudica. Essa infatti si piega leggermente su se stessa per coprirsi con le mani e le braccia il pube e i seni. Accanto a sé ha un panno appoggiato su un'alta anfora. L'acconciatura è alquanto particolare, coi capelli annodati sia sulla nuca, sia sulla testa, a mo' di fiocco. Evidente è la ricerca di una resa naturalistica e idealizzata del corpo femminile nudo, che all'epoca aveva messo in secondo piano i significati sacrali legati alla figura della dea nelle rappresentazioni anteriori.
Autore sconosciuto, copia romana di un originale greco del II secolo a.C. marmo, h 193 cm, Musei Capitolini, Roma
Statue di nudi "censurate" ai Musei Capitolini
E veniamo al fattaccio che ha fatto il giro del mondo ridicolizzando tutta l’Italia e tutta la Cultura italiana. Per questo il clero al seguito di Rouhani si sarebbe accordato con la dirigenza dei musei capitolini e con lo staff di Palazzo Chigi per un oscuramento di nudi, consentendo così al presidente iraniano di presiedere all’incontro bilaterale Italia-Iran al fianco di Matteo Renzi. Nascosta agli occhi del presidente iraniano anche la famosa “Venere Capitolina”, uno dei simboli del museo romano, copia dell’originale di Prassitele, dal 1666 nei pressi della basilica di san Vitale e poi inserita nelle collezioni capitoline da papa Benedetto XIV nel 1752.
Firenze, gennaio 2015
Roma, 12 aprile 2016
Lisippo - l'Apoxyómenos
Copia romana
L'opera venne esposta, quasi subito, nei Musei Vaticani, L'Apoxyómenos (colui che si deterge) raffigura un giovane atleta nell'atto di detergersi il corpo con un raschietto di metallo, che i Romani chiamavano strigilis. Era uno strumento dell'epoca, di metallo, ferro o bronzo, che era usato solo dagli uomini e, principalmente, dagli atleti per pulirsi dalla polvere, dal sudore e dall'olio in eccesso che veniva spalmato sulla pelle prima delle gare di lotta. L'atleta è quindi raffigurato in un momento successivo alla competizione, in un atto che accomuna vincitore e vinto. Piccoli particolari rovinati si possono riscontrare nella punta del naso, mancante, diverse scheggiature relative all'orecchio sinistro, ai capelli, a una delle mascelle e anche allo zigomo sinistro. Esistono due fratture sul braccio destro; una è situata alla metà circa del bicipite e una seconda sopra il polso. Il braccio sinistro riporta una frattura alla spalla, dove si possono anche notare piccole perdite di materiale e una seconda frattura al polso. Col gesto di portare in avanti le braccia (tesa la destra e piegata la sinistra), la figura segnò una rottura definitiva con la tradizionale frontalità dell'arte greca: le statue precedenti avevano infatti il punto di vista ottimale davanti, mentre in questo caso per godere appieno del soggetto si deve girargli intorno. Con tale innovazione l'opera è considerata la prima scultura pienamente a tutto tondo dell'arte greca. Esso si protende nello spazio con audacia, col peso caricato sulla gamba sinistra (aiutata da un sostegno a forma di tronco d'albero) e con una lieve torsione del busto, che spezza irrimediabilmente la razionalità del chiasmo policleteo, cosicché i pesi non sono più distribuiti con simmetria sull'asse mediano.
Lisippo,
Copia romana da un originale bronzeo greco del 330-320 a.C. c. marmo h 205 cm Musei Vaticani, Roma
Il corpo dell'opera è percorso da una linea di forza ondulata e sinuosa, che dà l'impressione allo spettatore che l'opera possa in qualche modo andargli incontro. Il corpo è snello, con una testa più piccola del tradizionale 1/8 dell'altezza del canone di Policleto, in modo da assecondare un'innovativa visione prospettica, che tiene conto del punto di vista dello spettatore.
Lisippo creò un nuovo canone della figura umana, superando il geometrismo, il ritmo chiastico e la frontalità di Policleto e realizzando figure più alte e slanciate, con la testa piccola e la capigliatura mossa, libere nello spazio secondo una nuova concezione ottica.
strigile
Lisippo, Eracle a riposo
Copia romana
La statua, assieme a tutta la collezione Farnese presente nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, è stata rinvenuta alle terme di Caracalla a Roma intorno al 1546. Successivamente è entrata a far parte della collezione del cardinale Alessandro Farnese. L'eroe personificava il trionfo del coraggio dell'uomo sulla serie di prove poste dagli dèi gelosi. A lui, figlio di Zeus, era concesso di raggiungere l'immortalità definitiva. Nel periodo classico, il suo ruolo di salvatore dell'umanità era stato accentuato, ma possedeva anche difetti mortali come la lussuria e l'avidità. L'interpretazione che ne diede Lisippo rispecchiava questi aspetti della sua natura mortale e fornì all'eroe un ritratto al quale si guardò per il resto dell'antichità. Questa statua rappresenta Ercole, stanco al termine delle fatiche, che si riposa appoggiandosi alla clava, tenendo con la mano destra, dietro la schiena, i pomi d'oro rubati alle Esperidi. Le imprese compiute dall'eroe Eracle per espiare il fatto di essersi reso colpevole della morte della sua famiglia. Le 12 FATICHE DI ERCOLE 1 - uccidere l'invulnerabile leone di Nemea e portare la sua pelle come trofeo;
2 - uccidere l'immortale Idra di Lerna; 3 - catturare la cerva di Cerinea;
4- catturare il cinghiale di Erimanto; 5 - ripulire in un giorno le stalle di Augia;
6 -disperdere gli uccelli del lago Stinfalo; 7 - catturare il toro di Creta; 8 - rubare le cavalle di Diomede; 9- impossessarsi della cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni; 10- rubare i buoi di Gerione; 11 - rubare i pomi d'oro del giardino delle Esperidi ; 12 - portare vivo Cerbero, il cane a tre teste guardiano degli Inferi, a Micene.
copia dell'originale bronzea creata da Lisippo
nel IV secolo a.C.
varie versioni (copie romane)
Eracle a Riposo317 cm, III secolo d.C. Museo archeologico Nazionale, Napoli
Ercole in riposo h 293 cm, metà II secolo d.C Palazzo Pitti, Firenze.
Ercole Farnese h 151 cm, II secolo d.C.Uffizi, Firenze
Venere di Milo
originale greco
La Venere di Milo è una statua di epoca ellenica che presenta numerose caratteristiche dell’epoca classica. Raffigura Venere col busto nudo e coperta solo dalla vita in giù con una morbida tunica. Ha i capelli raccolti e lo sguardo malinconico e il suo corpo realizza una torsione verso sinistra, che attribuisce all'opera movimento ed equilibrio. Non è chiaro quale sia l’episodio legato alla vita della dea rappresentato nell’opera, ma dai reperti sul luogo del ritrovamento della statua si pensa che possa essere il momento in cui Paride le dona la mela d’oro. Del resto, alcuni frammenti di un avambraccio e di una mano recante una mela sono stati ritrovati vicino alla statua stessa. L’iscrizione attribuisce l’opera ad Alessandro di Antiochia, che la realizzò nel 130 a.C. Non abbiamo altre notizie legate alla statua fino al suo ritrovamento nel 1820 ad opera di un contadino dell’isola di Milos, Yorgos Kentrotas. La sua scoperta è avvolta nel mistero: tuttora esistono numerose teorie sul giorno in cui la statua fu portata alla luce. Alcune raccontano che il bracciante trovò la statua e provò a venderla, ma successivamente fu sequestrata dai turchi e poi comprata dai francesi. Quello che è certo è che la statua fu rinvenuta in frammenti e fu acquistata dai francesi con la speranza di risollevare la patria dopo la fine dell’impero napoleonico e di dimenticare lo smacco di dover restituire le opere italiane confiscate durante le spoliazioni napoleoniche, tra le quali figurava la Venere de’Medici.
L’Afrodite di Milo fu restaurata ed esposta al Louvre, dove si trova ancora oggi. Venne spostata solo durante la guerra franco-prussiana del 1870 e durante la Seconda guerra mondiale.
Alessandro di Antiochia Venere di Milo, 130 a.C. Marmo pario, h 202 cm, Museo del Louvre, Parigi
collegamenti
Eugène Delacroix, La libertà che guida il popolo, 1830 olio su tela, 260×325 cm Museo del Louvre, Parigi
Salvador Dalí, Venere a cassetti,1936 gesso dipinto e altri materiali, 98×32,5×34 cm Art Institute of Chicago
Pitocrito, Nike di Samotracia
Originale greco
La Nike di Samotracia venne scolpita a Rodi in epoca ellenistica. L'autore è sconosciuto, ma con tutta probabilità si tratta dello scultore ellenistico Pitocrito, come suggerito dal nome rinvenuto sul basamento. Dopo esser rimasta nel santuario dei Grandi Dei di Samotracia per diversi secoli, la Nike scomparve misteriosamente, per poi essere rinvenuta il 15 aprile 1863. Successivamente l'opera fu acquistata dai francesi, che intendevano includerla nelle collezioni del Museo del Louvre, dove arrivò dopo un impervio viaggio che si sviluppò tra Costantinopoli, il Pireo, Marsiglia e infine Parigi. Notevole il restauro svoltosi tra il 2013 e il 2014, con un costo globale di circa quattro milioni di euro, grazie al quale sono state ripristinate tre nuove piume sull'ala sinistra e la cromia originale del marmo. La statua, rinvenuta acefala e senza braccia, raffigura Nike, adorata dai Greci come personificazione della vittoria sportiva e bellica. La dea, vestita con un leggero chitone, è qui effigiata nell'atto di posarsi sulla prua di una nave da battaglia. Un vento impetuoso investe la figura protesa in avanti, muovendo il panneggio che aderisce strettamente al corpo e crea un gioco chiaroscurale di pieghette dall'altissimo valore virtuosistico, in grado di valorizzare il risalto dello slancio. Dinamismo e abilità di esecuzione si uniscono quindi in un'opera che concilia spunti dai migliori artisti dei decenni precedenti: Fidia e Lisippo.
Pitocrito II secolo circa, Marmo pario, h 245 cm
Museo del Louvre, Parigi
la Nike, Dea della Vittoria
Il marmo pario è una varietà di marmo bianco a grana fine particolarmente pregiato, proveniente dalle cave nell'isola di Paro in Grecia.
collegamenti
Umberto Boccioni Forme uniche nella continuità dello spazio, 1913 Bronzo Altezza 126.4 cm Varie collazioni
il gruppo del Laocoonte
Copia romana
Si narra che Laocoonte, quando i Troiani portarono nella città il celebre cavallo di Troia, egli corse verso di esso scagliandogli contro una lancia che ne fece risonare il ventre pieno; proferì quindi la celebre frase «Temo i greci, anche quando portano doni». Atena, che parteggiava per i Greci, punì Laocoonte mandando due enormi serpenti marini, che uscendo dal mare avvinghiarono i suoi due figli, stritolandoli. Laocoonte cercò di accorrere in loro aiuto ma subì la stessa sorte. I Troiani presero questo come un segno, tenendo così il cavallo tra le loro mura. Il gruppo statuario raffigura la fine di Laocoonte e dei suoi due figli mentre sono stritolati da due serpenti marini. La sua posa è instabile perché nel tentativo di liberarsi dalla stretta dei serpenti Laocoonte richiama tutta la sua forza, manifestando con la più alta intensità drammatica la sua sofferenza fisica e spirituale. I suoi arti e il suo corpo assumono una posa pluridirezionale e in torsione, che si slancia nello spazio. L'espressione dolorosa del suo viso unita al contesto e la scena danno una resa psicologica caricata, quasi teatrale. La resa del nudo mostra una consumata abilità, con l'enfatica torsione del busto che sottolinea lo sforzo e la tensione del protagonista. Il volto è tormentato da un'espressione pateticamente corrucciata. Il ritmo concitato si trasmette poi alle figure dei figli. I lineamenti stravolti del viso di Lacoonte, la sua corporatura massiccia si contrappongono alla fragilità e alla debolezza dei fanciulli che implorano, impotenti, l'aiuto paterno: la scena suscita commozione ed empatia nell'animo di chi guarda.
Laocoonte e i suoi due figli lottano coi serpenti, copia romana di un gruppo scultureo greco della scuola di Rodi
(I secolo), marmo, 242 cmmusei Vaticani, Roma
tre versioni
Ultima parte del Programma
GLI ETRUSCHI LEZ.1: Cenni storici
- il sarcofago degli sposi
- l'arringatore
- la chimera L'ANTICA ROMA LEZ.2: cenni storici
- il Pantheon
- la colonna traiana; il Colosseo; LEZ.3: il circo massimo; il monumento equestre a Marco Aurelio; l'Ara pacis; la Domus, la villa, villa Adriana a Tivoli
Gli Etruschi
Cenni storici
La civiltà etrusca si sviluppò in Italia tra il IX e il I secolo a.C. Fu una delle più antiche civiltà italiane e raggiunse il suo massimo splendore tra il VII e il V secolo a.CGli Etruschi furono un popolo dell'Italia antica insediato in un'area denominata Etruria, corrispondente all'incirca alla Toscana, all'Umbria occidentale e al Lazio settentrionale e centrale. E con propaggini anche a nord nella zona padana, nelle attuali Emilia-Romagna, Lombardia sud-orientale e Veneto meridionale, e a sud, in alcune aree della Campania. La fase più antica della civiltà etrusca è la cultura villanoviana, attestata a partire dal X secolo a.C. La civiltà etrusca ebbe una profonda influenza sulla civiltà romana, fondendosi successivamente con essa al termine del I secolo a.C. Questo lungo processo di assimilazione culturale ebbe inizio con la data tradizionale della conquista della città etrusca di Veio da parte dei romani nel 396 a.C.
il sarcofago degli sposi
Sarcofago degli Sposi, VI secolo a.C - 140×220 cm, terracotta Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, Roma
il sarcofago degli sposi
La scultura raffigura una coppia di sposi sdraiata in un triclinio a un banchetto. Entrambe le figure hanno i capelli lunghi, gli occhi allungati e il sorriso arcaico. La donna indossa un copricapo caratteristico e dei sandali ai piedi, mentre il marito presenta una barba lunga e appuntita. Le braccia bianche della donna rappresentano la sua importanza a livello politico e sociale. La realizzazione della statua richiese più pezzi per la realizzazione, poi uniti, modellati e dipinti con l'aggiunta di dettagli. La scultura fu ritrovata in 400 frammenti nel 1881 durante scavi nella necropoli della Banditaccia a Cerveteri. Un sarcofago simile si trova nel Museo del Louvre a Parigi in Francia. I due coniugi sono raffigurati semidistesi su una klìne, un letto a piazza matrimoniale di bronzo ricoperto di stoffe e cuscini, sopra il quale gli ospiti si adagiavano durante le feste. Questa klìne si presenta con zampe a volute e gli sposi giacciono su un materasso munito di coperta e cuscino, in posizione di perfetta parità, come se partecipassero ad un banchetto. La mano sinistra dell’uomo con il palmo aperto verso l’alto e le dita allungate starebbe per ricevere alcune gocce di profumo versategli dalla sua compagna per mezzo di un alabastron (tipo di vaso utilizzato nel mondo antico per la conservazione d'olio, profumi o oli da massaggio). Il gesto della sposa di versare sulla mano dell’uomo del profumo è un rito legato ai defunti e al culto che si rende loro. La nostra coppia rappresenterebbe, dunque, la doppia immagine dei convitati che festeggiano da vivi e da morti, con il desiderio di eternare il banchetto terreno nell’aldilà;
Sarcofago degli Sposi, VI secolo a.C - 140×220 cm, terracotta Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, Roma
due versioni
VI secolo a.C - 140×220 cm, terracotta Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, Roma
520 a.C. - 114×194×69 cm, terracotta Louvre, Parigi
evoluzione del soggetto
Sarcofago degli Sposi, VI secolo a.C - 140×220 cm, terracotta Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, Roma
Canova, Paolina Borghese Bonaparte, 1808 Galleria Borghese, Roma
l'arringatore
Le fonti rinascimentali non concordano sul luogo del rinvenimento dell'opera: secondo alcune fu rinvenuta nel 1566 a Sanguineto, frazione di Tuoro sul Trasimeno, e secondo altre a Pila, frazione di Perugia. Dalla iscrizione incisa sulla toga si sa che la statua era dedicata, forse dalla comunità, a un notabile etrusco (personaggio autorevole) di nome Aulo Metello, originario di Perugia o Cortona. Doveva trovarsi presso un santuario o, con meno probabilità, presso la tomba del personaggio. Essendo un pezzo pressoché unico, la datazione si è basata su confronti con statue romane tardo-repubblicane. L'opera, comunque, conferma la matrice espressiva etrusca del realismo romano. L'uomo, vestito della toga e di alti calzari, è rappresentato mentre compie un gesto volto a catturare l'attenzione degli astanti ed accingersi a compiere l'arringa. L'artista non ha voluto fissarne il carattere psicologico quanto piuttosto sottolinearne la volontà persuasiva mediante il braccio teso e la partecipazione di tutto il corpo con la flessione del busto. Manca, pertanto, qualsiasi volontà celebrativa. Il braccio sinistro è rilassato lungo il corpo e avvolto nel panneggio, mentre il destro è appunto teso verso l'alto con il palmo della mano rivolto in avanti. La mano destra, che si spezzò nel momento in cui la statua fu rinvenuta, è di dimensioni maggiori rispetto al resto del corpo per dare maggiore risalto al gesto. La resa del panneggio dimostra una certa abilità. Quest'ultimo è appoggiato su un alto collo ed è mosso da lunghe rughe incavate sulla fronte e da incisioni più sottili ai lati degli occhi, per rendere la senilità del soggetto. Le cavità degli occhi, un tempo riempite probabilmente da inserti di pasta vitrea, sono di notevole espressività. La capigliatura, lavorata a ciocche regolari eseguite col cesello, è aderente al cranio.
autore sconosciuto,
fine del II-inizi del I secolo a.C.
bronzo h 170 cm Museo archeologico nazionale, Firenze
dettagli
Sulla toga c’è un’iscrizione etrusca del II° secolo a.C. che indica l’identità di Aulo Metello
La mano destra è di dimensioni maggiori rispetto al resto del corpo per dare maggiore risalto al gesto.
La Chimera
Autore: sconosciuto, 400 a.C. - bronzo, h: 78,5 cmMuseo Archeologico Nazionale di Firenze
La Chimera
La sua datazione è fatta risalire a un periodo compreso tra l'ultimo quarto del V e i primi decenni del IV secolo a.C. Faceva parte di un gruppo di bronzi sepolti nell'antichità per poterli preservare. Con l'aiuto del cavallo alato Pegaso, Bellerofonte riuscì a sconfiggere Chimera con le sue stesse terribili armi: immerse la punta del suo giavellotto nelle fauci della belva, il fuoco che ne usciva sciolse il piombo che uccise l'animale. Si tratta di una statua di bronzo rinvenuta il 15 novembre 1553 ad'Arezzo durante la costruzione di fortificazioni medicee alla periferia della cittadina, fuori da Porta San Lorentino (dove oggi si trova una replica in bronzo). Venne subito reclamata dal granduca di Toscana Cosimo I de' Medici per la sua collezione, il quale la espose pubblicamente presso il Palazzo Vecchio, nella sala di Leone X. Venne poi trasferita presso il suo studiolo di Palazzo Pitti, in cui, come riportato da Benvenuto Cellini nella sua autobiografia, "il duca ricavava grande piacere nel pulirla personalmente con attrezzi da orafo". Dalle notizie del ritrovamento, presenti nell'Archivio di Arezzo, risulta che questo bronzo venne identificato inizialmente con un leone poiché la coda, rintracciata in seguito da Giorgio Vasari, non era ancora stata trovata e fu ricomposta solo nel XVIII secolo grazie a un restauro visibile ancora oggi. Il restauro alla coda è però un restauro sbagliato: il serpente doveva avventarsi minacciosamente contro Bellerofonte e non mordere un corno della testa della capra perché si trova sul proprio corpo. Nel 1718 venne poi trasportata nella Galleria degli Uffizi e in seguito fu trasferita nuovamente nell'odierno Museo archeologico di Firenze.
Autore: sconosciuto, 400 a.C. - bronzo, h: 78,5 cmMuseo Archeologico Nazionale di Firenze
simbologia
- il LEONE rappresenta la forza, il calore, quindi l'ESTATE;
- il SERPENTE, la terra e l'oscurità, quindi l'INVERNO;
- la CAPRA rappresenta il passaggio tra le stagioni, quindi PRIMAVERA e AUTUNNO;
- secondo il mito, Chimera è la sorella di Cerbero, guardiano dell'Ade, mostro a tre teste;
Probabilmente, la Chimera faceva parte di un gruppo con Bellerofonte e Pegaso ma non si può escludere completamente l'ipotesi che si trattasse di un'offerta votiva a sé stante. Quest'ipotesi sembra essere confermata dalla presenza di un'iscrizione sulla zampa anteriore destra, in cui vi si legge la scritta TINSCVIL o TINS'VIL, che significa "donata al dio Tin", cioè il re degli dèi
l'antica Roma
innovazioni architettoniche
A differenza dei greci, i romani furono dei grandi costruttori, applicando le loro capacità tecniche alla realizzazione di numerose costruzioni dalle molteplici tipologie. Ma non si limitarono solo all’architettura. Essi crearono le prime grandi infrastrutture del territorio: le strade e gli acquedotti. Costruirono numerose città, i romani ebbero una visione molto precisa del territorio, che essi utilizzarono quasi totalmente, modificandolo e rendendolo funzionale alle esigenze di un grande impero. Nell’architettura il primo dato che differenzia i romani dai greci, fu l’impiego del sistema costruttivo ad arco. Se l’arco è essenzialmente una struttura lineare (esso giace su un piano), la volta è un arco, o un insieme di archi, realizzati per occupare uno spazio tridimensionale. La volta di più semplice concezione è la cosiddetta «volta a botte»: essa in pratica è un insieme di archi successivi, che realizza una specie di galleria. Tale volta, per il suo sostegno, necessita di due muri laterali portanti. L’altra tipologia di volta, utilizzata già dagli antichi romani, era la «volta a crociera»: questa non si appoggia su due muri portanti, ma su quattro pilastri d’angolo. In tal modo, tale volta può essere aperta su tutti e quattro i lati, ed è quindi più funzionale per realizzare edifici a più navate. L’altra tipologia di volta utilizzata dai romani fu la «cupola»: essa, in pratica, è determinata dalla rotazione di un arco intorno al proprio asse verticale. Si determina così una perfetta calotta semisferica, la quale però, per il suo sostegno, necessita di un muro perimetrale continuo, di forma circolare. Da queste tipologie di coperture a volta, si hanno quindi delle forme planimetriche ben precise: una volta a botte può realizzarsi su piante rettangolari, una volta a crociera solo su piante quadrate, ed una cupola solo su piante circolari.
dall'arco alla cupola
VOLTA A BOTTE
ARCO A TUTTO SESTO
VOLTA A CROCIERA
CUPOLA
rilievo storico celebrativo
Il passo decisivo che segnò uno stacco tra arte greca e romana fu senz'altro la comparsa del rilievo storico, inteso come narrazione di un evento di interesse pubblico, a carattere civile o militare. Il rilievo storico romano non è mai un'istantanea di un avvenimento o di una cerimonia, ma presenta sempre una selezione didascalica degli eventi e dei personaggi, composti in maniera da ricreare una narrazione simbolica ma facilmente leggibile.
Un’ulteriore tipologia caratteristica dell’arte romana è quella del rilievo storico-celebrativo, un rilievo che ha la funzione di ricordare un avvenimento storico o di celebrare le imprese di un dato personaggio. Fra i più importanti e significativi rilievi storico-celebrativi sono senza dubbio da annoverare l’Ara Pacis Augustae e la Colonna Traiana.
Solitamente si ritiene che la principale creazione dell'arte romana sia stata il ritratto. Ciò non è esatto: le splendide serie di ritratti di età romana non sono infatti che una continuazione, in diverse condizioni di ambiente e con diverse esigenze, della grande arte ritrattistica ellenistica. Ciò che è nuovo nel ritratto romano è la sua grande diffusione e il suo carattere privato, legato a particolari tradizioni delle famiglie patrizie, che custodivano in ogni loro ramo i ritratti degli antenati.
la colonna traiana
La Colonna Traiana è un monumento innalzato a Roma per celebrare la conquista della Dacia da parte dell'imperatore Traiano: rievoca infatti tutti i momenti salienti di quella espansione territoriale. Si tratta della prima colonna coclide (rivestita di una fascia decorativa a elica) mai innalzata. Una lettura "abbreviata" era anche possibile senza la necessità di girare intorno al fusto della colonna per seguire l'intero racconto, seguendo le scene secondo un ordine verticale, dato che la loro sovrapposizione nelle diverse spire sembra seguire una logica coerente. La Colonna Traiana fu una novità assoluta nell'arte antica e divenne il punto di arrivo più all'avanguardia per il rilievo storico romano. Nella Colonna Traiana si assiste, per la prima volta nell'arte romana, a un'espressione artistica autonoma in ogni suo aspetto. La colonna è del tipo "centenario", cioè alta 100 piedi romani (pari a 29,78 metri, 39,86 metri circa se si include l'alto piedistallo alla base e la statua alla sommità). L'ordine della colonna è quello dorico riadattato, come testimoniano alla sommità le scanalature sotto il fregio spiraliforme. La colonna è costituita da 17 rocchi, la base, il capitello e l'abaco. In origine sulla sommità era collocata una statua bronzea di Traiano, sostituita poi con quella di San Pietro. I 200 metri del fregio istoriato continuo si arrotolano intorno al fusto per 23 volte, come se fosse un rotolo di papiro o di stoffa, e recano circa 100-150 scene (a seconda di come si intervallano) animate da circa 2500 figure.
113 d.C.
la base
La base ha la forma di una corona di alloro su plinto e l'alto basamento a dado è decorato sulle quattro facce con trofei di armi barbariche scolpite a rilievo molto basso. La porta che si apre sulla fronte del basamento conduce alla cella sepolcrale, da cui si accede alla scala a chiocciola di 185 scalini illuminata da 43 feritoie, non previste fin dall'inizio del progetto, come sarà invece nella colonna di Marco Aurelio, ma aggiunte in corso d'opera, dal momento che tali aperture spezzano in alcuni punti la composizione della fascia decorata.
il Pantheon
Il Pantheon, tempio di tutti gli dei. Fu fondato nel 27 a.C. da Marco Agrippa. Fu fatto ricostruire dall'imperatore Adriano tra il 120 e il 124 d.C., dopo che gli incendi dell'80 e del 110 d.C. avevano danneggiato la costruzione precedente di età augustea. L'edificio è composto da una struttura circolare unita a un portico in colonne corinzie (otto frontali e due gruppi di quattro in seconda e terza fila) che sorreggono un frontone. La grande cella circolare, detta rotonda, è cinta da spesse pareti in muratura e da otto grandi piloni su cui è ripartito il peso della caratteristica cupola emisferica in calcestruzzo. La cupola ospita al suo apice un'apertura circolare detta oculo, che permette l'illuminazione dell'ambiente interno. L'altezza dell'edificio calcolata all'oculo è pari al diametro della rotonda, caratteristica che rispecchia i criteri classici di architettura equilibrata e armoniosa. A quasi due millenni dalla sua costruzione, la cupola intradossata del Pantheon è ancora oggi una delle cupole più grandi di tutto il mondo, e nello specifico la più grande costruita in calcestruzzo non armato. All'inizio del VII secolo il Pantheon è stato convertito in basilica cristiana (con l'editto di Costantinopoli) chiamata Santa Maria della Rotonda, il che gli ha consentito di sopravvivere quasi integro alle spoliazioni inflitte dai papi agli edifici della Roma classica.
Altezza: 43,44 m
la cupola
La cupola, del diametro di 43,44 m, e con più di 5000 tonnellate di peso, è l'archetipo delle cupole costruite nei secoli successivi in Europa e nel Mediterraneo, sia nelle chiese cristiane, sia nelle moschee musulmane. All'interno è decorata da cinque ordini di ventotto cassettoni; ventotto era un numero che gli antichi consideravano perfetto, dal momento che si ottiene dalla somma 1+2+3+4+5+6+7 e che il sette è un numero che indica perfezione, essendo sette i pianeti visibili ad occhio nudo. Una tradizione romana vuole che nel Pantheon non penetri la pioggia per il cosiddetto "effetto camino": quando la miriade di candele che venivano accese nella chiesa produceva una corrente d'aria calda che saliva verso l'alto e che incontrandosi con la pioggia la nebulizzava, annullando pertanto la percezione dell'entrata dell'acqua. La realizzazione fu resa possibile grazie a una serie di espedienti che contribuiscono all'alleggerimento della struttura: dall'utilizzo dei cassettoni all'uso di materiali via via sempre più leggeri verso l'alto. Nello strato più vicino al tamburo cilindrico si trovano strati di calcestruzzo con scaglie di mattoni, salendo si trova calcestruzzo con scaglie di tufo, mentre nella parte superiore, nei pressi dell'oculo, si trova calcestruzzo miscelato a lapilli vulcanici. Lo spessore della muratura si rastrema verso l'alto (da 5,90 m inferiormente a 1,50 m in corrispondenza della parte intorno all'oculo centrale).
il compleanno di Roma
Ogni 21 aprile (data della fondazione di Roma), i raggi del sole attraversano l'oculo illuminando la porta principale. A mezzogiorno la luce del sole colpisce la grata metallica sopra la porta, riempiendo di luce l'ingresso. Ciò avrebbe illuminato l’imperatore nei tempi antichi, riflettendo il suo status percepito come dio sulla terra.
Il Natale di Roma, anticamente detto Dies Romana e conosciuto anche con il nome di Romaia, è una festività legata alla fondazione della città di Roma, festeggiata il 21 aprile. Secondo la leggenda, Romolo avrebbe infatti fondato la città di Roma il 21 aprile del 753 a.C.
l'interno
Il Pantheon conserva le tombe dei due primi re d'Italia, Vittorio Emanuele II e suo figlio Umberto I. La tomba del Pantheon è costituita da un'urna di porfido con quattro protomi leonine. Le tombe reali vengono mantenute in ordine da volontari delle organizzazioni monarchiche. All'interno dell'edificio è sepolto anche Raffaello Sanzio.
“Ille hic est Raphael timuit quo sospite vinci, rerum magna parens et moriente mori”, ovvero “Qui giace Raffaello: da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire”.
dettaglio
In alto a sinistra sulla facciata esterna, tra pietre millenarie, si trova un’ape scolpita: è il simbolo della potente famiglia Barberini, da cui proveniva papa Urbano VIII. Fu proprio lui, nel Seicento, a finanziare il restauro del Pantheon.
E come spesso accadeva all’epoca, fece incidere il proprio stemma per lasciare il segno
Ricordiamo i Barberini con la frase “quello che non hanno fatto i barbari, l’hanno fatto i Barberini” perché spesso furono prelevati materiali da diversi monumenti antichi per costruzioni più moderne.
L’ape fu realizzata da Gian Lorenzo Bernini, e fu proprio nel suo periodo che Roma cambiò volto con opere barocche grandiose
Anfiteatro Flavio
Il Colosseo, originariamente conosciuto come Amphitheatrum Flavium, è il più grande anfiteatro del mondo, situato nel centro della città di Roma. In grado di contenere un numero di spettatori stimato tra 50.000 e 75.000 unità, è il più importante anfiteatro romano, nonché il più imponente monumento dell'antica Roma che sia giunto fino a noi, conosciuto in tutto il mondo come simbolo della città di Roma e uno dei simboli d'Italia. Inserito nel 1980 nella lista dei Patrimoni dell'umanità dall'UNESCO. L'anfiteatro è stato edificato in epoca Flavia su un'area al limite orientale del Foro Romano. La sua costruzione fu iniziata da Vespasiano nel 72 d.C. ed inaugurato da Tito nell'80, con ulteriori modifiche apportate durante l'impero di Domiziano nel 90. L'edificio forma un ovale di 527 m di perimetro, con assi che misurano 187,5 e 156,5 m. L'arena all'interno misura 86 × 54 m, con una superficie di 3.357 m². L'altezza attuale raggiunge 48,5 m, ma originariamente arrivava a 52 m. La struttura esprime con chiarezza le concezioni architettoniche e costruttive romane della prima Età imperiale, basate rispettivamente sulla linea curva e avvolgente offerta dalla pianta ovale e sulla complessità dei sistemi costruttivi. Il nome "Colosseo" si diffuse solo nel Medioevo e deriva dalla deformazione popolare dell'aggettivo latino "colosseum" o, più probabilmente, dalla vicinanza della colossale statua bronzea di Nerone che sorgeva nei pressi. Presto l'edificio divenne simbolo della città imperiale, espressione di un'ideologia in cui la volontà celebrativa giunge a definire modelli per lo svago e il divertimento del popolo. Anticamente era usato per gli spettacoli di gladiatori e altre manifestazioni pubbliche (spettacoli di caccia, rievocazioni di battaglie famose, e drammi basati sulla mitologia classica).
"Panem et circenses" è una locuzione latina che significa "pane e giochi circensi"
il colosso
L'edificio fu più volte restaurato, a causa degli incendi e dei terremoti. Accanto al Colosseo, tra questo e la via dei Fori Imperiali, è ancora visibile, sulla pavimentazione, il disegno di un grande quadrato (7,5 metri per lato), ottenuto con pietre di diverso colore. Qui era la base della colossale statua bronzea di Nerone (alta circa 35 metri), i cui resti furono demoliti nel 1936 dal regime fascista, in occasione dell'apertura della "via dell'Impero" (oggi via dei Fori Imperiali). La statua era originariamente al centro dell'atrio della "Domus Aurea" e solo in seguito fu trasportata accanto all'anfiteatro: il termine "Colosseo", attribuito per la prima volta nell'VIII secolo, deriva non dalle proporzioni dell'edificio ma proprio dalla vicinanza della "colossale" statua.
ricostruzione ideale
Il Colosseo è diventato il più grande anfiteatro romano, con una struttura ellittica lunga 188 metri, larga 156 metri ed alta 52 metri.
velarium
ordini architettonici: 1° livello - tuscanico (piano terra) 2° livello - ionico 3° livello - corinzio
vomitoria
le naumachie
La naumachia indica nel mondo romano sia uno spettacolo rappresentante una battaglia navale sia il bacino in cui queste si tenevano. La prima naumachia conosciuta è quella organizzata da Giulio Cesare a Roma nel 46 a.C. per il suo quadruplice trionfo. I combattenti erano dei condannati a morte e si sa che i naumachiarii (combattenti nella naumachia) prima della battaglia salutavano l'imperatore con una frase divenuta famosa: Morituri te salutant.
il restauro di Valadier
Giuseppe Valadier, si occupò nel 1823 del recupero dell'anello perimetrale nel lato verso i fori. Dal punto di vista statico l'intervento consistette in un nuovo sperone, realizzato con arcate identiche alle originali. L'aggiunta, interamente in mattoni, fu costruita utilizzando materiale diverso rispetto all'originale per motivi economici, e non per una volontà di differenziazione, ad eccezione della basi e dei capitelli in travertino, messi in opera in maniera identica agli originali e con lo stesso livello di definizione. Anche in questo caso, per non guastare esteticamente la preesistenza, si progettò una scialbatura color travertino, mai realizzata. Iscrizione di papa Pio IX del 1852 che ricorda i restauri eseguiti sul lato verso l'Esquilino A dieci anni dall'inizio dei lavori, l'opera fu celebrata da Giuseppe Valadier al pari di una nuova architettura in Opere di Architettura ed Ornamento, ove descrisse ed illustrò minuziosamente il cantiere dalla costruzione delle impalcature alla fine del restauro, esaltandolo come una delle sue più grandi realizzazioni.
il colosseo fiorentino
Piazza S. Croce, Firenze
l’antico anfiteatro romano di Firenze, costruito intorno al II secolo d.C., dalla forma ellittica con unA lunghezza di circa 120 metri e con una capacità di quasi 20.000 postI
noto anche come palazzo della Civiltà del Lavoro e Colosseo quadrato, è un edificio monumentale che si trova a Roma nel moderno quartiere dell’EUR. Concepito fin dal 1936 e progettato nel 1937, la sua costruzione iniziò nel luglio 1938 e fu inaugurato, benché incompleto, nel 1940; i lavori si interruppero nel 1943 per poi essere ultimati nel dopoguerra.
L’edificio è a pianta quadrata e si presenta come un parallelepipedo a quattro facce uguali, con struttura in cemento armato e copertura interamente in travertino; presenta 54 archi per facciata (9 in linea e 6 in colonna) e in ragione di ciò ricevette il soprannome di Colosseo quadrato
Palazzo della civiltà e del lavoro
Gli anfiteatri romani sono diffusi in tutto l'ex Impero, con oltre 200 esemplari identificati
Anfiteatro di El Jem - Tunisia
ANFITEATRO DI S. MARIA CAPUA VETERE – (Caserta)
Arena di Nîmes - francia
Arena di Arles - FRANCIA
Arena di Pola - CROAZIA
aRENA DI VERONA
costruzioni a confronto
A. Franchi - Firenze, 1931 - 43.147 spettatori
Colosseo - Roma, 72 d.C - 75.000 spettatori
stadio Olimpico - Roma
1937 - 72.698 spettatori
Allianz stadium- Torino, 2011 - 41.507 spettatori
il circo massimo
Il Circo Massimo è un antico circo romano, dedicato alle corse di cavalli, costruito a Roma. Situato nella valle tra il Palatino e l'Aventino, è ricordato come sede di giochi sin dagli inizi della storia della città: nella valle sarebbe avvenuto il mitico episodio del ratto delle Sabine. Di certo l'ampio spazio pianeggiante e la sua prossimità all'approdo del Tevere dove dall'antichità più remota si svolgevano gli scambi commerciali, fecero sì che il luogo costituisse fin dalla fondazione della città lo spazio elettivo in cui condurre attività di mercato e di scambi con altre popolazioni, e – di conseguenza – anche le connesse attività rituali e di socializzazione, come giochi e gare. Con i suoi 600 metri di lunghezza e 140 di larghezza, è considerata la più grande struttura per spettacoli costruita dall'uomo.
capienza 150.000 spettatori - ingresso gratuito
caratteristiche
obelisco dell'epoca di Ramses II portato dall'Egitto, l'obelisco flaminio, che nel XVI secolo fu spostato da papa Sisto V in piazza del Popolo
Spina, divisorio tra le due corsie
Meta, il punto più pericoloso del circuito
stadio di Domiziano, prima e dopo
il circo massimo, oggi
festa per lo scudetto della AS Roma 24 giugno 2001
stimate 900.000 persone
festa per la coppa del mondo, 2006 stimate 700.000 persone
abitanti città di Torino nel 2019: 879.546
Monumento equestre a Marco Aurelio
La statua equestre di Marco Aurelio è l'unica statua equestre di epoca classica giunta integra all'epoca contemporanea. La statua si salvò dalla fusione grazie alla sua errata attribuzione all'imperatore Costantino, primo imperatore cristiano, va ricordato che nel medioevo il valore intrinseco delle statue di bronzo era notevolissimo ed i profitti derivati dalla vendita del metallo enormi. Nel 1539 Michelangelo ne decise l'esatta collocazione e così la statua divenne il punto di riferimento della piazza. Piazza del Campidoglio. Nel 1979 un attentato dinamitardo al vicino Palazzo Senatorio danneggiò il basamento marmoreo della statua. Le indagini disposte in quell'occasione constatarono la presenza di fessure sulle zampe del cavallo e un grave processo di corrosione su tutta la superficie, al che si decise che la statua andava restaurata e preservata per le future generazioni. La statua originale non fu più posta in piazza del Campidoglio, dove fu invece sostituita da una fedele riproduzione realizzata con il laser. Temi centrali della statua sono il potere e la grandezza divina, con l'imperatore raffigurato a grandezza reale e il braccio teso, un gesto che ricorda molto i ritratti di Augusto. In questo caso il gesto può essere inteso come un atto di clemenza: questa teoria, difesa da alcuni storici, si avvale della testimonianza di alcuni scritti medioevali che parlano di un prigioniero barbaro ai piedi della statua, a noi non pervenuto. Questa posa mostra l'imperatore come un dio e conquistatore.
Tuttavia l'assenza di armi e armatura dà una sensazione di pace, una pace forse legata alla prosperità dell'Impero Romano durante il suo regno. Un'altra teoria ipotizza che nella mano vi fosse in precedenza un rotolo di pergamena, scomparso durante il medioevo.
Bronzo, 176 o 180 d.C.400×230×410 cm Musei Capitolini, Roma
MichelangeloPiazza del Campidoglio1534/38
COPIA Piazza del Campidoglio, Roma
ORIGINALE Musei Capitolini, Roma
Simbologia
Due zampe sollevate: morte in battaglia, sul campo di combattimento.
Quattro zampe a terra: morte naturale.
Una zampa sollevata: morte causata da ferite riportate in battaglia, ma non sul campo.
Emilio Gallori, Monumento a Giuseppe Garibaldi 1895, Roma
Verrocchio, Monumento equestre a Bartolomeo Colleoni1480 e il 1488, Venezia
Pietro Tacca, Monumento equestre a Filippo IV, 1613Plaza Mayor, Madrid
l'Ara pacis
L'Ara Pacis Augustae (Altare della pace augustea) è un altare dedicato da Augusto (Roma, 23 settembre 63 a.C. – Nola, 19 agosto 14 d.C.)) nel 9 a.C. Questo monumento rappresenta una delle più significative testimonianze pervenuteci dell'arte augustea ed intende simboleggiare la pace e la prosperità raggiunte come risultato della Pax Romana. L'aspetto dell'Ara Pacis è stato ricostruito grazie alla testimonianza delle fonti, agli studi durante gli scavi e alle raffigurazioni su alcune monete romane. L'Ara Pacis è costituita da un recinto quasi quadrato in marmo (m 11,65 x 10,62 x h 3.68), elevato su basso podio, nei lati lunghi del quale si aprivano due porte, larghe 3,60 metri; a quella anteriore si accede da una rampa di nove gradini (la simbologia del numero 9 è associata al completamento di un ciclo); all'interno, sopra una gradinata, si erge l'altare vero e proprio. La superficie del recinto presenta una raffinata decorazione a rilievo, esterno e interno. Nelle scene la profondità dello spazio è ottenuta mediante differenti spessori delle figure. L'aspetto era quindi eclettico e la realizzazione fu certamente opera di botteghe greche. L'aspetto politico-propagandistico è notevole, come in molte opere dell'epoca, con i legami evidenti tra Augusto e la Pax, espressa come un rifiorire della terra sotto il dominio universale romano.
La Pax Romana è il lungo periodo di pace (2 secoli) imposto sugli stati all'interno dell'Impero romano grazie alla presa del potere da parte di Augusto
bassorilievi
il compleanno di Augusto
Gli studiosi hanno a lungo creduto che l'obelisco egizio fosse stato eretto come puntatore di una gigantesca meridiana, posizionato in modo che gettasse un'ombra simbolica sulla facciata occidentale dell'Ara Pacis nel giorno del compleanno di Augusto, il 23 settembre.
FERIAE AUGUSTI (Ferragosto) Le feste poste tra il 15 e il 21 agosto si celebravano in Roma in onore del Dio arcaico Consus, Dio delle messi, protettore dei raccolti e quindi dei granai e degli approvvigionamenti.
il Museo dell'Ara pacis
Progettato dall'architetto Richard Meier, il complesso museale attuale è stato inaugurato e aperto al pubblico dopo sette anni di lavori, il 21 aprile 2006 (in occasione del Natale di Roma).L'opera è stata accolta con pareri contrastanti. Il New York Times l'ha definita senza mezzi termini un "flop", mentre il critico d'arte Vittorio Sgarbi l'ha liquidata spregiativamente definendola «una pompa di benzina texana nel cuore di uno dei centri storici più importanti del mondo», nonché il primo passo verso una «internazionalizzazione» della città eterna.
La nuova costruzione di Richard Meier del 2006
la domus
La domus era una tipologia di abitazione utilizzata nell'antica Roma. Era un domicilio privato urbano e si distingueva dalla villa suburbana, che invece era un'abitazione privata situata al di fuori delle mura della città, e dalla villa rustica, situata in campagna e dotata di ambienti appositi per i lavori agricoli. La domus era l'abitazione delle ricche famiglie patrizie, mentre le classi povere abitavano in palazzine chiamate insulae. La domus si sviluppava in orizzontale ed era composta da molte stanze con funzioni diverse: l'ingresso bipartito in vestibulum e fauces (da cui si accedeva all'atrium, che era la stanza centrale subito dopo l'ingresso, da cui si poteva accedere agli altri ambienti che vi si affacciavano), le stanze da letto dette cubicula, la sala dei banchetti detta triclinium (dove gli ospiti potevano mangiare sdraiati sui letti tricliniari), alcuni ambienti laterali detti alae, il tablinum (locale adibito a salotto o studio solitamente posto in fondo all'atrium). Le stanze che si affacciavano direttamente sulla strada erano solitamente affittate a terzi per essere adibite a negozi o botteghe artigiane ed erano denominate tabernae. Nel retro della casa all'aperto c'era l'hortus, il giardino/orto domestico.
Avevano il balneum, il bagno, che era l'esatta copia delle terme (comprendeva infatti l'apodyterium, lo spogliatoio, il calidarium, la piscina dell'acqua calda, il tepidarium, piscina dell'acqua tiepida, per arrivare al frigidarium che era la piscina con l'acqua fredda). In alcune ville più ricche si poteva trovare anche la bibliotheca, la diaeta, un padiglione per intrattenere gli ospiti ed il solarium, una terrazza che poteva anche essere coperta. Generalmente la domus signorile non era dotata di finestre sull'esterno, o, se vi erano, erano molto piccole. L'illuminazione era fornita dalla luce solare che entrava dal compluvium dell'atrio e illuminava di riflesso le stanze ad esso adiacenti. Dal compluvium entrava, oltre che la luce anche l'acqua piovana che veniva raccolta in una vasca o cisterna quadrangolare al centro dell'atrio detta impluvium.
le latrine
Erano strutture a carattere monumentale, che aveva bisogno di grandi quantitativi di acqua. Le latrine erano ubicate nei pressi o all'interno dei più importanti luoghi aperti al pubblico: i teatri, gli anfiteatri, le terme ed i fori. Secondo diversi studiosi, al posto della carta, nei gabinetti dell'antica Roma, si utilizzava un particolare utensile igienico chiamato tersorium. Si trattava di una spugna marina infilata su di un bastone, che veniva condivisa da chi utilizzava la latrina pubblica.
Villa Adriana
II secolo d.C.
La splendida Villa Adriana a Tivoli è uno dei siti italiani inseriti dall'Unesco nella World Heritage List. Costruita per volere dell'imperatore Adriano, si tratta di un complesso abitativo monumentale che ancora oggi mette in scena i fasti dei luoghi del potere dell'antica Roma.
Si tratta di una villa a padiglioni, destinata allo svago e alla rappresentanza grande circa 300 ettari (3000 mq) rendendola la villa più grande mai costruita.
Si pensa che lo stesso Adriano, che si intendeva di architettura, abbia partecipato alla progettazione della villa.
il teatro marittimo
Il Teatro marittimo, definizione assegnata dai moderni, è una delle prime costruzioni della villa, tanto che è stata interpretata come la primissima, provvisoria residenza di Adriano nel sito. Le sue caratteristiche di separatezza rendono credibile l'ipotesi che il luogo costituisse la parte privata del palazzo. La struttura, iniziata nel 118, fu edificata nei pressi della villa repubblicana. È un complesso assai singolare, ad un solo piano, senza alcun rapporto con la forma abituale di un teatro romano, costituito da un pronao di cui non resta più nulla, mentre sono riconoscibili la soglia dell'atrio e tracce di mosaici pavimentali. All'interno consta di un portico circolare a colonne ioniche, voltato. Il portico si affaccia su un canale al centro del quale sorge un isolotto di 45 m di diametro, composto anch'esso da un atrio e da un portico in asse con l'ingresso, più un piccolo giardino, un complesso termale minore, alcuni ambienti e delle latrine. La struttura non prevedeva alcun ponte in muratura che collegasse l'isolotto al mondo esterno, e per accedervi era necessario protendere un ponticello.
il Pecìle
Un muro alto circa nove metri sul lato nord è quello che resta del recinto originario che componeva il quadriportico, che delimitava un vastissimo spazio rettangolare di metri 232x97 con giardino e una grande piscina al centro. Il portico consentiva un percorso completo intorno al muro di spina, si raggiungeva una distanza di 429 metri. La passione imperiale per la cultura greca e l’importanza attribuita all’educazione e all’attività fisica.
Da un’iscrizione rinvenuta nel 1735 si evince che il Pecile era destinato alle cosiddette camminate del dopo pranzo, vere e proprie passeggiate di andata e ritorno di 1540 piedi corrispondenti a circa 429 metri ed il suo orientamento est-ovest ne consentiva lo sfruttamento sia come passeggiata estiva, nella parte settentrionale, che come passeggiata invernale, nella parte meridionale.
il canopo
Il suggestivo complesso percorso da un ampio bacino d’acqua che si conclude con un padiglione che fu regolarizzata e rinforzata con muri, contrafforti e sostruzioni precedute da tabernae. L’edificio è stato interpretato come un richiamo a Canopo, il canale che collegava Alessandria all’omonima città situata sul delta del Nilo, famosa per le grandiose feste notturne che vi venivano fatte. Le misure dello specchio d’acqua, ubicato al centro della valle, sono 119×18 m con il lato nord curvo circondato da un colonnato caratterizzato da un’architrave mistilineo; a est era inquadrato da un doppio colonnato destinato a sostenere una pergola mentre uno singolo correva lungo il lato ad ovest a metà del quale sono situate al posto delle colonne sei statue (4 cariatidi, copie di quelle dell’Eretteo ateniese giunte a noi senza braccia, e 2 Sileni* canefori, cioè portatori di canestro, in cui il capitello è sostituito dalla cesta di frutta, riproducenti modelli ellenistici). Quest’ultime sono state sostituite da copie di gesso; gli originali si trovano nel Museo della Villa. C’è poi un’altra statua di ubicazione incerta: un coccodrillo di marmo nelle cui fauci era ubicato un tubo di piombo da cui scaturiva dell’acqua. Sembra inoltre che un complesso meccanismo idraulico azionava una fontana a cascata, che inneggiava alla ciclica piena del Nilo apportatrice di vita;
*Esseri mitologici della Grecia antica, simili ai Satiri e rappresentati in forma umana, ma con orecchie, coda e talvolta zoccoli di cavallo
l'arco di Costantino
L'arco di Costantino è un arco trionfale a tre fornici (con un passaggio centrale affiancato da due passaggi laterali più piccoli), situato a Roma, a breve distanza dal Colosseo. Oltre alla notevole importanza storica come monumento, l'Arco può essere considerato come un vero e proprio museo di scultura romana ufficiale, straordinario per ricchezza e importanza. Le dimensioni generali del prospetto sono di 21 m di altezza, 25,9 m di larghezza e 7,4 m di profondità.
L'arco fu dedicato dal senato per commemorare la vittoria di Costantino I contro Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio (28 ottobre 312 d.C.) e inaugurato nel 315 d.C. in occasione dei decennalia (dieci anni di regno) dell'imperatore;
Otto rilievi circolari dell'epoca dell'imperatore Adriano di oltre 2 m di altezza sono collocati al di sopra dei fornici laterali, sulle due facciate, inseriti a due a due in un campo rettangolare che in origine era ricoperto da lastre di porfido. La ragione dell'attribuzione all'epoca adrianea è essenzialmente legata, oltre che per fattori stilistici e nella scelta delle scene, alla presenza (tre volte) della ben nota figura di Antinoo, il ragazzo amato da Adriano.
Antinoo
Nell'ottobre del 130 d.C. moriva Antinoo, amante dell'imperatore Adriano, annegato nelle acque del fiume Nilo. L'imperatore era infatti in uno dei suoi tanti viaggi in giro per l'impero, proprio in Egitto, quando Antinoo morì. Secondo le informazioni ufficiali Antinoo annegò scivolando dal ponte della nave su cui erano in crociera lui e l'imperatore, anche se si sospetta che si possa essere trattato di un suicidio. Un oracolo aveva infatti predetto che Adriano sarebbe morto nel giro di un anno e il suo amante era convinto in questo modo di ritardare il fato degli dei. Oppure Antinoo temeva che l'imperatore non lo avrebbe più amato ora che stava diventando adulto. Tuttavia è anche possibile che sia stato eliminato perché qualcuno sospettava che l'imperatore lo nominasse suo erede.
Adriano, che sarebbe poi morto nel 138, quasi 10 anni dopo, rimase straziato dalla morte di Antinoo, fondando in Egitto una città in suo onore, Antinoopoli.
Poco si sa della vita di Antinoo prima dell’incontro con Adriano, se non che proveniva da una famiglia greca della Bitinia ed era nato probabilmente tra il 110 e il 112 d.C., nel mese di novembre. Il suo nome forse viene dal personaggio dell’Odissea Antinoo, uno dei maggiori pretendenti di Penelope e avversario di Telemaco oppure che fosse l’equivalente maschile di Antinoe figlia di Cefeo che rifondò la città di Mantinea, che aveva ottimi rapporti commerciali proprio con la Bitinia. E’ altresì probabile che non fosse uno schiavo, dato che post-mortem venne divinizzato. Probabilmente Adriano aveva incontrato il giovane per la prima volta a Claudiopoli nel 123.
Ritratto di Antinoo, scoperto nel XVIII secolo nella villa Adriana a Tivoli, oggi al Museo del Louvre di Parigi
dall'ANTICA GRECIA a ROMA imperiale
Raffaele Cimino
Created on December 2, 2021
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l'antica Grecia
gli Etruschi
la Roma imperiale
pag. 99
pag. 112pag. 137
prof. Raffaele Cimino
l'antica Grecia...........parte 1
LEZ. 1 - Introduzione, il tempio greco, le piante del tempio, gli ordini architettonici LEZ. 2 - La scultura a tutto tondo, Kouroi e Korai. Dioscuri, Moscoforo, Era di Samo, la ceramica dipinta a figure nere e rosse, il vaso François LEZ. 3 - L'architettura ateniese in età classica, il Partenone: storia, il fregio e la statua di Atene. L'acropoli: l'Eretteo e le cariatidi
pag. 3
pag. 16
pag. 30
la civiltà greca
Con il termine antica Grecia s'identifica la civiltà sviluppatasi nella Grecia continentale, in Albania, nelle isole del Mar Egeo, sulle coste del Mar Nero e della Turchia occidentale, in Sicilia, sulle zone costiere dell'Italia Meridionale (complessivamente denominate poi Magna Grecia), in Nordafrica, in Corsica, sulle coste orientali della Spagna e quelle meridionali della Francia. La cultura greca, nonostante la conformazione geografica del continente favorisse l'insorgere di molteplici unità politiche a sé stanti (le poleis), fu un fenomeno omogeneo, che interessò tutti i popoli ellenici, accomunate dalla stessa lingua. La cultura greca attribuiva molta importanza alla conoscenza e alla ricerca della verità. Per i greci avvicinarsi alla verità significava avvicinarsi alla divinità; pertanto attribuivano un carattere quasi religioso alla conoscenza e alle scienze. In questo contesto gli antichi greci avevano intuito l'importanza della matematica nella ricerca di una conoscenza più vicina alla verità. Questo spiegherebbe come la civiltà greca sia riuscita, nel giro di pochi secoli e con una popolazione limitata in numero, a raggiungere notevoli traguardi nella filosofia, nella matematica e nelle scienze.
Il mondo greco intorno al 550 a.C.
Cronologia
Periodo di Formazione, Il Medioevo Ellenico, che corrisponde al periodo successivo al crollo della Civiltà Micenea va dalla discesa dei Dori, nel XII secolo a. C. all'inizio del IX secolo. Rappresenta un momento di grave regressione economica e culturale. Però in questo momento compaiono i primi manufatti artistici in cui si delineano i tratti originari dell'arte greca e per questo viene indicato come Periodo di Formazione. l'Età geometrica (XI-VIIsec. a.C.) è il primo tratto del periodo di formazione della Civiltà Greca. Si assiste ad una ripresa con numerosi manufatti soprattutto ceramici provenienti da diversi centri. il Periodo Orientalizzante, tra il 750 e il 610 a.C. è l'ultimo tratto del Periodo di Formazione, è caratterizzato dall'assimilazione e interpretazione di influssi esterni, soprattutto orientali. Vengono realizzate le prime sculture a grandezza naturale. il Periodo Arcaico dal 610 al 480 a. C. corrisponde ad un momento di grande sviluppo delle città greche, dopo le vittorie delle guerre persiane. Si assiste ad una importante crescita delle città con ripercussioni sul piano urbanistico, architettonico e della produzione artistica. Si definiscono le forme del tempio greco, si realizzano le sculture monumentali e in funzione architettonica. Il Periodo Classico dal 480 al 323 a. C. va dal periodo di Pericle all'epoca di Alessandro Magno, definito dallo storico dell'arte Winckelmann, l'età perfetta, . Gli artisti più noti del periodo classico sono Policleto, Fidia, Prassitele, Skopas, Lisippo. Il Periodo Ellenistico dal 323 al 31 a. C. accompagna il declino della Grecia dalla morte di Alessandro magno alla conquista dei romani. L'arte in questo momento assume accenti spettacolari e si sviluppa uno stile fortemente realistico e ricco di decorazione.
il tempio greco
L'edificio vero e proprio era per i Greci la casa del dio, collocata nella cella (naos). Questa ospitava la statua della divinità, e il sacerdote era l'unico ad averne accesso, mentre il culto si svolgeva su un altare situato davanti al tempio ed all'interno del recinto sacro. L'ingresso all'area sacra poteva essere protetto da propilei (l'ingresso monumentale). Il tempio greco è sempre orientato est-ovest, con l'ingresso aperto verso est. In questa peculiarità si differenzia nettamente dai templi romani che sono invece generalmente orientati nord-sud; posti su di un alto podio (crepidoma) cui si accede mediante un'ampia scalinata da sud. Sulla superficie superiore (stilobate) di una piattaforma, sopraelevata rispetto al terreno circostante, per mezzo di pochi gradini, si elevava la struttura del tempio, caratterizzata dalle colonne. La disposizione delle colonne determina la classificazione dei tipi di pianta del tempio greco, che ci è stata tramandata da Vitruvio (De architectura, 3,2)
Architrave Fregio Cornice
MètopaTriglifo
CAPITELLOFUSTOBASE
le piante del tempio greco
tempio a tholos: quando il tempietto circolare è provvisto di cellatempio in antis: in cui le pareti dei lati lunghi della cella (naos) si prolungano in avanti fino a costituire le cosiddette ante e delimitare lateralmente il pronao; tempio in doppio antis: è un tempio in antis con l'opistodomo nella parte diametralmente opposta rispetto al pronao; tempio prostilo: di fronte al pronao è presente un colonnato antistante; tempio anfiprostilo: sia la fronte che il retro presentano il colonnato; tempio periptero: un colonnato quadrangolare (PERISTASI) circonda tutti e quattro i lati della cella; il Partenone appartiene a questa tipologia tempio pseudoperiptero: caratterizzato da una peristasi costituita da semicolonne addossate ai muri esterni della cella e da una fila aggiuntiva di colonne ma solo sui lati corti. La cella poteva in tal modo essere realizzata con una maggiore ampiezza; tempio diptero: il porticato quadrangolare (peristasi) presenta, anche sui lati lunghi, una doppia fila di colonne; tempio pseudodiptero: caratterizzato da una prima fila di semicolonne addossate ai muri esterni della cella, da una fila aggiuntiva di colonne su tutti e quattro i lati e da una terza fila solo sul lato anteriore.
il fusto
Il fusto è SCANALATO e RASTREMATO verso l’alto e a circa 1/3 della sua altezza la colonna presenta un rigonfiamento (éntasi), la cui funzione è quella di correggere la percezione ottica della colonna che altrimenti sembrerebbe innaturalmente sottile. Esso ha da 20 scanalature a spigoli vivi (ORDINE DORICO) poco profonde, che esprimono una spinta ascendente e accentuano l’effetto chiarosCURO
1/3
i rocchi
Un rocchio è ciascuno dei blocchi di pietra, a forma cilindrica, che possono comporre il fusto di una colonna. Nell'architettura greca i fusti erano quasi sempre costituiti da rocchi sovrapposti, mentre nell'architettura romana sono frequenti anche i fusti monolitici, scolpiti cioè in un unico blocco di marmo. Per assicurare la stabilità del fusto, i rocchi, sovrapposti l'uno all'altro, erano tenuti uniti da perni metallici, inseriti in un foro centrale, o in tre fori disposti a triangolo, sulle superfici di appoggio del rocchio, fissati con colate di piombo fuso. Dopo che il fusto era stato costruito venivano eseguite le lavorazioni della superficie, e in particolare le scanalature.
ricostruzione
gli ordini architettonici
Un ordine architettonico è uno degli stili sviluppatisi a partire dall'architettura classica, e successivamente codificati dalla cultura architettonica, ognuno distinto da proporzioni e profili e dettagli caratteristici, generalmente riconoscibili dal tipo di colonna, o per meglio dire dall'insieme coordinato di elementi architettonici teso a costituire un completo sistema trilitico, i cui elementi caratterizzanti sono principalmente la colonna con il rispettivo capitello e la sovrastante trabeazione. I tre stili principali sono dorico, ionico e corinzio. La prima codificazione degli ordini architettonici che ci è pervenuta è contenuta nel trattato in dieci libri De architectura di Vitruvio che dedicò buona parte del secondo, terzo e quarto libro alla descrizione dei tre ordini di origine greca (dorico, ionico, corinzio). Tali ordini sono stati infatti sviluppati nell'architettura greca: il dorico e lo ionico a partire dalle sue origini, al momento delle prime realizzazioni in pietra, diffondendosi già dal VI secolo a.C., con una prevalenza del dorico nella Grecia continentale e nelle colonie della Magna Grecia e dello ionico e eolico nelle città greche dell'Asia Minore, odierna Turchia. L'ordine architettonico si basa su rapporti proporzionali: si basa su un sistema di regole (canoni) che stabilisce i rapporti proporzionali tra ogni singola parte del tempio greco con ogni altra singola parte del tempio. Gli ordini architettonici, liberi (con colonne o pilastri) o addossati ad una parete (con semicolonne), sono costituiti da elementi di sostegno verticali (colonna) e da un elemento orizzontale (trabeazione). A sua volta la colonna si compone di diversi elementi: (capitello, fusto, base), e così anche la trabeazione (cornice, fregio, architrave). A seconda principalmente del tipo di capitello, gli ordini si distinguono in: dorico, ionico e corinzio, in Grecia, con l'aggiunta del tuscanico e del composito a Roma.
ordine dorico
Base mancante: il fusto della colonna poggia direttamente sulla parte di pavimento chiamata stilobate (l'ultimo dei tre gradini). Il fusto della colonna è rastremato, cioè va restringendosi verso l'alto. Il profilo della colonna non è costituito da una linea retta, ma da una leggermente curva che elimina l'effetto della rigidità. Fusto scanalato dorico: le scanalature si incontrano formando un angolo vivo. Esse sono 20 come negli ordini ionico e corinzio. Capitello dorico formato da abaco più echino. L'echino, nell'età arcaica si presenta schiacciato, sporgente e rigonfio. Mentre nell'età classica si presenta con una forma a tronco di cono. L'abaco ha la forma di un parallelepipedo a base quadrata. Architrave liscio. Fregio suddiviso in metope, riquadri piani decorati a pittura o a rilievo, e triglifi, elementi più sporgenti solcati da scanalature (in teoria tre, da cui il nome tri-glifo). Cornice con una parte superiore più sporgente, decorata sulla superficie inferiore. Conclude la cornice l'acroterio e la doccia.
<collarino
ordine ionico
Base presente: la base può assumere forme diverse a seconda del luogo e del periodo, la più nota e comune è, comunque, quella detta "base attica", dal luogo in cui è stata utilizzata per la prima volta (Toro, Trochilo, Toro). Fusto scanalato con le scanalature separate da listelli e non a spigolo vivo. Capitello ionico con volute ad angolo. Architrave suddiviso in fasce, ciascuna leggermente sporgente rispetto a quella inferiore, e coronato superiormente da modanature. Fregio continuo. Cornice decorata con dentelli.
ordine corinzio
Base presente. Fusto scanalato come nell'ordine ionico. Capitello corinzio, forma a cesto con foglie di acanto; Architrave come nell'ordine ionico. Fregio continuo come nell'ordine ionico. Cornice come nell'ordine ionico.
La scultura greca arcaica
La scultura greca arcaica si sviluppò nel mondo ellenico tra il VI secolo a.C. e il 480 a.C. In quest'epoca la produzione più abbondante è quella dei kouroi (fanciulli) e delle korai (fanciulle), figure umane giovanili, rispettivamente maschili e femminili, al culmine dello sviluppo intellettuale e fisico, non ancora toccato dalla decadenza. Se è chiaro che esse fossero destinate all'ambito religioso, l'esatta funzione di queste statue non era univoca e variava nei diversi ambiti geografici: erano rappresentazioni di divinità, di offerenti, di protettori di un defunto, o magari di atleti: anche questi ultimi infatti celebravano competizioni sportive in onore degli dei. Le statue potevano essere poste in un santuario, dono della comunità o di un privato alla divinità, potevano rappresentare il dio stesso, il dedicante, o soltanto un'immagine umana bella e perfetta; potevano essere poste in una tomba e potevano essere immagini del defunto. Le forme e le movenze del corpo sono semplificate e ridotte, le statue sono in piedi, spesso a grandezza naturale o quasi naturale, con una gamba avanzata (generalmente la sinistra) ad indicare il movimento, ma ancora irrigidite e con il tipico sorriso arcaico. Vengono utilizzati il marmo o la pietra locale o, ancora, la terracotta: le tecniche di fusione del bronzo, infatti, non consentivano ancora la realizzazione di statue di grandi dimensioni.
Kouros (singolare) - Kouroi (plurare) Kore (singolare) - korai (plurare)
I Giochi olimpici nacquero in Grecia nel 776 a.C. nella città sacra di Olimpia per rendere omaggio agli dei.
testa eretta.fronte schiacciata,capelli raccolti a trecce occhi allungati
sorriso arcaico
staticità, visione frontalebusto a forma di trapezio
con un braccio sorregge qualcosa (es. un dono o un cesto)
braccia stese lungo i fianchipugni serrati
abbigliata con un peplo o chitone o un mantello (himation)
muscolatura tozza
gamba sinistra avanzata(passo falso)
caratteristicheKouros - Kore
i Dioscuri
Le due sculture di Delfi, ritrovate durante gli scavi del 1893 e 1894 nel santuario di Delfi, identificate grazie alle iscrizioni sulle basi, appartengono alla scuola dorico-peloponnesiaca. Sulla parte superiore di un plinto l'iscrizione incompleta si trova la firma dello scultore Polimede di Argo. Sulla seconda base, rinvenuta nel 1907, sono state riconosciute alcune lettere interpretate come il nome di Bitone. Cleobi e Bitone erano due giovani eroi che si sacrificarono per la dea Era (Giunone per i romani, madre di tutti gli dei, moglie di Zeus). L'identificazione della coppia come Kleobis e Biton venne rettificata associando le due statue ai Dioscuri, Càstore e Pollùce, due personaggi della mitologia greca, figli gemelli di Zeus e di Leda, conosciuti soprattutto come i Diòscuri. Le due statue rappresentano uno dei migliori esempi di kouros "dorico": sono nude, statiche, col volto squadrato e schiacciato, la testa sovradimensionata, le braccia lungo il corpo, i pugni chiusi, le rispettive gambe sinistre avanzate e le trecce ricadenti davanti alle spalle. In più presentano una muscolatura abbastanza tozza, in particolare i polpacci, le braccia leggermente flesse, gli occhi a mandorla (segno evidente degli influssi egizi), una fronte bassa e arcate sopraccigliari evidenti. Le due statue sono state scolpite rendendo la parte frontale predominante sulle altre (quelle laterali e posteriore);
Polimede di Argo, i Dioscuri, 585 a.C. circa marmo, h 216 cm Museo archeologico, Delfi
Leda e il cigno
Dettagli del mito Zeus, tramutandosi in un cigno, si accoppiò con Leda. La stessa notte, Leda ebbe un rapporto con suo marito Tindaro. Da queste due unioni nacquero quattro figli, ma da due uova deposte da Leda: da un uovo nacquero Polluce (il semidio) e Elena (futura moglie di Menelao) (figli di Zeus). Dall'altro uovo nacquero Castore (mortale) e Clitennestra (figli di Tindaro). Castore e Polluce sono spesso citati insieme come Dioscuri e, nonostante la differenza di paternità, vengono entrambi considerati divinità o eroi semidei, che vivono eternamente nel cielo come la costellazione dei Gemelli.
Francesco Melzi, allievo prediletto di Leonardo, che si ispira al maestro per la sua “Leda col Cigno” datata 1505-1507
Figli di Zeues
Giove ebbe 139 figli, nell'unione con divinità e donne mortali;
Tra essi possiamo citare Apollo e Artemide, Ermes, Efesto, Persefone, Dioniso, Minosse, Elena, Castore e Polluce, Perseo, Sarpedonte, le Muse, le tre Grazie, Eris, Atena, le Ore, Eracle.
il Moscoforo
In questa scultura viene rappresentato un uomo, che porta sulle spalle un vitello, potrebbe trattarsi del vincitore di una gara che aveva come premio un vitello o di un sacrificio in onore della dea. La figura originariamente era policroma, con occhi di pasta vitrea, avorio e osso. Il viso dell'uomo presenta il cosiddetto sorriso arcaico e lo sguardo diritto, opposto allo sguardo abbassato del vitello. I muscoli sono ben torniti ed hanno una superficie fluida e levigata, collegata alle cadenze lineari del sottilissimo mantello che ricade con due lembi decorativi sul davanti. Da notare la disposizione chiastica delle braccia del giovane e delle zampe del vitello sulle sue spalle, che contribuisce a serrare il rapporto tra le due figure, le partiture orizzontali dell'addome e le forme corporee (specie delle spalle) ben definite, il mantello che addolcisce le linee e crea una continuità tra il gomito e il bacino in una morbida linea di contorno. La struttura prevalentemente cubica del kouros greco sembra per la prima volta smorzarsi in una maggiore volontà di lavorazione a tutto tondo.
Autore: sconosciuto 570-560 a.C. circa, marmo, h 162 cm Museo dell'Acropoli, Atene
Hera di Samo
La statua riassume in sé tutte le caratteristiche della scultura ionica: la forma quasi cilindrica della figura viene enfatizzata dalle pieghe verticali e dritte del chitone ionico, mentre il mantello (himation) obliquo è animato dal movimento del braccio che viene portato al petto, attributo della dea. Forse anticamente la mano sollevata teneva una melograna. Nonostante la forma cilindrica, simile a una colonna, i volumi suggeriti dalle vesti eliminano l'idea di immobilità, conferendo alla figura un'aria di ieratica maestà. la struttura compatta è ingentilita dalla sinuosità della linea di contorno. La mano sinistra, scomparsa, probabilmente teneva un dono votivo, in questo caso si pensa un melograno. La kòre, che rappresenta la dea Era (Giunone) o una giovane sacerdotessa che reca offerte al tempio della dea, è formata da una base cilindrica sulla quale si posa il busto nascosto da un himation dal quale esce solo un braccio (è pervenuta acefala e senza il braccio sinistro). Le scanalature sul chitone e quelle sull'himation, da cui nasce l'idea della colonna scanalata del tempio greco, mostrano come la luce si identifichi con la materia nel momento del contatto con questa
CHITONETunica senza maniche, confezionata con un telo cucito come un sacco senza fondo fermato sulle spalle da due spille.
PEPLOPanno di lana fissato al fianco da una cintura che forma le tipiche pieghe, normalmente aperto su un lato (il destro) e fermato sulla spalla da spille.
Autore: sconosciuto, 570-560 a.C. circa marmo, Altezza 192 cm Louvre, Parigi
La ceramica dipinta a figure nere
La ceramica a figure nere è una delle tecniche che venivano impiegate per la decorazione della ceramica greca e di quella dell'Antica Roma. Le figure nere furono introdotte a Corinto all'inizio del VII secolo a.C. ad Atene la nuova tecnica venne adottata senza riserve solo intorno alla metà del VII a.C., si sviluppò pienamente nell'ultimo quarto (dal 625 a.C.) e raggiunse il suo livello più alto nel secolo successivo. A partire dal 530 a.C., fu gradualmente sostituita dalla tecnica detta a figure rosse. Le figure venivano dipinte sulla superficie argillosa del vaso con un impasto di acqua e argilla arricchita di ossidi di ferro; a questa prima fase della lavorazione si aggiungevano in un momento successivo, tramite incisione con strumenti appuntiti, i dettagli delle figure, che venivano ad essere costituiti dall'emergere del colore proprio del fondo. Altri particolari potevano essere aggiunti tramite pigmenti rossi o bianchi. L'ultima fase era il processo di cottura, con la quale gli ossidi di ferro assumevano un colore nero lucido. A Corinto dopo l'introduzione delle incisioni vennero subito aggiunti i dettagli rossi, mentre il bianco divenne comune molto più tardi;
La ceramica dipinta a figure rosse
La ceramica a figure rosse fu una tecnica per la decorazione di vasi in terracotta introdotta ad Atene nel 530 a.C. dove sostituì gradualmente la più antica tecnica della ceramica a figure nere. I nuovi ceramografi a figure rosse che si erano formati nello stile a figure nere continuarono ad utilizzare per circa trent'anni la vecchia tecnica, spesso adoperandole entrambe su uno stesso vaso (ceramica bilingue). Nei primi trenta anni del V secolo a.C. la tecnica raggiunse in Attica la sua massima espressione e da questo momento iniziò una fase di declino che la condusse già alla metà del secolo ad uno stile ormai accademico e manieristico, l'esito della guerra del Peloponneso nel 404 a.C. privò Atene del florido mercato in occidente e la ceramica attica a figure rosse terminò la propria parabola discendente intorno al 300 a.C. Le figure rosse attiche furono popolari in tutto il mondo greco, imitate e mai eguagliate; fu solo a ovest tuttavia, nel sud Italia, che diedero luogo a produzioni indipendenti nel terzo quarto del V secolo a.C. ad opera di artisti inizialmente formati nella tradizione attica.
il Vaso François
Vaso François è il nome convenzionale attribuito, dal nome dell'archeologo che lo scoprì nel 1845 a Chiusi, ad un cratere a volute a figure nere di produzione attica, capolavoro della ceramografia arcaica, datato intorno al 570 a.C. Si tratta del più antico cratere a volute attiche conosciuto. Le sue dimensioni si sviluppano su un'altezza di 66 cm e un diametro massimo di 57 cm. La decorazione comprende la raffigurazione di scene mitologiche o decorative, i cui temi sono incentrati sul ciclo narrativo del personaggio di Achille (e dei suoi genitori Peleo e Teti). Le scene si dispiegano su sette registri sovrapposti. Sono presenti 270 figure e 130 iscrizioni. La narrazione si dipana linearmente su ciascuna banda, in senso antiorario , fluida e narrativa, priva di ogni rigidità. Il Vaso François si pone all'inizio del periodo maturo delle Figure Nere attiche, ma allo stesso tempo ha in sé qualcosa del periodo precedente: l'uso del porpora per i volti degli uomini e la stesura del bianco direttamente sull'argilla (quest'ultima causa della perdita del pigmento) ne sono alcuni aspetti.
Kleitias (ceramografo) e Ergotimos (ceramista) 570 a.C. ceramica a figure nere, 66×57 cm Museo archeologico nazionale, Firenze
le nozze di Peleo e Teti
La fascia principale è sulla zona della massima espansione del vaso e ne occupa tutta la circonferenza: essa concerne la rappresentazione di uno dei matrimoni più famosi del mito greco, le Nozze di Teti e Peleo, i futuri genitori di Achille. Fu proprio durante questa festa nuziale che sorse la disputa tra le dee che condusse al giudizio di Paride e quindi all’amore di Elena, da cui ebbero effetto la guerra di Troia e la morte di Achille. Il pomo della discordia o mela della discordia è, secondo il mito, la mela lanciata da Eris, dea della discordia, sul tavolo dove si stava svolgendo il banchetto. La dea Eris, per vendicarsi del mancato invito alla festa, incise sul pomo la frase Alla più bella, causando così una lite furibonda fra Era, regina degli dei, Afrodite, dea della bellezza, e Atena, dea della saggezza. Le tre dee andarono da Zeus, ma lui si astenne dal pronunciare il giudizio su chi fosse la più bella. Fu chiesto allora il parere di Paride, principe di Troia, al quale, pur di ingraziarsene il giudizio, le tre dee promisero svariate ricompense: Atena gli promise che non avrebbe mai perso una guerra ed Era gli avrebbe invece conferito poteri immensi. Paride scelse però come vincitrice Afrodite, che gli aveva promesso l'amore di Elena, la donna più bella della terra. Sarà questa la causa scatenante della guerra di Troia, evento a cui saranno dedicati i poemi epici del ciclo troiano, tra cui l'Iliade.
È il 9 settembre 1900. È una fresca giornata di settembre quando il nostro vaso sente avvicinarsi voci sempre più alte e concitate: alla fine arrivano in sala due custodi che litigano animatamente; i toni salgono e anche la rabbia: uno dei due afferra uno sgabello di legno e lo scaglia contro il collega. Ma questi si sposta e lo sgabello si schianta contro la sua vetrina. Il cratere va in frantumi, ancora una volta: in 638 pezzi per la precisione.
L'architettura ateniese in età classica
L'architettura greca classica viene in genere collocata dal 480 a.C. al 400 a.C., periodo che coincide con la costruzione degli edifici più importanti dell'Acropoli di Atene, nei quali le tendenze e le capacità sviluppate del periodo arcaico trovarono un vertice di equilibrio, bellezza e armonia. La grande fioritura architettonica di Atene coincise con un periodo di ricchezza e pace del governo di Pericle, durante il quale molte discipline artistiche raggiunsero l'apogeo: la scultura, la pittura, la filosofia, la tragediografia.
il Partenone
Il Partenone, costruzione iniziata nel 447 a.C., è un tempio greco, octastilo, periptero (un colonnato quadrangolare circonda tutti e quattro i lati della cella) di ordine dorico che sorge sull'acropoli di Atene, dedicato alla dea Atena. È il più famoso reperto dell'antica Grecia; è stato lodato come la migliore realizzazione dell'archite,ttura greca classica e le sue decorazioni sono considerate alcuni dei più grandi elementi dell'arte greca. Il Partenone è un simbolo duraturo dell'antica Grecia e della democrazia ateniese ed è universalmente considerato uno dei più grandi monumenti culturali del mondo. Il nome Partenone si riferisce all'epiteto parthenos della dea Atena, che indica il suo stato di nubile e vergine, nonché al mito della sua creazione, per partenogenesi, dal capo di Zeus. All'interno del Partenone si ergeva la monumentale statua di culto crisoelefantina (da chrysós, "oro" ed eléphas, "avorio") raffigurante Atena Parthénos e ospitata nella cella orientale. Il Partenone è stato costruito dagli architetti Ictino, Callicrate, sotto la supervisione di Fidia, dirigente sommo di tutti i lavori: di Fidia fu la concezione della decorazione figurata, la creazione dei modelli, l'organizzazione dell'officina e il controllo della realizzazione con intervento personale nelle parti più impegnative.
Caratteristiche del tempio in base al numero di colonne sul fronte
TETRASTILO
ESASTILO
OCTASTILO
Storia dell'edificio
Il Partenone sopravvisse come tempio di Atena per un migliaio di anni. In epoca bizantina, il Partenone fu convertito in chiesa dedicata a Maria. La conversione del tempio in chiesa richiese la rimozione delle colonne interne e di alcuni dei muri della cella, e la creazione di un'abside nella facciata orientale. La riscoperta del Partenone come monumento antico risale al periodo dell'Umanesimo; Nel 1456, Atene cadde sotto gli Ottomani ed il Partenone fu trasformato in moschea. Gli Ottomani generalmente rispettarono gli antichi monumenti sui propri territori, e non distrussero le antichità di Atene. Il Partenone subì la maggiore distruzione nel 1687, quando i Veneziani, attaccarono Atene. Gli Ottomani fortificarono l'Acropoli ed usarono l'edificio come magazzino di polvere da sparo. Un colpo di bombarda veneziana, fece esplodere il magazzino e la costruzione fu parzialmente distrutta. Ogni struttura rimasta all'interno del tetto fu distrutta, ed alcune delle colonne, particolarmente sul lato sud, furono distrutte. Le sculture furono rovinate pesantemente. Molte caddero per terra e più tardi i loro pezzi furono usati come souvenir. Nel 1801, l'ambasciatore britannico a Costantinopoli, Lord Elgin, ottenne il permesso dal Sultano per fare stampi e disegni delle antichità sull'Acropoli. Lo interpretò come permesso di prendere tutte le sculture che avrebbe potuto trovare. Egli assunse gente del luogo per staccare le metope dalla costruzione. Oggi queste sculture sono al British Museum. Altre sculture del Partenone sono al Museo del Louvre a Parigi ed a Copenaghen. La maggior parte di quelle restanti è conservata ad Atene, al Museo dell'Acropoli, situato ai piedi della collina, a poca distanza dal Partenone. Qualcun'altra può essere ancora vista sull'edificio stesso.
Il governo greco ha insistito per molti anni sul fatto che le sculture al British Museum debbano essere riportate in Grecia. Il British Museum ha tenacemente rifiutato di considerarlo e i governi britannici sono stati contrari a forzare il museo in questo senso. Il Partenone, insieme agli altri edifici sull'Acropoli, è oggi uno dei siti archeologici più visitati in Grecia.
British Museum
Londra
Il conte Thomas Bruce di Elgin ottenne dalla Sublime porta che governava la Grecia il permesso di prendere le statue e portarle a Londra. Dal 1801 al 1812 gli uomini di Elgin rimossero circa la metà delle sculture che si erano rovinate, insieme ad elementi architettonici e scultorei dei Propilei e dell'Eretteo. I marmi furono trasportati via mare in Gran Bretagna. Alcuni paragonarono le azioni di Elgin ad atti di vandalismo o saccheggio. A seguito di un dibattito pubblico in Parlamento i marmi vennero acquistati legalmente dal governo britannico nel 1816 e trasportati al British Museum, dove ora si trovano esposti nella galleria Duveen, costruita appositamente per essi.
il fregio
Le novantadue metope doriche (realizzate da Fidia e da suoi allievi) furono scolpite come altorilievi. Le metope del lato EST del Partenone, sopra l'entrata principale, raffigurano la Gigantomachia (la lotta degli dei dell'Olimpo contro i Giganti). Sul lato OVEST, le metope mostrano l'Amazzonomachia (la mitica battaglia degli Ateniesi contro le Amazzoni). Le metope del lato SUD mostrano la Centauromachia (in lotta contro i Lapìti, popolo leggendario della Tessaglia). Sul lato NORD del Partenone, l'argomento sembra essere la Guerra di Troia. Parecchie metope rimangono ancora sull'edificio ma con l'eccezione di quelle del lato nord, che sono seriamente danneggiate. Alcune di esse sono situate al museo dell'Acropoli, altre, più numerose, sono al British Museum, una può essere ammirata al museo del Louvre ed un piccolo frammento è conservato al museo archeologico di Palermo. L'intero fregio marmoreo è stato scolpito in altorilievo da Fidia e dai collaboratori della sua bottega. Il fregio continuo era lungo 160 metri di cui ne sopravvivono 130, circa l'80%, dislocati oggi in vari musei europei.
la statua di Atena
La statua crisoelefantina raffigurante Atena Parthenos, fu scolpita da Fidia nel 438 a.C., anno in cui raggiunse il culmine della sua fama. Alta oltre 12 metri, era collocata nella cella del Partenone, il tempio principale dell'Acropoli di Atene che proprio da essa prese il nome. Della statua rimangono solo delle copie in scala molto ridotta. Dalle piccole copie sopravvissute è possibile ricostruire l'aspetto della statua: sul braccio destro della dea, sostenuto da una colonnetta, si trovava la dea Nike, che simboleggiava le molte vittorie conseguite, mentre il sinistro reggeva una lancia e poggiava su uno scudo, ornato sul lato esterno dalle scene di amazzonomachia e su quello interno da una gigantomachia. Tale scudo aveva un diametro di quattro metri, e nascondeva il serpente Erittonio, sacro ad Atena. I sandali rappresentavano scene di centauromachia. La dea indossava il peplo, contraddistinto da pieghe profonde, chiuso con una decorazione che rappresentava Medusa* e lo scudo che spesso è presente nelle sue raffigurazioni, ornato al centro dalla testa di una Gorgone. Sulla testa la dea vestiva un elmo crestato con un cavallo raffigurato sopra di esso. Sui tre cimieri si trovano anche una sfinge, che rappresenta la grande sapienza degli Egizi, e dei grifi alati (Animali fantastici, genericamente con becco e ali d'aquila e corpo di leone).
*Narra la leggenda, che Medusa fu trasformata in mostro da Atena, come punizione per aver giaciuto con (o per essere stata violentata da) Poseidone in uno dei suoi templi, mentre secondo altre versioni ancora, Atena era avversa a Medusa perché quest'ultima aveva osato competere con lei in bellezza.
l'Acropoli di Atene
L'acropoli (termine derivato dal greco "akros", alto, "polis", città) che originariamente indicava la parte più alta della polis greca. Estendendone il significato, può essere chiamata "acropoli" la parte più eminente e fortificata di un'antica città. Atene si può considerare la più rappresentativa delle acropoli greche. È una rocca, spianata nella parte superiore, che si eleva di 156 metri sul livello del mare. Durante l'epoca di Pericle, per celebrare la vittoria sui Persiani e il primato politico, economico e culturale di Atene, fu realizzata la ricostruzione dell'acropoli, con la costruzione del Partenone, dei Propilei e in seguito dell'Eretteo e del Tempio di Atena Nike. Nell'Ottocento iniziarono i primi scavi e restauri dei templi, che portarono a scoperte clamorose, come le famose statue arcaiche di fanciulle, le Korai. La maggior parte dei ritrovamenti è esposta nel Museo dell'acropoli di Atene. L'Eretteo è opera dell'architetto Filocle. Venne costruito per la necessità di ospitare i diversi culti tradizionali, collocati su un'area con un forte dislivello determinò una pianta insolita. Il tempio è prostilo (ovvero con colonne nella parte anteriore). L'interno era suddiviso in due celle a livello diverso e non comunicanti tra loro, un vestibolo comune dava accesso a due vani gemelli che ospitavano i culti di Poseidone e del mitico re Eretteo. Al corpo centrale si addossano la loggia con le Cariatidi.
Acropoli di Atene
Eretteo
loggia delle Cariatidi
Secondo l'architetto romano Vitruvio, che ne parla già all'inizio del primo libro del suo De Architectura, il nome (karyatis) significherebbe "donna di Karya": le donne di quella città del Peloponneso sarebbero infatti state rese schiave, pur mantenendo le loro vesti e attributi matronali, dopo la sconfitta e la distruzione della loro patria, come punizione per l'appoggio fornito ai Persiani. In seguito gli architetti greci le avrebbero raffigurate come sorreggenti il peso dell'edificio, per tramandare il ricordo dell'evento. Le stesse celeberrime cariatidi dell'Eretteo, sull'Acropoli di Atene, a cui probabilmente Vitruvio aveva pensato, non sembrano tradire la fatica derivante dal reggere il peso ma sembrano piuttosto rappresentare delle imperturbabili korai. Cinque delle Cariatidi originali sono conservate nel Museo dell'Acropoli di Atene, mentre una è conservata al British Museum di Londra dopo essere entrata a far parte dei “Marmi di Elgin” Le cariatidi dell'Eretteo vennero in seguito copiate nelle epoche successive dal gusto romano, dal Barocco fino ai giorni nostri.
British Museum - Londra
Museo dell'acropoli di Atene
Sanremo 1993
Gaetano Castelli Scenografo
l'antica Grecia...........parte 2
LEZ. 1: Lo stile severo, la ponderazione, l'efebo di Crizio, l'auriga di Delfi, Zeus di Capo Artemisio, la fusione a cera persa...pag. 43 LEZ. 2: l'età classica - introduzione ai bronzi di Riace...pag. 60 LEZ. 3: i bronzi di Riace (video) LEZ. 4: Mirone: il discobolo, Policleto: il Doriforo; Prassistele: Apollo Sauroctono, Afrodite di Cnidia, Venere capitolina...pag.70 LEZ. 5: Skopas, la menade danzante; Lisippo: L'apoxiomenos, Eracle a riposo; la Nike di Samotracia; il Laocoonte...pag.84
scansione cronologica della scultura greca
ellenistico
Arcaico
classico
La scultura greca arcaica si sviluppò nel mondo ellenico tra la seconda metà del VII secolo a.C. e il 480 a.C., anno in cui venne distrutta l'Acropoli di Atene dai Persiani.
La scultura greca classica è quella manifestazione artistica del mondo ellenico che va convenzionalmente dal 450 a.C. circa al 323 a.C. (circa) molto vicino alla morte di Alessandro Magno.
La scultura ellenistica è la produzione nell'ambito dell'arte plastica del mondo ellenico che convenzionalmente si data dal 323 a.C. (morte di Alessandro Magno), al 31 a.C. (battaglia di Azio e caduta dell'ultimo regno ellenistico).
STILE SEVERO
Lo stile severo è una fase della scultura greca databile tra il 480 e il 450 a.C., ovvero il periodo di transizione tra l'arcaico maturo e il pieno classicism
Lo stile severo
(480 a.C - 450 a.C)
Lo stile severo è una fase della scultura greca databile tra il 480 e il 450 a.C., ovvero il periodo di transizione tra l'arcaico maturo e il pieno classicismo. Parallelamente alla ricerca di un maggiore realismo anatomico nelle singole figure, si sperimenta una minore rigidità nella disposizione delle figure nello spazio e nei rapporti spaziali tra una figura e l'altra. Tra gli scultori il materiale prediletto era il bronzo: le statue bronzee ottenute con la tecnica della fusione a cera persa riproducono esattamente i modelli in terracotta o argilla e questo materiale rendeva possibile una sperimentazione compositiva e formale altrimenti impensabile. L'esito di particolare equilibrio, di "misura", tra reale e ideale a cui giunse l'arte greca nel periodo "severo" dovette arrestarsi di fronte ad una nuova manifestazione artistica, quale si diede a partire dalla metà del V secolo a.C., detta classico maturo; l'attenzione agli aspetti psicologici, agli atteggiamenti e ai "tipi" umani tornerà nel periodo ellenistico, ma dotata ormai di valenze culturali differenti. Il canone (regola) viene definito come l'insieme di norme rigorose che hanno lo scopo di ottenere un equilibrio compositivo in modo da giungere ad opere che appaiano perfette e armoniosamente proporzionate. La ponderazione è una delle regole del canone dell'arte greca. Consiste nel bilanciamento del peso del corpo sugli arti inferiori; il chiasmo è la corrispondenza fra gli arti superiori ed inferiori, per esempio, al braccio destro in tensione corrisponde la gamba sinistra in tensione e viceversa.
Già Cicerone e Quintiliano, parlando dell'arte di questi anni, giudicarono le sculture "rigide e dure", seguendo un'interpretazione evoluzionistica della storia dell'arte, con la fase "severa" quale preparazione all'arte classica
Dioscuri, 585 a.C. dettaglio
Auriga di Delfi, 475 a.C. dettaglio
110 anni di differenza
scultura arcaica e scultura severa
differenze
Efebo di Crizio
(originale greco)
La statua frequentemente denominata Efebo di Crizio, fin dal suo rinvenimento, è stata accostata, su base stilistica, alla bottega di Crizio e la sua importanza consiste nell'essere la più antica testimonianza del passaggio stilistico che determinò l'abbandono, nella scultura greca, degli stilemi arcaici in favore di una struttura maggiormente organica della figura umana, convenzionalmente indicato nel passaggio dal tardo arcaico allo stile severo, e che sarebbe giunto, nell'arco di qualche decennio, agli esiti canonici policletei. Il torso e la testa furono trovati in siti differenti e in periodi differenti. Crizio. artista molto attivo in quei decenni fu maestro di Mirone, la statua originale in marmo presenta Il volto è ancora rigidamente simmetrico, il cranio non ha più forma appiattita, ma assume una nuova sfericità, poderoso e rotondo osso mascellare, naso dal dorso largo e appiattito, non più sottile, occhi fatti con la pasta vitrea colorata (ora persa). L'acconciatura è tipicamente severa: lunga treccia che avvolge il capo, la posizione stante con le gambe tirate ed aperte a compasso non viene più rappresentata, la gamba destra avanza, a cui corrisponde abbassamento lieve del bacino, si assiste ad'una modificazione per la prima volta della simmetria delle anche e alla rotazione del bacino. Le proporzione tra le parti del corpo non sono ancora perfette, la massa muscolare si presenta morbida, e rotonda (petto, gambe), nel torace non c’è più nulla di disegnato, modellato secondo la luce.
Crizio, Efebo - 480 a.C. marmo, h 86 cm Museo dell'Acropoli, Atene
Efèbo era detto, nella Grecia antica, il giovane che apparteneva alla classe di età detta "efebìa"; il nome (in greco antico: éphebos, in latino: ephēbus), deriva da hèbe, la giovinezza.
La statua è priva degli avambracci, del piede e della caviglia sinistra, della gamba destra e degli occhi. Risultano danneggiati il naso, il mento, le guance e il collo. La gamba destra è avanzata e rilassata, il peso del corpo è caricato sulla gamba sinistra e sempre verso sinistra si inclinano le anche. La testa è girata verso destra e leggermente inclinata verso il basso. Entrambi i piedi avevano con ogni probabilità la pianta interamente appoggiata alla base, essendo il tallone rialzato nelle figure stanti innovazione testimoniata a partire dall'epoca policletea intorno al 450-440 a.C. La capigliatura dell'efebo, non è comune prima del 480 a.C. e allontana la statua dalla precedente identificazione con un atleta, avvicinandola alla rappresentazione di un dio o di un eroe
Zeus di Capo Artemisio
(originale greco)
Fu ritrovata nei fondali marini antistanti capo Artemisio, ed è una delle pochissime opere bronzee originali che ci sono giunte. l ritrovamento della statua avvenne nel 1926. Essa si trovava nei pressi di un relitto di una nave di origine romana, una delle tante navi che all'epoca solcavano quei mari per portare elementi di arte greca verso Roma. La mancanza però di opere certe e l'inesistenza di accenni diretti al dio di Capo Artemisio rendono impossibile formulare un'attribuzione sicura. La statua rappresenta una figura maschile nuda protesa nel lancio di qualcosa in avanti: guardando il busto frontalmente, le gambe sono saldamente poggiate a terra e ruotate verso sinistra. Il peso del corpo è sulla gamba sinistra e con quella destra, invece, cerca di darsi la spinta. Le braccia sono entrambe distese all'altezza delle spalle e il volto è ruotato sempre verso sinistra fissando un obiettivo. Il braccio sinistro è nell'atto di prendere la mira e quello destro è teso indietro, ma non è chiaro cosa la statua dovesse tenere nella mano destra, forse un fulmine oppure un tridente (si tratterebbe quindi di una figura di Zeus o, rispettivamente, di Poseidone), o qualcos'altro. Il volto barbuto e con l'acconciatura finemente cesellata è tipico delle statue di divinità. Lo scultore voleva indicare movimento dinamico, con l'apertura delle gambe, detta a "forbice", restando attento all'equilibrio compositivo, che per i greci stava a simboleggiare qualità interiori. Braccia e gambe nel complesso formano un chiasmo, ovvero una figura simile alla lettera chi dell'alfabeto greco (χ), secondo una modalità compositiva assai in voga nel periodo arcaico; Si presume che in origine negli occhi ci fossero inserti in avorio, che le sopracciglia fossero rivestite in argento e che le labbra fossero rivestite in rame.
Zeus di Capo Artemisio, 480-470 a.C Bronzo, h 209 cm Museo Archeologico di Atene
CAPO ARTEMISIO
Lo scultore voleva indicare movimento dinamico, con l'apertura delle gambe, detta a "forbice". Braccia e gambe nel complesso formano un chiasmo, ovvero una figura simile alla lettera chi dell'alfabeto greco (χ), secondo una modalità compositiva assai in voga nel periodo arcaico; rispetto a atleti precedenti è chiaro però come il Cronide sondi maggiormente lo spazio circostante con la posa aperta, sebbene sia ancora prevalente una visione di tipo frontale.
TENSIONE
PIEGATO
PIEGATO
TENSIONE
Il termine “Cronide” significa figlio di Crono, il dio del tempo. Infatti, la statua potrebbe rappresentare Zeus o Poseidone figli di Crono.
L'Auriga di Delfi
(originale greco)
Rinvenuta negli scavi del santuario di Apollo a Delfi, faceva parte di una quadriga. Venne rinvenuta poiché sepolta da una caduta di massi dalle rupi Fedriadi nei pressi di dove era collocata. La statua era collocata su un carro trainato da cavalli, del quale si conservano solo pochi frammenti. Lo stato di conservazione è ottimo, anche se è mancante del braccio sinistro. Venne fusa a pezzi in bronzo spesso, perché più resistente all'esposizione alle intemperie. L'auriga veste un lungo chitone cinto in vita, pesante, scanalato, rigido quasi a costruire una colonna; nella mano destra tiene delle redini; il volto è leggermente rivolto a destra. Attorno al capo la tenia (fascia) del vincitore, con decorazioni di rame e argento. I capelli sono finemente disegnati, in riccioli che non alterano le dimensioni del capo. Lo sguardo è intenso e vivo, con la tensione competitiva appena leggibile, stemperata dall'atteggiamento sorvegliatamente misurato del corpo. I piedi sono resi con una naturalezza fresca e precisa, molto realistica: mostrano infatti i tendini tesi per lo sforzo appena compiuto. Nessuna statua pervenutaci lontanamente rassomiglia all'auriga: solo alcuni esemplari ritrovati nella Magna Grecia similmente e sommariamente ci ricordano il modello di Delfi. È soprattutto nel volto che si concentra la singolarità di questo bronzo: lontano dalla bellezza ideale, dotato di tratti particolarissimi. L'Auriga di Delfi come la celebre opera di Capo Artemisio sono da considerarsi appartenenti allo stile severo, sviluppatosi in Grecia tra il 480 e il 450 a.C.
L'Auriga di Delfi, 475 a.C h. 180 cm, bronzoMuseo archeologico di Delfi.
aurighe romane
Dettagli della testa
Fusione a cera persa
La fusione a cera persa è una tecnica scultorea originariamente introdotta nell'età del bronzo e che nei secoli ha conosciuto una notevole fioritura, soprattutto nell'arte greca, romana e nella scultura monumentale. Consiste nel creare un modello di cera e utilizzarlo per farne uno stampo di argilla. Praticando due fori sullo stampo, uno in alto e uno in basso si fa uscire la cera scaldandola e si versa del bronzo fuso al suo posto. Se ne ricava un modello identico a quello di cera.
l'età classica
(450 a.C - 323 a.C)
La scultura greca classica è quella manifestazione artistica del mondo ellenico che va convenzionalmente dal 450 a.C. circa (fine dello stile severo e nascita del canone di Policleto) al 323 a.C. (morte di Alessandro Magno). Il periodo, fin dall'Antica Roma, è considerato un culmine dell'arte, ricevendo appunto la denominazione di "classico" inteso come apogeo estetico e culturale da tenere come modello. Il periodo successivo verrà definito ellenistico. Tale concezione evoluzionistica, percorse i secoli fino ad arrivare al Settecento quando fu ripresa da Winckelmann (storico dell'arte e archeologo tedesco), colui che è considerato il fondatore degli studi sull'arte antica. Egli fece proprie le considerazioni sull'arte dei secoli V e IV a.C., indicandola come modello perfetto e irripetibile da adottare come ideale senza tempo, come si applicò ad esempio nel Neoclassicismo. Classico inoltre è oggi usato in maniera più generica, anche per espressioni artistiche moderne o contemporanee, in cui la manifestazione di emozioni e sentimenti è contenuta in forme di controllata razionalità e dotate di armonia, in grado di essere prese anche come modelli
Leocares, Apollo del Belvedere (copia da un originale del 350 a.C. c.)
i Bronzi di Riace
Il 16 agosto 1972, Stefano Mariottini (un giovane sub dilettante romano) si immerse nel Mar Ionio a 230 metri dalle coste di Riace Marina e rinvenne a 8 metri di profondità le statue dei due guerrieri che sarebbero diventate famose come i Bronzi di Riace. L'attenzione del subacqueo fu attratta dal braccio sinistro di quella che poi sarebbe stata denominata statua A, unico elemento che emergeva dalla sabbia del fondo. Per sollevare e recuperare i due capolavori, i Carabinieri del nucleo sommozzatori utilizzarono un pallone gonfiato con l'aria delle bombole. Il 21 agosto fu recuperata la statua B, mentre il giorno dopo toccò alla statua A. Durante i primi interventi di pulitura dalle concrezioni marine (eseguiti dai restauratori del Museo nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria), apparve evidente la straordinaria fattura delle due statue. Fu confermata infatti la prima ipotesi secondo cui i bronzi dovevano essere autentici esemplari dell'arte greca del V secolo a.C., venuti ad affiancare quindi le pochissime statue in bronzo che sono giunte fino a noi complete, come quelle conservate in Grecia: l'Auriga di Delfi e il Cronide di Capo Artemisio al Museo Archeologico Nazionale di Atene. Divenuti ormai tra i simboli della città di Reggio Calabria, i Bronzi di Riace sono custoditi al Museo nazionale della Magna Grecia.
autore: sconosciuto, V secolo a.C. Bronzo, Statua A, h. 198 cm, Statua B, 197 cm Museo nazionale della Magna Grecia, Reggio Calabria
Ritrovamento
ipotesi
Il viaggio dei Bronzi
Museo Nazionale di Reggio Calabria
Ipotesi di
Ricostruzione
I due bronzi sono quasi certamente opere originali dell'arte greca del V secolo a.C., e dal momento del ritrovamento hanno stimolato gli studiosi alla ricerca dell'identità dei personaggi e degli scultori. Ancora oggi non è stata raggiunta unanimità per quanto riguarda la datazione, la provenienza e tanto meno gli artefici delle due sculture. Tra chi sostiene che si tratti di opere realizzate in tempi diversi qualcuno afferma che la parte superiore della statua A appare alquanto statica, ricordando alcuni modi dello Stile severo della prima metà del V secolo a.C., mentre la statua B, con la sua esatta e naturale presenza nello spazio, sarebbe dimostrazione di quel superamento di rigidezza nella figura, che la scultura greca incominciò a presentare solo nel corso della seconda parte del V secolo a.C.; ciò ha portato a ipotizzare che la statua A potesse essere opera di Fidia o della sua cerchia, realizzata intorno al 460 a.C. e che la statua B fosse da collegare a Policleto, nella torsione del busto e nella posizione di riposo della gamba sinistra, realizzata perciò alcuni decenni dopo, verso il 430 a.C. Nella ricerca degli scultori, sono stati fatti anche i nomi d'altri famosi bronzisti dell'antichità, fra i quali Pitagora di Reggio, attivo dal 490 al 440 a.C., scultore di molte statue ricordate in Grecia e Magna Grecia, che fu capace per primo di rappresentare minutamente sia i capelli che altri particolari anatomici, come ad esempio le vene. Insieme alle congetture sui possibili scultori, si sono formulate ipotesi che riguardano da una parte l'identità dei due personaggi raffigurati, dall'altra le località del mondo di cultura greca che aveva ospitato le opere. Per quanto concerne l'identità dei soggetti, certamente ci troviamo di fronte a raffigurazioni di divinità o eroi, perché la realizzazione di statue del genere era sempre dovuta alla committenza di una città o di una comunità che intendeva celebrare i propri Dei o eroi, impegnando un artista, per oltre un anno di lavorazione per ogni statua, e in più, mettendogli a disposizione un materiale, il bronzo, molto costoso. Fino ad oggi, le ipotesi fatte sull'identità dei personaggi, citando divinità ed eroi dell'antica comunità greca, non essendo sostenute da indizi reali, non hanno potuto risolvere gli interrogativi posti dai due Bronzi.
bronzo A
A Reggio Calabria l'équipe di tecnici lavorò alla pulitura delle due statue fino al gennaio 1975, quando la Soprintendenza reggina ebbe la certezza che sarebbe stato impossibile eseguire un completo e valido restauro delle statue utilizzando solo i limitati strumenti che erano a disposizione del proprio laboratorio. Fu allora che si decise di trasferirle al più attrezzato Centro di Restauro della Soprintendenza Archeologica della Toscana. Oltre alla pulizia totale delle superfici eseguita con strumenti progettati appositamente, a Firenze le statue furono sottoposte ad analisi radiografiche, necessarie per conoscerne la struttura interna, lo stato di conservazione e lo spessore del metallo. Le indagini portarono ad un primo esito sorprendente: il braccio destro della statua B e l'avambraccio sinistro su cui era saldato lo scudo risultarono di una fusione diversa dal resto della statua, furono infatti saldati in epoca successiva alla realizzazione della statua in sostituzione delle braccia originali probabilmente per rimediare ad un danneggiamento sopravvenuto quando la statua era già in esposizione. Durante la meticolosa pulizia si scoprirono alcuni particolari per i quali era stato usato materiale differente dal bronzo: argento per i denti della statua A e per le ciglia d'entrambe le statue, avorio e calcare per le sclere (parte esterna dell'occhio), rame per le labbra e le areole dei capezzoli di entrambe le statue. Le operazioni di restauro, che durarono cinque anni, si conclusero il 15 dicembre 1980 con l'inaugurazione di un'esposizione per sei mesi delle due statue sul grande palcoscenico del turismo fiorentino, presso il Museo Archeologico di Firenze come pubblico omaggio all'impegno tecnico e al lavoro lì svolto. Fu proprio quest'esposizione fiorentina, seguita da quella successiva di Roma, a fare da primo detonatore per il non più tramontato clamoroso entusiasmo nazionale ed internazionale per i due Bronzi trovati a Riace. Inoltre, vengono create delle nuove basi antisismiche, realizzate in marmo di Carrara, che assicurano il massimo isolamento delle statue nei confronti delle sollecitazioni dei terremoti nelle direzioni orizzontali e verticale. Per ciascuna statua è stata realizzata una base costituita da due blocchi di marmo sovrapposti; su entrambe le superfici interne dei due blocchi sono state scavate - in modo speculare - quattro calotte concave, nel mezzo delle quali sono collocate quattro sfere, anch'esse di marmo. Le calotte concave e le sfere di marmo svolgono la funzione antisismica, e la loro dimensione viene definita in fase di progettazione in rapporto al grado di protezione sismica necessaria.
15 dicembre 1980: i Bronzi di Riace esposti per la prima volta al pubblico a Firenze
Quirinale, Roma - 29 giugno 1981
le basi antisismiche
Tra i due blocchi sono installati anche elementi dissipativi in acciaio inox per l'isolamento sismico da oscillazioni nella direzione verticale. La realizzazione delle basi in marmo si presta come la più compatibile con il bronzo delle statue, ed i dispositivi installati richiedono una manutenzione minima. In presenza di un terremoto sarà la parte sottostante della base a subire l'azione sismica, e si potrà muovere con il terreno senza trasmettere alla parte superiore le sollecitazioni, in quanto completamente assorbite dal movimento delle sfere all'interno delle cavità ricavate nel marmo. Il movimento delle sfere rende il sistema di protezione poco rigido e con un attrito molto ridotto, caratteristiche che minimizzano o rendono quasi nulle le sollecitazioni. Il sistema è particolarmente adatto per le statue sviluppate in verticale, come i Bronzi di Riace, o il David di Michelangelo, che hanno una base di appoggio molto ridotta e che quindi presentano nelle gambe il loro punto di maggiore vulnerabilità anche alle minime oscillazioni, che ne possono compromettere l'integrità strutturale e causare il ribaltamento. Dal dicembre del 2013, i Bronzi sono finalmente tornati nel museo di Reggio Calabria, esposti in un'apposita stanza completamente asettica, alla quale possono accedere poche persone per volta dopo essere passate da una stanza con un filtro per i germi.
Mirone, il discobolo
Copia romana
Il Discobolo è una scultura realizzata intorno al 455 a.C. da Mirone. La statua originale era in bronzo, oggi è nota solo da copie marmoree dell'epoca romana, tra cui la migliore è probabilmente la versione Lancellotti. La scultura ha uno dei suoi punti di forza nella grande armonia formale della composizione. Ma come ha potuto Mirone ottenere, senza grandi esperienze precedenti in questo campo, un risultato già così complesso come quello del Discobolo? In realtà c’è da considerare che l’originale era una statua di bronzo, e come tale era cava all’interno. In questo caso problemi di equilibrio che difficilmente possono essere risolti in fase ideativa, possono poi risolversi a posteriori: il fatto che la scultura è cava consentiva di nascondere all’interno eventuali contrappesi, calibrati per tentativi, fino a giungere all’equilibrio statico desiderato. Se infatti osserviamo la copia romana, realizzata in marmo e non in bronzo, vediamo che dietro la figura vi è un breve fusto d’albero che sicuramente nell’originale era assente. Questo elemento non ha funzione figurativa ma solo statica: serve in pratica a saldare gli arti inferiori in un unico blocco, dando loro più resistenza, e al contempo allarga la base di appoggio dell’atleta. Un altra caratteristica di questa statua è la sua concezione esclusivamente frontale. Se la guardiamo di profilo il corpo risulta eccessivamente schiacciato su un unico piano. Ma la statua, pur nella considerazione che l’originale ci è purtroppo ignoto, ha sicuramente qualità artistiche decisamente elevate e costituisce una importante pietra miliare nello sviluppo della grande statuaria classica.
Mirone, il discobolo, 455 a.C. bronzo (l'originale), copia romana in marmo, h 156 cm Museo nazionale romano di Palazzo Massimo, Roma (Discobolo Lancellotti)
collegamento
quasi 11 secoli di differenza
G. L. Bernini Galleria Borghese (Roma) Marmo,1623–1624
Policleto, Doriforo
Copia romana
Il Doriforo (in greco antico: "portatore di lancia") è una scultura marmorea databile dalla fine del II secolo a.C. all'inizio del I secolo a.C. circa conservata presso il museo archeologico nazionale di Napoli. La scultura è la migliore copia romana, ritrovata a Pompei, di un originale Doriforo bronzeo di età classica, eseguito da Policleto e databile intorno al 450 a.C. Le sue scoperte, trascritte nel perduto trattato del Canone, sono oggi note a noi tramite le citazioni di autori successivi. Da esse si evince come, al pari di quanto accadeva negli stessi anni in architettura col modulo, Policleto arrivò alla conclusione che, stabilita la misura di un elemento quale il dito o la testa, tutte le proporzioni si potessero calcolare armoniosamente. Ad esempio, nel Doriforo, la testa è 1/8 dell'altezza, mentre 3/8 sono occupati dal busto e 1/2 dalle gambe. L'opera fu tra le più replicate del mondo antico e se ne conoscono numerosissime versioni. Due statue complete, ma con restauri, sono agli Uffizi. Un giovane nudo avanza leggermente sollevando il braccio sinistro, col quale tiene una lancia appoggiata sulla spalla. L'anatomia appare regolata dalle proporzioni del canone, con un grande equilibrio formale. Esemplare è l'applicazione del chiasmo, ovvero del ritmo incrociato in grado di conferire estrema naturalezza alla rappresentazione. La gamba destra, infatti, è tesa e corrisponde alla spalla sinistra in tensione; l'arto inferiore sinistro, al contrario, è flesso e si collega alla spalla destra abbassata: ogni tensione trova quindi la sua adeguata contrapposizione, smorzandosi sul lato opposto in un rilassamento. L'insieme è potente e muscoloso, con una testa dalla struttura robusta e dotata di un'espressione meditativamente sospesa.
Policleto, Doriforo (copia romana) marmo, 212 cm - II secolo a.C. Museo Archeologico Nazionale, Napoli
similitudini
Bronzo B
collegamento
Michelangelo, David,1501-1504 Galleria dell'accademia Firenze
Prassitele, Apollo Sauroctono
Copia romana
L'Apollo Sauroctono (dal greco, "uccisore del rettile") è una scultura bronzea, attribuita convenzionalmente a Prassitele, oggi custodita nel museo delle arti di Cleveland. Da questo rarissimo originale, in epoca romana, furono prodotte numerose copie marmoree oggi visibili nei principali musei del mondo. La statua mostra il ruolo protettivo di Apollo, nella mano destra il dio doveva reggere una freccia con cui si apprestava a colpire la lucertola, simbolo della malattia, dell'epidemia e del contagio, che si sta arrampicando sul tronco dell'albero. Apollo è raffigurato ancora giovanetto, nudo e dalle membra molli, acerbe, quasi femminee, si appoggia con morbido abbandono ad un tronco d'albero (necessario per reggere la statua). Il piede sinistro, accostato al tallone destro, fa sì che la gamba sinistra sia completamente rilassata e quasi disarticolata, accrescendo il senso di grazie del tenero corpo flessuoso. L'impostazione non è più verticale e ferma come nelle opere degli scultori precedenti (si pensi ad esempio al Doriforo di Policleto), ma più dinamica e sbilanciata, in grado di creare linee sinuose. Il giovane dio, dallo sguardo un po' distratto, è colto nell'attimo in cui sta per trafiggere con una freccia un ramarro arrampicatosi sul tronco. È un dio che sta giocando: si tratta quindi di un'attività che nessuno scultore delle età precedenti avrebbe mai pensato di attribuire a un essere divino.
contrasto sinuosità del corpo con il verticalismo del tronco chiasmo spalle/fianchi
Copia romana del I secolo d.C. da un originale del 350 a.C. circa marmo, h 149 cm Museo del Louvre, Parigi
Confronto: originale e copie
Copia romana della fine del I - inizi del II sec. d.C.Musei Vaticani, Roma
Copia romana del I secolo d.C. da un originale del 350 a.C. circa marmo, h 149 cm Museo del Louvre, Parigi
originale greco attribuito a Prassitele Museo delle Arti, Cleveland (Ohio)
Prassitele, Afrodite di Cnidia
Copia romana
Detta "Cnidia" proprio perché furono gli abitanti di Cnido, in Asia Minore, ad acquistare la statua, per ornare il naos del piccolo tempio dedicato ad Afrodite. La statua suscitò molte leggende circa la sua bellezza che catturava lo spirito dell'osservatore. Plinio (scrittore romano) ad esempio raccontò di un nobile giovane che se ne era perdutamente innamorato. Entrò all'inizio del V secolo nella collezione di opere d'arte nel palazzo di Costantinopoli: l'incendio che distrusse il palazzo nel 475 fece sparire anche l'originale di Prassitele. La scultura rappresenta la dea Afrodite nuda che si appresta a fare (o subito dopo) un bagno rituale, col corpo definito armonioso. In un gesto di istintività e di noncurante pudicizia, come se fosse stata sorpresa in quella posa da un estraneo, la mano destra è portata a coprire il pube, mentre l'altra prende (o depone?) la veste su di un'idria (in greco antico: ὑδρία, hydría, vaso con la funzione di contenere acqua) appoggiata a sua volta su una base. Veste e vaso fanno in realtà da supporto esterno alla statua, che può così sbilanciarsi leggermente in avanti e verso sinistra. Lo sguardo è trasognato e si perde lontano. Per la prima volta una dea viene rappresentata nuda ed in atteggiamenti intimi e personali. Proprio da questo tipo di comportamento e di situazione prende il nome di ripiegamento intimista la corrente che porta alcuni scultori, soprattutto Prassitele e Skopas a rappresentare divinità e figure mitologiche in atteggiamenti di svago. Come le altre sculture di Prassitele, anche questa statua è fatta per essere vista preferibilmente in posizione frontale, l'unica che consenta di coglierne appieno la grazia. Di questo tipo di raffigurazione della dea (Venus pudica) se ne conservano nei musei oltre cinquanta versioni.
Cnido era un'antica città greca dell'Anatolia
Prassitele, Afrodite di Cnidia Copia romana da un originale marmoreo del 360 a.C. h 205 cm, Musei Vaticani
il tema della Venus Pudica
aFirenze
Sandro Botticelli, Nascita di Venere, 1485–1486 - 1,72 m x 2,78 mGalleria degli Uffizi, Firenze
Cleomene di Apollodoro Venere dei Medici fine del I secolo a.C. marmo, 153 cm Uffizi, Firenze
Antonio CanovaVenere italica 1804-1812 Marmo di Carrara, 172 cm Galleria Palatina, Firenze
Venere Capitolina
Copia romana
La statua, una Venus pudica, si ispira, come le altre varianti del tema, all'Afrodite cnidia di Prassitele, con particolari similitudini con la Venere de' Medici che, sebbene riferibile a un periodo più tardo del prototipo capitolino, è un originale greco. Del tipo capitolino si conoscono varie copie, tra cui una al Louvre, una al British Museum, una all'Ermitage. L'opera fu oggetto delle spoliazioni (furti) francesi dello stato della chiesa durante l'occupazione napoleonica. L'opera ritrae Venere al bagno, nella posizione pudica. Essa infatti si piega leggermente su se stessa per coprirsi con le mani e le braccia il pube e i seni. Accanto a sé ha un panno appoggiato su un'alta anfora. L'acconciatura è alquanto particolare, coi capelli annodati sia sulla nuca, sia sulla testa, a mo' di fiocco. Evidente è la ricerca di una resa naturalistica e idealizzata del corpo femminile nudo, che all'epoca aveva messo in secondo piano i significati sacrali legati alla figura della dea nelle rappresentazioni anteriori.
Autore sconosciuto, copia romana di un originale greco del II secolo a.C. marmo, h 193 cm, Musei Capitolini, Roma
Statue di nudi "censurate" ai Musei Capitolini
E veniamo al fattaccio che ha fatto il giro del mondo ridicolizzando tutta l’Italia e tutta la Cultura italiana. Per questo il clero al seguito di Rouhani si sarebbe accordato con la dirigenza dei musei capitolini e con lo staff di Palazzo Chigi per un oscuramento di nudi, consentendo così al presidente iraniano di presiedere all’incontro bilaterale Italia-Iran al fianco di Matteo Renzi. Nascosta agli occhi del presidente iraniano anche la famosa “Venere Capitolina”, uno dei simboli del museo romano, copia dell’originale di Prassitele, dal 1666 nei pressi della basilica di san Vitale e poi inserita nelle collezioni capitoline da papa Benedetto XIV nel 1752.
Firenze, gennaio 2015
Roma, 12 aprile 2016
Lisippo - l'Apoxyómenos
Copia romana
L'opera venne esposta, quasi subito, nei Musei Vaticani, L'Apoxyómenos (colui che si deterge) raffigura un giovane atleta nell'atto di detergersi il corpo con un raschietto di metallo, che i Romani chiamavano strigilis. Era uno strumento dell'epoca, di metallo, ferro o bronzo, che era usato solo dagli uomini e, principalmente, dagli atleti per pulirsi dalla polvere, dal sudore e dall'olio in eccesso che veniva spalmato sulla pelle prima delle gare di lotta. L'atleta è quindi raffigurato in un momento successivo alla competizione, in un atto che accomuna vincitore e vinto. Piccoli particolari rovinati si possono riscontrare nella punta del naso, mancante, diverse scheggiature relative all'orecchio sinistro, ai capelli, a una delle mascelle e anche allo zigomo sinistro. Esistono due fratture sul braccio destro; una è situata alla metà circa del bicipite e una seconda sopra il polso. Il braccio sinistro riporta una frattura alla spalla, dove si possono anche notare piccole perdite di materiale e una seconda frattura al polso. Col gesto di portare in avanti le braccia (tesa la destra e piegata la sinistra), la figura segnò una rottura definitiva con la tradizionale frontalità dell'arte greca: le statue precedenti avevano infatti il punto di vista ottimale davanti, mentre in questo caso per godere appieno del soggetto si deve girargli intorno. Con tale innovazione l'opera è considerata la prima scultura pienamente a tutto tondo dell'arte greca. Esso si protende nello spazio con audacia, col peso caricato sulla gamba sinistra (aiutata da un sostegno a forma di tronco d'albero) e con una lieve torsione del busto, che spezza irrimediabilmente la razionalità del chiasmo policleteo, cosicché i pesi non sono più distribuiti con simmetria sull'asse mediano.
Lisippo, Copia romana da un originale bronzeo greco del 330-320 a.C. c. marmo h 205 cm Musei Vaticani, Roma
Il corpo dell'opera è percorso da una linea di forza ondulata e sinuosa, che dà l'impressione allo spettatore che l'opera possa in qualche modo andargli incontro. Il corpo è snello, con una testa più piccola del tradizionale 1/8 dell'altezza del canone di Policleto, in modo da assecondare un'innovativa visione prospettica, che tiene conto del punto di vista dello spettatore.
Lisippo creò un nuovo canone della figura umana, superando il geometrismo, il ritmo chiastico e la frontalità di Policleto e realizzando figure più alte e slanciate, con la testa piccola e la capigliatura mossa, libere nello spazio secondo una nuova concezione ottica.
strigile
Lisippo, Eracle a riposo
Copia romana
La statua, assieme a tutta la collezione Farnese presente nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, è stata rinvenuta alle terme di Caracalla a Roma intorno al 1546. Successivamente è entrata a far parte della collezione del cardinale Alessandro Farnese. L'eroe personificava il trionfo del coraggio dell'uomo sulla serie di prove poste dagli dèi gelosi. A lui, figlio di Zeus, era concesso di raggiungere l'immortalità definitiva. Nel periodo classico, il suo ruolo di salvatore dell'umanità era stato accentuato, ma possedeva anche difetti mortali come la lussuria e l'avidità. L'interpretazione che ne diede Lisippo rispecchiava questi aspetti della sua natura mortale e fornì all'eroe un ritratto al quale si guardò per il resto dell'antichità. Questa statua rappresenta Ercole, stanco al termine delle fatiche, che si riposa appoggiandosi alla clava, tenendo con la mano destra, dietro la schiena, i pomi d'oro rubati alle Esperidi. Le imprese compiute dall'eroe Eracle per espiare il fatto di essersi reso colpevole della morte della sua famiglia. Le 12 FATICHE DI ERCOLE 1 - uccidere l'invulnerabile leone di Nemea e portare la sua pelle come trofeo; 2 - uccidere l'immortale Idra di Lerna; 3 - catturare la cerva di Cerinea; 4- catturare il cinghiale di Erimanto; 5 - ripulire in un giorno le stalle di Augia; 6 -disperdere gli uccelli del lago Stinfalo; 7 - catturare il toro di Creta; 8 - rubare le cavalle di Diomede; 9- impossessarsi della cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni; 10- rubare i buoi di Gerione; 11 - rubare i pomi d'oro del giardino delle Esperidi ; 12 - portare vivo Cerbero, il cane a tre teste guardiano degli Inferi, a Micene.
copia dell'originale bronzea creata da Lisippo nel IV secolo a.C.
varie versioni (copie romane)
Eracle a Riposo317 cm, III secolo d.C. Museo archeologico Nazionale, Napoli
Ercole in riposo h 293 cm, metà II secolo d.C Palazzo Pitti, Firenze.
Ercole Farnese h 151 cm, II secolo d.C.Uffizi, Firenze
Venere di Milo
originale greco
La Venere di Milo è una statua di epoca ellenica che presenta numerose caratteristiche dell’epoca classica. Raffigura Venere col busto nudo e coperta solo dalla vita in giù con una morbida tunica. Ha i capelli raccolti e lo sguardo malinconico e il suo corpo realizza una torsione verso sinistra, che attribuisce all'opera movimento ed equilibrio. Non è chiaro quale sia l’episodio legato alla vita della dea rappresentato nell’opera, ma dai reperti sul luogo del ritrovamento della statua si pensa che possa essere il momento in cui Paride le dona la mela d’oro. Del resto, alcuni frammenti di un avambraccio e di una mano recante una mela sono stati ritrovati vicino alla statua stessa. L’iscrizione attribuisce l’opera ad Alessandro di Antiochia, che la realizzò nel 130 a.C. Non abbiamo altre notizie legate alla statua fino al suo ritrovamento nel 1820 ad opera di un contadino dell’isola di Milos, Yorgos Kentrotas. La sua scoperta è avvolta nel mistero: tuttora esistono numerose teorie sul giorno in cui la statua fu portata alla luce. Alcune raccontano che il bracciante trovò la statua e provò a venderla, ma successivamente fu sequestrata dai turchi e poi comprata dai francesi. Quello che è certo è che la statua fu rinvenuta in frammenti e fu acquistata dai francesi con la speranza di risollevare la patria dopo la fine dell’impero napoleonico e di dimenticare lo smacco di dover restituire le opere italiane confiscate durante le spoliazioni napoleoniche, tra le quali figurava la Venere de’Medici. L’Afrodite di Milo fu restaurata ed esposta al Louvre, dove si trova ancora oggi. Venne spostata solo durante la guerra franco-prussiana del 1870 e durante la Seconda guerra mondiale.
Alessandro di Antiochia Venere di Milo, 130 a.C. Marmo pario, h 202 cm, Museo del Louvre, Parigi
collegamenti
Eugène Delacroix, La libertà che guida il popolo, 1830 olio su tela, 260×325 cm Museo del Louvre, Parigi
Salvador Dalí, Venere a cassetti,1936 gesso dipinto e altri materiali, 98×32,5×34 cm Art Institute of Chicago
Pitocrito, Nike di Samotracia
Originale greco
La Nike di Samotracia venne scolpita a Rodi in epoca ellenistica. L'autore è sconosciuto, ma con tutta probabilità si tratta dello scultore ellenistico Pitocrito, come suggerito dal nome rinvenuto sul basamento. Dopo esser rimasta nel santuario dei Grandi Dei di Samotracia per diversi secoli, la Nike scomparve misteriosamente, per poi essere rinvenuta il 15 aprile 1863. Successivamente l'opera fu acquistata dai francesi, che intendevano includerla nelle collezioni del Museo del Louvre, dove arrivò dopo un impervio viaggio che si sviluppò tra Costantinopoli, il Pireo, Marsiglia e infine Parigi. Notevole il restauro svoltosi tra il 2013 e il 2014, con un costo globale di circa quattro milioni di euro, grazie al quale sono state ripristinate tre nuove piume sull'ala sinistra e la cromia originale del marmo. La statua, rinvenuta acefala e senza braccia, raffigura Nike, adorata dai Greci come personificazione della vittoria sportiva e bellica. La dea, vestita con un leggero chitone, è qui effigiata nell'atto di posarsi sulla prua di una nave da battaglia. Un vento impetuoso investe la figura protesa in avanti, muovendo il panneggio che aderisce strettamente al corpo e crea un gioco chiaroscurale di pieghette dall'altissimo valore virtuosistico, in grado di valorizzare il risalto dello slancio. Dinamismo e abilità di esecuzione si uniscono quindi in un'opera che concilia spunti dai migliori artisti dei decenni precedenti: Fidia e Lisippo.
Pitocrito II secolo circa, Marmo pario, h 245 cm Museo del Louvre, Parigi
la Nike, Dea della Vittoria
Il marmo pario è una varietà di marmo bianco a grana fine particolarmente pregiato, proveniente dalle cave nell'isola di Paro in Grecia.
collegamenti
Umberto Boccioni Forme uniche nella continuità dello spazio, 1913 Bronzo Altezza 126.4 cm Varie collazioni
il gruppo del Laocoonte
Copia romana
Si narra che Laocoonte, quando i Troiani portarono nella città il celebre cavallo di Troia, egli corse verso di esso scagliandogli contro una lancia che ne fece risonare il ventre pieno; proferì quindi la celebre frase «Temo i greci, anche quando portano doni». Atena, che parteggiava per i Greci, punì Laocoonte mandando due enormi serpenti marini, che uscendo dal mare avvinghiarono i suoi due figli, stritolandoli. Laocoonte cercò di accorrere in loro aiuto ma subì la stessa sorte. I Troiani presero questo come un segno, tenendo così il cavallo tra le loro mura. Il gruppo statuario raffigura la fine di Laocoonte e dei suoi due figli mentre sono stritolati da due serpenti marini. La sua posa è instabile perché nel tentativo di liberarsi dalla stretta dei serpenti Laocoonte richiama tutta la sua forza, manifestando con la più alta intensità drammatica la sua sofferenza fisica e spirituale. I suoi arti e il suo corpo assumono una posa pluridirezionale e in torsione, che si slancia nello spazio. L'espressione dolorosa del suo viso unita al contesto e la scena danno una resa psicologica caricata, quasi teatrale. La resa del nudo mostra una consumata abilità, con l'enfatica torsione del busto che sottolinea lo sforzo e la tensione del protagonista. Il volto è tormentato da un'espressione pateticamente corrucciata. Il ritmo concitato si trasmette poi alle figure dei figli. I lineamenti stravolti del viso di Lacoonte, la sua corporatura massiccia si contrappongono alla fragilità e alla debolezza dei fanciulli che implorano, impotenti, l'aiuto paterno: la scena suscita commozione ed empatia nell'animo di chi guarda.
Laocoonte e i suoi due figli lottano coi serpenti, copia romana di un gruppo scultureo greco della scuola di Rodi (I secolo), marmo, 242 cmmusei Vaticani, Roma
tre versioni
Ultima parte del Programma
GLI ETRUSCHI LEZ.1: Cenni storici - il sarcofago degli sposi - l'arringatore - la chimera L'ANTICA ROMA LEZ.2: cenni storici - il Pantheon - la colonna traiana; il Colosseo; LEZ.3: il circo massimo; il monumento equestre a Marco Aurelio; l'Ara pacis; la Domus, la villa, villa Adriana a Tivoli
Gli Etruschi
Cenni storici
La civiltà etrusca si sviluppò in Italia tra il IX e il I secolo a.C. Fu una delle più antiche civiltà italiane e raggiunse il suo massimo splendore tra il VII e il V secolo a.CGli Etruschi furono un popolo dell'Italia antica insediato in un'area denominata Etruria, corrispondente all'incirca alla Toscana, all'Umbria occidentale e al Lazio settentrionale e centrale. E con propaggini anche a nord nella zona padana, nelle attuali Emilia-Romagna, Lombardia sud-orientale e Veneto meridionale, e a sud, in alcune aree della Campania. La fase più antica della civiltà etrusca è la cultura villanoviana, attestata a partire dal X secolo a.C. La civiltà etrusca ebbe una profonda influenza sulla civiltà romana, fondendosi successivamente con essa al termine del I secolo a.C. Questo lungo processo di assimilazione culturale ebbe inizio con la data tradizionale della conquista della città etrusca di Veio da parte dei romani nel 396 a.C.
il sarcofago degli sposi
Sarcofago degli Sposi, VI secolo a.C - 140×220 cm, terracotta Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, Roma
il sarcofago degli sposi
La scultura raffigura una coppia di sposi sdraiata in un triclinio a un banchetto. Entrambe le figure hanno i capelli lunghi, gli occhi allungati e il sorriso arcaico. La donna indossa un copricapo caratteristico e dei sandali ai piedi, mentre il marito presenta una barba lunga e appuntita. Le braccia bianche della donna rappresentano la sua importanza a livello politico e sociale. La realizzazione della statua richiese più pezzi per la realizzazione, poi uniti, modellati e dipinti con l'aggiunta di dettagli. La scultura fu ritrovata in 400 frammenti nel 1881 durante scavi nella necropoli della Banditaccia a Cerveteri. Un sarcofago simile si trova nel Museo del Louvre a Parigi in Francia. I due coniugi sono raffigurati semidistesi su una klìne, un letto a piazza matrimoniale di bronzo ricoperto di stoffe e cuscini, sopra il quale gli ospiti si adagiavano durante le feste. Questa klìne si presenta con zampe a volute e gli sposi giacciono su un materasso munito di coperta e cuscino, in posizione di perfetta parità, come se partecipassero ad un banchetto. La mano sinistra dell’uomo con il palmo aperto verso l’alto e le dita allungate starebbe per ricevere alcune gocce di profumo versategli dalla sua compagna per mezzo di un alabastron (tipo di vaso utilizzato nel mondo antico per la conservazione d'olio, profumi o oli da massaggio). Il gesto della sposa di versare sulla mano dell’uomo del profumo è un rito legato ai defunti e al culto che si rende loro. La nostra coppia rappresenterebbe, dunque, la doppia immagine dei convitati che festeggiano da vivi e da morti, con il desiderio di eternare il banchetto terreno nell’aldilà;
Sarcofago degli Sposi, VI secolo a.C - 140×220 cm, terracotta Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, Roma
due versioni
VI secolo a.C - 140×220 cm, terracotta Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, Roma
520 a.C. - 114×194×69 cm, terracotta Louvre, Parigi
evoluzione del soggetto
Sarcofago degli Sposi, VI secolo a.C - 140×220 cm, terracotta Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, Roma
Canova, Paolina Borghese Bonaparte, 1808 Galleria Borghese, Roma
l'arringatore
Le fonti rinascimentali non concordano sul luogo del rinvenimento dell'opera: secondo alcune fu rinvenuta nel 1566 a Sanguineto, frazione di Tuoro sul Trasimeno, e secondo altre a Pila, frazione di Perugia. Dalla iscrizione incisa sulla toga si sa che la statua era dedicata, forse dalla comunità, a un notabile etrusco (personaggio autorevole) di nome Aulo Metello, originario di Perugia o Cortona. Doveva trovarsi presso un santuario o, con meno probabilità, presso la tomba del personaggio. Essendo un pezzo pressoché unico, la datazione si è basata su confronti con statue romane tardo-repubblicane. L'opera, comunque, conferma la matrice espressiva etrusca del realismo romano. L'uomo, vestito della toga e di alti calzari, è rappresentato mentre compie un gesto volto a catturare l'attenzione degli astanti ed accingersi a compiere l'arringa. L'artista non ha voluto fissarne il carattere psicologico quanto piuttosto sottolinearne la volontà persuasiva mediante il braccio teso e la partecipazione di tutto il corpo con la flessione del busto. Manca, pertanto, qualsiasi volontà celebrativa. Il braccio sinistro è rilassato lungo il corpo e avvolto nel panneggio, mentre il destro è appunto teso verso l'alto con il palmo della mano rivolto in avanti. La mano destra, che si spezzò nel momento in cui la statua fu rinvenuta, è di dimensioni maggiori rispetto al resto del corpo per dare maggiore risalto al gesto. La resa del panneggio dimostra una certa abilità. Quest'ultimo è appoggiato su un alto collo ed è mosso da lunghe rughe incavate sulla fronte e da incisioni più sottili ai lati degli occhi, per rendere la senilità del soggetto. Le cavità degli occhi, un tempo riempite probabilmente da inserti di pasta vitrea, sono di notevole espressività. La capigliatura, lavorata a ciocche regolari eseguite col cesello, è aderente al cranio.
autore sconosciuto, fine del II-inizi del I secolo a.C. bronzo h 170 cm Museo archeologico nazionale, Firenze
dettagli
Sulla toga c’è un’iscrizione etrusca del II° secolo a.C. che indica l’identità di Aulo Metello
La mano destra è di dimensioni maggiori rispetto al resto del corpo per dare maggiore risalto al gesto.
La Chimera
Autore: sconosciuto, 400 a.C. - bronzo, h: 78,5 cmMuseo Archeologico Nazionale di Firenze
La Chimera
La sua datazione è fatta risalire a un periodo compreso tra l'ultimo quarto del V e i primi decenni del IV secolo a.C. Faceva parte di un gruppo di bronzi sepolti nell'antichità per poterli preservare. Con l'aiuto del cavallo alato Pegaso, Bellerofonte riuscì a sconfiggere Chimera con le sue stesse terribili armi: immerse la punta del suo giavellotto nelle fauci della belva, il fuoco che ne usciva sciolse il piombo che uccise l'animale. Si tratta di una statua di bronzo rinvenuta il 15 novembre 1553 ad'Arezzo durante la costruzione di fortificazioni medicee alla periferia della cittadina, fuori da Porta San Lorentino (dove oggi si trova una replica in bronzo). Venne subito reclamata dal granduca di Toscana Cosimo I de' Medici per la sua collezione, il quale la espose pubblicamente presso il Palazzo Vecchio, nella sala di Leone X. Venne poi trasferita presso il suo studiolo di Palazzo Pitti, in cui, come riportato da Benvenuto Cellini nella sua autobiografia, "il duca ricavava grande piacere nel pulirla personalmente con attrezzi da orafo". Dalle notizie del ritrovamento, presenti nell'Archivio di Arezzo, risulta che questo bronzo venne identificato inizialmente con un leone poiché la coda, rintracciata in seguito da Giorgio Vasari, non era ancora stata trovata e fu ricomposta solo nel XVIII secolo grazie a un restauro visibile ancora oggi. Il restauro alla coda è però un restauro sbagliato: il serpente doveva avventarsi minacciosamente contro Bellerofonte e non mordere un corno della testa della capra perché si trova sul proprio corpo. Nel 1718 venne poi trasportata nella Galleria degli Uffizi e in seguito fu trasferita nuovamente nell'odierno Museo archeologico di Firenze.
Autore: sconosciuto, 400 a.C. - bronzo, h: 78,5 cmMuseo Archeologico Nazionale di Firenze
simbologia
Probabilmente, la Chimera faceva parte di un gruppo con Bellerofonte e Pegaso ma non si può escludere completamente l'ipotesi che si trattasse di un'offerta votiva a sé stante. Quest'ipotesi sembra essere confermata dalla presenza di un'iscrizione sulla zampa anteriore destra, in cui vi si legge la scritta TINSCVIL o TINS'VIL, che significa "donata al dio Tin", cioè il re degli dèi
l'antica Roma
innovazioni architettoniche
A differenza dei greci, i romani furono dei grandi costruttori, applicando le loro capacità tecniche alla realizzazione di numerose costruzioni dalle molteplici tipologie. Ma non si limitarono solo all’architettura. Essi crearono le prime grandi infrastrutture del territorio: le strade e gli acquedotti. Costruirono numerose città, i romani ebbero una visione molto precisa del territorio, che essi utilizzarono quasi totalmente, modificandolo e rendendolo funzionale alle esigenze di un grande impero. Nell’architettura il primo dato che differenzia i romani dai greci, fu l’impiego del sistema costruttivo ad arco. Se l’arco è essenzialmente una struttura lineare (esso giace su un piano), la volta è un arco, o un insieme di archi, realizzati per occupare uno spazio tridimensionale. La volta di più semplice concezione è la cosiddetta «volta a botte»: essa in pratica è un insieme di archi successivi, che realizza una specie di galleria. Tale volta, per il suo sostegno, necessita di due muri laterali portanti. L’altra tipologia di volta, utilizzata già dagli antichi romani, era la «volta a crociera»: questa non si appoggia su due muri portanti, ma su quattro pilastri d’angolo. In tal modo, tale volta può essere aperta su tutti e quattro i lati, ed è quindi più funzionale per realizzare edifici a più navate. L’altra tipologia di volta utilizzata dai romani fu la «cupola»: essa, in pratica, è determinata dalla rotazione di un arco intorno al proprio asse verticale. Si determina così una perfetta calotta semisferica, la quale però, per il suo sostegno, necessita di un muro perimetrale continuo, di forma circolare. Da queste tipologie di coperture a volta, si hanno quindi delle forme planimetriche ben precise: una volta a botte può realizzarsi su piante rettangolari, una volta a crociera solo su piante quadrate, ed una cupola solo su piante circolari.
dall'arco alla cupola
VOLTA A BOTTE
ARCO A TUTTO SESTO
VOLTA A CROCIERA
CUPOLA
rilievo storico celebrativo
Il passo decisivo che segnò uno stacco tra arte greca e romana fu senz'altro la comparsa del rilievo storico, inteso come narrazione di un evento di interesse pubblico, a carattere civile o militare. Il rilievo storico romano non è mai un'istantanea di un avvenimento o di una cerimonia, ma presenta sempre una selezione didascalica degli eventi e dei personaggi, composti in maniera da ricreare una narrazione simbolica ma facilmente leggibile. Un’ulteriore tipologia caratteristica dell’arte romana è quella del rilievo storico-celebrativo, un rilievo che ha la funzione di ricordare un avvenimento storico o di celebrare le imprese di un dato personaggio. Fra i più importanti e significativi rilievi storico-celebrativi sono senza dubbio da annoverare l’Ara Pacis Augustae e la Colonna Traiana. Solitamente si ritiene che la principale creazione dell'arte romana sia stata il ritratto. Ciò non è esatto: le splendide serie di ritratti di età romana non sono infatti che una continuazione, in diverse condizioni di ambiente e con diverse esigenze, della grande arte ritrattistica ellenistica. Ciò che è nuovo nel ritratto romano è la sua grande diffusione e il suo carattere privato, legato a particolari tradizioni delle famiglie patrizie, che custodivano in ogni loro ramo i ritratti degli antenati.
la colonna traiana
La Colonna Traiana è un monumento innalzato a Roma per celebrare la conquista della Dacia da parte dell'imperatore Traiano: rievoca infatti tutti i momenti salienti di quella espansione territoriale. Si tratta della prima colonna coclide (rivestita di una fascia decorativa a elica) mai innalzata. Una lettura "abbreviata" era anche possibile senza la necessità di girare intorno al fusto della colonna per seguire l'intero racconto, seguendo le scene secondo un ordine verticale, dato che la loro sovrapposizione nelle diverse spire sembra seguire una logica coerente. La Colonna Traiana fu una novità assoluta nell'arte antica e divenne il punto di arrivo più all'avanguardia per il rilievo storico romano. Nella Colonna Traiana si assiste, per la prima volta nell'arte romana, a un'espressione artistica autonoma in ogni suo aspetto. La colonna è del tipo "centenario", cioè alta 100 piedi romani (pari a 29,78 metri, 39,86 metri circa se si include l'alto piedistallo alla base e la statua alla sommità). L'ordine della colonna è quello dorico riadattato, come testimoniano alla sommità le scanalature sotto il fregio spiraliforme. La colonna è costituita da 17 rocchi, la base, il capitello e l'abaco. In origine sulla sommità era collocata una statua bronzea di Traiano, sostituita poi con quella di San Pietro. I 200 metri del fregio istoriato continuo si arrotolano intorno al fusto per 23 volte, come se fosse un rotolo di papiro o di stoffa, e recano circa 100-150 scene (a seconda di come si intervallano) animate da circa 2500 figure.
113 d.C.
la base
La base ha la forma di una corona di alloro su plinto e l'alto basamento a dado è decorato sulle quattro facce con trofei di armi barbariche scolpite a rilievo molto basso. La porta che si apre sulla fronte del basamento conduce alla cella sepolcrale, da cui si accede alla scala a chiocciola di 185 scalini illuminata da 43 feritoie, non previste fin dall'inizio del progetto, come sarà invece nella colonna di Marco Aurelio, ma aggiunte in corso d'opera, dal momento che tali aperture spezzano in alcuni punti la composizione della fascia decorata.
il Pantheon
Il Pantheon, tempio di tutti gli dei. Fu fondato nel 27 a.C. da Marco Agrippa. Fu fatto ricostruire dall'imperatore Adriano tra il 120 e il 124 d.C., dopo che gli incendi dell'80 e del 110 d.C. avevano danneggiato la costruzione precedente di età augustea. L'edificio è composto da una struttura circolare unita a un portico in colonne corinzie (otto frontali e due gruppi di quattro in seconda e terza fila) che sorreggono un frontone. La grande cella circolare, detta rotonda, è cinta da spesse pareti in muratura e da otto grandi piloni su cui è ripartito il peso della caratteristica cupola emisferica in calcestruzzo. La cupola ospita al suo apice un'apertura circolare detta oculo, che permette l'illuminazione dell'ambiente interno. L'altezza dell'edificio calcolata all'oculo è pari al diametro della rotonda, caratteristica che rispecchia i criteri classici di architettura equilibrata e armoniosa. A quasi due millenni dalla sua costruzione, la cupola intradossata del Pantheon è ancora oggi una delle cupole più grandi di tutto il mondo, e nello specifico la più grande costruita in calcestruzzo non armato. All'inizio del VII secolo il Pantheon è stato convertito in basilica cristiana (con l'editto di Costantinopoli) chiamata Santa Maria della Rotonda, il che gli ha consentito di sopravvivere quasi integro alle spoliazioni inflitte dai papi agli edifici della Roma classica.
Altezza: 43,44 m
la cupola
La cupola, del diametro di 43,44 m, e con più di 5000 tonnellate di peso, è l'archetipo delle cupole costruite nei secoli successivi in Europa e nel Mediterraneo, sia nelle chiese cristiane, sia nelle moschee musulmane. All'interno è decorata da cinque ordini di ventotto cassettoni; ventotto era un numero che gli antichi consideravano perfetto, dal momento che si ottiene dalla somma 1+2+3+4+5+6+7 e che il sette è un numero che indica perfezione, essendo sette i pianeti visibili ad occhio nudo. Una tradizione romana vuole che nel Pantheon non penetri la pioggia per il cosiddetto "effetto camino": quando la miriade di candele che venivano accese nella chiesa produceva una corrente d'aria calda che saliva verso l'alto e che incontrandosi con la pioggia la nebulizzava, annullando pertanto la percezione dell'entrata dell'acqua. La realizzazione fu resa possibile grazie a una serie di espedienti che contribuiscono all'alleggerimento della struttura: dall'utilizzo dei cassettoni all'uso di materiali via via sempre più leggeri verso l'alto. Nello strato più vicino al tamburo cilindrico si trovano strati di calcestruzzo con scaglie di mattoni, salendo si trova calcestruzzo con scaglie di tufo, mentre nella parte superiore, nei pressi dell'oculo, si trova calcestruzzo miscelato a lapilli vulcanici. Lo spessore della muratura si rastrema verso l'alto (da 5,90 m inferiormente a 1,50 m in corrispondenza della parte intorno all'oculo centrale).
il compleanno di Roma
Ogni 21 aprile (data della fondazione di Roma), i raggi del sole attraversano l'oculo illuminando la porta principale. A mezzogiorno la luce del sole colpisce la grata metallica sopra la porta, riempiendo di luce l'ingresso. Ciò avrebbe illuminato l’imperatore nei tempi antichi, riflettendo il suo status percepito come dio sulla terra.
Il Natale di Roma, anticamente detto Dies Romana e conosciuto anche con il nome di Romaia, è una festività legata alla fondazione della città di Roma, festeggiata il 21 aprile. Secondo la leggenda, Romolo avrebbe infatti fondato la città di Roma il 21 aprile del 753 a.C.
l'interno
Il Pantheon conserva le tombe dei due primi re d'Italia, Vittorio Emanuele II e suo figlio Umberto I. La tomba del Pantheon è costituita da un'urna di porfido con quattro protomi leonine. Le tombe reali vengono mantenute in ordine da volontari delle organizzazioni monarchiche. All'interno dell'edificio è sepolto anche Raffaello Sanzio.
“Ille hic est Raphael timuit quo sospite vinci, rerum magna parens et moriente mori”, ovvero “Qui giace Raffaello: da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire”.
dettaglio
In alto a sinistra sulla facciata esterna, tra pietre millenarie, si trova un’ape scolpita: è il simbolo della potente famiglia Barberini, da cui proveniva papa Urbano VIII. Fu proprio lui, nel Seicento, a finanziare il restauro del Pantheon. E come spesso accadeva all’epoca, fece incidere il proprio stemma per lasciare il segno Ricordiamo i Barberini con la frase “quello che non hanno fatto i barbari, l’hanno fatto i Barberini” perché spesso furono prelevati materiali da diversi monumenti antichi per costruzioni più moderne. L’ape fu realizzata da Gian Lorenzo Bernini, e fu proprio nel suo periodo che Roma cambiò volto con opere barocche grandiose
Anfiteatro Flavio
Il Colosseo, originariamente conosciuto come Amphitheatrum Flavium, è il più grande anfiteatro del mondo, situato nel centro della città di Roma. In grado di contenere un numero di spettatori stimato tra 50.000 e 75.000 unità, è il più importante anfiteatro romano, nonché il più imponente monumento dell'antica Roma che sia giunto fino a noi, conosciuto in tutto il mondo come simbolo della città di Roma e uno dei simboli d'Italia. Inserito nel 1980 nella lista dei Patrimoni dell'umanità dall'UNESCO. L'anfiteatro è stato edificato in epoca Flavia su un'area al limite orientale del Foro Romano. La sua costruzione fu iniziata da Vespasiano nel 72 d.C. ed inaugurato da Tito nell'80, con ulteriori modifiche apportate durante l'impero di Domiziano nel 90. L'edificio forma un ovale di 527 m di perimetro, con assi che misurano 187,5 e 156,5 m. L'arena all'interno misura 86 × 54 m, con una superficie di 3.357 m². L'altezza attuale raggiunge 48,5 m, ma originariamente arrivava a 52 m. La struttura esprime con chiarezza le concezioni architettoniche e costruttive romane della prima Età imperiale, basate rispettivamente sulla linea curva e avvolgente offerta dalla pianta ovale e sulla complessità dei sistemi costruttivi. Il nome "Colosseo" si diffuse solo nel Medioevo e deriva dalla deformazione popolare dell'aggettivo latino "colosseum" o, più probabilmente, dalla vicinanza della colossale statua bronzea di Nerone che sorgeva nei pressi. Presto l'edificio divenne simbolo della città imperiale, espressione di un'ideologia in cui la volontà celebrativa giunge a definire modelli per lo svago e il divertimento del popolo. Anticamente era usato per gli spettacoli di gladiatori e altre manifestazioni pubbliche (spettacoli di caccia, rievocazioni di battaglie famose, e drammi basati sulla mitologia classica).
"Panem et circenses" è una locuzione latina che significa "pane e giochi circensi"
il colosso
L'edificio fu più volte restaurato, a causa degli incendi e dei terremoti. Accanto al Colosseo, tra questo e la via dei Fori Imperiali, è ancora visibile, sulla pavimentazione, il disegno di un grande quadrato (7,5 metri per lato), ottenuto con pietre di diverso colore. Qui era la base della colossale statua bronzea di Nerone (alta circa 35 metri), i cui resti furono demoliti nel 1936 dal regime fascista, in occasione dell'apertura della "via dell'Impero" (oggi via dei Fori Imperiali). La statua era originariamente al centro dell'atrio della "Domus Aurea" e solo in seguito fu trasportata accanto all'anfiteatro: il termine "Colosseo", attribuito per la prima volta nell'VIII secolo, deriva non dalle proporzioni dell'edificio ma proprio dalla vicinanza della "colossale" statua.
ricostruzione ideale
Il Colosseo è diventato il più grande anfiteatro romano, con una struttura ellittica lunga 188 metri, larga 156 metri ed alta 52 metri.
velarium
ordini architettonici: 1° livello - tuscanico (piano terra) 2° livello - ionico 3° livello - corinzio
vomitoria
le naumachie
La naumachia indica nel mondo romano sia uno spettacolo rappresentante una battaglia navale sia il bacino in cui queste si tenevano. La prima naumachia conosciuta è quella organizzata da Giulio Cesare a Roma nel 46 a.C. per il suo quadruplice trionfo. I combattenti erano dei condannati a morte e si sa che i naumachiarii (combattenti nella naumachia) prima della battaglia salutavano l'imperatore con una frase divenuta famosa: Morituri te salutant.
il restauro di Valadier
Giuseppe Valadier, si occupò nel 1823 del recupero dell'anello perimetrale nel lato verso i fori. Dal punto di vista statico l'intervento consistette in un nuovo sperone, realizzato con arcate identiche alle originali. L'aggiunta, interamente in mattoni, fu costruita utilizzando materiale diverso rispetto all'originale per motivi economici, e non per una volontà di differenziazione, ad eccezione della basi e dei capitelli in travertino, messi in opera in maniera identica agli originali e con lo stesso livello di definizione. Anche in questo caso, per non guastare esteticamente la preesistenza, si progettò una scialbatura color travertino, mai realizzata. Iscrizione di papa Pio IX del 1852 che ricorda i restauri eseguiti sul lato verso l'Esquilino A dieci anni dall'inizio dei lavori, l'opera fu celebrata da Giuseppe Valadier al pari di una nuova architettura in Opere di Architettura ed Ornamento, ove descrisse ed illustrò minuziosamente il cantiere dalla costruzione delle impalcature alla fine del restauro, esaltandolo come una delle sue più grandi realizzazioni.
il colosseo fiorentino
Piazza S. Croce, Firenze
l’antico anfiteatro romano di Firenze, costruito intorno al II secolo d.C., dalla forma ellittica con unA lunghezza di circa 120 metri e con una capacità di quasi 20.000 postI
noto anche come palazzo della Civiltà del Lavoro e Colosseo quadrato, è un edificio monumentale che si trova a Roma nel moderno quartiere dell’EUR. Concepito fin dal 1936 e progettato nel 1937, la sua costruzione iniziò nel luglio 1938 e fu inaugurato, benché incompleto, nel 1940; i lavori si interruppero nel 1943 per poi essere ultimati nel dopoguerra. L’edificio è a pianta quadrata e si presenta come un parallelepipedo a quattro facce uguali, con struttura in cemento armato e copertura interamente in travertino; presenta 54 archi per facciata (9 in linea e 6 in colonna) e in ragione di ciò ricevette il soprannome di Colosseo quadrato
Palazzo della civiltà e del lavoro
Gli anfiteatri romani sono diffusi in tutto l'ex Impero, con oltre 200 esemplari identificati
Anfiteatro di El Jem - Tunisia
ANFITEATRO DI S. MARIA CAPUA VETERE – (Caserta)
Arena di Nîmes - francia
Arena di Arles - FRANCIA
Arena di Pola - CROAZIA
aRENA DI VERONA
costruzioni a confronto
A. Franchi - Firenze, 1931 - 43.147 spettatori
Colosseo - Roma, 72 d.C - 75.000 spettatori
stadio Olimpico - Roma 1937 - 72.698 spettatori
Allianz stadium- Torino, 2011 - 41.507 spettatori
il circo massimo
Il Circo Massimo è un antico circo romano, dedicato alle corse di cavalli, costruito a Roma. Situato nella valle tra il Palatino e l'Aventino, è ricordato come sede di giochi sin dagli inizi della storia della città: nella valle sarebbe avvenuto il mitico episodio del ratto delle Sabine. Di certo l'ampio spazio pianeggiante e la sua prossimità all'approdo del Tevere dove dall'antichità più remota si svolgevano gli scambi commerciali, fecero sì che il luogo costituisse fin dalla fondazione della città lo spazio elettivo in cui condurre attività di mercato e di scambi con altre popolazioni, e – di conseguenza – anche le connesse attività rituali e di socializzazione, come giochi e gare. Con i suoi 600 metri di lunghezza e 140 di larghezza, è considerata la più grande struttura per spettacoli costruita dall'uomo.
capienza 150.000 spettatori - ingresso gratuito
caratteristiche
obelisco dell'epoca di Ramses II portato dall'Egitto, l'obelisco flaminio, che nel XVI secolo fu spostato da papa Sisto V in piazza del Popolo
Spina, divisorio tra le due corsie
Meta, il punto più pericoloso del circuito
stadio di Domiziano, prima e dopo
il circo massimo, oggi
festa per lo scudetto della AS Roma 24 giugno 2001 stimate 900.000 persone
festa per la coppa del mondo, 2006 stimate 700.000 persone
abitanti città di Torino nel 2019: 879.546
Monumento equestre a Marco Aurelio
La statua equestre di Marco Aurelio è l'unica statua equestre di epoca classica giunta integra all'epoca contemporanea. La statua si salvò dalla fusione grazie alla sua errata attribuzione all'imperatore Costantino, primo imperatore cristiano, va ricordato che nel medioevo il valore intrinseco delle statue di bronzo era notevolissimo ed i profitti derivati dalla vendita del metallo enormi. Nel 1539 Michelangelo ne decise l'esatta collocazione e così la statua divenne il punto di riferimento della piazza. Piazza del Campidoglio. Nel 1979 un attentato dinamitardo al vicino Palazzo Senatorio danneggiò il basamento marmoreo della statua. Le indagini disposte in quell'occasione constatarono la presenza di fessure sulle zampe del cavallo e un grave processo di corrosione su tutta la superficie, al che si decise che la statua andava restaurata e preservata per le future generazioni. La statua originale non fu più posta in piazza del Campidoglio, dove fu invece sostituita da una fedele riproduzione realizzata con il laser. Temi centrali della statua sono il potere e la grandezza divina, con l'imperatore raffigurato a grandezza reale e il braccio teso, un gesto che ricorda molto i ritratti di Augusto. In questo caso il gesto può essere inteso come un atto di clemenza: questa teoria, difesa da alcuni storici, si avvale della testimonianza di alcuni scritti medioevali che parlano di un prigioniero barbaro ai piedi della statua, a noi non pervenuto. Questa posa mostra l'imperatore come un dio e conquistatore. Tuttavia l'assenza di armi e armatura dà una sensazione di pace, una pace forse legata alla prosperità dell'Impero Romano durante il suo regno. Un'altra teoria ipotizza che nella mano vi fosse in precedenza un rotolo di pergamena, scomparso durante il medioevo.
Bronzo, 176 o 180 d.C.400×230×410 cm Musei Capitolini, Roma
MichelangeloPiazza del Campidoglio1534/38
COPIA Piazza del Campidoglio, Roma
ORIGINALE Musei Capitolini, Roma
Simbologia
Due zampe sollevate: morte in battaglia, sul campo di combattimento.
Quattro zampe a terra: morte naturale.
Una zampa sollevata: morte causata da ferite riportate in battaglia, ma non sul campo.
Emilio Gallori, Monumento a Giuseppe Garibaldi 1895, Roma
Verrocchio, Monumento equestre a Bartolomeo Colleoni1480 e il 1488, Venezia
Pietro Tacca, Monumento equestre a Filippo IV, 1613Plaza Mayor, Madrid
l'Ara pacis
L'Ara Pacis Augustae (Altare della pace augustea) è un altare dedicato da Augusto (Roma, 23 settembre 63 a.C. – Nola, 19 agosto 14 d.C.)) nel 9 a.C. Questo monumento rappresenta una delle più significative testimonianze pervenuteci dell'arte augustea ed intende simboleggiare la pace e la prosperità raggiunte come risultato della Pax Romana. L'aspetto dell'Ara Pacis è stato ricostruito grazie alla testimonianza delle fonti, agli studi durante gli scavi e alle raffigurazioni su alcune monete romane. L'Ara Pacis è costituita da un recinto quasi quadrato in marmo (m 11,65 x 10,62 x h 3.68), elevato su basso podio, nei lati lunghi del quale si aprivano due porte, larghe 3,60 metri; a quella anteriore si accede da una rampa di nove gradini (la simbologia del numero 9 è associata al completamento di un ciclo); all'interno, sopra una gradinata, si erge l'altare vero e proprio. La superficie del recinto presenta una raffinata decorazione a rilievo, esterno e interno. Nelle scene la profondità dello spazio è ottenuta mediante differenti spessori delle figure. L'aspetto era quindi eclettico e la realizzazione fu certamente opera di botteghe greche. L'aspetto politico-propagandistico è notevole, come in molte opere dell'epoca, con i legami evidenti tra Augusto e la Pax, espressa come un rifiorire della terra sotto il dominio universale romano. La Pax Romana è il lungo periodo di pace (2 secoli) imposto sugli stati all'interno dell'Impero romano grazie alla presa del potere da parte di Augusto
bassorilievi
il compleanno di Augusto
Gli studiosi hanno a lungo creduto che l'obelisco egizio fosse stato eretto come puntatore di una gigantesca meridiana, posizionato in modo che gettasse un'ombra simbolica sulla facciata occidentale dell'Ara Pacis nel giorno del compleanno di Augusto, il 23 settembre.
FERIAE AUGUSTI (Ferragosto) Le feste poste tra il 15 e il 21 agosto si celebravano in Roma in onore del Dio arcaico Consus, Dio delle messi, protettore dei raccolti e quindi dei granai e degli approvvigionamenti.
il Museo dell'Ara pacis
Progettato dall'architetto Richard Meier, il complesso museale attuale è stato inaugurato e aperto al pubblico dopo sette anni di lavori, il 21 aprile 2006 (in occasione del Natale di Roma).L'opera è stata accolta con pareri contrastanti. Il New York Times l'ha definita senza mezzi termini un "flop", mentre il critico d'arte Vittorio Sgarbi l'ha liquidata spregiativamente definendola «una pompa di benzina texana nel cuore di uno dei centri storici più importanti del mondo», nonché il primo passo verso una «internazionalizzazione» della città eterna.
La nuova costruzione di Richard Meier del 2006
la domus
La domus era una tipologia di abitazione utilizzata nell'antica Roma. Era un domicilio privato urbano e si distingueva dalla villa suburbana, che invece era un'abitazione privata situata al di fuori delle mura della città, e dalla villa rustica, situata in campagna e dotata di ambienti appositi per i lavori agricoli. La domus era l'abitazione delle ricche famiglie patrizie, mentre le classi povere abitavano in palazzine chiamate insulae. La domus si sviluppava in orizzontale ed era composta da molte stanze con funzioni diverse: l'ingresso bipartito in vestibulum e fauces (da cui si accedeva all'atrium, che era la stanza centrale subito dopo l'ingresso, da cui si poteva accedere agli altri ambienti che vi si affacciavano), le stanze da letto dette cubicula, la sala dei banchetti detta triclinium (dove gli ospiti potevano mangiare sdraiati sui letti tricliniari), alcuni ambienti laterali detti alae, il tablinum (locale adibito a salotto o studio solitamente posto in fondo all'atrium). Le stanze che si affacciavano direttamente sulla strada erano solitamente affittate a terzi per essere adibite a negozi o botteghe artigiane ed erano denominate tabernae. Nel retro della casa all'aperto c'era l'hortus, il giardino/orto domestico.
Avevano il balneum, il bagno, che era l'esatta copia delle terme (comprendeva infatti l'apodyterium, lo spogliatoio, il calidarium, la piscina dell'acqua calda, il tepidarium, piscina dell'acqua tiepida, per arrivare al frigidarium che era la piscina con l'acqua fredda). In alcune ville più ricche si poteva trovare anche la bibliotheca, la diaeta, un padiglione per intrattenere gli ospiti ed il solarium, una terrazza che poteva anche essere coperta. Generalmente la domus signorile non era dotata di finestre sull'esterno, o, se vi erano, erano molto piccole. L'illuminazione era fornita dalla luce solare che entrava dal compluvium dell'atrio e illuminava di riflesso le stanze ad esso adiacenti. Dal compluvium entrava, oltre che la luce anche l'acqua piovana che veniva raccolta in una vasca o cisterna quadrangolare al centro dell'atrio detta impluvium.
le latrine
Erano strutture a carattere monumentale, che aveva bisogno di grandi quantitativi di acqua. Le latrine erano ubicate nei pressi o all'interno dei più importanti luoghi aperti al pubblico: i teatri, gli anfiteatri, le terme ed i fori. Secondo diversi studiosi, al posto della carta, nei gabinetti dell'antica Roma, si utilizzava un particolare utensile igienico chiamato tersorium. Si trattava di una spugna marina infilata su di un bastone, che veniva condivisa da chi utilizzava la latrina pubblica.
Villa Adriana
II secolo d.C.
La splendida Villa Adriana a Tivoli è uno dei siti italiani inseriti dall'Unesco nella World Heritage List. Costruita per volere dell'imperatore Adriano, si tratta di un complesso abitativo monumentale che ancora oggi mette in scena i fasti dei luoghi del potere dell'antica Roma. Si tratta di una villa a padiglioni, destinata allo svago e alla rappresentanza grande circa 300 ettari (3000 mq) rendendola la villa più grande mai costruita. Si pensa che lo stesso Adriano, che si intendeva di architettura, abbia partecipato alla progettazione della villa.
il teatro marittimo
Il Teatro marittimo, definizione assegnata dai moderni, è una delle prime costruzioni della villa, tanto che è stata interpretata come la primissima, provvisoria residenza di Adriano nel sito. Le sue caratteristiche di separatezza rendono credibile l'ipotesi che il luogo costituisse la parte privata del palazzo. La struttura, iniziata nel 118, fu edificata nei pressi della villa repubblicana. È un complesso assai singolare, ad un solo piano, senza alcun rapporto con la forma abituale di un teatro romano, costituito da un pronao di cui non resta più nulla, mentre sono riconoscibili la soglia dell'atrio e tracce di mosaici pavimentali. All'interno consta di un portico circolare a colonne ioniche, voltato. Il portico si affaccia su un canale al centro del quale sorge un isolotto di 45 m di diametro, composto anch'esso da un atrio e da un portico in asse con l'ingresso, più un piccolo giardino, un complesso termale minore, alcuni ambienti e delle latrine. La struttura non prevedeva alcun ponte in muratura che collegasse l'isolotto al mondo esterno, e per accedervi era necessario protendere un ponticello.
il Pecìle
Un muro alto circa nove metri sul lato nord è quello che resta del recinto originario che componeva il quadriportico, che delimitava un vastissimo spazio rettangolare di metri 232x97 con giardino e una grande piscina al centro. Il portico consentiva un percorso completo intorno al muro di spina, si raggiungeva una distanza di 429 metri. La passione imperiale per la cultura greca e l’importanza attribuita all’educazione e all’attività fisica. Da un’iscrizione rinvenuta nel 1735 si evince che il Pecile era destinato alle cosiddette camminate del dopo pranzo, vere e proprie passeggiate di andata e ritorno di 1540 piedi corrispondenti a circa 429 metri ed il suo orientamento est-ovest ne consentiva lo sfruttamento sia come passeggiata estiva, nella parte settentrionale, che come passeggiata invernale, nella parte meridionale.
il canopo
Il suggestivo complesso percorso da un ampio bacino d’acqua che si conclude con un padiglione che fu regolarizzata e rinforzata con muri, contrafforti e sostruzioni precedute da tabernae. L’edificio è stato interpretato come un richiamo a Canopo, il canale che collegava Alessandria all’omonima città situata sul delta del Nilo, famosa per le grandiose feste notturne che vi venivano fatte. Le misure dello specchio d’acqua, ubicato al centro della valle, sono 119×18 m con il lato nord curvo circondato da un colonnato caratterizzato da un’architrave mistilineo; a est era inquadrato da un doppio colonnato destinato a sostenere una pergola mentre uno singolo correva lungo il lato ad ovest a metà del quale sono situate al posto delle colonne sei statue (4 cariatidi, copie di quelle dell’Eretteo ateniese giunte a noi senza braccia, e 2 Sileni* canefori, cioè portatori di canestro, in cui il capitello è sostituito dalla cesta di frutta, riproducenti modelli ellenistici). Quest’ultime sono state sostituite da copie di gesso; gli originali si trovano nel Museo della Villa. C’è poi un’altra statua di ubicazione incerta: un coccodrillo di marmo nelle cui fauci era ubicato un tubo di piombo da cui scaturiva dell’acqua. Sembra inoltre che un complesso meccanismo idraulico azionava una fontana a cascata, che inneggiava alla ciclica piena del Nilo apportatrice di vita;
*Esseri mitologici della Grecia antica, simili ai Satiri e rappresentati in forma umana, ma con orecchie, coda e talvolta zoccoli di cavallo
l'arco di Costantino
L'arco di Costantino è un arco trionfale a tre fornici (con un passaggio centrale affiancato da due passaggi laterali più piccoli), situato a Roma, a breve distanza dal Colosseo. Oltre alla notevole importanza storica come monumento, l'Arco può essere considerato come un vero e proprio museo di scultura romana ufficiale, straordinario per ricchezza e importanza. Le dimensioni generali del prospetto sono di 21 m di altezza, 25,9 m di larghezza e 7,4 m di profondità. L'arco fu dedicato dal senato per commemorare la vittoria di Costantino I contro Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio (28 ottobre 312 d.C.) e inaugurato nel 315 d.C. in occasione dei decennalia (dieci anni di regno) dell'imperatore; Otto rilievi circolari dell'epoca dell'imperatore Adriano di oltre 2 m di altezza sono collocati al di sopra dei fornici laterali, sulle due facciate, inseriti a due a due in un campo rettangolare che in origine era ricoperto da lastre di porfido. La ragione dell'attribuzione all'epoca adrianea è essenzialmente legata, oltre che per fattori stilistici e nella scelta delle scene, alla presenza (tre volte) della ben nota figura di Antinoo, il ragazzo amato da Adriano.
Antinoo
Nell'ottobre del 130 d.C. moriva Antinoo, amante dell'imperatore Adriano, annegato nelle acque del fiume Nilo. L'imperatore era infatti in uno dei suoi tanti viaggi in giro per l'impero, proprio in Egitto, quando Antinoo morì. Secondo le informazioni ufficiali Antinoo annegò scivolando dal ponte della nave su cui erano in crociera lui e l'imperatore, anche se si sospetta che si possa essere trattato di un suicidio. Un oracolo aveva infatti predetto che Adriano sarebbe morto nel giro di un anno e il suo amante era convinto in questo modo di ritardare il fato degli dei. Oppure Antinoo temeva che l'imperatore non lo avrebbe più amato ora che stava diventando adulto. Tuttavia è anche possibile che sia stato eliminato perché qualcuno sospettava che l'imperatore lo nominasse suo erede. Adriano, che sarebbe poi morto nel 138, quasi 10 anni dopo, rimase straziato dalla morte di Antinoo, fondando in Egitto una città in suo onore, Antinoopoli. Poco si sa della vita di Antinoo prima dell’incontro con Adriano, se non che proveniva da una famiglia greca della Bitinia ed era nato probabilmente tra il 110 e il 112 d.C., nel mese di novembre. Il suo nome forse viene dal personaggio dell’Odissea Antinoo, uno dei maggiori pretendenti di Penelope e avversario di Telemaco oppure che fosse l’equivalente maschile di Antinoe figlia di Cefeo che rifondò la città di Mantinea, che aveva ottimi rapporti commerciali proprio con la Bitinia. E’ altresì probabile che non fosse uno schiavo, dato che post-mortem venne divinizzato. Probabilmente Adriano aveva incontrato il giovane per la prima volta a Claudiopoli nel 123.
Ritratto di Antinoo, scoperto nel XVIII secolo nella villa Adriana a Tivoli, oggi al Museo del Louvre di Parigi