LA MATTINATA DI UN "BAMBOCCIONE"
Satire, 3, vv. 1-62
Studente: Lena Palmiero
INDICE
LE SATIRE
ANALISI
PERSIO
INTRODUZIONE
TESTO
VIDEO SIMBOLO
PERSIO
Lorem ipsum
- Nacque a Volterra, aveva quindi origini etrusche
- Abbracciò lo stoicismo tramite l'amicizia con il maestro Anneo Cornuto
- Scrisse raro et tarde: la sua raccolta principale sono le Satire
- autore dei mores pallentes
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STILE
LE SATIRE
- Si aprono con un breve componimento in cui si polemizza contro le mode letterarie del tempo. Si cerca di smuovere i lettori dall'immobilità intellettuale data dalla poesia vuota e convenzionale dell'epoca (recitationes)
- La scrittura di satire è una necessità: il decadimento morale del suo tempo lo spinge all'invettiva per smascherare il vizio, anche a costo di essere brutale.
Al centro delle satire vi è dunque il verum
- Abbandono dei toni miti oraziani al fine di essere ascoltato. Persio vuole schiacciare i propri lettori sotto il peso delle loro manchevolezze; in questo senso la pars destruens ha un peso molto maggiore rispetto la pars construens
- Negli ultimi componimenti Persio si rivolge al proprio amico e maestro, mostrando loro il percorso che lo ha allontanato dagli attacchi delle passioni e gli ha permesso di raggiungere la saggezza
La mattinata di un "bamboccione"
Il poeta immagina di rivolgersi a un giovane che a tarda mattina è ancora scandalosamente a letto, dopo una serata di bagordi. L'invito ad alzarsi è un'esortazione che dovrebbe avviarlo anche allo studio della filosofia stoica. Quindi la satira si rivela un protreptikòn, in cui l'invito a non sprecare tempo si collega ad un messaggio metaforico: la giovinezza è il momento giusto per incamminarsi verso la strada della virtù, altrimenti si corre il rischio di rimanere eternamente bambini e di vagare senza una reale consapevolezza di sè...
Ancora alle solite, vero? Già il chiaro mattino entra dalle finestre e con la sua luce allarga gli stretti spiragli; e noi russiamo, quanto basti a far svanire i fumi dell’indomito Falerno mentre già l'ombra tocca la quinta linea della meridiana. Su, dunque, che fai? La canicola furibonda già da un pezzo brucia e inaridisce le messi e tutto il gregge s'è riparato sotto le ampie frondi dell'olmo.
Così dice uno degli amici.
«Ma davvero? Ma sul serio? Ehi, venga qualcuno, presto! Non c'è nessuno? Mi si gonfia vitrea la bile, scoppio!».
Sembra che raglino insieme tutte le mandrie d'Arcadia.
Eccolo già col libro, con la pergamena bicolore ben rasata, con le carte in mano e la cannuccia nodosa. Ma ora ci lamentiamo perché l'inchiostro è troppo denso e stenta a calare dalla penna; ma la nera seppia, a versarci dell'acqua, svanisce; e allora ci lamentiamo perché la cannuccia lascia cadere le gocce a due per volta. Povero infelice, più infelice ogni giorno che passa: a questo siamo arrivati? Perché non reclami una pappina ben tritata come tu fossi un tenero colombo o un figlio di re e non ti ribelli e fai i capricci alla ninna-nanna della balia?
«Ma posso scrivere con una penna come questa?»
A chi vuoi darla ad intendere? Perché racconti codeste storie? Sei tu che sei in gioco. Ti perdi scioccamente e finirai con l'essere disprezzato da tutti: fa risuonare il suo difetto la Pignatta quando è percossa, rende un suono fesso quando è fatta di terra troppo fresca e mal cotta. Tu sei come fango umido e morbido; ora è il momento che ti si modelli senza perder tempo e con costanza sopra la ruota stridente. Ma dai poderi paterni ti viene una discreta quantità di farro; hai una saliera pulita e senza ammaccature - di che dovresti dunque aver paura? - e una sicura padella per sacrifici sul focolare. Tutto ciò è sufficiente. Oppure reputi decoroso gonfiarti di vento i polmoni fino a spezzarli perchè, nella tua genealogia etrusca stai in cima al millesimo ramo, o perchè saluti, andando a cavallo e vestito della toga trabeata, il tuo censore? Lascia le decorazioni alla plebaglia! Io so perfettamente come sei fatto dentro: non ti vergogni di vivere come quel dissoluto di Natta. Ma egli e ormai istupidito nel vizio; sulle sue viscere è cresciuto ormai un grosso strato di lardo, non ha colpa, non sa quel che butta via e, immerso in acqua fonda, non fa più salire bolle d'aria alla superficie. O gran padre dei numi, punisci ti prego, i crudeli tiranni, quando la feroce passione intrisa di bollente veleno li sconvolge, non altrimenti che facendo loro conoscere la virtù e straziandoli col rimorso d’ averla tradita! Gemette forse di più il bronzo del toro siciliano o di più atterrì la sottostante cervice ornata di porpora la spada pendente dal soffitto dorato, di quanto non si turbi nell'intimo dolorosamente l'infelice che ripete a se stesso: «Andiamo, andiamo precipitosamente a rovina!» mentre la moglie che gli dorme accanto non s'accorge di nulla? Ricordo che spesso, da bambino, mi ungevo gli occhi con olio d'oliva quando non avevo voglia d'indirizzare a Catone moribondo tante parole eloquenti, per averne poi gran lodi da quello sciocco del maestro o per farle udire a mio padre in sudore e ai suoi amici fatti venire apposta. Non avevo torto allora, dal momento che ciò che veramente m'interessava era sapere quanto avrei potuto guadagnare con un sei ben azzeccato o quanto mi avrebbe fatto perdere il tiro disgraziato del cane, o come avrei potuto infilare di precisione il collo stretto del vaso o batter tutti nel far correre a frustate la trottola di bosso. Ma tu, che ormai dovresti sapere distinguere il male e conoscere gli insegnamenti del Portico sapiente, coi suoi affreschi di Medi bracati, insegnamenti cui dedica le sue veglie una gioventù dal capo rasato, che solo si ciba di legumi e di grossolana polenta; tu, a cui la lettera biforcuta di Samo ha già mostrato a destra il sentiero che s'inerpica in alto, ancora russi e la tua testa ciondoloni, come disarticolata, sbadiglia la sbornia di ieri, con le mascelle che paiono scucite da ogni parte. Ma c'è qualcosa che ti interessa al mondo e a cui tendi l’arco, oppure vai dietro ai corvi tirando sassi e zolle come ti capita, senza chiederti dove vadano i tuoi piedi, vivendo alla giornata?
Il "quadretto del risveglio"
La satira è costruita da una serie di quadretti giustapposti e intervallati da esortazioni morali. L'apertura è rappresentata dal momento del risveglio: un amico si rivolge severamente al protagonista, ancora a letto in tarda mattinata dopo una notte passata a bere vino. C'è un forte contrasto tra il linguaggio elevato con cui si allude all'ora avanzata e il tono basso con cui si descrive il "giovin signore" che, dapprima russa, e poi , con un escamotage ridicolo, grida ai suoi servi di non averlo svegliato.
Il "giovin signore": un autoritratto di Persio?
Il protagonista ora dà la colpa alla penna. Ciò suscita una tirata dell'amico, che gli espone la realtà: è questo il momento di impegnarsi, tramite la filosofia, per diventare un uomo migliore; è inaccetabile adagiarsi ai privilegi di appartenere ad una dinastia etrusca o all'ordine equestre. Questi dati hanno fatto sospettare che il "giovin signore" possa essere lo stesso Persio, mentre l'amico è stato identificato con il suo maestro Cornuto; oppure altri hanno pensato ad un dialogo tra le sue due anime: una più operosa e l'altra più pigra. In entrambi i casi, non è necessario procedere ad un'identificazione poichè la satira vuole soprattutto avere un valore generale.
Il linguaggio infantile
Il quadro successivo vede il giovane pronto a svolgere le proprie attività (apparentemente): eccolo lamentarsi della qualità dell'inchiostro, che gli impedirebbe di scrivere. La replica dell'amico è sferzante: i suoi sono capricci adatti a un bambino viziato, e per denotarli Persio utilizza termini tipici del linguaggio infantile come "lallare", "pappare" e "mamma".
La caratterizzazione stoica del comes
Per scuotere il giovane, l'amico lo paragona a un tale Natta, un inebetito che ormai è al di là di ogni possibilità di recupero. Se non cambia rotta, il ragazzo rischia di pentirsi, proprio perchè non è un stolto e, presto o tardi, si renderà conto di aver sprecato la propria occasione per il raggiungimento della virtù. I toni sono esasperati: questo rimorso è paragonato alle torture dei tiranni siciliani, che rientrano nel bagaglio retorico degli stoici e servono a caratterizzare la figura del comes (pedagogo), che esorta alla filosofia, anticipando il Sapiens porticus, da cui prendeva il nome lo stoicismo.
Un burattino inerte
Con un brusco passaggio, Persio torna di nuovo a parlare dell'infanzia, stavolta della persona loquens rappresentata dall'amico, il quale trascorreva le sue giornate spensierate marinando la scuola e non studiando. Il "giovin signore" è rimasto a quella fase, se non peggio: nella parte finale viene accusato di non aver alcun obiettivo e di giacere inerte dai postumi della sbornia. Un'immagine grottesca e inquietante che fissa il protagonista in una dimensione disumana.
GRAZIE PER L'ATTENZIONE
PERSIO, SATIRA III
lenapalmiero2003
Created on November 19, 2021
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LA MATTINATA DI UN "BAMBOCCIONE"
Satire, 3, vv. 1-62
Studente: Lena Palmiero
INDICE
LE SATIRE
ANALISI
PERSIO
INTRODUZIONE
TESTO
VIDEO SIMBOLO
PERSIO
Lorem ipsum
STILE
LE SATIRE
- La scrittura di satire è una necessità: il decadimento morale del suo tempo lo spinge all'invettiva per smascherare il vizio, anche a costo di essere brutale.
Al centro delle satire vi è dunque il verumLa mattinata di un "bamboccione"
Il poeta immagina di rivolgersi a un giovane che a tarda mattina è ancora scandalosamente a letto, dopo una serata di bagordi. L'invito ad alzarsi è un'esortazione che dovrebbe avviarlo anche allo studio della filosofia stoica. Quindi la satira si rivela un protreptikòn, in cui l'invito a non sprecare tempo si collega ad un messaggio metaforico: la giovinezza è il momento giusto per incamminarsi verso la strada della virtù, altrimenti si corre il rischio di rimanere eternamente bambini e di vagare senza una reale consapevolezza di sè...
Ancora alle solite, vero? Già il chiaro mattino entra dalle finestre e con la sua luce allarga gli stretti spiragli; e noi russiamo, quanto basti a far svanire i fumi dell’indomito Falerno mentre già l'ombra tocca la quinta linea della meridiana. Su, dunque, che fai? La canicola furibonda già da un pezzo brucia e inaridisce le messi e tutto il gregge s'è riparato sotto le ampie frondi dell'olmo. Così dice uno degli amici. «Ma davvero? Ma sul serio? Ehi, venga qualcuno, presto! Non c'è nessuno? Mi si gonfia vitrea la bile, scoppio!». Sembra che raglino insieme tutte le mandrie d'Arcadia. Eccolo già col libro, con la pergamena bicolore ben rasata, con le carte in mano e la cannuccia nodosa. Ma ora ci lamentiamo perché l'inchiostro è troppo denso e stenta a calare dalla penna; ma la nera seppia, a versarci dell'acqua, svanisce; e allora ci lamentiamo perché la cannuccia lascia cadere le gocce a due per volta. Povero infelice, più infelice ogni giorno che passa: a questo siamo arrivati? Perché non reclami una pappina ben tritata come tu fossi un tenero colombo o un figlio di re e non ti ribelli e fai i capricci alla ninna-nanna della balia? «Ma posso scrivere con una penna come questa?» A chi vuoi darla ad intendere? Perché racconti codeste storie? Sei tu che sei in gioco. Ti perdi scioccamente e finirai con l'essere disprezzato da tutti: fa risuonare il suo difetto la Pignatta quando è percossa, rende un suono fesso quando è fatta di terra troppo fresca e mal cotta. Tu sei come fango umido e morbido; ora è il momento che ti si modelli senza perder tempo e con costanza sopra la ruota stridente. Ma dai poderi paterni ti viene una discreta quantità di farro; hai una saliera pulita e senza ammaccature - di che dovresti dunque aver paura? - e una sicura padella per sacrifici sul focolare. Tutto ciò è sufficiente. Oppure reputi decoroso gonfiarti di vento i polmoni fino a spezzarli perchè, nella tua genealogia etrusca stai in cima al millesimo ramo, o perchè saluti, andando a cavallo e vestito della toga trabeata, il tuo censore? Lascia le decorazioni alla plebaglia! Io so perfettamente come sei fatto dentro: non ti vergogni di vivere come quel dissoluto di Natta. Ma egli e ormai istupidito nel vizio; sulle sue viscere è cresciuto ormai un grosso strato di lardo, non ha colpa, non sa quel che butta via e, immerso in acqua fonda, non fa più salire bolle d'aria alla superficie. O gran padre dei numi, punisci ti prego, i crudeli tiranni, quando la feroce passione intrisa di bollente veleno li sconvolge, non altrimenti che facendo loro conoscere la virtù e straziandoli col rimorso d’ averla tradita! Gemette forse di più il bronzo del toro siciliano o di più atterrì la sottostante cervice ornata di porpora la spada pendente dal soffitto dorato, di quanto non si turbi nell'intimo dolorosamente l'infelice che ripete a se stesso: «Andiamo, andiamo precipitosamente a rovina!» mentre la moglie che gli dorme accanto non s'accorge di nulla? Ricordo che spesso, da bambino, mi ungevo gli occhi con olio d'oliva quando non avevo voglia d'indirizzare a Catone moribondo tante parole eloquenti, per averne poi gran lodi da quello sciocco del maestro o per farle udire a mio padre in sudore e ai suoi amici fatti venire apposta. Non avevo torto allora, dal momento che ciò che veramente m'interessava era sapere quanto avrei potuto guadagnare con un sei ben azzeccato o quanto mi avrebbe fatto perdere il tiro disgraziato del cane, o come avrei potuto infilare di precisione il collo stretto del vaso o batter tutti nel far correre a frustate la trottola di bosso. Ma tu, che ormai dovresti sapere distinguere il male e conoscere gli insegnamenti del Portico sapiente, coi suoi affreschi di Medi bracati, insegnamenti cui dedica le sue veglie una gioventù dal capo rasato, che solo si ciba di legumi e di grossolana polenta; tu, a cui la lettera biforcuta di Samo ha già mostrato a destra il sentiero che s'inerpica in alto, ancora russi e la tua testa ciondoloni, come disarticolata, sbadiglia la sbornia di ieri, con le mascelle che paiono scucite da ogni parte. Ma c'è qualcosa che ti interessa al mondo e a cui tendi l’arco, oppure vai dietro ai corvi tirando sassi e zolle come ti capita, senza chiederti dove vadano i tuoi piedi, vivendo alla giornata?
Il "quadretto del risveglio"
La satira è costruita da una serie di quadretti giustapposti e intervallati da esortazioni morali. L'apertura è rappresentata dal momento del risveglio: un amico si rivolge severamente al protagonista, ancora a letto in tarda mattinata dopo una notte passata a bere vino. C'è un forte contrasto tra il linguaggio elevato con cui si allude all'ora avanzata e il tono basso con cui si descrive il "giovin signore" che, dapprima russa, e poi , con un escamotage ridicolo, grida ai suoi servi di non averlo svegliato.
Il "giovin signore": un autoritratto di Persio?
Il protagonista ora dà la colpa alla penna. Ciò suscita una tirata dell'amico, che gli espone la realtà: è questo il momento di impegnarsi, tramite la filosofia, per diventare un uomo migliore; è inaccetabile adagiarsi ai privilegi di appartenere ad una dinastia etrusca o all'ordine equestre. Questi dati hanno fatto sospettare che il "giovin signore" possa essere lo stesso Persio, mentre l'amico è stato identificato con il suo maestro Cornuto; oppure altri hanno pensato ad un dialogo tra le sue due anime: una più operosa e l'altra più pigra. In entrambi i casi, non è necessario procedere ad un'identificazione poichè la satira vuole soprattutto avere un valore generale.
Il linguaggio infantile
Il quadro successivo vede il giovane pronto a svolgere le proprie attività (apparentemente): eccolo lamentarsi della qualità dell'inchiostro, che gli impedirebbe di scrivere. La replica dell'amico è sferzante: i suoi sono capricci adatti a un bambino viziato, e per denotarli Persio utilizza termini tipici del linguaggio infantile come "lallare", "pappare" e "mamma".
La caratterizzazione stoica del comes
Per scuotere il giovane, l'amico lo paragona a un tale Natta, un inebetito che ormai è al di là di ogni possibilità di recupero. Se non cambia rotta, il ragazzo rischia di pentirsi, proprio perchè non è un stolto e, presto o tardi, si renderà conto di aver sprecato la propria occasione per il raggiungimento della virtù. I toni sono esasperati: questo rimorso è paragonato alle torture dei tiranni siciliani, che rientrano nel bagaglio retorico degli stoici e servono a caratterizzare la figura del comes (pedagogo), che esorta alla filosofia, anticipando il Sapiens porticus, da cui prendeva il nome lo stoicismo.
Un burattino inerte
Con un brusco passaggio, Persio torna di nuovo a parlare dell'infanzia, stavolta della persona loquens rappresentata dall'amico, il quale trascorreva le sue giornate spensierate marinando la scuola e non studiando. Il "giovin signore" è rimasto a quella fase, se non peggio: nella parte finale viene accusato di non aver alcun obiettivo e di giacere inerte dai postumi della sbornia. Un'immagine grottesca e inquietante che fissa il protagonista in una dimensione disumana.
GRAZIE PER L'ATTENZIONE