IL DISASTRO DEL VAJONT
9 Ottobre 1963
Alunna: DE GIUSEPPE LUDOVICAClasse: 1^B Istituto: iiss EPIFANIO FERDINANDO Prof: MARIANGELA BOVE Data: 27/05/2021
SOMMARIO
CAUSE DISASTRO
INTRODUZIONE DISATRI AMBIENTALI
RESPONSABILI DELL'ACCADUTO
COS'è IL VAJONT E DOVE SI TROVA
COME AVVENNE L'INCIDENTE
CONSEGUENZE DEL DISATRO
i disastri ambientali
popolazione a rischio frane in Italia
la definizione di dissesto idrogeologico indica un insieme di processi di degradazione del territorio e del suolo più nello specifico, processi innescati quasi esclusivamente dall’uomo, che hanno conseguenze notevolmente gravi, soprattutto quando si verificano determinate condizioni meteorologiche. Il rischio risulta diffuso in modo capillare lungo il territorio, ma naturalmente a seconda delle aree il fenomeno varia e può generare diverse conseguenze, come per esempio frane, esondazioni, alluvioni, dissesti di carattere torrentizio, ecc.In Italia diverse regioni hanno un alto rischio idrogeologico (Campania, Calabria, Piemonte, Sicilia, Liguria) inteso come prodotto della probabilità di occorrenza di un fenomeno franoso e i danni potenziali oppure versano già in condizioni di dissesto idrogeologico.
scopriamo il vajont
Il Vajont è un affluente del fiume Piave che scorre nella parte sud-est delle Dolomiti, tra Friuli e Veneto. Nei secoli, questo corso d’acqua ha scavato una suggestiva gola stretta e profonda, la gola del Vajont, situata tra due montagne, il monte Toc ed il monte Salta. Sulle pendici del monte Salta sorgono alcune piccole comunità montane, racchiuse nel comune di Erto e Casso, mentre all’incontro della gola del Vajont con la valle del Piave, in provincia di Belluno, sorge la città di Longarone. Nel 1929, due studiosi reputano la Valle del Vajont idonea per la costruzione di un bacino idroelettrico. Il progetto venne approvato nel 1943, in piena Seconda Guerra Mondiale, dal Consiglio superiore dei lavori pubblici, attraverso un procedimento irregolare. L’economia italiana era in rapida espansione, e le città del nord, sempre più popolate, avevano bisogno di energia elettrica.
CAUSE DEL DISATRO
curiosità
I cantieri furono aperti, con ampi contributi pubblici, soltanto nel gennaio del 1957, sulla scia del ‘miracolo economico’ dando lavoro a circa 400 persone. Nonostante le preoccupazioni degli abitanti di Erto e Casso, molti dei quali possedevano pascoli e terre che sarebbero stati espropriati per fare posto al lago artificiale, la SADE (Società Adriatica Dell'Eettricità) decide addirittura di ampliare il progetto originale. La diga sarebbe diventata la più alta del mondo (266 metri di altezza, 723 sopra il livello del mare), in grado di contenere 115 milioni di metri cubici di acqua, su progetto dell’ing. Carlo Semenza. Nel 1959, a pochi chilometri di distanza, una frana precipitò nel lago artificiale di un’altra diga progettata da Semenza, la diga di Pontesei, causando un’onda di 20 metri che costò la vita all’operaio della Sade incaricato della sorveglianza, il cui corpo non sarà mai più ritrovato. I cittadini di Erto e Casso, sempre più allarmati, istituirono un comitato, ma pochi mesi dopo la diga del Vajont fu pronta.
CAUSE DEL DISATRO
Il primo collaudo della diga riempì il lago artificiale fino ad una altezza di 600 metri sul livello del mare, e l’acqua coprì i terreni espropriati agli abitanti di Erto e Casso.Parallelamente la Sade, allarmata dall’incidente presso la diga di Pontesei, commissionò nuove perizie, che stabilirono la presenza di una paleofrana sul monte Toc. A conferma di queste scoperte, nel novembre del 1960 una frana di 800.000 metri cubici di roccia precipitò dal monte nel lago artificiale. La SADE continuò a commissionare nuovi test: nel 1962 venne stabilito che la riserva d’acqua si trovava in un’area a rischio, e che non avrebbe dovuto superare il livello di 700 metri sopra il livello del mare.
Alla fine del 1962, in seguito alla legge del governo Fanfani che stabilì la nazionalizzazione dell’industria elettrica italiana, nacque l’ENEL: la diga del Vajont fu ormai di proprietà statale. I tecnici dell’Enel devono subito gestire un nuovo scivolamento del monte Toc, mentre a Longarone, Erto e Casso, i segni di una frana imminente si fanno sempre più inequivocabili.
COME AVVENNE L'INCIDENTE
La sera del 9 ottobre del 1963, alle 22:39, un enorme blocco di terra di 400 metri cadde dal Monte Toc, provocando una frana di 270 milioni di metri cubi di roccia, che in circa un minuto scivolò nel lago artificiale ad una velocità di 100 km/h.
La massa di terra precipitata nel lago era superiore all’estensione del lago stesso, e provocava due gigantesche onde, alte più di 250 metri. La prima raggiunse Casso ed Erto, risparmiando i due paesi per pochissimo, ma spazzando via alcune frazioni. La seconda, la più terribile, scavalcò la diga per finire nella valle del Piave, verso ovest: colse in pieno la cittadina di Longarone dopo 4 minuti. Persero la vita circa 1920 persone, tra cui centinaia di bambini. Soltanto 750 persone vennero identificate: alcuni corpi non furono più riconoscibili dopo la tragedia, altri non vennero mai più ritrovati.
Info
Watch
CONSEGUENZE DELL'ACCADUTO
Questa era una valle… non un catino da riempire con dell'acqua.
(Laura Morante che nel film Vajont interpreta Tina Merlin)
Dove prima sorgeva la cittadina di Longarone, la mattina del 10 ottobre c’era un’enorme distesa di fango. Iniziarono ad arrivare i soccorsi, vennero recuperati i primi cadaveri. Il giorno dopo, poiché c’erano rischi di ulteriori frane, venne ordinato lo sgombero a monte della diga, gli abitanti di Erto e Casso furono costretti a lasciare le loro case, ma alcuni di loro tornarono clandestinamente. Finita la tragedia, ci si iniziò a domandare se in tutto questo qualcuno avesse una responsabilità.
RESPONSABILI DEL DISATRO
Watch
Giornalisti e partiti a questo punto si dividono: secondo alcuni (tra cui il Partito Comunista) a provocare il disastro era stata la SADE, secondo altri, tra cui lo scrittore e giornalista Dino Buzzati, si trattava di un disastro naturale che non andava strumentalizzato in senso politico. La diga, del resto, era un capolavoro di ingegneria. A pochi giorni dal disastro, parte un’indagine della magistratura e vengono nominate altre commissioni d’inchiesta per stabilire se si fosse trattato di un disastro naturale o se c’erano dei colpevoli. I capi d’accusa della magistratura sono: cooperazione in disastro colposo (sia di frana che di inondazione), omicidio e lesioni colpose plurimi.
Ad essere accusati sono alcuni dirigenti e consulenti della SADE e alcuni funzionari del Ministero dei lavori pubblici. Tutte le relazioni tecniche del caso dimostrano che la catastrofe era prevedibile. Dopo un processo durato dal 1968 al 1972 verranno trovati colpevoli Alberico Biadene, un dirigente della Sade, e Francesco Sensidoni, ispettore del Genio civile. Soltanto Biadene finirà in prigione, per un anno e 6 mesi. La SADE era stata nel frattempo inglobata da ENEL e Montedison, che saranno condannate a risarcire i danni nel 1997. Nel 2000 lo Stato italiano dividerà le spese di risarcimento con Enel e Montedison.
GRAZIE PER L'ATTENZIONE
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Ludovica De Giuseppe
Created on May 27, 2021
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IL DISASTRO DEL VAJONT
9 Ottobre 1963
Alunna: DE GIUSEPPE LUDOVICAClasse: 1^B Istituto: iiss EPIFANIO FERDINANDO Prof: MARIANGELA BOVE Data: 27/05/2021
SOMMARIO
CAUSE DISASTRO
INTRODUZIONE DISATRI AMBIENTALI
RESPONSABILI DELL'ACCADUTO
COS'è IL VAJONT E DOVE SI TROVA
COME AVVENNE L'INCIDENTE
CONSEGUENZE DEL DISATRO
i disastri ambientali
popolazione a rischio frane in Italia
la definizione di dissesto idrogeologico indica un insieme di processi di degradazione del territorio e del suolo più nello specifico, processi innescati quasi esclusivamente dall’uomo, che hanno conseguenze notevolmente gravi, soprattutto quando si verificano determinate condizioni meteorologiche. Il rischio risulta diffuso in modo capillare lungo il territorio, ma naturalmente a seconda delle aree il fenomeno varia e può generare diverse conseguenze, come per esempio frane, esondazioni, alluvioni, dissesti di carattere torrentizio, ecc.In Italia diverse regioni hanno un alto rischio idrogeologico (Campania, Calabria, Piemonte, Sicilia, Liguria) inteso come prodotto della probabilità di occorrenza di un fenomeno franoso e i danni potenziali oppure versano già in condizioni di dissesto idrogeologico.
scopriamo il vajont
Il Vajont è un affluente del fiume Piave che scorre nella parte sud-est delle Dolomiti, tra Friuli e Veneto. Nei secoli, questo corso d’acqua ha scavato una suggestiva gola stretta e profonda, la gola del Vajont, situata tra due montagne, il monte Toc ed il monte Salta. Sulle pendici del monte Salta sorgono alcune piccole comunità montane, racchiuse nel comune di Erto e Casso, mentre all’incontro della gola del Vajont con la valle del Piave, in provincia di Belluno, sorge la città di Longarone. Nel 1929, due studiosi reputano la Valle del Vajont idonea per la costruzione di un bacino idroelettrico. Il progetto venne approvato nel 1943, in piena Seconda Guerra Mondiale, dal Consiglio superiore dei lavori pubblici, attraverso un procedimento irregolare. L’economia italiana era in rapida espansione, e le città del nord, sempre più popolate, avevano bisogno di energia elettrica.
CAUSE DEL DISATRO
curiosità
I cantieri furono aperti, con ampi contributi pubblici, soltanto nel gennaio del 1957, sulla scia del ‘miracolo economico’ dando lavoro a circa 400 persone. Nonostante le preoccupazioni degli abitanti di Erto e Casso, molti dei quali possedevano pascoli e terre che sarebbero stati espropriati per fare posto al lago artificiale, la SADE (Società Adriatica Dell'Eettricità) decide addirittura di ampliare il progetto originale. La diga sarebbe diventata la più alta del mondo (266 metri di altezza, 723 sopra il livello del mare), in grado di contenere 115 milioni di metri cubici di acqua, su progetto dell’ing. Carlo Semenza. Nel 1959, a pochi chilometri di distanza, una frana precipitò nel lago artificiale di un’altra diga progettata da Semenza, la diga di Pontesei, causando un’onda di 20 metri che costò la vita all’operaio della Sade incaricato della sorveglianza, il cui corpo non sarà mai più ritrovato. I cittadini di Erto e Casso, sempre più allarmati, istituirono un comitato, ma pochi mesi dopo la diga del Vajont fu pronta.
CAUSE DEL DISATRO
Il primo collaudo della diga riempì il lago artificiale fino ad una altezza di 600 metri sul livello del mare, e l’acqua coprì i terreni espropriati agli abitanti di Erto e Casso.Parallelamente la Sade, allarmata dall’incidente presso la diga di Pontesei, commissionò nuove perizie, che stabilirono la presenza di una paleofrana sul monte Toc. A conferma di queste scoperte, nel novembre del 1960 una frana di 800.000 metri cubici di roccia precipitò dal monte nel lago artificiale. La SADE continuò a commissionare nuovi test: nel 1962 venne stabilito che la riserva d’acqua si trovava in un’area a rischio, e che non avrebbe dovuto superare il livello di 700 metri sopra il livello del mare.
Alla fine del 1962, in seguito alla legge del governo Fanfani che stabilì la nazionalizzazione dell’industria elettrica italiana, nacque l’ENEL: la diga del Vajont fu ormai di proprietà statale. I tecnici dell’Enel devono subito gestire un nuovo scivolamento del monte Toc, mentre a Longarone, Erto e Casso, i segni di una frana imminente si fanno sempre più inequivocabili.
COME AVVENNE L'INCIDENTE
La sera del 9 ottobre del 1963, alle 22:39, un enorme blocco di terra di 400 metri cadde dal Monte Toc, provocando una frana di 270 milioni di metri cubi di roccia, che in circa un minuto scivolò nel lago artificiale ad una velocità di 100 km/h. La massa di terra precipitata nel lago era superiore all’estensione del lago stesso, e provocava due gigantesche onde, alte più di 250 metri. La prima raggiunse Casso ed Erto, risparmiando i due paesi per pochissimo, ma spazzando via alcune frazioni. La seconda, la più terribile, scavalcò la diga per finire nella valle del Piave, verso ovest: colse in pieno la cittadina di Longarone dopo 4 minuti. Persero la vita circa 1920 persone, tra cui centinaia di bambini. Soltanto 750 persone vennero identificate: alcuni corpi non furono più riconoscibili dopo la tragedia, altri non vennero mai più ritrovati.
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CONSEGUENZE DELL'ACCADUTO
Questa era una valle… non un catino da riempire con dell'acqua.
(Laura Morante che nel film Vajont interpreta Tina Merlin)
Dove prima sorgeva la cittadina di Longarone, la mattina del 10 ottobre c’era un’enorme distesa di fango. Iniziarono ad arrivare i soccorsi, vennero recuperati i primi cadaveri. Il giorno dopo, poiché c’erano rischi di ulteriori frane, venne ordinato lo sgombero a monte della diga, gli abitanti di Erto e Casso furono costretti a lasciare le loro case, ma alcuni di loro tornarono clandestinamente. Finita la tragedia, ci si iniziò a domandare se in tutto questo qualcuno avesse una responsabilità.
RESPONSABILI DEL DISATRO
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Giornalisti e partiti a questo punto si dividono: secondo alcuni (tra cui il Partito Comunista) a provocare il disastro era stata la SADE, secondo altri, tra cui lo scrittore e giornalista Dino Buzzati, si trattava di un disastro naturale che non andava strumentalizzato in senso politico. La diga, del resto, era un capolavoro di ingegneria. A pochi giorni dal disastro, parte un’indagine della magistratura e vengono nominate altre commissioni d’inchiesta per stabilire se si fosse trattato di un disastro naturale o se c’erano dei colpevoli. I capi d’accusa della magistratura sono: cooperazione in disastro colposo (sia di frana che di inondazione), omicidio e lesioni colpose plurimi.
Ad essere accusati sono alcuni dirigenti e consulenti della SADE e alcuni funzionari del Ministero dei lavori pubblici. Tutte le relazioni tecniche del caso dimostrano che la catastrofe era prevedibile. Dopo un processo durato dal 1968 al 1972 verranno trovati colpevoli Alberico Biadene, un dirigente della Sade, e Francesco Sensidoni, ispettore del Genio civile. Soltanto Biadene finirà in prigione, per un anno e 6 mesi. La SADE era stata nel frattempo inglobata da ENEL e Montedison, che saranno condannate a risarcire i danni nel 1997. Nel 2000 lo Stato italiano dividerà le spese di risarcimento con Enel e Montedison.
GRAZIE PER L'ATTENZIONE