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capitoli 37-38 Promessi Sposi

annapremolimonica

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Transcript

analisi del capitolo XXXVII

IL VIAGGIO DI RENZO

di Antozzi Valeria e Premoli Anna

Dove siamo arrivati?

  • La sera del 7 novembre 1628 don Abbondio, curato d'un borgo montano sulle rive del lago di Como, rientra dalla passeggiata serale. Due bravi di don Rodrigo, signorotto del luogo, lo fermano e gli comandano di non celebrare il previsto matrimonio tra Lucia Mondella e Renzo Tramaglino. Don Rodrigo s'è invaghito di Lucia e ha scommesso con il cugino conte Attilio che la fanciulla sarebbe stata sua.
  • Il mattino seguente Renzo si presenta al curato per le ultime formalità, egli oppone una serie di impedimenti. Il giovane, grazie a Perpetua serva di don Abbondio, riesce a sapere la verità.
  • Renzo comunica subito il fatto a Lucia e a sua madre Agnese che gli consiglia di rivolgersi all'avvocato Azzeccagarbugli. L'incontro, però, non va a buon fine e al nome di don Rodrigo Renzo viene allontanato.
  • I due promessi tentano allora un matrimonio a sorpresa, ma il tentativo fallisce a causa della reazione di don Abbondio che sveglia l'intero paese. Nello stesso momento i bravi di don Rodrigo guidati dal Griso falliscono il rapimento di Lucia. Per salvarsi ai due giovani non resta che la fuga. Con l'aiuto di padre Cristoforo, il frate cappuccino confessore di Lucia, lasciano il paese, Lucia diretta a Monza e Renzo a Milano.
  • Raggiunto il convento di Monza, Lucia è affidata alle cure di Gertrude: una monaca che ha da tempo una relazione con Egidio, un nobile legato all'Innominato, un signore potente e malvagio. Quest'ultimo rapisce Lucia che viene condotta nel suo castello. Al cospetto di lei e delle sue parole che invocano anche per lui, colpevole di orrendi misfatti, la misericordia di Dio, l’Innominato vive una notte di crisi profonda.
  • Al mattino si reca dal cardinale Federico Borromeo appena giunto in paese. Spinto dalle parole affettuose del cardinale l’Innominato piange, lo abbraccia e si sente pronto ad affrontare un radicale cambiamento di vita la cui prima aziona concreta consiste nell’aiutare Lucia. Egli l'affida a donna Prassede, moglie del dotto don Ferrante.
  • Renzo giunto in città è rimasto coinvolto nei tumulti di San Martino. Scambiato per uno dei capi della rivolta, mentre veniva condotto in carcere è stato salvato dall'intervento della folla.
  • Sfuggito alla giustizia si è rifugiato a Bergamo dal cugino Bortolo.
  • La guerra per la successione del ducato di Mantova strazia intanto l'Italia settentrionale coinvolta nella Guerra dei Trent'anni. La carestia e la peste, diffusa dall'esercito dei lanzichenecchi, cominciano a mietere vittime. Renzo, informato che Lucia è a Milano da donna Prassede, lascia Bergamo. Arriva in città quando il contagio è al colmo. Scambiato per un untore, si salva saltando su un carro di monatti che lo portano al Lazzareto.
  • Qui ritrova padre Cristoforo, che si prodiga per i malati nonostante sia anch'egli vicino alla fine, don Rodrigo morente e finalmente rincontra Lucia dopo due anni di lontananza. L'ultimo ostacolo alla felicità dei due giovani è il voto di castità pronunciato da Lucia nel terrore della prigionia al castello dell'Innominato. Padre Cristoforo scioglie la giovane dalla sua promessa, che per quanto nobile e sincera, era stata fatta in un momento di grande agitazione e senza tener conto che lei s'era già promessa a Renzo.

IL capitolo in generale

  • I LUOGHI: uscita del lazzaretto, strade per il paesello, il paesello, Pasturo, il paese di Bortolo e Milano.
  • IL TEMPO: dalla sera del 31 agosto (presumibilmente) al mese di settembre 1630. Nel testo è stata inserita un’analessi riguardante gli ultimi due anni.
  • I PERSONAGGI: Renzo, l’amico del paesello, Agnese, Bortolo, don Abbondio, Lucia, la mercantessa e don Ferrante.
  • GLI ARGOMENTI: i preparativi per le nozze e il ritorno di Renzo al paesello.
  • IL TEMA: la provvidenza
  • LA STRUTTURA: frammentata e circolare nello spazio, lineare nel tempo, ma anche circolare sia nello spazio che nel tempo.

Pioggia a catinelle!

Ora Renzo e Lucia sono di nuovo promessi sposi, e questa volta senza più impedimenti. Renzo, che non sta più nella pelle dalla felicità, si rimette in cammino verso il paese, per annunciare ad Agnese che presto ci sarà un matrimonio rimandato troppo a lungo. Intanto il cielo, da giorni oppresso da nubi nere, lascia cadere il suo carico di pioggia, che lava via la peste e, simbolicamente, tutte le sofferenze di Renzo.

Appena infatti ebbe Renzo passata la soglia del lazzeretto e preso a diritta 1, per ritrovar la viottola di dov'era sboccato la mattina 2 sotto le mura, principiò 3 come una grandine di goccioloni radi e impetuosi, che, battendo e risaltando 4 sulla strada bianca 5 e arida, sollevavano un minuto polverìo; in un momento, diventaron fitti; e prima che arrivasse alla viottola, la veniva giù a secchie 6. Renzo, in vece d'inquietarsene, ci sguazzava dentro, se la godeva in quella rinfrescata, in quel susurrìo, in quel brulichìo dell'erbe e delle foglie, tremolanti, gocciolanti, rinverdite, lustre; metteva certi respironi larghi e pieni; e in quel risolvimento 7 della natura sentiva come più liberamente e più vivamente quello 8 che s'era fatto nel suo destino. Ma quanto più schietto e intero sarebbe stato questo sentimento, se Renzo avesse potuto indovinare quel che si vide pochi giorni dopo: che quell'acqua portava via il contagio; che, dopo quella, il lazzeretto, se non era per restituire ai viventi tutti i viventi che conteneva, almeno non n'avrebbe più ingoiati altri; che, tra una settimana, si vedrebbero riaperti usci e botteghe, non si parlerebbe quasi più che di quarantina 9; e della peste non rimarrebbe se non qualche resticciolo qua e là; quello strascico che un tal flagello lasciava sempre dietro a sé per qualche tempo.

1) imboccata la via a destra2) tra porta orientale e porta Nuova 3) iniziò 4) rimalzando 5) perché polverosa per l’aridità del terreno 6) la forma del verbo impersonale è tipica del linguaggio popolare di Renzo, di cui il narratore adotta anche la focalizzazione 7) cambiamento risolutivo, liberazione dal senso di oppressione e di angosciosa attesa del temporale 8) qui Manzoni si riferisce al risolvimento, alla soluzione del suo problema 9)quarantena

L'Acqua

Sicuramente oggi la pioggia viene vista come una delle cose peggiori che possiamo incontrare in una nostra giornata. Figuriamoci una tempesta!Con Manzoni, invece, questo fenomeno viene utilizzato per dare una svolta fondamentale al romanzo. Se non ci fosse stata una grande tempesta, il romanzo sarebbe anche potuto terminare dato che molti sarebbero morti a causa della peste. La pioggia è anche un elemento che purifica e Manzoni voleva sottolineare nel suo capolavoro la necessità di una svolta anche nelle vite del tempo. Come tutti sappiamo l'acqua è fondamentale per la sopravvivenza ed è anche un elemento al quale si attribuiscono valori positivi ma anche negativi. Basta pensare ai periodi secchi e aridi, nei quali si prega che piova, ma alla fine non accade quasi mai. Poi, però, quando finalmente piove, non è una noia e un dispiacere, ma al contrario una festa e un sollievo, proprio come per Renzo, invece non si possono dimenticare le alluvioni avvenute in territorio italiano, tra cui una che ci ha visto coinvolti da molto vicino: lo straripamento del torrente Nure nel 2015.

Renzo si sente purificato dalla pioggia: tutti gli ostacoli sono ormai stati abbattuti e può finalmente sposare la sua amata Lucia. In questa parte del testo è come se egli si liberasse da un peso, da un senso d’oppressione dato causato dalla peste e dall’accumularsi di problemi apparentemente irrisolvibili. E voi? Vi siete mai sentiti sopraffatti da emozioni negative come quelle provate da Renzo? Cosa fate per scacciarle?

Il viaggio di ritorno di Renzo (I)

Andava dunque il nostro viaggiatore allegramente, senza aver disegnato 1 né dove, né come, né quando, né se avesse da fermarsi la notte, premuroso soltanto di portarsi avanti, d'arrivar presto al suo paese, di trovar con chi parlare, a chi raccontare, soprattutto di poter presto rimettersi in cammino per Pasturo 2, in cerca d'Agnese. Andava, con la mente tutta sottosopra dalle cose di quel giorno; ma di sotto le miserie, gli orrori, i pericoli, veniva sempre a galla un pensierino: l'ho trovata; è guarita; è mia! E allora faceva uno sgambetto, e con ciò dava un'annaffiata all'intorno, come un can barbone 3 uscito dall'acqua; qualche volta si contentava d'una fregatina di mani; e avanti, con più ardore di prima. Guardando per la strada, raccattava, per dir così, i pensieri, che ci aveva lasciati la mattina e il giorno avanti, nel venire; e con più piacere quelli appunto che allora aveva più cercato di scacciare, i dubbi, le difficoltà, trovarla, trovarla viva, tra tanti morti e moribondi! "E l'ho trovata viva!" concludeva. Si rimetteva col pensiero nelle circostanze più terribili di quella giornata; si figurava con quel martello in mano: ci sarà o non ci sarà? e una risposta così poco allegra; e non aver nemmeno il tempo di masticarla 4, che addosso quella furia di matti birboni; e quel lazzeretto, quel mare! lì ti volevo a trovarla! E averla trovata! Ritornava su quel momento quando fu finita di passare la processione de' convalescenti: che momento! che crepacore non trovarcela! e ora non gliene importava più nulla. E quel quartiere delle donne!

1) stabilito 2) verso il paese in cui si è rifugiata Agnese per sfuggire al contagio 3) cane dal pelo arricciato e folto 4) di digerirla, di comprenderne fino in fondo il senso amaro e doloroso

E là dietro a quella capanna, quando meno se l'aspettava, quella voce, quella voce proprio! E vederla, vederla levata! Ma che? c'era ancora quel nodo 5 del voto, e più stretto che mai. Sciolto anche questo. E quell'odio contro don Rodrigo, quel rodìo continuo che esacerbava tutti i guai 6, e avvelenava tutte le consolazioni, scomparso anche quello. Talmenteché 7 non saprei immaginare una contentezza più viva, se non fosse stata l'incertezza intorno ad Agnese, il tristo presentimento intorno al padre Cristoforo, e quel trovarsi ancora in mezzo a una peste. Arrivò a Sesto 8, sulla sera; né pareva che l'acqua volesse cessare. Ma, sentendosi più in gambe che mai, e con tante difficoltà di trovar dove alloggiare, e così inzuppato, non ci pensò neppure. La sola cosa che l'incomodasse 9, era un grand'appetito: ché una consolazione 10 come quella gli avrebbe fatto smaltire altro che la poca minestra del cappuccino 11. Guardò se trovasse anche qui una bottega di fornaio; ne vide una; ebbe due pani con le molle, e con quell'altre cerimonie 12. Uno in tasca e l'altro alla bocca, e avanti.

5) quell’ostacolo 6) quel tormento costante che inaspriva tutte le disgrazie 7) tanto che 8) un paese alle porte di Milano 9) lo infastidisse 10) una gioia 11) la minestra che gli ha offerto fra Cristoforo nel lazzaretto. 12) con tutte le altre precauzioni per evitare il contagio, come appunto l’uso di molle e la consegna dei soldi in una scodella con acqua e aceto.

Così come Renzo è costretto a usare delle molle per prendere il pane nel rispetto delle regole anti-contagio noi oggi veniamo sottoposti alla misurazione della temperatura, dobbiamo igienizzarci le mani e attendere il nostro turno in fila rimanendo distanziati quando vogliamo entrare in qualsiasi negozio o punto di ristoro.

Il viaggio di ritorno (II)

Quando passò per Monza, era notte fatta: nonostante 1, gli riuscì di trovar la porta 2 che metteva sulla strada giusta. Ma meno questo, che, per dir la verità, era un gran merito 3, potete immaginarvi come fosse quella strada, e come andasse facendosi di momento in momento. Affondata (com'eran tutte; e dobbiamo averlo detto altrove 4) tra due rive, quasi un letto di fiume, si sarebbe a quell'ora potuta dire, se non un fiume, una gora 5 davvero; e ogni tanto pozze, da volerci del buono e del bello a levarne i piedi, non che le scarpe 6. Ma Renzo n'usciva come poteva, senz'atti d'impazienza, senza parolacce, senza pentimenti; pensando che ogni passo, per quanto costasse, lo conduceva avanti, e che l'acqua cesserebbe quando a Dio piacesse, e che, a suo tempo, spunterebbe il giorno, e che la strada che faceva intanto, allora sarebbe fatta. E dirò anche che non ci pensava se non proprio quando non poteva far di meno 7. Eran distrazioni queste; il gran lavoro della sua mente era di riandare la storia di que' tristi anni passati 8: tant'imbrogli, tante traversìe, tanti momenti in cui era stato per perdere anche la speranza, e fare andata ogni cosa 9; e di contrapporci l'immaginazioni d'un avvenire così diverso 10: e l'arrivar di Lucia 11, e le nozze, e il metter su casa, e il raccontarsi le vicende passate, e tutta la vita.

1) tuttavia, ciò nonostante 2) della città 3) a parte il fatto che fosse la strada giusta, il che era un gran pregio (della strada) 4) ai capitoli XX, XI e I 5) un canale 6) pozzanghere così fangose, che ci voleva una bella fatica per liberare i piedi e peggio ancora le scarpe dal fango Espressione idiomatica, qui il linguaggio è quello di Renzo

7)farne a meno8) il pensiero principale della sua mente era quello di ripercorrere la storia di quei due anni così tristi (siamo alla fine di agosto 1630 e la vicenda è cominciata il 7 novembre 1628) 9) considerare tutto perduto 10) il pensiero principale della mente di Renzo era anche quello di contrapporre alla storia di quei tristi anni trascorsi le fantasie su un futuro così diverso dal passato 11) il ritorno di Lucia al paesello

Il viaggio di ritorno (III)

Come la facesse quando trovava due strade 1; se quella poca pratica, con quel poco barlume, fossero quelli che l'aiutassero a trovar sempre la buona, o se l'indovinasse sempre alla ventura, non ve lo saprei dire; ché lui medesimo, il quale soleva raccontar la sua storia molto per minuto, lunghettamente anzi che no 2 (e tutto conduce a credere che il nostro anonimo l'avesse sentita da lui più d'una volta), lui medesimo, a questo punto, diceva che, di quella notte, non se ne rammentava che come se l'avesse passata in letto a sognare. Il fatto sta che, sul finir di essa, si trovò alla riva dell'Adda. Non era mai spiovuto; ma, a un certo tempo, da diluvio era diventata pioggia, e poi un'acquerugiola fine fine, cheta cheta 3, ugual uguale: i nuvoli alti e radi stendevano un velo non interrotto, ma leggiero e diafano 4; e il lume del crepuscolo 5 fece vedere a Renzo il paese d'intorno. C'era dentro 6 il suo; e quel che sentì, a quella vista, non si saprebbe spiegare. Altro non vi so dire, se non che que' monti, quel Resegone vicino, il territorio di Lecco, era diventato tutto come roba sua. Diede un'occhiata anche a sé, e si trovò un po' strano, quale, per dir la verità, da quel che si sentiva, s'immaginava già di dover parere: sciupata e attaccata addosso ogni cosa: dalla testa alla vita, tutto un fradiciume, una grondaia; dalla vita alla punta de' piedi, melletta e mota 7: le parti dove non ce ne fosse si sarebbero potute chiamare esse zacchere 8 e schizzi. E se si fosse visto tutt'intero in uno specchio, con la tesa del cappello floscia e cascante, e i capelli stesi e incollati sul viso, si sarebbe fatto ancor più specie 9. In quanto a stanco, lo poteva essere, ma non ne sapeva nulla: e il frescolino dell'alba aggiunto a quello della notte e di quel poco bagno 10, non gli dava altro che una fierezza 11, una voglia di camminar più presto.

1) come decidesse quale strada imboccare quando si trovava ad un bivio. La frase è subordinata alla principale non ve lo saprei dire 2) molto dettagliatamente, per le lunghe piuttosto che in modo sintetico 3)molto tranquilla e silenziosa 4) quasi trasparente 5)in questo caso è la luce diffusa e tenue prima dell’alba 6)tra gli altri

7) melma e fango: melletta è un termine toscano che si può trovare anche nella “forma belletta” 8) macchie di fango 9)si sarebbe impressionato ancora di più 10) in tono ironico, di quel bagno abbondante 11) coraggio

Il ritorno al paesello

A questo punto Renzo raggiunge il paesello e si reca dall’ amico che l’ha ospitato al suo primo ritorno a casa (capitolo 33). Si rifocilla mentre gli racconta il ritrovamento di Lucia e l’orrore visto a Milano. Lo aiuta per tutto il giorno e prima dell’alba del giorno dopo si avvia alla volta di Pasturo a cercare Agnese.

L'incontro con Agnese

A Pasturo Renzo trova Agnese sana e per non contagiarla siede con lei a parlare all’aperto, ma il narratore sorvola sul loro dialogo. Alla fine, decidono che dopo le nozze si trasferiranno tutti e tre nel paese di Bortolo.

Ci andò; la chiamò dalla strada: a una tal voce, essa s'affacciò di corsa alla finestra; e, mentre stava a bocca aperta per mandar fuori non so che parola, non so che suono, Renzo la prevenne dicendo: – Lucia è guarita: l'ho veduta ierlaltro; vi saluta; verrà presto. E poi ne ho, ne ho delle cose da dirvi. Tra la sorpresa dell'apparizione, e la contentezza della notizia, e la smania di saperne di più, Agnese cominciava ora un'esclamazione, ora una domanda, senza finir nulla: poi, dimenticando le precauzioni ch'era solita a prendere da molto tempo, disse: – vengo ad aprirvi. – Aspettate: e la peste? – disse Renzo: – voi non l'avete avuta, credo. – Io no: e voi? – Io sì; ma voi dunque dovete aver giudizio. Vengo da Milano; e, sentirete, sono proprio stato nel contagio fino agli occhi. È vero che mi son mutato 1 tutto da capo a piedi; ma l'è una porcheria che s'attacca alle volte come un malefizio. E giacché il Signore v'ha preservata finora, voglio che stiate riguardata fin che non è finito quest'influsso 2; perché siete la nostra mamma: e voglio che campiamo insieme un bel pezzo allegramente, a conto 3 del gran patire che abbiam fatto, almeno io. – Ma... 4– cominciava Agnese. – Eh! – interruppe Renzo: – non c'è ma che tenga. So quel che volete dire; ma sentirete, sentirete, che de' ma non ce n'è più. Andiamo in qualche luogo all'aperto, dove si possa parlar con comodo, senza pericolo; e sentirete. Agnese gl'indicò un orto ch'era dietro alla casa; e soggiunse: – entrate lì, e vedrete che c'è due panche, l'una in faccia all'altra, che paion messe apposta. Io vengo subito. Renzo andò a mettersi a sedere sur una: un momento dopo, Agnese si trovò lì sull'altra: e son certo che, se il lettore, informato come è delle cose antecedenti, avesse potuto trovarsi lì in terzo, a veder con gli occhi quella conversazione così animata, a sentir con gli orecchi que' racconti, quelle domande, quelle spiegazioni, quell'esclamare, quel condolersi, quel rallegrarsi, e don Rodrigo, e il padre Cristoforo, e tutto il resto, e quelle descrizioni dell'avvenire, chiare e positive come quelle del passato, son certo, dico, che ci avrebbe preso gusto, e sarebbe stato l'ultimo a venir via. Ma d'averla sulla carta tutta quella conversazione, con parole mute, fatte d'inchiostro, e senza trovarci un solo fatto nuovo, son di parere che non se ne curi molto, e che gli piaccia più d'indovinarla da sé.

1) cambiato d’abito 2) prima ha parlato di contagio, poi di malefizio, ora di influsso: le diverse teorie, che convivono nella testa di Renzo, ma egli non si cura di decidere quale sia corretta (è un uomo semplice) 3) come ricompensa 4) Agnese capisce dall’espressione nostra mamma che Renzo accenna al matrimonio con Lucia, ma ella sa che il voto della figlia è un ostacolo.

Renzo ha a cuore la salute di Agnese e per evitare che lei si contagiasse, non entra in casa sua ma si siede su una panchina di opposta a quella della donna. In questo ultimo anno, specialmente noi ragazzi e i bambini, siamo stati chiamati a ridurre al minimo i contatti con i nostri famigliari più anziani non tanto per proteggere noi stessi ma per precauzione nei loro confronti poiché i nostri nonni sono sicuramente soggetti più fragili di noi. E voi? Come avete vissuto la lontananza dai vostri affetti? In caso di contagio dei vostri nonni vi sareste sentiti responsabili in qualche modo?

Renzo da Bortolo

Renzo, tornato al paesello, il giorno dopo va a trovare Bortolo. La peste è ormai sul finire e riprendono le attività economiche; il nostro protagonista promette al cugino di tornare a lavorare là. Intanto procura una casa dove stabilirsi con Lucia. Tornato al paese, va a riprendere Agnese a Pasturo.

Il ritorno di Agnese

A casa, Agnese trova tutto in ordine e ringrazia la Provvidenza. Si occupa ora di preparare il ritorno della figlia con la mercantessa. In questa sequenza il narratore rivela ai lettori per la prima ed unica volta che Agnese è vedova ma nel romanzo non si accenna mai al suo defunto marito.

Aspettando Lucia

Aspettando il ritorno di Lucia, Renzo aiuta l’amico e Agnese a coltivare i loro orti, mentre decide di vendere la sua proprietà. Ormai non pensa più al bando di cattura emesso contro Renzo dopo i tumulti a Milano e per il momento evita di incontrare don Abbondio ancora inutilmente spaventato dalla figura di Don Abbondio e dei Bravi.

Lucia prepara il ritorno

10

Lucia, dopo la partenza di Renzo dal lazzaretto, trascorre la quarantena a casa della buona vedova a preparare il corredo.

La sorte di Gertrude, fra Cristoforo, donna Prassede e don Ferrante

11

A MILANO LUCIA è VENUTA A CONOSCENZA DELLA FINE DI DIVERSI PERSONAGGI CHE HA CONOSCIUTO

Ci son tre cose appartenenti a quell'intervallo di tempo, che non vorremmo passar sotto silenzio; e, per due almeno, crediamo che il lettore stesso dirà che avremmo fatto male. La prima, che, quando Lucia tornò a parlare alla vedova delle sue avventure, più in particolare, e più ordinatamente di quel che avesse potuto in quell'agitazione della prima confidenza, e fece menzione più espressa 1 della signora che l'aveva ricoverata nel monastero di Monza, venne a sapere di costei cose che, dandole la chiave di molti misteri, le riempiron l'animo d'una dolorosa e paurosa maraviglia. Seppe dalla vedova che la sciagurata, caduta in sospetto d'atrocissimi fatti, era stata, per ordine del cardinale, trasportata in un monastero di Milano; che lì, dopo molto infuriare e dibattersi, s'era ravveduta, s'era accusata; e che la sua vita attuale era supplizio volontario tale, che nessuno, a meno di non togliergliela 2, ne avrebbe potuto trovare un più severo. Chi volesse conoscere un po' più in particolare questa trista storia, la troverà nel libro e al luogo che abbiam citato altrove, a proposito della stessa persona 3 (Ripam. Hist. Pat., Dec. V, Lib. VI, Cap. III.).

1)parlò in modo più esplicito 2) a meno che non gliela avesse tolta, la vita. Pena peggiore di quella che stava subendo sarebbe stata solo la pena di morte 3) la storia di Marianna de Leyla / suor Virginia, il personaggio storico che ha ispirato la signora manzoniana va cercata nei documenti storici. Dopo essere stata condannata al carcere perpetuo per l’uccisione dei testimoni della sua tresca con Gian Paolo Osio (Egidio nel romanzo) fu graziata dal cardinale Borromeo. In seguito, decise di dedicare il resto della sua vita ad assistere le monache incerte sulla loro vocazione. Si può parlare di una lieve forzatura storica in quanto nella realtà il processo alla monaca è avvenuto nel 1607, dunque molti anni prima degli eventi narrati nel romanzo.

L'altra cosa è che Lucia, domandando del padre Cristoforo a tutti i cappuccini che poté vedere nel lazzeretto, sentì, con più dolore che maraviglia 4, ch'era morto di peste. Finalmente, prima di partire, avrebbe anche desiderato di saper qualcosa de' suoi antichi padroni, e di fare, come diceva, un atto del suo dovere, se alcuno ne rimaneva. La vedova l'accompagnò alla casa, dove seppero che l'uno e l'altra erano andati tra que' più 5. Di donna Prassede, quando si dice ch'era morta, è detto tutto; ma intorno a don Ferrante, trattandosi ch'era stato dotto, l'anonimo ha creduto d'estendersi un po' più; e noi, a nostro rischio 6, trascriveremo a un di presso quello che ne lasciò scritto.

4) Lucia, che ha provato maraviglia alla notizia dei delitti di Gertrude, che non poteva conoscere, non si meraviglia invece della morte del frate, perché non è una notizia inaspettata. 5) per indicare che erano morti. I morti sono i più rispetto ai vivi. 6) di risultare noiosi e di essere criticati dai lettori. Il plurale di modestia è tipico degli scrittori.

Dice adunque che, al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de' più risoluti a negarla, e che sostenne costantemente fino all'ultimo, quell'opinione; non già con ischiamazzi, come il popolo; ma con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire almeno che mancasse la concatenazione 7. – In rerum natura 8, – diceva, – non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti 9; e se io provo che il contagio non può esser né l'uno né l'altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera 10. E son qui 11. Le sostanze sono, o spirituali, o materiali. Che il contagio sia sostanza spirituale, è uno sproposito 12 che nessuno vorrebbe sostenere; sicché è inutile parlarne. Le sostanze materiali sono, o semplici, o composte 13. Ora, sostanza semplice il contagio non è; e si dimostra in quattro parole. Non è sostanza aerea; perché, se fosse tale, in vece di passar da un corpo all'altro, volerebbe subito alla sua sfera 14. Non è acquea; perché bagnerebbe, e verrebbe asciugata da' venti. Non è ignea 15; perché brucerebbe. Non è terrea; perché sarebbe visibile. Sostanza composta, neppure; perché a ogni modo dovrebbe esser sensibile all'occhio o al tatto; e questo contagio, chi l'ha veduto? chi l'ha toccato? Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all'altro; ché questo è il loro achille 16, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto 17.

7)la concatenazione logica tipica delle argomentazioni che don Ferrante usa per negare la peste: date due premesse si arriva a una conclusione coerente8)nella natura 9)le essenze delle cose, che non mutano, e le forme variabili che possono essere presenti o no. La distinzione deriva dalla filosofia di Aristotele 10) una fantasia. La chimera era un mostro mitologico, con testa e corpo di leone, coda di serpente e una testa di capra sul dorso 11) e sono pronto a dimostrarlo 12) perché si consideravano sostanze spirituali Dio, gli angeli e i beati 13)le semplici sono: aria, acqua, fuoco e terra: le altre sono composte con la combinazione delle semplici 14) si riteneva che ogni elemento avesse un suo cielo (una delle sfere celesto) 15) di fuoco 16)il loro punto di forza, l’argomento principale delle loro teorie, come Achille era l’eroe più forte dell’esercito acheo a Troia. 17) questa la scusa per prescrivere tante precauzioni (per evitare il contagio), senza fondamento filosofico

Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida 18 di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro. Che se, per evitar questa Scilla 19, si riducono a dire che sia accidente prodotto 20, dànno in Cariddi 21: perché, se è prodotto, dunque non si comunica, non si propaga, come vanno blaterando. Posti questi princìpi, cosa serve venirci tanto a parlare di vibici, d'esantemi, d'antraci 22...? – Tutte corbellerie, – scappò fuori una volta un tale. – No, no, – riprese don Ferrante: – non dico questo: la scienza è scienza; solo bisogna saperla adoprare. Vibici, esantemi, antraci, parotidi, bubboni violacei, furoncoli nigricanti 23, son tutte parole rispettabili, che hanno il loro significato bell'e buono; ma dico che non han che fare con la questione. Chi nega che ci possa essere di queste cose, anzi che ce ne sia? Tutto sta a veder di dove vengano 24. Qui cominciavano i guai anche per don Ferrante. Fin che non faceva che dare addosso all'opinion del contagio, trovava per tutto orecchi attenti e ben disposti: perché non si può spiegare quanto sia grande l'autorità d'un dotto di professione, allorché vuol dimostrare agli altri le cose di cui sono già persuasi. Ma quando veniva a distinguere, e a voler dimostrare che l'errore di que' medici non consisteva già nell'affermare che ci fosse un male terribile e generale; ma nell'assegnarne la cagione; allora (parlo de' primi tempi, in cui non si voleva sentir discorrere di peste), allora, in vece d'orecchi, trovava lingue ribelli, intrattabili 25; allora, di predicare a distesa era finita; e la sua dottrina non poteva più metterla fuori, che a pezzi e bocconi 26.

18)limpida 19) metafora per difficoltà. Nella mitologia, Scilla era una ninfa mutata da Circe in mostro marino e collocata sulla punta della penisola italiana, di fronte a Cariddi, anch’ella una ninfa, mutata in un vortice marino, sulla punta opposta della Sicilia. I marinai che tentavano di evitare l’una incappavano nell’altra e non uscivano vivi da quello che oggi si chiama stretto di Messina20) arrivano a dire che sia una forma prodotta. Oggi sappiamo che è realmente così infatti la peste è causata da un batterio trasmesso dalle feci del topo ma don Ferrante ignorava l’esistenza degli agenti patogeni. 21) cadono nel gorgo di Cariddi: come dire “dalla padella alla brace” 22) di lividi, di eruzioni cutanee, di gonfiori (i bubboni) 23) ingrossamento delle ghiandole salivari (che dà luogo ai cosiddetti orecchioni), tumefazioni livide, foruncoli nerastri24) don Ferrante non nega la realtà dei sintomi della peste, nega che la loro origine sia dovuta alla peste25) la gente non voleva sentir parlare di peste né discutere della sua origine, perciò si opponeva drasticamente e con ostinazione alle teorie di don Ferrante 26) doveva smettere di predicare a ruota libera; e poteva parlare della sua dottrina solo “a spizzichi e bocconi”, a piccole dosi, con continue interruzioni.

– La c'è pur troppo la vera cagione, – diceva; – e son costretti a riconoscerla anche quelli che sostengono poi quell'altra così in aria 27... La neghino un poco, se possono, quella fatale congiunzione di Saturno con Giove 28. E quando mai s'è sentito dire che l'influenze si propaghino 29...? E lor signori mi vorranno negar l'influenze? Mi negheranno che ci sian degli astri? O mi vorranno dire che stian lassù a far nulla, come tante capocchie di spilli ficcati in un guancialino 30?... Ma quel che non mi può entrare 31, è di questi signori medici; confessare che ci troviamo sotto una congiunzione così maligna, e poi venirci a dire, con faccia tosta: non toccate qui, non toccate là, e sarete sicuri! Come se questo schivare il contatto materiale de' corpi terreni, potesse impedir l'effetto virtuale de' corpi celesti 32! E tanto affannarsi a bruciar de' cenci! Povera gente! brucerete Giove? brucerete Saturno? His fretus 33, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s'attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle 34. E quella sua famosa libreria? È forse ancora dispersa su per i muriccioli 35.

27) la teoria, campata in aria secondo don Ferrante, che la causa del male fosse il contagio 28) il funesto allineamento dei due pianeti, che alcuni medici consideravano la causa principale della peste 29)le influenze degli astri si propaghino per contagio 30) puntaspilli 31) ma quello che non mi può persuadere, entrare in testa 32) l’effetto sugli uomini della “virtù” (influsso) degli astri 33) confidando, basandosi su questi argomenti. Il discorso di don Ferrante è cominciato con una citazione latina e ora il narratore lo conclude ironicamente allo stesso modo 34) gli eroici personaggi dei melodrammi di Pietro Metastasio, il più celebre autore teatrale italiano del Settecento, spesso muoiono prendendosela con il cielo e con le stelle per il loro destino sventurato35) sui muretti su cui poggiano le loro bancarelle i venditori di libri usati.

Don Ferrante può essere chiaramente paragonato a tutti i moderni negazionisti che affermano che il Covid-19 non esiste.

I temi

  • Il lungo e continuo peregrinare di Renzo è sicuramente uno dei temi principali del capito ma il ruolo di giudice che il narratore si attribuisce nel decretare la sentenza di morte o la salvezza dei personaggi rimanda inevitabilmente al ruolo della provvidenza. Il capitolo si apre con l’immagine della gioia di Renzo sotto la pioggia “provvidenziale” che “lava” via la peste nello stesso momento in cui purifica lui. Renzo la interpreta sulla base del suo ottimismo e in quel risolvimento della natura sente la soluzione del suo destino.
  • Anche Agnese pensa che, se ritrova ogni cosa come l’aveva lasciata, è perché la sua casa è stata sotto la protezione degli angioli. I fatti le hanno dimostrato che anche quando, di fronte alle sventure si ha l’impressione di essere abbandonati da Dio, in realtà è perché il Signore sta preparando una ricompensa maggiore. L’innominato e la mercantessa, ai suoi occhi, sono stati inviati dalla provvidenza. Tuttavia, Agnese è costretta ad ammettere che l’uomo pensa di essere artefice del proprio destino e invece deve sempre fare i conti con la sorte e coi disegni imperscrutabili di Dio: sa il cielo, questa tela, questi panni, a che sorte di creature andranno addosso.

Analisi dei personaggi: Renzo

IL SUO FUTURO

  • Renzo è in viaggio di nuovo, ma ormai il suo peregrinaggio volge al termine: conquistato l’amore, gli resta solo la “conquista del trono".Quest’ultima fase della ricerca è ora possibile perché egli si è purificato dall’odio per don Rodrigo e dalla propria aggressività.
  • Renzo si è anche liberato della sua parte infantile, delle proprie ingenuità, ha conosciuto il mondo con le sue regole e ha imparato a comportarsi finalmente come la realtà richiede.
  • Ora egli è maturo e ha integrato la propria personalità: il suo io bambino ora è riservato alle sole espressioni infantili di gioia sotto la pioggia, ma le sue scelte di vita sono mature e consapevoli, a partire dallo spazio in cui vivere la sua vita adulta. Il paese nel bergamasco, anziché il suo paese nativo, è la scelta migliore: psicologicamente sente che ormai è giunto il momento di tagliare il legame con la terra materna e iniziare una vita altrove, e nel paese di Bortolo ha già avviato un lavoro sicuro e redditizio. Perciò decide di vendere la vigna.
  • La sua rinascita coincide con quella del mondo intorno a lui e appare presagio di un futuro migliore per tutti.

analisi del capitolo XXXVIII

IL SUGO DELLA STORIA

IL capitolo in generale

  • I LUOGHI: il paesello, il palazzotto di don Rodrigo, alcuni paesi del bergamasco.
  • IL TEMPO: fine ottobre 1630- autunno 1631 e oltre.
  • I PERSONAGGI: Agnese, Lucia, la vedova, Renzo, don Abbondio, il marchese, i compaesani degli sposi, Bortolo, gli abitanti del paese di Bortolo e quelli del paese alle porte di Bergamo e i figli degli sposi.
  • GLI ARGOMENTI: il matrimonio e la “conquista del trono”.
  • IL TEMA: il sugo della storia.
  • LA STRUTTURA: lineare, ma chiude a cerchio il romanzo.

Il ritorno di Lucia

Il capitolo inizia con l’improvviso ritorno di Lucia a casa di Agnese accompagnata dalla mercantessa.

Una sera, Agnese sente fermarsi un legno 1 all'uscio. – È lei 2, di certo! – Era proprio lei, con la buona vedova 3. L'accoglienze vicendevoli se le immagini il lettore. La mattina seguente, di buon'ora, capita Renzo che non sa nulla, e vien solamente per isfogarsi un po' con Agnese su quel gran tardare di Lucia. Gli atti che fece, e le cose che disse, al trovarsela davanti, si rimettono 4 anche quelli all'immaginazion del lettore. Le dimostrazioni di Lucia in vece furon tali, che non ci vuol molto a descriverle. – Vi saluto: come state? – disse, a occhi bassi, e senza scomporsi. E non crediate che Renzo trovasse quel fare troppo asciutto 5, e se l'avesse per male. Prese benissimo la cosa per il suo verso; e, come, tra gente educata, si sa far la tara ai complimenti 6, così lui intendeva bene che quelle parole non esprimevan tutto ciò che passava nel cuore di Lucia. Del resto, era facile accorgersi che aveva due maniere di pronunziarle: una per Renzo, e un'altra per tutta la gente che potesse conoscere. – Sto bene quando vi vedo, – rispose il giovine, con una frase vecchia, ma che avrebbe inventata lui, in quel momento 7. – Il nostro povero padre Cristoforo...! – disse Lucia: – pregate per l'anima sua: benché si può esser quasi sicuri che a quest'ora prega lui per noi lassù. – Me l'aspettavo, pur troppo, – disse Renzo. E non fu questa la sola trista corda 8 che si toccasse in quel colloquio. Ma che? di qualunque cosa si parlasse, il colloquio gli riusciva sempre delizioso. Come que' cavalli bisbetici che s'impuntano, e si piantan lì, e alzano una zampa e poi un'altra, e le ripiantano al medesimo posto, e fanno mille cerimonie prima di fare un passo, e poi tutto a un tratto prendon l'andare, e via, come se il vento li portasse, così era divenuto il tempo per lui: prima i minuti gli parevan ore; poi l'ore gli parevan minuti.

1) metonimia per una carrozza a quattro ruote e un calesse a due ruote 2) Lucia è così attesa anche dal lettore che non occorre dirne il nome 3) la mercantessa che Lucia ha assistiti al lazzaretto 4) si affidano 5) troppo freddo e distaccato 6) si sa come eliminare l’esagerazione ai complimenti che si ricevono, come quando si elimina la tara (il peso dell’imballaggio) dal peso complessivo 7) la frase è banale ma esprime quello che sente Renzo e quindi l’avrebbe inventata lui se non ci fosse stata già bell’e pronta 8) argomento. “Toccare una corda” è espressione del linguaggio musicale

Renzo da don Abbondio

Ora Renzo decide di andare a parlare con don Abbondio.

Renzo disse finalmente 1 che andava da don Abbondio, a prendere i concerti 2 per lo sposalizio. Ci andò, e, con un certo fare tra burlesco e rispettoso, – signor curato, – gli disse: – le è poi passato quel dolor di capo 3, per cui mi diceva di non poterci maritare? Ora siamo a tempo 4; la sposa c'è: e son qui per sentire quando le sia di comodo: ma questa volta, sarei a pregarla 5 di far presto –. Don Abbondio non disse di no; ma cominciò a tentennare, a trovar cert'altre scuse, a far cert'altre insinuazioni: e perché mettersi in piazza, e far gridare il suo nome 6, con quella cattura addosso? e che la cosa potrebbe farsi ugualmente altrove; e questo e quest'altro. – Ho inteso, – disse Renzo: – lei ha ancora un po' di quel mal di capo. Ma senta, senta –. E cominciò a descrivere in che stato aveva visto quel povero don Rodrigo; e che già a quell'ora doveva sicuramente essere andato 7. – Speriamo, – concluse, – che il Signore gli avrà usato misericordia. – Questo non ci ha che fare, – disse don Abbondio: – v'ho forse detto di no? Io non dico di no; parlo... parlo per delle buone ragioni. Del resto, vedete, fin che c'è fiato... Guardatemi me: sono una conca fessa 8; sono stato anch'io, più di là che di qua: e son qui; e... se non mi vengono addosso de' guai... basta... posso sperare di starci ancora un pochino. Figuratevi poi certi temperamenti 9.

1) alla fine 2) gli accordi 3) Renzo si riferisce alla prima scusa accampata dal parroco per non celebrare il matrimonio: prima di tutto non mi sento bene, vedete (cap. II) 4)è arrivato il momento giusto 5) vorrei pregarla 6) per rendere pubblica la richiesta di matrimonio, don Abbondio avrebbe dovuto dichiarare il nome di Renzo 7) eufemismo per morto 8) vaso scheggiato; è usato dal curato come metafora della sua condizione di salute precaria 9) se è sopravvissuto don Abbondio, è assai probabile che don Rodrigo, giovane e forte, sia stato in grado di resistere anche meglio alla peste

Ma, come dico, questo non ci ha che far nulla. Dopo qualche altra botta e risposta, né più né meno concludenti, Renzo strisciò una bella riverenza 10, se ne tornò alla sua compagnia, fece la sua relazione, e finì con dire: – son venuto via, che n'ero pieno 11, e per non risicar 12 di perdere la pazienza, e di levargli il rispetto. In certi momenti, pareva proprio quello dell'altra volta; proprio quella mutria 13, quelle ragioni: son sicuro che, se la durava ancora un poco, mi tornava in campo con qualche parola in latino 14. Vedo che vuol essere un'altra lungagnata 15: è meglio fare addirittura come dice lui, andare a maritarsi dove andiamo a stare. – Sapete cosa faremo? – disse la vedova: – voglio che andiamo noi altre donne a fare un'altra prova, e vedere se ci riesce meglio. Così avrò anch'io il gusto di conoscerlo quest'uomo, se è proprio come dite. Dopo desinare 16 voglio che andiamo; per non tornare a dargli addosso subito. Ora, signore sposo, menateci un po' a spasso noi altre due, intanto che Agnese è in faccende: ché a Lucia farò io da mamma 17: e ho proprio voglia di vedere un po' meglio queste montagne, questo lago, di cui ho sentito tanto parlare; e il poco che n'ho già visto, mi pare una gran bella cosa. Renzo le condusse prima di tutto alla casa del suo ospite 18, dove fu un'altra festa: e gli fecero promettere che, non solo quel giorno, ma tutti i giorni, se potesse, verrebbe a desinare con loro. Passeggiato, desinato, Renzo se n'andò, senza dir dove. Le donne rimasero un pezzetto a discorrere, a concertarsi 19 sulla maniera di prender don Abbondio; e finalmente andarono all'assalto.

10) la riverenza si faceva inchinandosi con il cappello in mano, allungando il braccio in avanti e poi quasi strisciandolo con un’ampia curva verso di sé. Renzo fa una riverenza particolarmente “strisciante” perché sta controllando la rabbia 11) di rabbia, non ne potevo più 12) rischiare 13) viso accigliato, broncio, tipico di una persona stizzosa (irascibile) e lunatica 14) ricominciava, come la prima volta nel capitolo II, a citare frasi in latino 15) si prospetta di nuovo una faccenda che andrà per le lunghe 16) dopo aver pranzato 17) di solito era la mamma, o comunque un’altra figura femminile, che accompagnava le ragazze a spasso con il fidanzato 18) dell’amico che lo ospitava 19) a mettersi d’accordo

Le donne da don Abbondio

"Son qui loro", disse questo tra sé; ma fece faccia tosta 1: gran congratulazioni a Lucia, saluti ad Agnese, complimenti alla forestiera. Le fece mettere a sedere, e poi entrò subito a parlar della peste: volle sentir da Lucia come l'aveva passata in que' guai: il lazzeretto diede opportunità di far parlare anche quella che l'era stata compagna; poi, com'era giusto, don Abbondio parlò anche della sua burrasca 2; poi de' gran mirallegri 3 anche a Agnese, che l'aveva passata liscia. La cosa andava in lungo: già fin dal primo momento, le due anziane 4 stavano alle velette 5, se mai venisse l'occasione d'entrar nel discorso essenziale: finalmente non so quale delle due ruppe il ghiaccio 6. Ma cosa volete? Don Abbondio era sordo da quell'orecchio 7. Non che dicesse di no; ma eccolo di nuovo a quel suo serpeggiare, volteggiare e saltar di palo in frasca 8. – Bisognerebbe, – diceva, – poter far levare quella catturaccia.

1) non si scompose, fece finta di niente 2) delle sue sventure 3) rallegramenti: l’espressione “mi rallegro”, tipica di don Abbondio, qui è usata ironicamente al plurale come parola unica 4) Manzoni usa questo aggettivo per sottolineare che Agnese e la mercantessa sono meno giovani di Lucia 5) all’erta, come se fossero di vedetta in cima all’albero di una nave 6) superò il momento di difficoltà creato da don Abbondio e cominciò a parlare di matrimonio 7) espressione tipica del parlato. Le due donne non riescono a convincere il curato, come se neppure sentisse le loro parole 8) per eludere (evitare) il discorso, l’anziano curato scivola via con il movimento sinuoso di un serpente o di un uccello e salta da un argomento ad un altro completamente diverso, in modo illogico.

Lei, signora, che è di Milano, conoscerà più o meno il filo delle cose 9, avrà delle buone protezioni, qualche cavaliere di peso 10: ché con questi mezzi si sana ogni piaga 11. Se poi si volesse andar per la più corta, senza imbarcarsi in tante storie; giacché codesti giovani, e qui la nostra Agnese, hanno già intenzione di spatriarsi 12 (e io non saprei cosa dire: la patria è dove si sta bene 13), mi pare che si potrebbe far tutto là, dove non c'è cattura che tenga 14. Non vedo proprio l'ora di saperlo concluso questo parentado, ma lo vorrei concluso bene, tranquillamente. Dico la verità: qui, con quella cattura viva 15, spiattellar dall'altare quel nome di Lorenzo Tramaglino, non lo farei col cuor quieto: gli voglio troppo bene; avrei paura di fargli un cattivo servizio. Veda lei; vedete voi altre. Qui, parte Agnese, parte la vedova, a ribatter quelle ragioni; don Abbondio a rimetterle in campo, sott'altra forma: s'era sempre da capo; quando entra Renzo, con un passo risoluto, e con una notizia in viso; e dice: – è arrivato il signor marchese *** 16.

9) la via per procedere in un intrigo 10) politicamente influente 11) perché con questi mezzi (protezioni e amicizie influenti) si risolve ogni problema legale (quando la giustizia è corrotta) 12) emigrare 13) traduzione di un detto di Pacuvio, poeta latino, citato da Cicerone (patria est ubicumque est bene) 14) nel bergamasco, sotto la Repubblica di Venezia, dove non vale il mandato di cattura emesso nel ducato di Milano 15) mandato di cattura ancora valido 16) L’espediente grafico degli asterischi è frequentemente usato da Manzoni e qui omette/censura il nome del nobile signore per discrezione nei suoi confronti. Questa “mossa” serve a dare la cosiddetta “illusione del vero”, quindi a far credere al lettore che ciò che sta leggendo non sia frutto di un’invenzione ma di un documento vero e proprio.

La notizia della morte di don Rodrigo

– Cosa vuol dir questo? arrivato dove? – domanda don Abbondio, alzandosi. – E arrivato nel suo palazzo, ch'era quello di don Rodrigo; perché questo signor marchese è l'erede per fidecommisso 1, come dicono; sicché non c'è più dubbio. Per me, ne sarei contento, se potessi sapere che quel pover'uomo fosse morto bene. A buon conto, finora ho detto per lui de' paternostri, adesso gli dirò de' De profundis 2. E questo signor marchese è un bravissim' uomo. – Sicuro, – disse don Abbondio: – l'ho sentito nominar più d'una volta per un bravo signore davvero, per un uomo della stampa antica. Ma che sia proprio vero...? – Al sagrestano gli crede? – Perché? – Perché lui l'ha veduto co' suoi occhi. Io sono stato solamente lì ne' contorni 3, e, per dir la verità, ci sono andato appunto perché ho pensato: qualcosa là si dovrebbe sapere. E più d'uno m'ha detto lo stesso. Ho poi incontrato Ambrogio che veniva proprio di lassù, e che l'ha veduto, come dico, far da padrone. Lo vuol sentire, Ambrogio 4? L'ho fatto aspettar qui fuori apposta. – Sentiamo, – disse don Abbondio. Renzo andò a chiamare il sagrestano. Questo confermò la cosa in tutto e per tutto, ci aggiunse altre circostanze, sciolse tutti i dubbi; e poi se n'andò. – Ah! è morto dunque! è proprio andato! – esclamò don Abbondio. – Vedete, figliuoli, se la Provvidenza arriva 5 alla fine certa gente. Sapete che l'è una gran cosa! un gran respiro per questo povero paese! che non ci si poteva vivere con colui. E stata un gran flagello questa peste; ma è anche stata una scopa 6; ha spazzato via certi soggetti, che, figliuoli miei, non ce ne liberavamo più: verdi, freschi, prosperosi 7: bisognava dire che chi era destinato a far loro l'esequie, era ancora in seminario, a fare i latinucci 8.

1) in base alla legge testamentaria in vigore fino all’Ottocento, chi era riconosciuto erede di beni (in questo caso don Rodrigo) aveva l’obbligo di conservare i beni ereditati e di trasmetterli, in caso di morte, a un erede designato per legge (in questo caso il marchese) 2) in ogni caso, finora ho recitato per lui delle preghiere comuni, ora reciterò per lui preghiere per i morti. Il Salmo 129, che si recita in suffragio dei defunti, inizia con l’espressione de profundis ovvero “dagli abissi” 3)nei dintorni; ecco dov’era andato Renzo senza dir dove 4) il sagrestano di don Abbondio, quello che nella notte d’imbrogli ha suonato le campane 5) raggiunge (uso transitivo del verbo “arrivare”) 6) in corsivo perché si tratta di un termine di origine dialettale. Si potrebbe definire come “un rimedio efficacissimo che spazza subito il male” 7) ancora giovani, pieni di vita, in ottima salute (aggettivi in climax ascendente) 8) se non fosse intervenuta la peste, questi soggetti (cioè don Rodrigo) sarebbero vissuti così a lungo da lasciare il tempo di crescere ai sacerdoti destinati a celebrare il loro funerale, ora così giovani da essere in seminario a fare i latinucci ovvero le composizioni che gli scolari principianti scrivono in latino

E in un batter d'occhio, sono spariti, a cento per volta. Non lo vedremo più andare in giro con quegli sgherri dietro, con quell'albagìa 9, con quell'aria, con quel palo in corpo 10, con quel guardar la gente, che pareva che si stesse tutti al mondo per sua degnazione. Intanto, lui non c'è più, e noi ci siamo. Non manderà più di quell'imbasciate ai galantuomini 11. Ci ha dato un gran fastidio a tutti, vedete: ché adesso lo possiamo dire. – Io gli ho perdonato di cuore, – disse Renzo. – E fai il tuo dovere, – rispose don Abbondio: – ma si può anche ringraziare il cielo, che ce n'abbia liberati. Ora, tornando a noi, vi ripeto: fate voi altri quel che credete. Se volete che vi mariti io, son qui; se vi torna più comodo in altra maniera, fate voi altri. In quanto alla cattura, vedo anch'io che, non essendoci ora più nessuno che vi tenga di mira, e voglia farvi del male, non è cosa da prendersene gran pensiero: tanto più, che c'è stato di mezzo quel decreto grazioso, per la nascita del serenissimo infante 12. E poi la peste! la peste! ha dato di bianco 13 a di gran cose la peste! Sicché, se volete... oggi è giovedì... domenica vi dico in chiesa 14; perché quel che s'è fatto l'altra volta, non conta più niente, dopo tanto tempo; e poi ho la consolazione di maritarvi io. – Lei sa bene ch'eravamo venuti appunto per questo, – disse Renzo. – Benissimo; e io vi servirò: e voglio darne parte subito a sua eminenza.

9) bòria, superbia 10) impettito e superbo, come se avesse ingoiato un palo (si tratta di un’espressione popolare) 11) di quelle ambascerie (delegazioni) riportate dai bravi per minacciare la gente per bene, ovviamente come don Abbondio all’inizio del romanzo 12) il decreto del 30 gennaio 1630 concedeva la grazia (perciò grazioso) ai condannati, in occasione della nascita di Carlo, primogenito ed erede legittimo del re di Spagna (perciò serenissimo infante). Il curato lo conosceva da tempo, ma ne parla solo adesso 13) ha passato uno strato di calce, cancellando 14) don Abbondio doveva render pubblico in chiesa il proposito di matrimonio di Renzo e Lucia, per tre domeniche di seguito, com’era prescritto, prima di poter compiere la celebrazione. Poi saprà ottenere la dispensa (esenzione) per le ultime due “pubblicazioni”

I discorsi futili di don Abbondio

– Chi è sua eminenza? – domandò Agnese. – Sua eminenza, – rispose don Abbondio, – è il nostro cardinale arcivescovo, che Dio conservi. – Oh! in quanto a questo mi scusi, – replicò Agnese: – ché, sebbene io sia una povera ignorante, le posso accertare 1 che non gli si dice così; perché, quando siamo state la seconda volta per parlargli, come parlo a lei, uno di que' signori preti 2 mi tirò da parte, e m'insegnò come si doveva trattare con quel signore, e che gli si doveva dire vossignoria illustrissima, e monsignore. – E ora, se vi dovesse tornare a insegnare, vi direbbe che gli va dato dell'eminenza: avete inteso? Perché il papa, che Dio lo conservi anche lui, ha prescritto, fin dal mese di giugno, che ai cardinali si dia questo titolo. E sapete perché sarà venuto a questa risoluzione 3? Perché l'illustrissimo, ch'era riservato a loro e a certi principi, ora, vedete anche voi altri, cos'è diventato, a quanti si dà: e come se lo succiano 4 volentieri! E cosa doveva fare, il papa 5? Levarlo a tutti? Lamenti, ricorsi, dispiaceri, guai; e per di più, continuar come prima. Dunque ha trovato un bonissimo ripiego. A poco a poco poi, si comincerà a dar dell'eminenza ai vescovi 6; poi lo vorranno gli abati 7, poi i proposti 8: perché gli uomini son fatti così; sempre voglion salire, sempre salire; poi i canonici... 9– Poi i curati, – disse la vedova 10. – No no, – riprese don Abbondio: – i curati a tirar la carretta 11: non abbiate paura che gli avvezzin 12 male, i curati: del reverendo 13, fino alla fin del mondo.

8) i prevosti (titolari di una cattedrale) 9) i canonici (ecclesiastici appartenenti al capitolo, cioè al collegio di chierici (sacerdoti), di una chiesa metropolitana 10) la mercantessa, agiata borghese cittadina, può permettersi di canzonare don Abbondio, senza i riguardi che hanno gli altri 11) don Abbondio ha seguito l’ordine gerarchico, escludendone l’ultimo gradino, i curati, a cui appartiene anch’egli, costretti a sopportare tutto il peso degli incarichi più gravosi 12) li abituino 13) si darà loro il titolo di reverendo, il più basso

1) dare per certo 2) Agnese ricorda la lezione impartitale da un cappellano prima di rivedere il cardinale nella canonica di don Abbondio (cap. XXV) 3) decisione 4) se lo succhiano, se lo godono, espressione toscana popolare, poco adeguata ad un curato, ma ormai don Abbondio si rilassa anche nel linguaggio 5) Urbano VIII 6) invece, contro le previsioni di don Abbondio, ai vescovi si dà ancora oggi dell’eccellenza 7) a capo di un convento, possono avere l’autorità dei vescovi

Piuttosto, non mi maraviglierei punto 14 che i cavalieri, i quali sono avvezzi a sentirsi dar dell'illustrissimo, a esser trattati come i cardinali, un giorno volessero dell'eminenza anche loro. E se la vogliono, vedete, troveranno chi gliene darà. E allora, il papa che ci sarà allora, troverà qualche altra cosa per i cardinali. Orsù, ritorniamo alle nostre cose: domenica vi dirò in chiesa 15; e intanto, sapete cos'ho pensato per servirvi meglio? Intanto chiederemo la dispensa per l'altre due denunzie 16.Hanno a avere un bel da fare laggiù in curia, a dar dispense, se la va per tutto come qui 17. Per domenica ne ho già... uno... due... tre; senza contarvi voi altri: e ne può capitare ancora. E poi vedrete, andando avanti, che affare vuol essere: non ne deve rimanere uno scompagnato. Ha proprio fatto uno sproposito Perpetua a morire ora; ché questo era il momento che trovava l'avventore 18 anche lei. E a Milano, signora, mi figuro che sarà lo stesso. – Eccome! si figuri che, solamente nella mia cura 19, domenica passata, cinquanta denunzie. – Se lo dico; il mondo non vuol finire. E lei, signora, non hanno principiato a ronzarle intorno de' mosconi 20? – No, no; io non ci penso, né ci voglio pensare. – Sì, sì, che vorrà esser lei sola. Anche Agnese, veda; anche Agnese... – Uh! ha voglia di scherzare, lei, – disse questa. – Sicuro che ho voglia di scherzare: e mi pare che sia ora finalmente. Ne abbiam passate delle brutte, n'è vero, i miei giovani? delle brutte n'abbiam passate: questi quattro giorni che dobbiamo stare in questo mondo, si può sperare che vogliano essere un po' meglio. Ma! fortunati voi altri, che, non succedendo disgrazie, avete ancora un pezzo da parlare de' guai passati: io in vece, sono alle ventitre e tre quarti 21, e... i birboni posson morire; della peste si può guarire; ma agli anni non c'è rimedio: e, come dice, senectus ipsa est morbus 22.

14) affatto 15) farò la prima pubblicazione 16) l’esonero dall’obbligo delle altre due pubblicazioni 17) alla curia arcivescovile di Milano, come riferiscono le cronache dell’epoca, alla fine della peste il numero di matrimoni aumentò tanto che si dovettero sveltire le pratiche 18) il cliente metafora piuttosto volgare per marito 19) parrocchia 20) dei corteggiatori, metafora che vorrebbe essere galante ed è ancora una volta grossolana 21) sono vicino alla morte, come una giornata al suo finire 22) la vecchiaia è di per sé una malattia, enunciato di Terenzio ripresa da Cicerone

I conti con il passato

– Ora, – disse Renzo, – parli pur latino quanto vuole; che non me n'importa nulla. – Tu l'hai ancora col latino, tu: bene bene, t'accomoderò io: quando mi verrai davanti, con questa creatura 1, per sentirvi dire appunto certe paroline in latino 2, ti dirò: latino tu non ne vuoi: vattene in pace. Ti piacerà? – Eh! so io quel che dico, – riprese Renzo: – non è quel latino lì che mi fa paura: quello è un latino sincero, sacrosanto, come quel della messa: anche loro, lì 3, bisogna che leggano quel che c'è sul libro. Parlo di quel latino birbone, fuor di chiesa, che viene addosso a tradimento, nel buono 4 d'un discorso. Per esempio, ora che siam qui, che tutto è finito; quel latino che andava cavando fuori, lì proprio, in quel canto, per darmi ad intendere che non poteva, e che ci voleva dell'altre cose, e che so io? me lo volti un po' in volgare ora 5. – Sta' zitto, buffone, sta' zitto: non rimestar queste cose; ché, se dovessimo ora fare i conti, non so chi avanzerebbe 6. Io ho perdonato tutto: non ne parliam più: ma me n'avete fatti de' tiri. Di te non mi fa specie 7, che sei un malandrinaccio; ma dico quest'acqua cheta 8, questa santerella, questa madonnina infilzata 9, che si sarebbe creduto far peccato a guardarsene.

1) finalmente in bocca al curato una definizione gentile di Lucia, che ne sottolinea la delicatezza2) quelle del rito nuziale 3) i sacerdoti 4) nel bel mezzo 5) me lo traduca ora in italiano 6) chi sarebbe in credito 7) non mi meraviglio 8) si dice di una persona mite e remissiva solo in apparenza 9) immagine della Madonna addolorata con il cuore trafitto da sette spade. L’epiteto è stato usato per Lucia anche da Perpetua

La visita del marchese a don Abbondio

Il giorno seguente, gli capitò una visita, quanto meno aspettata tanto più gradita: il signor marchese del quale s'era parlato: un uomo tra la virilità e la vecchiezza 1, il cui aspetto era come un attestato di ciò che la fama diceva di lui: aperto, cortese, placido, umile, dignitoso, e qualcosa che indicava una mestizia rassegnata 2. – Vengo, – disse, – a portarle i saluti del cardinale arcivescovo. – Oh che degnazione di tutt'e due! – Quando fui a prender congedo da quest'uomo incomparabile, che m'onora della sua amicizia, mi parlò di due giovani di codesta cura, ch'eran promessi sposi, e che hanno avuto de' guai, per causa di quel povero don Rodrigo 3. Monsignore desidera d'averne notizia. Son vivi? E le loro cose sono accomodate? – Accomodato ogni cosa. Anzi, io m'era proposto di scriverne a sua eminenza; ma ora che ho l'onore... – Si trovan qui? – Qui; e, più presto che si potrà, saranno marito e moglie. – E io la prego di volermi dire se si possa far loro del bene, e anche d'insegnarmi la maniera più conveniente. In questa calamità, ho perduto i due soli figli che avevo, e la madre loro, e ho avute tre eredità considerabili 4.

1) un uomo maturo e vicino alla vecchiaia 2) tristezza per i motivi che si diranno poco oltre 3) forse, parlando da vivo, il marchese non sarebbe stato così indulgente (comprensivo, tollerante) nei confronti di don Rodrigo, ma ora che questi è morto, la pietà vuole che il suo nome sia accompagnato solo dall’aggettivo povero 4) considerevoli

Del superfluo, n'avevo anche prima: sicché lei vede che il darmi una occasione d'impiegarne, e tanto più una come questa, è farmi veramente un servizio. – Il cielo la benedica! Perché non sono tutti come lei i... 5? Basta; la ringrazio anch'io di cuore per questi miei figliuoli. E giacché vossignoria illustrissima mi dà tanto coraggio, sì signore, che ho un espediente 6 da suggerirle, il quale forse non le dispiacerà. Sappia dunque che questa buona gente son risoluti 7 d'andare a metter su casa altrove, e di vender quel poco che hanno al sole 8 qui: una vignetta il giovine, di nove o dieci pertiche, salvo il vero, ma trasandata affatto 9: bisogna far conto del terreno, nient'altro; di più una casuccia lui, e un'altra la sposa: due topaie 10, veda. Un signore come vossignoria non può sapere come la vada per i poveri, quando voglion disfarsi del loro. Finisce sempre a andare in bocca di qualche furbo, che forse sarà già un pezzo che fa all'amore a quelle quattro braccia di terra 11, e quando sa che l'altro ha bisogno di vendere, si ritira, fa lo svogliato; bisogna corrergli dietro, e dargliele per un pezzo di pane: specialmente poi in circostanze come queste 12. Il signor marchese ha già veduto dove vada a parare il mio discorso. La carità più fiorita 13 che vossignoria illustrissima possa fare a questa gente, è di cavarli da quest'impiccio, comprando quel poco fatto loro 14. Io, per dir la verità, do un parere interessato, perché verrei ad acquistare nella mia cura un compadrone 15 come il signor marchese; ma vossignoria deciderà secondo che le parrà meglio: io ho parlato per ubbidienza 16-. Il marchese lodò molto il suggerimento; ringraziò don Abbondio, e lo pregò di voler esser arbitro del prezzo, e di fissarlo alto bene; e lo fece poi restar di sasso, col proporgli che s'andasse subito insieme a casa della sposa, dove sarebbe probabilmente anche lo sposo.

5) sottintende “signori”6) una trovata, un modo per far loro del bene 7) questa buona gente è decisa 8) possiedono (espressione idiomatica) 9) una piccola vigna il giovanotto, di poco più di mezzo ettaro, se non sbaglio, ma del tutto trascurata. La pertica è un’unità di misura di superficie, ancora in uso in Lombardia, equivalente a 654,5 metri quadrati 10) due case vecchie e in pessimo stato 11) desidera ardentemente quel pezzetto di terra 12) in effetti, Renzo era disposto a vendere la vigna a qualunque prezzo, vista la svalutazione delle proprietà causata dall’aumento dei terreni in vendita 13) più elegante, più delicata: il marchese ha chiesto di aiutare i due sposi nella maniera più conveniente, senza rischiare di offenderli 14) qui loro pochi beni, con un’espressione milanese 15) acquistando le proprietà di Renzo e Lucia il marchese diventa parrocchiano di don Abbondio e deve pagare le decime, cioè la decima parte del reddito della proprietà dovuta allora alla Chiesa 16) per ubbidire, per soddisfare la sua richiesta

Per la strada, don Abbondio, tutto gongolante 17, come vi potete immaginare, ne pensò e ne disse un'altra. – Giacché vossignoria illustrissima è tanto inclinato 18 a far del bene a questa gente, ci sarebbe un altro servizio 19 da render loro. Il giovine ha addosso una cattura, una specie di bando, per qualche scappatuccia che ha fatta in Milano, due anni sono, quel giorno del gran fracasso 20, dove s'è trovato impicciato, senza malizia, da ignorante, come un topo nella trappola: nulla di serio, veda: ragazzate, scapataggini 21: di far del male veramente, non è capace: e io posso dirlo, che l'ho battezzato, e l'ho veduto venir su: e poi, se vossignoria vuol prendersi il divertimento di sentir questa povera gente ragionar su alla carlona 22, potrà fargli raccontar la storia a lui, e sentirà. Ora, trattandosi di cose vecchie, nessuno gli dà fastidio; e, come le ho detto, lui pensa d'andarsene fuor di stato; ma, col tempo, o tornando qui, o altro, non si sa mai, lei m'insegna che è sempre meglio non esser su que' libri 23. Il signor marchese, in Milano, conta, come è giusto, e per quel gran cavaliere, e per quel grand'uomo che è... No, no, mi lasci dire 24; ché la verità vuole avere il suo luogo 25. Una raccomandazione, una parolina d'un par suo, è più del bisogno per ottenere una buona assolutoria 26. – Non c'è impegni forti 27 contro codesto giovine? – No, no; non crederei. Gli hanno fatto fuoco addosso 28 nel primo momento; ma ora credo che non ci sia più altro che la semplice formalità. – Essendo così, la cosa sarà facile; e la prendo volentieri sopra di me 29. – E poi non vorrà che si dica che è un grand'uomo. Lo dico, e lo voglio dire; a suo dispetto, lo voglio dire. E anche se io stessi zitto, già non servirebbe a nulla, perché parlan tutti; e vox populi, vox Dei 30.

26) assoluzione, liberazione 27) incriminazioni gravi o forse anche dispetto di personaggi altolocati 28) lo hanno preso di mira, gli hanno dato la caccia (espressione idiomatica) 29) mi prendo volentieri io l’incarico di risolvere la faccenda 30) voce di popolo, voce di Dio. Manzoni, tuttavia ha una visione negativa della massa, soprattutto quando è popolo o folla. La risposta alla domanda retorica prevede un secco no.

17) visibilmente contento e soddisfatto 18) propenso, disposto 19) beneficio, favore 20) il giorno dei tumulti di san Martino, l’11 novembre del 1628 21) azioni fatte senza testa, senza riflettere 22) parlare alla buona. La locuzione deriva dall’antico francese “Charlon” poi “Charlese”, Carlo Magno, raffigurato nei poemi come una persona semplice e bonaria 23) nei registri della polizia 24) l’interruzione espressa con puntini indica che il marchese ha detto qualcosa in merito alle lodi pronunciatogli da don Abbondio che però insiste nel continuare 25) il suo spazio

Il marchese a casa di Lucia

Arrivati a casa di Lucia, si tratta la compravendita dei beni e il marchese dà il doppio del prezzo, già esagerato, proposto da don Abbondio e invita tutti a pranzo al palazzotto per il giorno dopo le nozze.

Il matrimonio

Venne la dispensa, venne l'assolutoria, venne quel benedetto giorno: i due promessi andarono, con sicurezza trionfale, proprio a quella chiesa, dove, proprio per bocca di don Abbondio, furono sposi. Un altro trionfo, e ben più singolare, fu l'andare a quel palazzotto; e vi lascio pensare che cose dovessero passar loro per la mente, in far quella salita, all'entrare in quella porta; e che discorsi dovessero fare, ognuno secondo il suo naturale 1. Accennerò soltanto che, in mezzo all'allegria, ora l'uno, ora l'altro motivò 2 più d'una volta, che, per compir la festa, ci mancava il povero padre Cristoforo. – Ma per lui 3, – dicevan poi, – sta meglio di noi sicuramente. Il marchese fece loro una gran festa, li condusse in un bel tinello 4, mise a tavola gli sposi, con Agnese e con la mercantessa; e prima di ritirarsi a pranzare altrove con don Abbondio, volle star lì un poco a far compagnia agl'invitati, e aiutò anzi a servirli. A nessuno verrà, spero, in testa di dire che sarebbe stata cosa più semplice fare addirittura una tavola sola. Ve l'ho dato per un brav'uomo, ma non per un originale 5, come si direbbe ora; v'ho detto ch'era umile, non già che fosse un portento d'umiltà. N'aveva quanta ne bisognava per mettersi al di sotto di quella buona gente, ma non per istar loro in pari. Dopo i due pranzi, fu steso il contratto per mano d'un dottore 6, il quale non fu l'Azzecca-garbugli. Questo, voglio dire la sua spoglia, era ed è tuttavia 7 a Canterelli.

1) carattere, indole 2) accennò menzionò 3) ma in quanto a lui 4) è la stanza confinante con la cucina, dove mangiavano solitamente i servitori o i famigliari nelle case dei signori 5) un anticonformista stravagante 6) di un dottore in legge, qui si tratta di un notaio 7) ancora oggi

E per chi non è di quelle parti, capisco anch'io che qui ci vuole una spiegazione. Sopra Lecco forse un mezzo miglio, e quasi sul fianco dell'altro paese chiamato Castello, c'è un luogo detto Canterelli, dove s'incrocian due strade; e da una parte del crocicchio, si vede un rialto, come un poggetto artificiale 8, con una croce in cima; il quale non è altro che un gran mucchio di morti in quel contagio. La tradizione, per dir la verità, dice semplicemente i morti del contagio; ma dev'esser quello senz'altro, che fu l'ultimo, e il più micidiale di cui rimanga memoria. E sapete che le tradizioni, chi non le aiuta, da sé dicon sempre troppo poco 9. Nel ritorno non ci fu altro inconveniente, se non che Renzo era un po' incomodato dal peso de' quattrini 10 che portava via. Ma l'uomo, come sapete, aveva fatto ben altre vite. Non parlo del lavoro della mente, che non era piccolo, a pensare alla miglior maniera di farli fruttare. A vedere i progetti che passavan per quella mente, le riflessioni, l'immaginazioni; a sentire i pro e i contro, per l'agricoltura e per l'industria, era come se ci si fossero incontrate due accademie del secolo passato 11. E per lui l'impiccio era ben più reale; perché, essendo un uomo solo, non gli si poteva dire: che bisogno c'è di scegliere? l'uno e l'altro, alla buon'ora; ché i mezzi, in sostanza, sono i medesimi; e son due cose come le gambe, che due vanno meglio d'una sola.

8) da un lato dell’incrocio si vede un tratto rilevato del terreno, come una collinetta creata dall’uomo9) le tradizioni, come la storia, devono essere integrate con criterio e razionalità 10) non solo e non tanto il peso fisico, quanto quello di decidere come investire il denaro che per chi non è abituato a maneggiarne, non è cosa da poco 11) le due diverse posizioni degli illuministi nel Settecento

L'addio al paese

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Non si pensò più che a fare i fagotti, e a mettersi in viaggio: casa Tramaglino 1 per la nuova patria, e la vedova per Milano. Le lacrime, i ringraziamenti, le promesse d'andarsi a trovare furon molte. Non meno tenera, eccettuate le lacrime, fu la separazione di Renzo e della famiglia dall'ospite amico: e non crediate che con don Abbondio le cose passassero freddamente. Quelle buone creature avevan sempre conservato un certo attaccamento rispettoso per il loro curato; e questo, in fondo, aveva sempre voluto bene a loro. Son que' benedetti affari 2, che imbroglian gli affetti. Chi domandasse se non ci fu anche del dolore in distaccarsi dal paese nativo, da quelle montagne; ce ne fu sicuro: ché del dolore, ce n'è, sto per dire, un po' per tutto. Bisogna però che non fosse molto forte, giacché avrebbero potuto risparmiarselo, stando a casa loro, ora che i due grand'inciampi, don Rodrigo e il bando, eran levati. Ma, già da qualche tempo, erano avvezzi tutt'e tre a riguardar come loro il paese dove andavano. Renzo l'aveva fatto entrare in grazia alle donne, raccontando l'agevolezze 3 che ci trovavano gli operai, e cento cose della bella vita che si faceva là. Del resto, avevan tutti passato de' momenti ben amari in quello a cui voltavan le spalle; e le memorie triste, alla lunga guastan sempre nella mente i luoghi che le richiamano. E se que' luoghi son quelli dove siam nati, c'è forse in tali memorie qualcosa di più aspro e pungente. Anche il bambino, dice il manoscritto, riposa volentieri sul seno della balia, cerca con avidità e con fiducia la poppa che l'ha dolcemente alimentato fino allora; ma se la balia, per divezzarlo, la bagna d'assenzio 4, il bambino ritira la bocca, poi torna a provare, ma finalmente se ne stacca; piangendo sì, ma se ne stacca.

1) ora Renzo, Lucia e Agnese sono un’unica famiglia 2) gli interessi personali, non solo economici, come quello di salvare la pelle 3) agevolazioni, facilitazioni 4) un liquore molto amaro

I problemi nel nuovo paese

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Cosa direte ora, sentendo che, appena arrivati e accomodati nel nuovo paese, Renzo ci trovò de' disgusti bell'e preparati 1? Miserie 2; ma ci vuol così poco a disturbare uno stato felice! Ecco, in poche parole, la cosa. Il parlare che, in quel paese, s'era fatto di Lucia, molto tempo prima che la ci arrivasse; il saper che Renzo aveva avuto a patir tanto per lei, e sempre fermo, sempre fedele; forse qualche parola di qualche amico parziale per lui 3 e per tutte le cose sue, avevan fatto nascere una certa curiosità di veder la giovine, e una certa aspettativa della sua bellezza. Ora sapete come è l'aspettativa: immaginosa, credula, sicura; alla prova 4 poi, difficile, schizzinosa 5: non trova mai tanto che le basti, perché, in sostanza, non sapeva quello che si volesse; e fa scontare senza pietà il dolce che aveva dato senza ragione 6. Quando comparve questa Lucia, molti i quali credevan forse che dovesse avere i capelli proprio d'oro, e le gote proprio di rosa, e due occhi l'uno più bello dell'altro, e che so io? cominciarono a alzar le spalle, ad arricciar il naso, e a dire: – eh! l'è questa? Dopo tanto tempo, dopo tanti discorsi, s'aspettava qualcosa di meglio. Cos'è poi? Una contadina come tant'altre. Eh! di queste e delle meglio, ce n'è per tutto –. Venendo poi a esaminarla in particolare, notavan chi un difetto, chi un altro: e ci furon fin di quelli che la trovavan brutta affatto 7.

5) difficile da accontentare, schifiltosa6) chi immagina un evento non è realista, non si accontenta mai, perché non sa quel che vuole, ma deluso poi dalla realtà, la disprezza e se ne vendica tanto quanto prima l’apprezzava senza motivo 7) proprio brutta

1) dei dispiaceri bell’e pronti 2) piccole cose, di poco conto 3) che parteggiava per lui, un suo fan potremmo dire noi oggi 4) nel momento in cui si realizza

Siccome però nessuno le andava a dir sul viso a Renzo, queste cose; così non c'era gran male fin lì. Chi lo fece il male, furon certi tali che gliele rapportarono 8: e Renzo, che volete? ne fu tocco 9 sul vivo. Cominciò a ruminarci sopra, a farne di gran lamenti, e con chi gliene parlava, e più a lungo tra sé. "E cosa v'importa a voi altri? E chi v'ha detto d'aspettare? Son mai venuto io a parlarvene? a dirvi che la fosse bella? E quando me lo dicevate voi altri, v'ho mai risposto altro, se non che era una buona giovine? È una contadina! V'ho detto mai che v'avrei menato qui una principessa? Non vi piace? Non la guardate. N'avete delle belle donne: guardate quelle". E vedete un poco come alle volte una corbelleria 10 basta a decidere dello stato d'un uomo per tutta la vita. Se Renzo avesse dovuto passar la sua in quel paese, secondo il suo primo disegno 11, sarebbe stata una vita poco allegra. A forza d'esser disgustato, era ormai diventato disgustoso 12. Era sgarbato con tutti, perché ognuno poteva essere uno de' critici di Lucia. Non già che trattasse proprio contro il galateo; ma sapete quante belle cose si posson fare senza offender le regole della buona creanza: fino sbudellarsi. Aveva un non so che di sardonico 13 in ogni sua parola; in tutto trovava anche lui da criticare, a segno che, se faceva cattivo tempo due giorni di seguito, subito diceva: – eh già, in questo paese! – Vi dico che non eran pochi quelli che l'avevan già preso a noia, e anche persone che prima gli volevan bene; e col tempo, d'una cosa nell'altra, si sarebbe trovato, per dir così, in guerra con quasi tutta la popolazione, senza poter forse né anche lui conoscer la prima cagione 14 d'un così gran male.

8) riferirono 9) toccato, punto 10) sciocchezza, cosa di poco conto 11) progetto iniziale, originario 12) infastidito dal disprezzo degli altri, anche Renzo diventa insopportabile 13) sarcastico e provocatorio 14) la causa originaria

Renzo diventa imprenditore

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Ma si direbbe che la peste avesse preso l'impegno di raccomodar tutte le malefatte di costui. Aveva essa portato via il padrone d'un altro filatoio, situato quasi sulle porte di Bergamo; e l'erede, giovine scapestrato, che in tutto quell'edifizio non trovava che ci fosse nulla di divertente, era deliberato, anzi smanioso di vendere, anche a mezzo prezzo; ma voleva i danari l'uno sopra l'altro, per poterli impiegar subito in consumazioni improduttive 1. Venuta la cosa agli orecchi di Bortolo, corse a vedere; trattò: patti più grassi 2 non si sarebbero potuti sperare; ma quella condizione de' pronti contanti 3 guastava tutto, perché quelli che aveva messi da parte, a poco a poco, a forza di risparmi, erano ancor lontani da arrivare alla somma. Tenne l'amico in mezza parola 4, tornò indietro in fretta, comunicò l'affare al cugino, e gli propose di farlo a mezzo. Una così bella proposta troncò i dubbi economici di Renzo, che si risolvette subito per l'industria, e disse di sì. Andarono insieme, e si strinse il contratto. Quando poi i nuovi padroni vennero a stare sul loro 5, Lucia, che lì non era aspettata per nulla, non solo non andò soggetta a critiche, ma si può dire che non dispiacque; e Renzo venne a risapere che s'era detto da più d'uno: – avete veduto quella bella baggiana 6 che c'è venuta? – L'epiteto faceva passare il sostantivo 7.

1) in spese che non producevano, voluttuarie, per cose inutili 2) convenienti 3) del denaro contante 4) prese un mezzo impegno con l’amico, chiedendogli di aspettare la risposta definitiva 5) nella loro proprietà 6) sempliciona; così i bergamaschi chiamavano gli abitanti del milanese, e Renzo ne era già stato turbato al suo arrivo nel bergamasco 7) l’aggettivo (bella) rendeva tollerabile il sostantivo (baggiana)

E anche del dispiacere che aveva provato nell'altro paese, gli restò un utile ammaestramento 8. Prima d'allora era stato un po' lesto nel sentenziare 9, e si lasciava andar volentieri a criticar la donna d'altri, e ogni cosa. Allora s'accorse che le parole fanno un effetto in bocca, e un altro negli orecchi; e prese un po' più d'abitudine d'ascoltar di dentro le sue, prima di proferirle 10. Non crediate però che non ci fosse qualche fastidiuccio anche lì. L'uomo (dice il nostro anonimo: e già sapete per prova che aveva un gusto un po' strano in fatto di similitudini; ma passategli anche questa, che avrebbe a esser 11 l'ultima), l'uomo, fin che sta in questo mondo, è un infermo che si trova sur un letto scomodo più o meno, e vede intorno a sé altri letti, ben rifatti al di fuori, piani, a livello 12: e si figura che ci si deve star benone. Ma se gli riesce di cambiare, appena s'è accomodato nel nuovo, comincia, pigiando, a sentire qui una lisca 13 che lo punge, lì un bernoccolo che lo preme: siamo in somma, a un di presso, alla storia di prima. E per questo, soggiunge l'anonimo, si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio. È tirata un po' con gli argani 14, e proprio da secentista; ma in fondo ha ragione. Per altro, prosegue, dolori e imbrogli della qualità e della forza di quelli che abbiam raccontati, non ce ne furon più per la nostra buona gente: fu, da quel punto in poi, una vita delle più tranquille, delle più felici, delle più invidiabili; di maniera che, se ve l'avessi a raccontare, vi seccherebbe a morte. Gli affari andavan d'incanto: sul principio ci fu un po' d'incaglio 15 per la scarsezza de' lavoranti e per lo sviamento e le pretensioni 16 de' pochi ch'eran rimasti. Furon pubblicati editti che limitavano le paghe degli operai; malgrado quest'aiuto 17, le cose si rincamminarono, perché alla fine bisogna che si rincamminino. Arrivò da Venezia un altro editto, un po' più ragionevole: esenzione, per dieci anni, da ogni carico reale e personale 18 ai forestieri che venissero a abitare in quello stato. Per i nostri fu una nuova cuccagna.

14) l’argano è un apparecchio per il sollevamento di pesi. La metafora indica che la similitudine è forzata 15) di difficoltà, di ostacoli 16) per il traviamento (perdita di interesse per il lavoro dopo tanti lutti) e le pretese economiche ( i pochi lavoratori erano molto richiesti e pretendevano di essere pagati di più) 17) è ironico, Manzoni non condivide mai i “calmieri” (prezzi massimi di vendita di derrate alimentari) 18) imposta sui beni immobili e sulla persona

8) Renzo non smette mai di imparare 9) svelto nel dare giudizi 10) Renzo impara ad ascoltare le proprie parole prima di pronunciarle, mettendosi nei panni di chi le ascolterà per capire che effetto faranno 11) dovrebbe essere 12) non era facile distribuire bene l’imbottitura, in lana o altro, dei materassi d’una volta 13) stecco di canapa o lino fino involontariamente nell’imbottitura è un uso idiomatico della parola

Prima che finisse l'anno del matrimonio, venne alla luce una bella creatura; e, come se fosse fatto apposta per dar subito opportunità a Renzo d'adempire quella sua magnanima promessa 19, fu una bambina; e potete credere che le fu messo nome Maria. Ne vennero poi col tempo non so quant'altri, dell'uno e dell'altro sesso: e Agnese affaccendata a portarli in qua e in là, l'uno dopo l'altro, chiamandoli cattivacci, e stampando loro in viso de' bacioni, che ci lasciavano il bianco per qualche tempo. E furon tutti ben inclinati 20; e Renzo volle che imparassero tutti a leggere e scrivere, dicendo che, giacché la c'era questa birberia 21, dovevano almeno profittarne anche loro.

19) Renzo aveva proposto a Lucia di sostituire il voto di verginità con la promessa alla Madonna di mettere il nome Maria alla primogenita. L’aggettivo magnanima è ironico, perché mantenere tale promessa non costa nulla. Nel Fermo e Lucia, invece, il primogenito fu un maschio mentre la seconda figlia venne chiamata Agnese.20) disposti al bene per natura 21) furfanteria, mezzo per imbrogliare

Prima d'allora era stato un po' lesto nel sentenziare, e si lasciava andar volentieri a criticar la donna d'altri, e ogni cosa. Allora s'accorse che le parole fanno un effetto in bocca, e un altro negli orecchi; e prese un po' più d'abitudine d'ascoltar di dentro le sue, prima di proferirle.

Il sugo della storia

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Il bello era a sentirlo raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi 1 meglio in avvenire. – Ho imparato, – diceva, – a non mettermi ne' tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardare con chi parlo: ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c'è lì d'intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d'aver pensato quel che possa nascere –. E cent'altre cose. Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, ma non n'era soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, – e io, – disse un giorno al suo moralista, – cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Quando non voleste dire, – aggiunse, soavemente sorridendo, – che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi. Renzo, alla prima, rimase impicciato 2. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta 3 e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce 4, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c'è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia. La quale, se non v'è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l'ha scritta, e anche un pochino a chi l'ha raccomodata 5. Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s'è fatto apposta.

1) comportarsi 2) impacciato, imbarazzato 3) prudente 4) li rende sopportabili 5) risistemata, rielaborata

I guai ci sono per un motivo o per l’altro ma l’uomo può trovare consolazione in Dio perché dalle situazioni ci si può rialzare e si può imparare a non commettere più gli stessi errori che servono per migliorare la propria vita.

I TEMI

Sin dall’apertura del capitolo, la frase che annuncia il ritorno di Lucia (è lei, di certo!) rivela che il narratore, ormai alla fine del romanzo, considera il lettore uno di casa, a cui non è necessario spiegare chi è lei. Per tutto il capitolo il registro colloquiale evidenzia che lettore, narratore e personaggi sono posti sullo stesso piano.La morale, il sugo della storia, come la definisce il narratore usando il linguaggio che appartiene al mondo narrato, è inevitabilmente, il tema fondamentale del capitolo. Non è un caso che questa conclusione venga trovata da povera gente: la scelta degli umili serve anche a scoprire una morale semplice ma profonda e così giusta da poter essere definita sugo della storia. Il percorso di formazione dei due protagonisti li conduce, inoltre, a constatare che solo attraverso il dolore si può raggiungere la serenità, anche se non la felicità incontaminata dal male, ma con la consapevolezza che il male e il dolore esistono e sono ineliminabili. Si parla di provvida sventura.

RENZO TRAMAGLINO: il giovane che matura e ha un'ascesa sociale.

DON ABBONDIO: il vile che non cambia. Egli è l'emblema del pessimismo manzoniano.

LUCIA MONDELLA: la fanciulla soave che accetta il proprio istinto come elemento fondamentale della propria personalità.

FINE

grazie per l'attenzione