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ERODOTO
CARMINE PIO GERARDO METELLO
Created on May 20, 2021
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Transcript
ERODOTO
ERODOTO
BIOGRAFIA ERODOTOERODOTO NACQUE AD ALICARNASSO ,SULLA COSTA MERIDIONALE DELL ' ASIA MINORETRA IL 490 a.C E I 480 a. C . DOPO ESSERE STATO COINVOLTO NELLE LOTTE DELLA SUA CITTA' VENNE ESILIATO .VIAGGIO MOLTO E LA SUA CURIOSITA' LO SPINSE A VISITARE L'EGITTO ,LA FRANCIA , LA MESOPOTAMIA, LA SIRIA. DALLE SUE ESPER28IENZE DI VIAGGIO TRASSE MOLTO MATERIALE PER LA SUA OPERA CONOSCIUTA CON IL TITOLO DI STORIE.SOGGIORNO' A LUNGO AD ATENE ,QUI PARTECIPA ALLA VITA INTELLETTUALE DELL'ETA' PERICLEA E STRINGERA' AMICIZIA CON SOFACLE IL TRAGEDIOGRAFO . QUI ESEGUI PUBBLICHE LETTURE DI PARTI DELLA SUA OPERA. PARTECIPO' ALLA FONDAZIONE DELLA COLONIA PANELLENICA DI TURII IN ITALIA MERIDIONALE, FONDATA DA PERICLE E QUI SI STABILISCE RICEVENDO LA CITTADINANZA , FORSE QUI MORIRA' NEL 420 a.C
BIOGRAPH
- ERODOTO E' LO STORICO DELLE GUERRE PERSIANE (5 SEC.a.C) MA FU ANCHE UN ATTENTO INDAGATORE DEGLI USI E DEI COSTUMI E DELLA RELIGIONE DELLE POPOLAZIONI BARBARE DA CUI I GRECI AVEVANO FINO AD ALLORA UNA CONOSCENZA MOLTO LIMITATA . CON LUI COMNCI A A DELINEARSI LA STORIOGRAFIA NEL SENSO MODERNO DEL TERMINE
L'OPERA DI ERODOTO CI E' GIUNTA DIVISA IN NOVE LIBRI . LA PRIMA PARTE TRATTA DELLE VICENDE DEI PAESI CHE FECERO PARTE DELL'IMPERO PERSIANO ,LA LIDIA ,LA PERSIA , L'EGITTO ,LA SCILZIA ,LA TRACIA ECC.NELLA SECONDA PARTE ERODOTO ESPORRA LE STORIE DELLE GUERRE CHE I GRECI HANNO AFFRONTATO PER BLOCCARE L'ESPANSIONE DEI PERSIANI DURANTE LA NARRAZIONE QUESTA VERRA' INTERROTTA DA FREQUENTI DISGRESSIONI ,VOLTE A ILLUSTRARE LA GEOGRAFIA ,LA STORIA ,LE TRADIZIONI ,LE ISTITUZIONI ,GLI USI ,ICOSTUMIDI CIASCUNA DI QUESTE REGIONI.
La questione erodotea Come nel caso di Omero e della celebre e più complessa questione omerica, anche per l'opera storica di Erodoto si pone il problema della composizione, soprattutto per quanto riguarda l'ordine in cui sono state composte le varie parti e lo scopo che ne ha governato la stesura nelle diverse fasi. Sono state avanzate teorie evoluzionistiche volte a capire la genesi dell'opera erodotea, cercando di spiegare le incongruenze di un processo lungo e articolato fatto di molteplici fasi e cambiamenti. Nella prima metà del Novecento il filologo e storico tedesco Felix Jacoby pensò che Erodoto avesse mutato la concezione complessiva dell'opera e cambiato idea sulla destinazione quando il lavoro era già molto avanti. In un primo tempo lo storico sarebbe stato spinto da interessi geografici e di tipo descrittivo dei popoli, componendo una serie di lògoi per le varie regioni e popolazioni. Il soggiorno ad Atene avrebbe poi indirizzato la sua attenzione sul tema della difesa della Grecia e sulla sua libertà contro i Persiani. Da ciò deriverebbe la lunga e complessa elaborazione. Quest'analisi di Jacoby rappresentò un punto di svolta imponendosi in tutta la moderna critica erodotea. Ciò che comunque emerge con chiarezza nell'opera è la volontà di Erodoto di concentrarsi sullo scontro tra Oriente e Occidente, con l'attacco persiano alla Grecia che è solo l'ultimo atto nella lunga storia di rivalità tra Asia ed Europa.
La questione erodotea Come nel caso di Omero e della celebre e più complessa questione omerica, anche per l'opera storica di Erodoto si pone il problema della composizione, soprattutto per quanto riguarda l'ordine in cui sono state composte le varie parti e lo scopo che ne ha governato la stesura nelle diverse fasi. Sono state avanzate teorie evoluzionistiche volte a capire la genesi dell'opera erodotea, cercando di spiegare le incongruenze di un processo lungo e articolato fatto di molteplici fasi e cambiamenti. Nella prima metà del Novecento il filologo e storico tedesco Felix Jacoby pensò che Erodoto avesse mutato la concezione complessiva dell'opera e cambiato idea sulla destinazione quando il lavoro era già molto avanti. In un primo tempo lo storico sarebbe stato spinto da interessi geografici e di tipo descrittivo dei popoli, componendo una serie di lògoi per le varie regioni e popolazioni. Il soggiorno ad Atene avrebbe poi indirizzato la sua attenzione sul tema della difesa della Grecia e sulla sua libertà contro i Persiani. Da ciò deriverebbe la lunga e complessa elaborazione. Quest'analisi di Jacoby rappresentò un punto di svolta imponendosi in tutta la moderna critica erodotea. Ciò che comunque emerge con chiarezza nell'opera è la volontà di Erodoto di concentrarsi sullo scontro tra Oriente e Occidente, con l'attacco persiano alla Grecia che è solo l'ultimo atto nella lunga storia di rivalità tra Asia ed Europa.
QUOTES
LE FONTI
Erodoto utilizza come fonte prediletta ,dove è possibile la visione dei fatti αυτοψια,in secondo momento si affida alla testimonianza orale ακοη raccoglie le notizie dagli eruditi , viaggiatori e i testimoni degli eventi piu importanti.
Erodoto definisce le Storie una histories apodexis, “esposizione di una ricerca” (Storie I,1). La parola historìe conserva il significato etimologico di “ricerca”; il vocabolo deriva infatti dalla radice vid-, che veicola i concetti del “vedere” e del “sapere”. I criteri di questa ricerca sono esposti in Storie II,99: Øopsis: visione diretta (o autopsia), applicata alle fonti primarie, come epigrafi, monumenti, documenti ufficiali (persiani, ateniesi, delfici), raccolte oracolari; akoè: raccolta delle testimonianze orali; gnome: vaglio critico dei materiali raccolti.
LA CONCEZIONE DDELLA STORIA
La storia è retta dal disegno imperscrutabile degli dèi. Nel mondo umano esso si manifesta in una serie dinamica di violazioni e reintegrazioni dell'ordine cosmico (cioè nell'alternanza ubris - nemesis); sul piano collettivo, suprema ubris è imporre ad un altro popolo i propri nomoi (Erodoto è cosciente della relatività del nomos ma ha sommo rispetto per le tradizioni patrie); sul piano individuale la peggior forma di ubris consiste nel violare il diritto altrui all'autodeterminazione. La forza divina, manifestandosi secondo le modalità arcaiche dell' invidia degli dèi , interviene spesso ad abbattere chi ha commesso ubris (concezione tragica della storia). Tuttavia il senso dell'azione divina, il senso del destino, non è affatto chiaro e comprensibile, ma risulta anzi sostanzialmente inconoscibile . Nella storia Erodoto identifica tre tipi di cause: 1) trascendenti (stabilite dal fato o degli dèi); 2) immanenti (prodotte dall'azione umana individuale); 3) politiche, sociali, economiche: Erodoto ne tiene conto, ma le considera decisamente secondarie. La storia è determinata dall'intrecciarsi indissolubile dei primi due tipi di cause. Essa non ha, per Erodoto, leggi intrinseche: i fatti storici non si ripetono mai uguali, il che significa che non sono scientificamente studiabili. Erodoto non condivide la fiducia illuministica di Tucidide, che crede di poter ricavare dalla storia un insegnamento per il futuro scoprendo le costanti del divenire storico. Perciò, quand'anche si possa azzardare una diagnosi dei fatti storici, non se ne può ricavare una prognosi. Ma la storia ha un senso, sia pure incomprensibile (o difficilmente comprensibile) all'uomo? Se pure ne ha uno (cosa di cui Erodoto sembra dubitare fortemente), questo risiede nella trascendenza, nel disegno imperscrutabile degli dèi, e l'uomo non può ricavarne alcuna norma di condotta Dunque non si possono prevedere i fatti e la storia non è maestra di nulla.
Καμβύσεω δὲ ἐπ' Αἴγυπτον στρατευομένου ἐποιήσαντο καὶ Λακεδαιμόνιοι στρατηίην ἐπὶ Σάμον τε καὶ Πολυκράτεα τὸν Αἰάκεος, ὃς ἔσχε Σάμον ἐπαναστάς. Καὶ τὰ μὲν πρῶτα τριχῇ δασάμενος τὴν πόλιν τοῖσι ἀδελφεοῖσι Πανταγνώτῳ καὶ Συλοσῶντι διένειμε, μετὰ δὲ τὸν μὲν αὐτῶν ἀποκτείνας, τὸν δὲ νεώτερον Συλοσῶντα ἐξελάσας ἔσχε πᾶσαν Σάμον. Ἔχων δὲ ξεινίην Ἀμάσι τῷ Αἰγύπτου βασιλέϊ συνεθήκατο, πέμπων τε δῶρα καὶ δεκόμενος ἄλλα παρ' ἐκείνου. Ἐν χρόνῳ δὲ ὀλίγῳ αὐτίκα τοῦ Πολυκράτεος τὰ πρήγματα ηὔξετο καὶ ἦν βεβωμένα ἀνά τε τὴν Ἰωνίην καὶ τὴν ἄλλην Ἑλλάδα· ὅκου γὰρ ἰθύσειε στρατεύεσθαι, πάντα οἱ ἐχώρεε εὐτυχέως. Ἔκτητο δὲ πεντηκοντέρους τε ἑκατὸν καὶ χιλίους τοξότας. Ἔφερε δὲ καὶ ἦγε πάντας διακρίνων οὐδένα· τῷ γὰρ φίλῳ ἔφη χαριεῖσθαι μᾶλλον ἀποδιδοὺς τὰ ἔλαβε ἢ ἀρχὴν μηδὲν λαβών. Συχνὰς μὲν δὴ τῶν νήσων ἀραιρήκεε, πολλὰ δὲ καὶ τῆς ἠπείρου ἄστεα· ἐν δὲ δὴ καὶ Λεσβίους πανστρατιῇ βοηθέοντας Μιλησίοισι ναυμαχίῃ κρατήσας εἷλε, οἳ τὴν τάφρον περὶ τὸ τεῖχος τὸ ἐν Σάμῳ πᾶσαν δεδεμένοι ὤρυξαν. Καί κως τὸν Ἄμασιν εὐτυχέων μεγάλως ὁ Πολυκράτης οὐκ ἐλάνθανε, ἀλλά οἱ τοῦτ' ἦν ἐπιμελές. Πολλῷ δὲ ἔτι πλέονός οἱ εὐτυχίης γινομένης γράψας ἐς βυβλίον τάδε ἐπέστειλε ἐς Σάμον· "Ἄμασις Πολυκράτεϊ ὧδε λέγει. Ἡδὺ μὲν πυνθάνεσθαι ἄνδρα φίλον καὶ ξεῖνον εὖ πρήσσοντα, ἐμοὶ δὲ αἱ σαὶ μεγάλαι εὐτυχίαι οὐκ ἀρέσκουσι, τὸ θεῖον ἐπισταμένῳ ὡς ἔστι φθονερόν. Καί κως βούλομαι καὶ αὐτὸς καὶ τῶν ἂν κήδωμαι τὸ μέν τι εὐτυχέειν τῶν πρηγμάτων, τὸ δὲ προσπταίειν, καὶ οὕτω διαφέρειν τὸν αἰῶνα ἐναλλὰξ πρήσσων ἢ εὐτυχέειν τὰ πάντα· οὐδένα γάρ κω λόγῳ οἶδα ἀκούσας ὅστις ἐς τέλος οὐ κακῶς ἐτελεύτησε πρόρριζος, εὐτυχέων τὰ πάντα. Σύ νυν ἐμοὶ πειθόμενος ποίησον πρὸς τὰς εὐτυχίας τοιάδε. Φροντίσας τὸ ἂν εὕρῃς ἐόν τοι πλείστου ἄξιον καὶ ἐπ' ᾧ σὺ ἀπολομένῳ μάλιστα τὴν ψυχὴν ἀλγήσεις, τοῦτο ἀπόβαλε οὕτω ὅκως μηκέτι ἥξει ἐς ἀνθρώπους. Ἤν τε μὴ ἐναλλὰξ ἤδη τὠπὸ τούτου αἱ εὐτυχίαι τοι τῇσι πάθησι προσπίπτωσι, τρόπῳ τῷ ἐξ ἐμέο ὑποκειμένῳ ἀκέο." Ταῦτα ἐπιλεξάμενος ὁ Πολυκράτης καὶ νόῳ λαβὼν ὥς οἱ εὖ ὑπετίθετο Ἄμασις, ἐδίζητο ἐπ' ᾧ ἂν μάλιστα τὴν ψυχὴν ἀσηθείη ἀπολομένῳ τῶν κειμηλίων, διζήμενος δ' εὕρισκε τόδε. Ἦν οἱ σφρηγὶς τὴν ἐφόρεε χρυσόδετος, σμαράγδου μὲν λίθου ἐοῦσα, ἔργον δὲ ἦν Θεοδώρου τοῦ Τηλεκλέος Σαμίου. Ἐπεὶ ὦν ταύτην οἱ ἐδόκεε ἀποβαλεῖν, ἐποίεε τοιάδε· πεντηκόντερον πληρώσας ἀνδρῶν ἐσέβη ἐς αὐτήν, μετὰ δὲ ἀναγαγεῖν ἐκέλευε ἐς τὸ πέλαγος· ὡς δὲ ἀπὸ τῆς νήσου ἑκὰς ἐγένετο, περιελόμενος τὴν σφρηγῖδα πάντων ὁρώντων τῶν συμπλόων ῥίπτει ἐς τὸ πέλαγος. Τοῦτο δὲ ποιήσας ἀπέπλεε, ἀπικόμενος δὲ ἐς τὰ οἰκία συμφορῇ ἐχρᾶτο. Πέμπτῃ δὲ ἢ ἕκτῃ ἡμέρῃ ἀπὸ τούτων τάδε οἱ συνήνεικε γενέσθαι. Ἀνὴρ ἁλιεὺς λαβὼν ἰχθὺν μέγαν τε καὶ καλὸν ἠξίου μιν Πολυκράτεϊ δῶρον δοθῆναι. Φέρων δὴ ἐπὶ τὰς θύρας Πολυκράτεϊ ἔφη ἐθέλειν ἐλθεῖν ἐς ὄψιν, χωρήσαντος δέ οἱ τούτου ἔλεγε διδοὺς τὸν ἰχθύν· "Ὦ βασιλεῦ, ἐγὼ τόνδε ἑλὼν οὐκ ἐδικαίωσα φέρειν ἐς ἀγορήν, καίπερ ἐὼν ἀποχειροβίοτος, ἀλλά μοι ἐδόκεε σέο τε εἶναι ἄξιος καὶ τῆς σῆς ἀρχῆς· σοὶ δή μιν φέρων δίδωμι." Ὁ δὲ ἡσθεὶς τοῖσι ἔπεσι ἀμείβεται τοῖσδε· "Κάρτα τε εὖ ἐποίησας καὶ χάρις διπλὴ τῶν τε λόγων καὶ τοῦ δώρου· καί σε ἐπὶ δεῖπνον καλέομεν." Ὁ μὲν δὴ ἁλιεὺς μέγα ποιεύμενος ταῦτα ἤιε ἐς τὰ οἰκία. Τὸν δὲ ἰχθὺν τάμνοντες οἱ θεράποντες εὑρίσκουσι ἐν τῇ νηδύϊ αὐτοῦ ἐνεοῦσαν τὴν Πολυκράτεος σφρηγῖδα· ὡς δὲ εἶδόν τε καὶ ἔλαβον τάχιστα, ἔφερον κεχαρηκότες παρὰ τὸν Πολυκράτεα, διδόντες δέ οἱ τὴν σφρηγῖδα ἔλεγον ὅτεῳ τρόπῳ εὑρέθη. Τὸν δὲ ὡς ἐσῆλθε θεῖον εἶναι τὸ πρῆγμα, γράφει ἐς βυβλίον πάντα τὰ ποιήσαντά μιν οἷα καταλελάβηκε, γράψας δὲ ἐς Αἴγυπτον ἐπέθηκε. Ἐπιλεξάμενος δὲ ὁ Ἄμασις τὸ βυβλίον τὸ παρὰ τοῦ Πολυκράτεος ἧκον, ἔμαθε ὅτι ἐκκομίσαι τε ἀδύνατον εἴη ἀνθρώπῳ ἄνθρωπον ἐκ τοῦ μέλλοντος γίνεσθαι πρήγματος καὶ ὅτι οὐκ εὖ τελευτήσειν μέλλοι Πολυκράτης εὐτυχέων τὰ πάντα, ὃς καὶ τὰ ἀποβάλλοι εὑρίσκοι. Πέμψας δέ οἱ κήρυκα ἐς Σάμον διαλύεσθαι ἔφη τὴν ξεινίην. Τοῦδε δὲ εἵνεκεν ταῦτα ἐποίεε, ἵνα μὴ συντυχίης δεινῆς τε καὶ μεγάλης Πολυκράτεα καταλαβούσης αὐτὸς ἀλγήσειε τὴν ψυχὴν ὡς περὶ ξείνου ἀνδρός.
Riassunto anello di policrate
Policrate aveva conquistato Samo con l'aiuto dei suoi due fratelli, Pantagnoto e Silosonte, e poi ne aveva ucciso uno ed esiliato l'altro così da avere tutto il potere nelle proprie mani. La città si abbelliva e prosperava sotto il suo comando, ma Policrate era ambizioso e senza scrupoli e desiderava conquistare non solo il resto dell'isola di Samo, ma anche altre città del mare Egeo. Ben presto la sua potente flotta seminò il terrore nelle terre vicine e molte città furono assoggettate dal tiranno. La sua fama e il suo potere crebbero moltissimo e per questo Policrate decise di stringere una solida alleanza con Amasi, re dell'Egitto, inviandogli molti doni. Policrate era anche un uomo incredibilmente fortunato: tutto ciò che intraprendeva andava a buon fine e presto la sua fama si sparse in tutte le regioni vicine. Quando anche Amasi venne a sapere della sua continua fortuna, volle mettere in guardia l'amico scrivendogli una lettera in cui gli consigliava di liberarsi di qualcosa per lui molto prezioso per non suscitare l'invidia degli dei. Secondo Amasi, infatti, gli dei desiderano che nella vita di un uomo non vi siano solo sventure o solo fortune, ma un'alternanza fra queste due cose. Policrate ritenne giusto il consiglio di Amasi e si fece portare al largo con una nave per gettare in mare un prezioso anello a cui era molto affezionato. Effettivamente questa perdita causò in lui molto dispiacere. Qualche giorno dopo, però, un pescatore che aveva preso un grosso pesce volle fargliene dono e i cuochi scoprirono che all'interno vi era niente meno che il prezioso anello che Policrate aveva gettato in mare. Il re di Samo scrisse allora ad Amasi per narrargli l'incredibile vicenda e questi, ormai del tutto consapevole che Policrate non avrebbe potuto sottrarsi al proprio tragico destino, decise di rompere ogni legame e alleanza con l'amico per non doversi trovare poi coinvolto nella sua inevitabile rovina.
DISCORSO DI SOLONE
CRESO E SOLONE Quando dunque queste popolazioni furono sottomesse e Creso le andava aggiungendo ai Lidi,giungono a sardi fiorente per ricchezza , dalla Grecia tutti gli altri saggi che a quel tempo erano in vita ,ciascuno di essi giunse per proprio conto,venne anche Solone uomo ateniese che dopo aver dato agli ateniesi le leggi che richiedevano,si era allontanato dal suo paese per 10 anni,mettendosi in mare col pretesto di vedere (altri paesi),ma in realtà per non essere costretto ad abrogare qualcuna delle leggi che aveva promulgato. Gli ateniesi da soli infatti non erano capaci di fare ciò,infatti erano vincolati da solenni giuramenti ad avvalersi per 10 anni delle leggi che Solone avesse dato loro. Per questi motivi dunque e per vedere,avendo lasciato il suo paese Solone si recò in Egitto presso Amasi e anche a Sardi da Creso. Essendo giunto venne ospitato da Creso nella reggia,poi il 3 o il 4 giorno, poiché Creso lo ordinò,dei servi condussero Solone a visitare i tesori e gli mostrarono tutte le straordinarie ricchezze che c'erano. Dopo che egli ebbe contemplato ed esaminato ogni cosa,quando gli sembrò opportuno,Creso gli rivolse questa domanda: "Ospite di Atene ,infatti presso di noi è giunta grande fama di te,a causa della tua saggezza e dei tuoi viaggi,come tu per amore del sapere ,hai con cura visitato gran parte della terra;ora dunque mi è venuto il desiderio di domandarti se hai già visto un uomo che sia il più felice di tutti".Egli (Creso) questo gli domandava sperando di essere il più felice degli uomini,Solone adulando per niente,ma attenendosi alla verità rispose: "Si o re ,Tello di Atene."Meravigliandosi per questa affermazione Creso gli domandò con viva attenzione:"Perché tu pensi che sia Tello l'uomo più felice?"L'altro replicò: "Tello prima ,mentre la sua città prosperava,ebbe dei figli belli e valenti,e a tutti loro vide nascere dei figli e tutti rimanere in vita,poi mentre godeva di una vita agiata,secondo il nostro uso,gli sopraggiunse la fine più gloriosa;essendo impegnati gli ateniesi in una battaglia,contro i loro vicini ad Eleusi essendo accorso e avendo messo in fuga i nemici morì nel modo più bello,e gli Ateniesi lo seppellirono a nome dello stato/ a spese pubbliche là proprio dove era caduto e gli tributarono grandi onori."
Quando Solone ebbe destato la curiosità di Creso con la storia di Tello raccontandogli le sue molte fortune(molte e felici cose),gli chiedeva chi avesse visto come secondo dopo di quello,credendo fermamente che si sarebbe aggiudicato almeno il secondo posto. Ma quello(Solone)disse: "Cleobi e Bitone". Costoro infatti, che erano di stirpe argiva avevano un tenore di vita soddisfacente e in più una forza fisica di questo tipo ;erano entrambi vincitori atletici allo stesso modo e inoltre si racconta questo episodio poiché tra gli argivi si stava celebrando una festa in onore di Era ,era assolutamente necessario che loro madre si facesse portare su un carro al tempio,ma i loro buoi non erano tornati in tempo dalla campagna;i giovani allora stretti dal tempo posti se stessi sotto il gioco tirarono il carro ,sul carro veniva trasportata loro madre avendolo trainato per 45 stadi giunsero al santuario. Dopo che ebbero compiuto questa fatica sotto gli occhi della folla che partecipava alla festa sopravvenne ad essi la migliore delle morti ,nel loro caso la divinità fece chiaramente comprendere che è meglio per l'uomo essere morto piuttosto che essere vivo.
Gli argivi essendosi affollati intorno stimavano i due giovani beati per la forza mentre le donne argive si complimentavano con la loro madre perche aveva avuto in sorte figli simili. La madre essendo piena di gioia per l'impresa(loro) e per la lode,stando ritta davanti alla statua divina pregava che ai suoi figli Cleobi e Bitone che l'onorarono grandemente,la dea concedesse la cosa migliore che possa capitare a un uomo. Come ebbero compiuto il sacrifico ed ebbero terminato il sacrificio ed ebbero terminato il banchetto ,i due giovani che si erano addormentati nel tempio stesso non si levarono mai più, ma ebbero questa morte. Gli argivi fatte costruire loro delle statue le dedicarono a Delfi come (statue) di uomini che avevano eccelso .Solone dunque a questi (uomini) assegnava il secondo premio della felicità. Creso infuriato disse: "Ospite di Atene, fino a tal punto reputi nulla la mia felicità, da non mettermi neppure alla pari con dei cittadini privati?" Quello rispose(Solone) "O Creso, a me che so che la divinità è tutta invidiosa e turbolenta , tu poni domande sui fatti umani".Con il lungo trascorrere del tempo può capitare di vedere molte cose che non si vorrebbe e molte anche soffrire. Infatti io fisso il termine della vita umana a settant' anni. Essendo questi 70 periodi annuali fanno 25.200 giorni senza il mese intercalare se poi un anno ogni due dovrà essere più lungo di un mese ,affinché le stagioni, sopraggiungendo, capitino al momento opportuno, nel corso di 70 anni ci sono 35 mesi intercalari, i giorni che ne derivano sono 1050. Di tutti questi giorni, che occorrono per arrivare a 70 anni, che sono 26.250 non ce n'è uno di questi giorni che trasmetta all'altro una cosa assolutamente uguale.
Essendo questi 70 periodi annuali fanno 25.200 giorni senza il mese intercalare se poi un anno ogni due dovrà essere più lungo di un mese ,affinché le stagioni, sopraggiungendo, capitino al momento opportuno, nel corso di 70 anni ci sono 35 mesi intercalari, i giorni che ne derivano sono 1050. Di tutti questi giorni, che occorrono per arrivare a 70 anni, che sono 26.250 non ce n'è uno di questi giorni che trasmetta all'altro una cosa assolutamente uguale.
Così dunque, o Creso, l'uomo è pura casualità. A me tu sembri essere possessore di grandi ricchezze e essere re di molti uomini;quello che tu mi hai chiesto non lo posso ancora dire di te,prima di sapere se hai portato a termine la tua vita felicemente. Infatti l'uomo ricchissimo non è affatto più felice di colui che vive alla giornata,se non lo assiste la fortuna nel portare felicemente a termine la sua esistenza,dopo che egli ha goduto ogni bene. Molti degli uomini ricchissimi sono infelici,invece molti che hanno un modesto tenore di vita sono fortunati. Colui che è molto ricco ma infelice è superiore al fortunato solo per due cose,questo invece sul ricco e infelice ne ha molti; il primo è più in grado di soddisfare i propri desideri e di sopportare una grave sciagura che gli sia capitata,ma il secondo lo supera per questi motivi: non è in grado come quello di sopportare una disgrazia o
soddisfare un desiderio,ma la buona sorte lo preserva da queste cose, in compenso però non è menomato,non è malato,non conosce disgrazie ha una buona prole e un bel aspetto; se poi, oltre a questi vantaggi, riuscirà a concludere felicemente la sua vita, questo è quello che tu cerchi, che merita di essere chiamato felice;prima che egli muoia, aspetta e non chiamarlo ancora felice, ma fortunato. E' impossibile per un uomo avere tutte queste cose insieme, come nessuna terra basta a se stessa fornendo tutto ciò di cui ha bisogno, ma ha una cosa ed è priva di un altra; il paese che ne possiede il numero maggiore, questo è il migliore. Così pure non c'è alcun individuo che da solo possa bastare a se stesso; infatti ha una cosa ed è privo di un'altra. Colui che riesca a mantenere il possesso del maggior numero di questi (beni) e poi concluda dolcemente la vita,costui a mio parere merita di ottenere questo appellativo(felice),o re. Bisogna considerare la conclusione di ogni cosa,come andrà a finire; infatti il dio facendo intravedere a molti la felicità li ha poi rovinati completamente". Dicendo queste cose non risultò affatto gradito a Creso,senza tenerlo nella minima considerazione,lo congedò, sembrandogli essere molto ignorante (quell'uomo) che trascurando i beni presenti,ordinava di badare alla fine di ogni cosa.
Atene: libertà e democrazia, ma... non per tutti La città che aveva un grandissimo culto per la libertà e sviluppò il più antico sistema «democratico» che si conosca, ebbe in realtà una vita tormentata, disseminata di lotte, crudeltà ed oppressioni
LA LIBERTA' DI SOLONE
Agli inizi, Atene era governata da un Re. Non si sa il nome del primo di questi Sovrani, né l’epoca in cui visse. Si conosce invece il nome dell’ultimo, Codro, vissuto verso l’VIII secolo avanti Cristo. La leggenda gli attribuisce una fine gloriosa: essendo la città minacciata dai Dori del Peloponneso, l’Oracolo di Delfi predisse che la vittoria avrebbe arriso a quel popolo il cui Re fosse morto in battaglia. Il valoroso Codro pensò allora di sacrificarsi volontariamente per amore della sua città: si introdusse nel campo nemico e, fingendosi un semplice soldato, riuscì a farsi uccidere. Atene vinse, ma da allora non fu più una monarchia: col pretesto che un Re bravo come Codro non lo avrebbero più trovato, i cittadini più ricchi della città non elessero alcun successore, e trasformarono il governo di Atene in una repubblica. Si trattava non di una repubblica come saremmo portati a pensare, bensì di un’oligarchia, parola che significa «governo di pochi» (gli Ateniesi la chiamavano «governo dei grassi»): il governo della città era infatti affidato ad un gruppo privilegiato di cittadini ricchi, chiamati «eupatrìdi», cioè «ben nati». Gli eupatrìdi sceglievano fra di loro nove amministratori dello stato, gli «arconti», e i membri dell’«areopàgo», un’assemblea che amministrava la giustizia; ma, siccome non c’erano leggi scritte, costoro amministravano lo stato e la giustizia secondo i propri interessi. Tutti gli altri, commercianti, artigiani, marinai, contadini, non avevano il minimo potere. L’incarico di preparare una legge scritta che impedisse agli eupatrìdi di fare e disfare, di condannare o di assolvere secondo il loro capriccio, fu affidato all’arconte Dracone, che compilò così il primo codice scritto di Atene. Egli, però, non fece altro che fissare per iscritto i sistemi di governo e le pene severissime, che spesso sfociavano nella crudeltà, che gli eupatrìdi avevano adottato fino ad allora: così, anziché arrecare un vantaggio alle classi più povere, le leggi di Dracone servirono solamente a confermare i privilegi dei ricchi. Il primo vero passo verso la democrazia venne compiuto per merito di un altro arconte, il saggio e coltissimo Solone. E siamo già nell’anno 594 avanti Cristo. Per risolvere il problema di dare a tutti i cittadini la possibilità di partecipare al governo della città, Solone stabilì che tutti loro, indistintamente, riuniti in un’assemblea chiamata «ecclesía», avevano il diritto di approvare o meno le leggi. I cittadini, però, erano divisi in quattro classi, a seconda della loro ricchezza, e solo quelli delle prime due classi (i «pentacosiomedimni» e i «cavalieri») potevano aspirare alle cariche pubbliche, con l’elezione ad arconti o areopagiti; gli altri, gli «zeugiti» e i «teti», ne erano automaticamente esclusi. Ma tutti, e questa era una grande innovazione, potevano passare nella classe superiore, solo che fossero riusciti, col lavoro, ad aumentare i propri averi. Era questo un notevole avanzamento verso la democrazia, anche se non proprio l’ideale perché, in definitiva, per accedere al governo bisognava nascere ricchi o riuscire a divenirlo. Pertanto, la riforma di Solone lasciò ancora del malcontento fra i cittadini.
Erodoto, Storie, libro VII. Il dialogo tra il re persiano Serse e Demarato L
- Dialogo fra un Greco e un Persiano Un brano dello storico greco Erodoto (484-425 a.C.) riferisce un immaginario colloquio fra Serse, re dei Persiani, e Demarato, re spartano esiliato dalla sua patria. Il primo, che sta progettando uno spettacolare attacco alla Grecia, chiede al secondo se ritiene possibile che i Greci resistano alla sua offensiva. Il colloquio è l’occasione per un confronto tra il sistema politico greco, basato sull’obbedienza alle leggi, e quello persiano, basato sull’obbedienza al re: confronto tanto più significativo se si pensa che Demarato esalta in particolare gli Spartani, forse i più autoritari fra i Greci, ma liberi in confronto ai Persiani e ai popoli loro soggetti. La morale proposta dallo storico greco è di un’assoluta evidenza.
- Serse mandò a chiamare Demarato e gli chiese: «Demarato, tu che sei greco, dimmi: pensi che i Greci mi resisteranno? Secondo me essi non sono in grado di resistere al mio assalto, neppure se si mettessero tutti insieme. Vorrei ora conoscere il tuo parere». Così rispose Demarato: «O re, tutti i Greci, e gli Spartani in particolare, non accoglieranno mai le tue proposte, che porterebbero la schiavitù in tutta la Grecia. Quanto al loro numero, non chiedermi quanti essi siano, perché anche se fossero soltanto mille, combatterebbero ugualmente». A queste parole, Serse scoppiò a ridere e disse: «Demarato, che sciocchezze dici? Come potrebbero mille uomini, o diecimila, o anche cinquantamila, tutti ugualmente liberi e non comandati da uno solo, opporsi a un esercito come il mio? Certo, se fossero comandati secondo il nostro sistema, cioè da uno solo, potrebbero diventare, per timore del comandante, anche più valorosi di quanto non lo siano per natura, e potrebbe darsi che, costretti dalla sferza, si arrischiassero a combattere un numero maggiore di nemici; ma così come sono, lasciati in libertà, non è possibile quanto tu affermi». Rispose Demarato: «O re, tu sai che io non amo gli Spartani, che mi hanno strappato la dignità regia e mi hanno costretto all’esilio. Ma ciò che ho detto di loro e degli altri Greci è la più assoluta verità. Combattendo uno per uno, non sono meno valorosi di nessuno; quando poi combattono tutti insieme, sono i più valorosi degli uomini. Perché essi, pure essendo liberi, non sono del tutto liberi: sovrasta loro, dominatrice, la Legge, che essi temono molto più di quanto i tuoi uomini temano te. Fanno tutto ciò che essa ordina, ed essa non permette di fuggire, qualunque sia il numero dei nemici, ma ordina di rimanere al proprio posto, e di vincere o morire». [Erodoto, Storie (con tagli)]
CARMINE PIO GERARDO METELLO