Presentation:
Piramo e tisbe
Start
1. Testo (55-92) con tema del muro
index
2. Testo (93-132) con tema dei matrimoni
3. Testo (133-166)
4. Analisi
5. Menzioni d'onore
6. Team
7. Thanks
Piramo e Tisbe, l'uno il più bello tra i giovani, l'altra superiore a tutte le fanciulle che ebbe l'Oriente, abitavano case contigue, là dove si dice che di mura di cotto Semiramide' cinse l'alta città. Conoscenza e primi approcci nacquero dalla vicinanza; con il tempo crebbe l'amore: in giuste nozze si sarebbero anche uniti, ma i padri l'impedirono; tuttavia (non poterono impedirlo) furono prese le loro anime, e ardevano entrambi egualmente. Con nessuno si confidano; con cenni e segni si parlano, e quanto più si nasconde, più il fuoco nascosto divampa. La parete comune alle due case era solcata da una crepa sottile. Prodottasi un tempo durante la costruzione. Questo difetto, da nessuno notato per lunghi anni, (di che non s'accorge l'amore?) per primi vedeste voi, o innamorati. E ne faceste per la voce una via; sicure per quella solevan passare con un minimo sussurro le dolci parole. Spesso quando si trovavano, da una parte Tisbe, Piramo dall'altra e a vicenda avevan colto il respiro l'uno dell'altra, «O muro invidioso» dicevano, «perché ostacoli gli innamorati? Che gran cosa sarebbe stata permettere di unirci con tutta la nostra persona o se questo è troppo aprirti almeno perché ci diam baci? Ma non siamo ingrati: a te confessiamo di dovere se alle parole è dato di giungere alle orecchie dell'amato». Dopo aver invano, separati com'erano, parlato cosi, sul far della notte si dissero addio e ciascuno alla sua parte diede baci che non giungevano all'altra. L'aurora del giorno seguente aveva portato via le stelle notturne e il sole con i raggi asciugato l'erba coperta di brina; essi si recarono al solito posto. Allora con mormorio sommesso prima molto si lamentano e decidono poi di tentare, nel silenzio della notte, di eludere i guardiani e di sgusciare dalla porta: usciti di casa, avrebbero anche lasciato gli edifici della città e, per non smarrirsi nella vasta campagna vagando, si sarebbero trovati presso il sepolcro di Nino e nascosti nell'ombra d'un albero: un albero li c'era, carico di nivei frutti, un alto gelso, a un fresco fonte vicino. Il piano è deciso e il giorno, che tardo pareva ad andarsene, precipita nelle onde e dalle stesse onde esce la notte.
Cauta, nel buio, Tisbe fa girare i cardini ed esce: non è vista dai suoi e con il volto coperto giunge al sepolcro e siede sotto l'albero convenuto: audace la rendeva amore. Ed ecco una leonessa con le fauci schiumanti, imbrattate dal sangue recente dei buoi viene a placare la sete con l'acqua del fonte vicino. Ai raggi della luna da lontano la vide Tisbe babilonese e fuggì con piede tremante in un antro oscuro; e mentre fuggiva lasciò indietro il velo scivolatole dalle spalle. La leonessa feroce, quand'ebbe con molta acqua calmato la sete, trovò per caso, tornando nelle selve, il velo sottile, senza la sua padrona, e con la bocca insanguinata lo laceró. Uscito più tardi, Pìramo vide nella polvere alta tracce chiare della belva, e in tutto il volto impallidì. Ma quando trovò anche l’indumento di sangue macchiato, «Un'unica notte di due innamorati » disse «sarà la fine; ma, tra i due, ella ben meritava una lunga vita; sulla mia testa ricade la colpa. Io, poverina, ti ho uccisa, io che in luoghi pieni di rischi, di notte, ti ho fatta venire e qui per primo non sono venuto. Dilaniate il mio corpo, con morsi feroci divorate le mie carni scellerate, o voi tutti leoni che abitate sotto questa rupe! Ma aspettare la morte è da vigliacchi». Raccoglie il velo di Tisbe e con sé lo porta nell'ombra dell'albero che avevan stabilito; e quando l'indumento a lui ben noto ebbe di baci, ebbe di lacrime coperto, «Ricevi ora» disse «e bevi anche il mio sangue!; e nel ventre affondò la lama di cui era cinto; e senza esitare, morente, la ritrasse dalla ferita bruciante, e riverso a terra giacque: il sangue in alto sprizza non altrimenti di quando, per difetto del piombo, un tubo si rompe e dal piccolo foro fa schizzare stridendo lunghi zampilli d'acqua e l'aria fende con i getti. I frutti dell'albero per gli spruzzi sanguigni si trasformano e prendon un'apparenza scura, e la radice impregnata di sangue tinge di color purpureo le pendenti more. Ed ecco, senz'aver ancora deposta la paura, per non deludere l'amante, ritorna Tisbe: con l'anima e con gli occhi lo ricerca e smania di narrargli qual mai pericolo abbia evitato. Ma mentre riconosce il luogo e, al vederla, dell'albero la forma, la rende incerta il colore dei frutti né sa se l'albero sia quello.
Mentre esita, vede, palpitante, dibattersi un corpo sul suolo insanguinato e ritrae il piede e, con il volto più pallido del bosso, rabbrividisce, come del mare la distesa che trema quando una brezza leggera ne sfiora la superficie. Ma quando, fermatasi, riconobbe il suo amore, colpi con sonore percosse le braccia innocenti; strappandosi i capelli e abbracciando l'amato corpo, inondò di lacrime le ferite e mescolò al sangue il pianto e baci inmprimendo sul gelido volto, «Piramo» gridò, «qual sciagura ti ha tolto a me? Piramo, rispondi! La tua carissima Tisbe te chiama: ascolta, solleva il volto chino!». Al nome di Tisbe, alzò Piramo gli occhi, già dalla morte gravati e, vista la fanciulla, li richiuse. Ella, dopo aver riconosciuto il suo velo e aver visto il fodero d'avorio senza spada, «Di tua mano» disse, «e per amore sei perito, infelice! Per questo solo anch'io ho forte la mano, anche in me c'è l'amore: esso mi darà la forza per dirigere il colpo. Ti seguirò nella morte e si dirà che sono la sventuratissima causa e la compagna del tuo fato. Te, che solo la morte, ahimè, a me poteva strappare, neppure la morte a me potrà strappare. Ma, o molto sciagurati genitori miei e suoi, a voi sia rivolta questa supplica da entrambi: non impedite che quelli che l'amor fedele, che l'ora estrema ha congiunto, sian composti nella medesima tomba. E tu, o albero che con i rami ora un povero corpo copri e due ne coprirai tra poco, conserva il segno di questa cruenta morte e abbi sempre frutti scuri, adatti al lutto, quale ricordo del sangue di entrambi». Disse, e puntata la spada nella parte più bassa del petto, si gettò sulla lama, che ancora era calda di sangue. Le sue preghiere però commossero gli dèi, commossero i padri: infatti il frutto, quand'è pienamente maturo, è di color scuro, e ciò che rimane dopo il rogo, in un'urna sola riposa.
Analisi del testo
L’incontro tra due amati
La storia di Piramo e Tisbe è una vicenda d’amore. Lo sfondo della vicenda è l’antica città di Babilonia, che ospita l’amore contrastato di due giovani qualsiasi. I due abitano vicini e dunque comunicano tra di loro grazie ad una crepa presente nel muro delle due abitazioni. Il muro, dunque, non è solo in grado di dividere, ma diventa anche mezzo di comunicazione.
La commedia e il motivo del muro
Si presenta la tipica situazione della commedia in cui il matrimonio, frutto dell'amore dei due giovani, è ostacolato dai genitori. Il motivo del muro ricopre un ruolo particolare: apparentemente può essere un’ulteriore barriera tra i due giovani, ma di fatto, assume le sembianze di un vero e proprio personaggio con atteggiamenti e sentimenti umani.
Lo sviluppo della vicenda
La storia si sviluppa come vera e propria poesia erotica con l’idea del convegno segreto e la decisione di eludere la sorveglianza dei famigliari. La vicenda prosegue con risvolti negativi, che si aprono con l’arrivo della leonessa. Piramo, ritenendo morta Tisbe, deciderà difatti di porre fine alla sua vita lanciandosi sulla sua spada. La stessa azione sarà ripetuta da Tisbe, che in realtà ancora in vita, seguirà l’amato anche nell’oltretomba.
Il richiamo a Virgilio
Nel racconto di Ovidio si evince anche la presenza di alcuni riferimenti virgiliani. Ciò si nota specialmente nel momento più alto della storia, quando il drammatico pathos non fa altro che rafforzare il legame tra i due amanti. Infatti, il primo verso di Piramo ricorda le disperate parole della sorella Anna sul corpo di Didone: "lo stesso dolore, lo stesso momento avrebbe tolto la vita a entrambe". Il secondo invece richiama il discorso di Niso: "se il caso o un dio mi travolgessero, vorrei che tu mi sopravvivessi: la tua età merita maggiormente di vivere”. Inoltre, il gesto di Piramo, ovvero il bacio sul velo di Tisbe, ricorda quello di Didone che, prima del suicidio, si getta sul letto nuziale e lo bacia. Si tratta di una nuova interpretazione della poesia erotica che riadatta questi elementi nel racconto, creando così una storia d'amore molto originale.
mENZIONI D'ONORE: ROMEO E GIULIETTA
Piramo e Tisbe, ispirazione per Shakespeare e…
Le somiglianze tra il mito greco e la vicenda shakespeariana sono innegabili: l’amore dei due giovani ostacolato dalle famiglie d’origine, la fuga, il malinteso della morte che spinge il protagonista maschile al suicidio, la successiva riappacificazione delle famiglie orfane di prole. Ma in realtà non si tratta di una copia o di un plagio d’autore, quanto più di una vera e propria operazione di riscrittura e attualizzazione dell’antico, ambientando la sua storia a Verona e aggiungendo qualche espediente in più. L'opera fu resa possibile grazie alla ricostruzione di Ovidio che omaggia il celebre mito nel IV libro delle Metamorfosi. Shakespeare era così legato alla novella ovidiana da inserirla in un’altra sua celebre opera: Sogno di una notte di mezza estate.
mENZIONI D'ONORE: IL DECAMERON
... e per Boccaccio
Qualcuno prima di Shakespeare aveva intravisto buone potenzialità in questa trama: si tratta di Giovanni Boccaccio, che, in molte novelle della IV giornata del Decamerone, non solo ricalca chiaramente gli espedienti narrativi ovidiani, ma anche il celebre mito di Piramo e Tisbe. A testimonianza che l’amore è il motore della vita, il filo conduttore della poesia di ogni secolo, la più saggia delle follie e una dolcezza capace di guarire.
Menzioni d'onore
Attack on Titan
un giorno andremo nel mondo esterno
Dal gruppo di latino...
CORTELLINO GIACOMO
LACERENZAPIERLUIGI
Dimonte Giuseppe
GIUSEPPE TUPPUTI
GRAZIE!
Piramo e Tisbe
Pierluigi Lacerenza
Created on May 15, 2021
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Piramo e tisbe
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1. Testo (55-92) con tema del muro
index
2. Testo (93-132) con tema dei matrimoni
3. Testo (133-166)
4. Analisi
5. Menzioni d'onore
6. Team
7. Thanks
Piramo e Tisbe, l'uno il più bello tra i giovani, l'altra superiore a tutte le fanciulle che ebbe l'Oriente, abitavano case contigue, là dove si dice che di mura di cotto Semiramide' cinse l'alta città. Conoscenza e primi approcci nacquero dalla vicinanza; con il tempo crebbe l'amore: in giuste nozze si sarebbero anche uniti, ma i padri l'impedirono; tuttavia (non poterono impedirlo) furono prese le loro anime, e ardevano entrambi egualmente. Con nessuno si confidano; con cenni e segni si parlano, e quanto più si nasconde, più il fuoco nascosto divampa. La parete comune alle due case era solcata da una crepa sottile. Prodottasi un tempo durante la costruzione. Questo difetto, da nessuno notato per lunghi anni, (di che non s'accorge l'amore?) per primi vedeste voi, o innamorati. E ne faceste per la voce una via; sicure per quella solevan passare con un minimo sussurro le dolci parole. Spesso quando si trovavano, da una parte Tisbe, Piramo dall'altra e a vicenda avevan colto il respiro l'uno dell'altra, «O muro invidioso» dicevano, «perché ostacoli gli innamorati? Che gran cosa sarebbe stata permettere di unirci con tutta la nostra persona o se questo è troppo aprirti almeno perché ci diam baci? Ma non siamo ingrati: a te confessiamo di dovere se alle parole è dato di giungere alle orecchie dell'amato». Dopo aver invano, separati com'erano, parlato cosi, sul far della notte si dissero addio e ciascuno alla sua parte diede baci che non giungevano all'altra. L'aurora del giorno seguente aveva portato via le stelle notturne e il sole con i raggi asciugato l'erba coperta di brina; essi si recarono al solito posto. Allora con mormorio sommesso prima molto si lamentano e decidono poi di tentare, nel silenzio della notte, di eludere i guardiani e di sgusciare dalla porta: usciti di casa, avrebbero anche lasciato gli edifici della città e, per non smarrirsi nella vasta campagna vagando, si sarebbero trovati presso il sepolcro di Nino e nascosti nell'ombra d'un albero: un albero li c'era, carico di nivei frutti, un alto gelso, a un fresco fonte vicino. Il piano è deciso e il giorno, che tardo pareva ad andarsene, precipita nelle onde e dalle stesse onde esce la notte.
Cauta, nel buio, Tisbe fa girare i cardini ed esce: non è vista dai suoi e con il volto coperto giunge al sepolcro e siede sotto l'albero convenuto: audace la rendeva amore. Ed ecco una leonessa con le fauci schiumanti, imbrattate dal sangue recente dei buoi viene a placare la sete con l'acqua del fonte vicino. Ai raggi della luna da lontano la vide Tisbe babilonese e fuggì con piede tremante in un antro oscuro; e mentre fuggiva lasciò indietro il velo scivolatole dalle spalle. La leonessa feroce, quand'ebbe con molta acqua calmato la sete, trovò per caso, tornando nelle selve, il velo sottile, senza la sua padrona, e con la bocca insanguinata lo laceró. Uscito più tardi, Pìramo vide nella polvere alta tracce chiare della belva, e in tutto il volto impallidì. Ma quando trovò anche l’indumento di sangue macchiato, «Un'unica notte di due innamorati » disse «sarà la fine; ma, tra i due, ella ben meritava una lunga vita; sulla mia testa ricade la colpa. Io, poverina, ti ho uccisa, io che in luoghi pieni di rischi, di notte, ti ho fatta venire e qui per primo non sono venuto. Dilaniate il mio corpo, con morsi feroci divorate le mie carni scellerate, o voi tutti leoni che abitate sotto questa rupe! Ma aspettare la morte è da vigliacchi». Raccoglie il velo di Tisbe e con sé lo porta nell'ombra dell'albero che avevan stabilito; e quando l'indumento a lui ben noto ebbe di baci, ebbe di lacrime coperto, «Ricevi ora» disse «e bevi anche il mio sangue!; e nel ventre affondò la lama di cui era cinto; e senza esitare, morente, la ritrasse dalla ferita bruciante, e riverso a terra giacque: il sangue in alto sprizza non altrimenti di quando, per difetto del piombo, un tubo si rompe e dal piccolo foro fa schizzare stridendo lunghi zampilli d'acqua e l'aria fende con i getti. I frutti dell'albero per gli spruzzi sanguigni si trasformano e prendon un'apparenza scura, e la radice impregnata di sangue tinge di color purpureo le pendenti more. Ed ecco, senz'aver ancora deposta la paura, per non deludere l'amante, ritorna Tisbe: con l'anima e con gli occhi lo ricerca e smania di narrargli qual mai pericolo abbia evitato. Ma mentre riconosce il luogo e, al vederla, dell'albero la forma, la rende incerta il colore dei frutti né sa se l'albero sia quello.
Mentre esita, vede, palpitante, dibattersi un corpo sul suolo insanguinato e ritrae il piede e, con il volto più pallido del bosso, rabbrividisce, come del mare la distesa che trema quando una brezza leggera ne sfiora la superficie. Ma quando, fermatasi, riconobbe il suo amore, colpi con sonore percosse le braccia innocenti; strappandosi i capelli e abbracciando l'amato corpo, inondò di lacrime le ferite e mescolò al sangue il pianto e baci inmprimendo sul gelido volto, «Piramo» gridò, «qual sciagura ti ha tolto a me? Piramo, rispondi! La tua carissima Tisbe te chiama: ascolta, solleva il volto chino!». Al nome di Tisbe, alzò Piramo gli occhi, già dalla morte gravati e, vista la fanciulla, li richiuse. Ella, dopo aver riconosciuto il suo velo e aver visto il fodero d'avorio senza spada, «Di tua mano» disse, «e per amore sei perito, infelice! Per questo solo anch'io ho forte la mano, anche in me c'è l'amore: esso mi darà la forza per dirigere il colpo. Ti seguirò nella morte e si dirà che sono la sventuratissima causa e la compagna del tuo fato. Te, che solo la morte, ahimè, a me poteva strappare, neppure la morte a me potrà strappare. Ma, o molto sciagurati genitori miei e suoi, a voi sia rivolta questa supplica da entrambi: non impedite che quelli che l'amor fedele, che l'ora estrema ha congiunto, sian composti nella medesima tomba. E tu, o albero che con i rami ora un povero corpo copri e due ne coprirai tra poco, conserva il segno di questa cruenta morte e abbi sempre frutti scuri, adatti al lutto, quale ricordo del sangue di entrambi». Disse, e puntata la spada nella parte più bassa del petto, si gettò sulla lama, che ancora era calda di sangue. Le sue preghiere però commossero gli dèi, commossero i padri: infatti il frutto, quand'è pienamente maturo, è di color scuro, e ciò che rimane dopo il rogo, in un'urna sola riposa.
Analisi del testo
L’incontro tra due amati
La storia di Piramo e Tisbe è una vicenda d’amore. Lo sfondo della vicenda è l’antica città di Babilonia, che ospita l’amore contrastato di due giovani qualsiasi. I due abitano vicini e dunque comunicano tra di loro grazie ad una crepa presente nel muro delle due abitazioni. Il muro, dunque, non è solo in grado di dividere, ma diventa anche mezzo di comunicazione.
La commedia e il motivo del muro
Si presenta la tipica situazione della commedia in cui il matrimonio, frutto dell'amore dei due giovani, è ostacolato dai genitori. Il motivo del muro ricopre un ruolo particolare: apparentemente può essere un’ulteriore barriera tra i due giovani, ma di fatto, assume le sembianze di un vero e proprio personaggio con atteggiamenti e sentimenti umani.
Lo sviluppo della vicenda
La storia si sviluppa come vera e propria poesia erotica con l’idea del convegno segreto e la decisione di eludere la sorveglianza dei famigliari. La vicenda prosegue con risvolti negativi, che si aprono con l’arrivo della leonessa. Piramo, ritenendo morta Tisbe, deciderà difatti di porre fine alla sua vita lanciandosi sulla sua spada. La stessa azione sarà ripetuta da Tisbe, che in realtà ancora in vita, seguirà l’amato anche nell’oltretomba.
Il richiamo a Virgilio
Nel racconto di Ovidio si evince anche la presenza di alcuni riferimenti virgiliani. Ciò si nota specialmente nel momento più alto della storia, quando il drammatico pathos non fa altro che rafforzare il legame tra i due amanti. Infatti, il primo verso di Piramo ricorda le disperate parole della sorella Anna sul corpo di Didone: "lo stesso dolore, lo stesso momento avrebbe tolto la vita a entrambe". Il secondo invece richiama il discorso di Niso: "se il caso o un dio mi travolgessero, vorrei che tu mi sopravvivessi: la tua età merita maggiormente di vivere”. Inoltre, il gesto di Piramo, ovvero il bacio sul velo di Tisbe, ricorda quello di Didone che, prima del suicidio, si getta sul letto nuziale e lo bacia. Si tratta di una nuova interpretazione della poesia erotica che riadatta questi elementi nel racconto, creando così una storia d'amore molto originale.
mENZIONI D'ONORE: ROMEO E GIULIETTA
Piramo e Tisbe, ispirazione per Shakespeare e…
Le somiglianze tra il mito greco e la vicenda shakespeariana sono innegabili: l’amore dei due giovani ostacolato dalle famiglie d’origine, la fuga, il malinteso della morte che spinge il protagonista maschile al suicidio, la successiva riappacificazione delle famiglie orfane di prole. Ma in realtà non si tratta di una copia o di un plagio d’autore, quanto più di una vera e propria operazione di riscrittura e attualizzazione dell’antico, ambientando la sua storia a Verona e aggiungendo qualche espediente in più. L'opera fu resa possibile grazie alla ricostruzione di Ovidio che omaggia il celebre mito nel IV libro delle Metamorfosi. Shakespeare era così legato alla novella ovidiana da inserirla in un’altra sua celebre opera: Sogno di una notte di mezza estate.
mENZIONI D'ONORE: IL DECAMERON
... e per Boccaccio
Qualcuno prima di Shakespeare aveva intravisto buone potenzialità in questa trama: si tratta di Giovanni Boccaccio, che, in molte novelle della IV giornata del Decamerone, non solo ricalca chiaramente gli espedienti narrativi ovidiani, ma anche il celebre mito di Piramo e Tisbe. A testimonianza che l’amore è il motore della vita, il filo conduttore della poesia di ogni secolo, la più saggia delle follie e una dolcezza capace di guarire.
Menzioni d'onore
Attack on Titan
un giorno andremo nel mondo esterno
Dal gruppo di latino...
CORTELLINO GIACOMO
LACERENZAPIERLUIGI
Dimonte Giuseppe
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