Want to create interactive content? It’s easy in Genially!
Il Nazionalismo
gianni.vido
Created on May 12, 2021
Rossella Vido
Start designing with a free template
Discover more than 1500 professional designs like these:
View
Artificial Intelligence in Corporate Environments
View
Internal Guidelines for Artificial Intelligence Use
View
Interactive Onboarding Guide
View
Word Search
View
Sorting Cards
View
Word Search: Corporate Culture
View
Corporate Escape Room: Operation Christmas
Transcript
IL NAZIONALISMO
Caratteristiche
Definizioni
"Quando più tardi, per raffreddare i bollenti spiriti, fecero qualche passo insieme sulla passerella, nella notte blu, sulla palude ghiacciata e sotto un cielo che brillava di mille luci vittoriose, Janek chiese a Dobranski:"Tu ami i russi, vero?". "Amo tutti i popoli, ma nessuna nazione. Sono un patriota, non un nazionalista". "Che differenza c'è?". "Il patriottismo è amare la propria gente; il nazionalismo è odiare gli altri"."
Romain Gary, da "Educazione europea"
Nazionalismo francese
sul tema del REVANSCISMO:"Supponiamo di seguire la sua linea fino a quel suo livello più alto...la gente vorrà sapere come hanno fatto i primi giudici, tutti e sette, badi bene, a prendere un abbaglio così grande. Il che porterà dritto al dossier segreto. Alcuni personaggi molto importanti si troveranno in serio imbarazzo. E' questo che vuole? Pensi al danno che ne deriverà alla reputazione dell'esercito!"
sul tema dell'ANTISEMITISMO"... appena voltato l'angolo vediamo sull'argine opposto della Senna una folla di diverse centinaia di persone che bruciano libri: quelli di Zola, apprenderò in seguito, insieme ai giornali favorevoli a Dreyfus su cui hanno potuto mettere le mani. C'è un che di pagano nel modo in cui quelle figure danzano intorno alle fiamme sulle acque scure. Attraversiamo il fiume, e dopo nemmeno cento metri lungo il boulevard de Sébastopol risuona uno scroscio di vetri infranti e una fiumana di gente si riversa per strada. Un uomo grida "Abbasso gli ebrei!". Qualche attimo dopo superiamo un negozio con le vetrine rotte e un altro sulla cui facciata qualcuno ha scritto con la vernice: "Levy & Dreyfus".
sull'articolo di ZOLA:In fondo al tavolo vedo Zola prendere appunti... "Incredibile" esclama Zola "E' la storia più sbalorditiva mai sentita"... ""Vi ho riferito quanto mi era possibile senza rivelare segreti di stato. (replica Picquart) Non posso scrivere un articolo o pubblicare un libro: sono ancora soggetto alla disciplina militare." ...Guardo Zola. "La realtà va trasformata in un'opera d'arte, se vuole" "E' già un'opera d'arte, colonello" replica lo scrittore."
Trama
Il Revanscismo
Il colloquio tra il colonnello Picquart e il generale Gonse (pag. 227) esprime i sentimenti nazionalisti dei vertici dell'esercito francese che vuole difendere a tutti i costi la sua reputazione per rendere inattaccabile l'immagine della patria. Con la sconfitta francese nella Guerra Franco-Prussiana del 1870 e la cessione forzata dell'Alsazia e della Lorena, il secondo impero francese di Napoleone III crolla e viene ferito l'orgoglio nazionale. Con questo evento traumatico nasce il Revanscismo, un'ideologia caratterizzata da uno spirito nazionalista e dal desiderio di rivincita sui tedeschi. Durante questo periodo l'organizzazione dell'esercito francese viene rinnovata, determinando intorno ai militari un'atmosfera di infallibilità. L'umiliazione subìta ispira molte produzioni letterarie che esaltano il patriottismo. I movimenti politici e culturali di destra sfruttano strumentalmente questa situazione per propagandare ideali di autoritarismo, militarismo e antisemitismo. Questi atteggiamenti si mostrano durante la Terza Repubblica, periodo in cui la popolazione dimostra la propria ostilità nei confronti del diverso. Il culmine del nazionalismo si manifesta per esempio nell'"Affaire Dreyfus" e perdura fino alla conclusione della Prima Guerra Mondiale, dalla quale la Francia esce vittoriosa recuperando l'Alsazia e la Lorena ed infliggendo alla Germania dure condizioni di risarcimento con il trattato di Versailles del 1919.
Emile Zola
Zola è stato uno scrittore e un giornalista francese di ideali illuministi e politicamente indipendente. Nell'Affaire Dreyfus interviene con passione a difesa dell'accusato. Come descritto nel romanzo (pag. 327), Zola partecipa ad un incontro segreto programmato da Leblois, avvocato del colonnello Picquart. Sono presenti Picquart, Georges Clemenceau (direttore del quotidiano "L'Aurore"), Mathieu Dreyfus (fratello dell'accusato) e alcuni uomini politici. Viene ideata una campagna di stampa a favore dell'ufficiale ebreo sostenuta da molti intellettuali francesi. Su "L'Aurore" viene pubblicato il famoso articolo di Zola, "J'accuse", sotto forma di lettera aperta rivolta al presidente della Repubblica, in cui viene raccontata la verità sul caso Dreyfus. Zola è inquisito e condannato per vilipendio delle forze armate, mentre Picquart viene arrestato. Sui giornali nazionalistici compare una violenta campagna di diffamazione contro ebrei e politici democratici. Questa vicenda dimostra come la libertà di stampa permetta di diffondere la verità.
L'antisemitismo
Questo passo (pag. 351) è un esempio di antisemitismo. L'antisemitismo francese di quegli anni viene fomentato principalmente da tre parti: - il filone tradizionale cattolico, che accusa da sempre gli ebrei di aver ucciso Gesù ed esaspera in tal modo le tensioni all'interno della società; - quello populista, sorretto da Drumont, il fondatore della "Lega antisemitica di Francia", ossia un movimento conservatore che organizza manifestazioni antisemite e provoca anche sommosse popolari; - il fronte nazionalista secondo cui gli ebrei non hanno legami storici nè radici in Francia. Durante l'Affaire Dreyfus la stampa ha un ruolo fondamentale nel diffondere idee, polemiche e anche menzogne. L'opinione pubblica tende ad identificarsi con il pensiero espresso da un giornale piuttosto che da un altro: "L'Aurore" di Clemenceau o "La Libre Parole" di Drumont. Le masse sono facilmente influenzabili e il loro comportamento collettivo è spesso irrazionale. Spinte dalla propaganda ad aggredire uomini politici e cittadini ebrei, arrivano ad assalire le loro attività economiche e le loro proprietà.
Nazionalismo turco
sul tema dei GIOVANI TURCHI:"Djelal non è un ufficiale qualsiasi; è giovane, e ha aderito entusiasticamente al programma del Comitato Unione e Progresso per svecchiare la Turchia, eliminare il sultanato, modernizzare. Nel concetto di modernizzazione è implicito l'assioma- la Turchia ai turchi. Eliminare questi popoli inferiori, che cospirano sempre col nemico occidentale e hanno aiutato a fare in pezzi l'Impero. Fuori, fuori armeni, greci, assiri, siriani - marmaglia. Ogni paese il suo popolo, come nelle guerre d'indipendenza europee."
sul tema del GENOCIDIO ARMENO:"Stasera li preleverete nelle loro case, negli ospedali, nelle redazioni dei giornali. Distruggete le macchine da stampa, devastate le redazioni... Ogni impiegato non armeno deve essere minacciato severamente e mandato a casa. Se sapranno tacere, avranno un premio dal governo. Non usate le prigioni, ma le caserme. Non permettete contatti, sequestrate i libri, soprattutto non rispondete, mai, a nessuna domanda." Ora davvero comincia la lunga marcia, la strada senza ritorno. La lontananza dalla città è ormai sufficiente: la carovana, abbandonata, è in completa balìa dei gendarmi e del loro capriccio. Sopravvivere diventerà un caso, un'astuzia ingegnosa, una prova di forza, uno schernevole gioco di dadi che ha in palio la morte. Ha scritto Talaat, in un messaggio telegrafico: " Nessuna pietà per donne, vecchi e bambini. Se anche un solo armeno dovesse sopravvivere, poi vorrà vendicarsi."
sul tema della GUERRA GRECO-TURCA:"Ogni giorno della sua vita Isacco chiederà perdono di non aver condiviso la sorte dei suoi amici armeni, di non essersi almeno fermato a benedirli, com'era suo dovere; e le sue preghiere ogni giorno saliranno al trono di Dio per questo, finché nel 1923, nell'incendio di Smirne, sarà il suo destino di greco a compiersi, con onore, insieme a quello di Ismene"
Trama
I Giovani Turchi
Questo passo (pag. 69) esprime l'ideologia del Comitato per l'Unione e il Progresso dei Giovani Turchi. L'impero ottomano è sempre stato multietnico perché era riuscito a mantenere l'equilibrio tra popoli diversi, ma nell'Ottocento la perdita di territori (Grecia, Algeria, Tunisia, Cipro ed Egitto) e l'arretratezza logistica e bellica dimostrate durante la guerra di Crimea (1853-1856) ruppero tale equilibrio. I paesi europei che avevano mire colonizzatrici vennero attirati dall'indebolimento del potere ottomano. Alcuni intellettuali turchi teorizzarono una radicale modernizzazione dell’impero per evitarne la disgregazione. Ne derivò un vasto movimento nazionalista, i Giovani Turchi, con forti radici nell’esercito e con un'ideologia panturchista. Nel 1908, non ancora legalizzato, il movimento destituì il sultano nominando il fratello. L'imposizione della cultura turca provocò contrasti con altre etnie e fazioni che furono sedati violentemente dal governo centrale. Nel 1912 i Giovani Turchi, guidati da Enver Pascià, vinsero le elezioni (Comitato per l'Unione e il Progresso) ed esasperarono il loro nazionalismo. Nel biennio successivo, prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, l'impero perse altri territori (Libia, Balcani e Tracia): l'economia ottomana era in difficoltà e le rivendicazioni sociali mettevano sotto pressione il governo. I Giovani Turchi compresero che il loro successo sarebbe arrivato solo appropriandosi delle ricchezze detenute dalle minoranze greche, armene ed ebree e redistribuendole alla classe dirigente turca. La propaganda nazionalista turca incolpò gli armeni dei problemi del paese: l'unica possibilità di recuperare la grandiosità perduta dell'impero era privare dei diritti le minoranze e annientarle.
La guerra greco-turca
In questo paragrafo (pag. 104) Isacco, un prete greco-ortodosso, piange la morte degli amici armeni, ma ancora non conosce il suo destino. Morirà nel 1923 durante la guerra greco-turca a Smirne. Con il trattato di Sèvres del 1920 l'impero ottomano fu smembrato: perse Palestina, Giordania, Egitto, la Penisola Arabica a favore dell'Inghilterra; Siria, Libano e Musul andarono alla Francia; la Grecia ricevette la Tracia e la provincia di Smirne. Sotto la protezione inglese, i greci occuparono tutte le zone costiere della penisola anatolica ed iniziarono ad avanzare nell'entroterra. L'insoddisfazione per il trattato fu la causa della sollevazione dei Giovani Turchi guidati da Mustafa Kemal, detto "Ataturk", padre dei turchi. Volendo riappropriarsi dei territori perduti, Mustafa Kemal riorganizzò la resistenza militare turca. Approfittando di un momento di debolezza della Grecia, in crisi dinastica, l'esercito turco iniziò a recuperare territori, finché nel 1922 arrivò a Smirne. Da settimane migliaia di greci e armeni scappavano da violenze e rappresaglie da parte dell'esercito turco. L'odio etnico e religioso fece vittime lungo tutta la costa dove viveva la comunità greco-ortodossa. Dopo tre anni di conflitto, si arrivò al trattato di Losanna del 1923 che ridefinì i confini a favore della Turchia, in quel momento diventata una Repubblica. La pace fu raggiunta al prezzo di sradicare intere popolazioni: mezzo milione di turchi dovettero abbandonare i territori assegnati alla Grecia, mentre un milione e mezzo di greci lasciarono città dell'Anatolia dove erano vissuti fin dall'antichità.
Il genocidio armeno
Il romanzo racconta il genocidio armeno: in questi tre paragrafi (pag. 66, pag. 146, pag. 147) si fa riferimento al progetto di pulizia etnica elaborato nel 1914 dalla dittatura militare composta dai triumviri Djemal, Enver, Talaat, gli uomini forti del regime. Le prime repressioni degli armeni erano già avvenute tra il 1894 e il 1896 - quando il sultano Abdulhamid II decise di sedare le rivendicazioni sociali dei gruppi progressisti armeni, provocando oltre duecentomila vittime - e nel 1909 nella zona di Adana, dove i Giovani Turchi avevano ucciso circa trentamila armeni. L’obiettivo degli ottomani è la cancellazione della comunità armena come soggetto storico, culturale e soprattutto politico, nonchè la rapina delle loro ricchezze. La pianificazione avviene tra il dicembre 1914 e il febbraio 1915, con l’aiuto di consiglieri tedeschi, data l’alleanza tra Germania e Turchia. Il progetto è realizzato attraverso una struttura criminale paramilitare, l’Organizzazione Speciale, che dipende dal Ministero della Guerra e attua il genocidio con la supervisione del Ministero dell’Interno e la collaborazione del Ministero della Giustizia. Nella notte del 24 aprile 1915, l’élite armena di Costantinopoli viene arrestata, deportata ed eliminata. Si procede poi al disarmo e al massacro dei militari armeni, costretti ai lavori forzati sulla linea ferroviaria Berlino-Baghdad. Nella primavera inizia la deportazione sistematica della popolazione armena con "marce della morte" verso il deserto siriano di Der es Zor; pochi vi giungono vivi. La quasi totalità degli armeni scompare dalla terra che abitavano da più di duemila anni e i loro beni sono confiscati. Nel 2020, nonostante il disconoscimento di quanto avvenuto da parte della Turchia, lo storico turco Taner Akçam fornisce nel suo libro le prove dell'autenticità dei telegrammi con cui il regime attuò il genocidio.
Il viaggio degli armeni
Nazionalismo italiano
sul tema dei NAZIONALISMO:" Il 13 luglio capitò che io e Evelina fossimo.... sulla parte alta di via Commerciale. Quando il Narodni dom venne dato alle fiamme, il rogo era così imponente che lo si vedeva da lontano e tutto era rosso (Pahor)" "...l'edificio aveva le sembianze di un gigante, pieno di tradimento e minaccia... Abbiamo accerchiato l'edificio mentre alcuni dei nostri cercavano di sfondare la porta robusta e le finestre con le catapulte. Dopo un'ora circa il fuoco divampò nel cupo edificio che divenne un rogo ardente che distrusse il pericolo e la minaccia. (Francesco Giunta, squadrista) "Ma la verità era che la violenza, come metodo brutale, stava nell'anima e nelle intenzioni d'un gruppo d'uomini, che dalla piazza confusa tendevano a impadronirsi del potere dello Stato. (Giani Stuparich)"
sul tema deiL'IRREDENTISMO:"Nella piazza, all'epoca, c'erano più fontane, - una perfino in stile arabo- e alcuni lavatoi. In seguito venne rinominata piazza Oberdank o più esattamente "piazza Guglielmo Oberdan", senza la lettera k finale che lo studente ventiduenne Guglielmo aveva voluto cancellare dal proprio cognome. Era figlio di una giovane slovena del Goriziano, Marija Jozefa Oberdank.... Accadde poi che il giovincello, frequentando la cerchia degli italiani si entusiasmasse per il movimento irredentista che a Trieste si affermò in particolare dopo il 1870, quando l'esercito italiano, con l'occupazione dello Stato pontificio, conquistò la città destinata a divenire la capitale dell'Italia unita. La Trieste dei traffici e dei commerci era restia a essere governata da Roma, ma l'irredentismo fece talmente presa sull'opinione pubblica che i cittadini, piano piano, si rassegnarono all'idea. ."
Trama
L'irredentismo
Pahor ricorda (pag. 26) un personaggio fondamentale per l'irredentismo italiano. L'irredentismo è un movimento nazionalista che dopo il 1870 aspira all'annessione delle terre, considerate italiane, che si trovano ancora sotto il dominio straniero: in particolare il Trentino, la Venezia-Giulia, l'Istria e la Dalmazia. Nel 1882 Gugliemo Oberdan ordisce un attentato contro l'imperatore austriaco, nel tentativo di far crollare il progetto della Triplice Alleanza, ma la congiura viene scoperta dagli austriaci ed egli viene impiccato per alto tradimento. E' considerato da subito il primo martire dell'irredentismo. L'impero austro-ungarico è attraversato da forti tensioni perché le minoranze etniche (boemi, polacchi, sloveni e italiani, croati e serbi) non tollerano più la sottomissione alla supremazia austriaca. A Trieste, negli anni precedenti la guerra, gli sloveni organizzano un movimento popolare per opporsi alla "germanizzazione" e per creare uno stato sloveno. Allo stesso modo, gli italiani sognano di congiungersi all'Italia: quando sta per scoppiare la guerra, Giani Stuparich, Carlo e Scipio Slataper e altri triestini progettano di disertare la chiamata alle armi degli Asburgo per arruolarsi come volontari nell'esercito italiano. Nel 1915 i nazionalisti si schierano per intervenire nella Prima Guerra Mondiale: vogliono che l’Italia si affermi come grande potenza militare e accolgono le istanze degli irredentisti che pure chiedono la guerra contro l’Austria. Nel 1919, con il piano di pace di Parigi, all'Italia vengono concesse le terre irredente, ma escludendo la città di Fiume e la Dalmazia: i nazionalisti italiani si infuriano e, quando D'Annunzio con un gruppo di volontari occupa Fiume dichiarandola annessa all'Italia e istituendo un governo provvisorio, lo appoggiano. I nazionalisti dimostrano di non confidare più nel governo italiano che sta guidando il Paese.
Il nazionalismo italiano
Il nazionalismo italiano nasce come movimento culturale dopo il 1870, una volta unificata l'Italia: Enrico Corradini, intellettuale e politico, ne è il fondatore. Egli, dopo la sconfitta di Adua nel 1896, disprezza i partiti politici che non risolvono i problemi del Paese: i liberali avevano ridotto l’Italia in povertà e i socialisti, fomentando la lotta di classe, minavano l'unità nazionale. Espone la sua dottrina nella rivista “Il Regno” nel 1903: l’Italia doveva diventare una grande potenza attraverso la pacificazione interna tra le classi e la produzione di ricchezza. Il benessere del popolo è fondamentale per il progresso del Paese. Corradini difende i diritti dei lavoratori per rafforzare il sentimento di unità del Paese e raccoglierne il consenso politico. Nel 1910 Corradini costituisce l’Associazione Nazionalista Italiana e fonda il giornale “L’idea nazionale”. Gli intellettuali, per dare un supporto ideologico al nazionalismo, rappresentano l'Italia come la culla delle arti: richiamano le opere di Giosuè Carducci, considerato il cantore ufficiale delle grandi origini della nazione, e la musica di Giuseppe Verdi, che esprime il patriottismo e la lotta per la libertà. Alle loro idee si affiancano Filippo Tommaso Marinetti, caposcuola del Futurismo, e Gabriele D’Annunzio, un modello per i giovani italiani. Nel 1911 i nazionalisti sostengono la campagna a favore della guerra in Libia: l’espansione coloniale può portare ricchezza e diminuire l'emigrazione dall'Italia. La guerra diventa lo strumento in grado di rigenerare il paese ristabilendo i valori antichi dell’eroismo e della disciplina: per questo nel 1915 i nazionalisti vogliono partecipare alla Prima Guerra Mondiale. Nel dopoguerra il nazionalismo diventa estremo: a Trieste, in particolare, l'incendio del Narodni dom del 1920 - attacco alla borghesia slovena e slava - (pag. 65, 73, 75) è un esempio di violenza che anticipa le modalità con cui opererà a breve il fascismo. Nel 1923 i nazionalisti confluiscono nel partito fascista, convinti di poter valorizzare la legalità costituzionale e la monarchia, ma la loro aspirazione si mostra da subito irrealizzabile.
Giuseppe Verdi
Giuseppe Verdi, illustre musicista e compositore italiano, nasce nel 1813 nel Ducato di Parma e conduce una vita piuttosto travagliata, fino alla sua morte nel 1901. Fin da piccolo impara a suonare e grazie all'aiuto dei suoi insegnanti e di Antonio Barezzi, che lo sostiene economicamente, riesce a migliorare. Circa a metà del XIX secolo Verdi ha ritmi di lavoro serrati e, proprio perché è diventato famoso, riceve commissioni da numerosi teatri italiani, oltre alla Scala di Milano. In questo periodo il suo linguaggio musicale evolve e, pur mantenendo le caratteristiche originarie, diviene più elaborato. A posteriori i nazionalisti vedono in Verdi un "patriota" perché nelle sue opere utilizza argomenti storico-patriottici che risvegliano i sentimenti di libertà nazionale per l'Italia. In particolare, il "Nabucco" è considerata l'opera più intessuta degli ideali patriottici: racconta l'oppressione degli ebrei, schiavi di Nabucodonosor, che cantano sognando la patria perduta e tutto ciò si collega alla lotta in corso per l'unificazione dell'Italia e l'indipendenza dagli stranieri. La scrittura musicale dell'opera si presenta appassionata, rapida e talvolta violenta. Il canto "Va', pensiero, sull'ali dorate..." diventa il simbolo della conquista della libertà.
ascolto del "va', pensiero" dal "nABUcCO"
Il futurismo
Il futurismo è un movimento artistico e culturale che sorge in Italia nei primi anni del Novecento. Rifiuta completamente i valori tradizionali del passato, in quanto espressione di ignoranza e di superstizione. I futuristi rappresentano una nuova concezione della vita basata sulla fede nel futuro e nel progresso tecnologico. Esaltano gli ideali della velocità, del dinamismo, della violenza e della guerra vista come azione di purificazione del mondo. I futuristi per interpretare questi pensieri fanno uso delle "parole in libertà" ovvero di un linguaggio che rifiuta le strutture sintattiche e grammaticali tradizionali a favore di una libera associazione di parole. Il fondatore di questo movimento è Filippo Tommaso Marinetti che ha scritto il "Manifesto del Futurismo". Altri rappresentanti del futurismo sono Aldo Palazzeschi e Corrado Govoni. Il Manifesto del Futurismo espone il programma ideologico alla base del nuovo movimento: proclama come elementi fondamentali della poesia futurista il coraggio, l'audacia, la ribellione, la bellezza della velocità; esalta la guerra, il militarismo; propone la distruzione di musei, biblioteche e di tutto ciò che ha sentore di vecchio. Questi principi artistici vengono utilizzati anche per sostenere fanatismi e ideologie di potere e di forza che ispirano il nazionalismo e che portano all'intervento dell'Italia nella Prima Guerra Mondiale.
sul tema del NAZIONALISMO ISRAELIANO:"Qualcuno ha attaccato... sul cancello di casa mia... la prima pagina di un quotidiano ... Sopra una foto raffigurante il sanguinoso caos intorno al ristorante preso di mira dai terroristi è possibile leggere a caratteri cubitali: LA BESTIA IMMONDA E' IN MEZZO A NOI.Un gruppo di curiosi si è radunato davanti casa. "Andate via" grido. ... Mi precipito in giardino. I due adolescenti se la svignano. Li inseguo in strada, a piedi nudi, ribollendo di rabbia. "Lurido terrorista! Porco! Arabo traditore!". Le invettive mi frenano di colpo. Troppo tardi, mi ritrovo in mezzo a una folla scalmanata. Due barbuti con le trecce mi sputano addosso. Vengo strattonato. ... Mi piomba addosso una pioggia di colpi, la terra mi manca sotto i piedi... (in ospedale) ... risulto persona non grata. ... Tra i firmatari delle petizioni che si opponogono al mio ritorno, qualcuno ha anche suggerito di privarmi della cittadinanza israeliana."
Nazionalismo israeliano
sul tema della QUESTIONE PALESTINESE:"Noi non siamo islamisti né integralisti, dottor Jaafari. Siamo solo i figli di un popolo depredato e deriso che si battono con i mezzi a loro disposizione per riconquistare la propria patria e la propria dignità, niente di più, niente di meno."..."Viviamo in un mondo che si dilania ogni giorno che Dio manda in terra. Passiamo le serate a raccogliere i nostri morti e le mattine a seppellirli. La nostra patria è violentata in lungo e in largo, i nostri figli non sanno più cosa sia la scuola, le nostre figlie non sognano più da quando i loro principi azzurri preferiscono l'Intifada, le nostre città crollano sotto i mezzi cingolati"
sul tema della CONVIVENZA:"Non mi riconosco in chi uccide; la mia vocazione si trova dalla parte di chi salva. Sono un chirurgo.""La vita di un uomo vale molto di più di un sacrificio, per quanto supremo possa essere... Perché la più grande, la più giusta, la più nobile delle cause sulla terra è il diritto alla vita"
Trama
Il nazionalismo israeliano
L'idea politico-religiosa di una nazione ebraica nasce a fine Ottocento, in seguito alle persecuzioni antisemite in Russia (pogrom): il movimento sionista inizia a promuovere il ritorno alla "terra dei padri". Fino al 1918 la Palestina è stata governata dall'Impero ottomano, ma dopo la Prima Guerra Mondiale il territorio passa sotto il Mandato britannico. Nel 1922 la Società delle Nazioni recepisce la Dichiarazione Balfour, un documento con cui la Gran Bretagna si impegna a supportare l'istituzione di una nazione ebraica in Palestina, nel rispetto delle comunità già presenti nella regione: quest'apertura dà forza al movimento sionista e accentua la migrazione ebraica. Gli ebrei dopo millenni di persecuzioni possono realizzare il sogno di ritornare alla loro patria e fanno di tutto per conquistarla. Gli inglesi provano a controllare il flusso migratorio, ma l'ala nazionalista del sionismo - il revisionismo - si ribella compiendo una serie di attacchi terroristici per favorire l'immigrazione clandestina. Con l'ascesa dei regimi fascisti in Europa e dopo la Shoah il fenomeno si intensifica. Il Regno Unito, incapace di controllare la situazione, nel 1947 chiede l'intervento dell'ONU che disegna un piano di partizione della Palestina tra ebrei e arabi: nel 1948 nasce lo Stato di Israele scatenando la prima guerra arabo-israeliana. Gli stati confinanti, appartenenti alla Lega Araba, attaccano Israele ma perdono ulteriori territori a vantaggio degli israeliani. Anche nelle successive guerre arabo-israeliane (1956, 1967 e 1973) Israele ha la meglio sui paesi arabi ed estende il suo dominio. I partiti nazionalisti israeliani vogliono disfarsi dei palestinesi e non accettano la loro presenza tra gli israeliani (pag. 58, pag. 62, pag. 85): anche per questo negli ultimi decenni hanno occupato i territori palestinesi, facendo insediare coloni israeliani e conservando il controllo amministrativo-militare su molte zone abitate da palestinesi, pur in contrasto con la risoluzione dell'ONU del 1947.
La questione palestinese
In questo brano (pag. 156, pag. 158) un terrorista palestinese spiega le ragioni delle sue azioni e le condizioni della vita del suo popolo. Nel 1947 l'ONU approva il piano di partizione della Palestina: due Stati sulla stessa terra, l'uno ebraico (che avrebbe coperto il 55% della zona e ospitato anche 400mila palestinesi) e l'altro arabo (meno esteso, ma quasi integralmente musulmano), con Gerusalemme sotto controllo internazionale. I 600mila ebrei accettano, i palestinesi - 1.250mila - no: la loro terra viene occupata da un'altra nazione senza il riconoscimento di uno Stato palestinese. Scoppiano gravi tumulti e i paesi aderenti alla Lega araba dichiarano guerra ad Israele, ma sono subito sconfitti come anche durante le guerre successive. Da allora i palestinesi continuano la lotta per riprendersi la propria patria: dal 1959 Yasser Arafat attraverso l'Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) opera per ottenere il riconoscimento giuridico internazionale dello Stato palestinese, ma ottiene solo quello dell'Autorità Nazionale Palestinese. Mentre l'Olp si mostra disponibile a un compromesso con Israele, gruppi islamici radicali - come Hamas e Hezbollah - organizzano attacchi terroristici. Nel 1987, nel 2000 e nel 2014 le "Intifade" palestinesi scuotono le zone di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme e contemporaneamente l'intransigenza di Israele diventa più marcata. L’espansione degli insediamenti israeliani nei territori occupati, la confisca di terre e la demolizione di case possedute da palestinesi rendono la nascita di uno stato palestinese sempre più lontana. I palestinesi sono emarginati: non sono cittadini del “non stato” in cui vivono dove dal 2006 non esercitano il diritto di voto né votano per le istituzioni dello stato, Israele, che di fatto controlla la loro esistenza quotidiana.
Una convivenza pacifica
Tra palestinesi e israeliani tuttavia c'é chi vuole la pace. Un simbolo della Palestina, Yasser Arafat, dal 1959 al 2004 ha operato per ottenere il riconoscimento giuridico internazionale del suo Stato. Inizia fondando il movimento di "al-Fatah" per dare voce al popolo palestinese. Nel 1967 "al-Fatah" confluisce nell'Olp, di cui egli diventa leader. Nel 1974, in uno storico discorso davanti all'Assemblea dell'ONU, Arafat chiede una soluzione pacifica e politica per la Palestina, ammettendo implicitamente l'esistenza di Israele ed ottenendo visibilità internazionale. Nel 1993 ad Oslo sono ratificati i negoziati diretti tra Arafat e Rabin: per la prima volta i due paesi si riconoscono come legittimi interlocutori e questa opera di diplomazia porta l’anno successivo all’assegnazione del Premio Nobel per la Pace ad Arafat, unitamente ai leader israeliani Shimon Peres e Yitzhak Rabin. Tuttavia nel 1995 Rabin viene assassinato da un nazionalista israeliano e gli accordi falliscono. Esiste poi una minoranza araba in Israele che è bene integrata nella popolazione come il protagonista del libro, Amin, e che non prende parte a nessuno dei due nazionalismi e non accetta l'ideologia di ciascuna fazione (pag. 225, pag. 240). E' stata creata anche la West Eastern Divan Orchestra che riunisce giovani musicisti di vari paesi del Medio Oriente, anche nemici tra loro, e che è un simbolo di pace e di speranza.
West Eastern Divan Orchestra
La West Eastern Divan Orchestra viene fondata nel 1999 da Daniel Barenboim e Edward Said. Barenboim è un pianista e direttore d'orchestra ebreo oltre che un ambasciatore di pace. Said è invece un suo amico egiziano. Nel nome dell'orchestra è presente la parola divan che signifca "raccolta" in persiano. Questa parola viene usata anche da un importante poeta tedesco, Goethe, per nominare una sua raccolta di poesie, "Il divano orientale/occidentale". L'orchestra è formata da giovani musicisti provenienti da Palestina, Israele, Siria, Libano, Giordania, Egitto e Spagna. Gli spagnoli si sono aggiunti all'orchestra quando ha offerto loro nel 2001 la possibilità di avere una sede adeguata a Siviglia, in Andalusia. Quest'orchestra è un simbolo di uguaglianza e un modello sociale-politico di convivenza ma non può portare la pace. I giovani musicisti ritengono molto importante poter incontrare persone di altri paesi e di altre culture e pensano che per riuscire a creare un rapporto pacifico siano necessari il confronto, la fiducia, l'equilibrio, la voglia di cambiare e l'ascolto. Si considerano come una grande famiglia: per farne parte bisogna non previcare in alcun modo sugli altri. I giovani musicisti affrontano nel tempo vari problemi: uno di questi è organizzare un concerto in Palestina. Si preparano bene e nel 2005 riescono a partire correndo dei rischi (soprattutto per gli israeliani). A Ramallah portano il loro messaggio: tra il pubblico palestinese c'é chi lo comprende e chi invece lo prende come un affronto infuriandosi. Ora i musicisti suonano nella Sala Pierre-Boulez a Berlino, costruita nel 2017 per volontà di Barenboim che voleva dare loro la possibilità di esibirsi sotto ai riflettori.