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Il teatro e Machiavelli
Piero Moschetti
Created on May 10, 2021
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Transcript
Il teatro rinascimentale in Italia e Machiavelli
Il teatro rinascimentale italiano: Rinascita
Rispetto alle poche documentazioni che possiamo avere dei secoli passati, per il Rinascimento abbiamo diverse testimonianze scritte, nate dalla penna di chi ha respirato l’aria di innovazione nell’ambiente delle corti partecipando alle feste principesche. In questo contesto di rinascita gli umanisti riscoprono la cultura classica e il patrimonio del mondo antico. E con essi i testi teatrali della Grecia e della Roma classiche. All’interno delle accademie i capolavori antichi vengono riletti e studiati. Talvolta in lingua originale e successivamente tradotti in volgare per essere proposti al pubblico dell’era nascente. Le scene accolgono quindi le opere di Plauto, Terenzio, Sofocle. Contemporaneamente gli studiosi riscoprono la “Poetica” di Aristotele (334-330 a.C.) e il trattato “De Architectura” di Vitruvio (15 a.C.) il cui Libro Quinto è dedicato al teatro concepito come edificio autonomo destinato alle rappresentazioni dal vivo. A partire dal 1455, grazie a Johann Gutenberg, gli scrittori e i trattatisti potranno avvalersi della stampa. Conservare le opere e i trattati tecnici diventerà più facile e questo permetterà di diffondere il materiale. Negli anni a venire vedono la luce opere quali “Quattro dialoghi in materia di rappresentazioni sceniche” di Leone de’ Sommi (fine anni Sessanta-inizio anni Settanta del ‘500) e Il secondo libro di prospettiva di Sebastiano Serlio (1545) in cui viene analizzata la scena prospettica di commedia e tragedia che caratterizza gli allestimenti del Cinquecento.
Il teatro rinascimentale: le corti
Le corti italiane diventano il fulcro di diffusione di questa nuova Primavera della cultura antica. Il Principe si avvale del teatro come status symbol, come strumento per identificare il proprio potere. Rispetto al teatro medievale che si rivolgeva a tutta la comunità per avvicinare tutti al messaggio di Dio, il teatro del Rinascimento si rivolge ad una élite, ad una cerchia ristretta di persone invitate a corte dal reggente di turno. Lungi dal coinvolgere le persone del popolo, i Principi prendono occasione da una ricorrenza festiva periodica come il Carnevale o da un’occasione particolare come un matrimonio, una nascita, un passaggio di un potente dalla città per organizzare una grande manifestazione ludica da offrire ai propri invitati scelti con grande cura. Gli invitati non vengono più accolti nelle piazze cittadine – dove si svolgono ancora le Sacre Rappresentazioni – ma all’aperto nei grandi cortili privati del palazzo o al chiuso di una grande sala, allestita ad hoc per l’occasione. La prima messinscena di cui abbiamo notizia è allestita nel cortile ducale della corte di Ferrara per il carnevale del 1486.
Il teatro rinascimentale: feste
Nella maestosità dell’occasione festiva il teatro non si afferma come genere autonomo ma si inserisce dentro la festa. È un tassello di un puzzle che compone una totalità fatta di banchetti, danze, tornei cavallereschi, musiche e divertimenti strabilianti per il pubblico. Non è il singolo evento che interessa ma la sua totalità che, nella sua magnificenza, riflette automaticamente la magnificenza del Principe. Pur nella riscoperta dei grandi autori antichi, il teatro rimane attività marginale. La vicenda raccontata non interessa di per sé. In verità è solo un pretesto per esaltare il vivere urbano che ha nel Principe il suo reggente politico e che viene esaltata dall’uso di una scenografia che ricalca nel dettaglio scorci di città. E non serve a molto che il testo venga scritto o volgarizzato da un autore famoso. In questo contesto di corte vengono riconosciuti semplicemente come “uomini del seguito del Principe”, insieme agli altri cortigiani che per l’occasione si prestano a disegnare le scene o a interpretare le parti. Non a caso la scansione in atti – cinque in tutto come da tradizione antica – è segnata dall’impiego di intermezzi e danze. Sebbene siano nati con la funzione di far rilassare gli spettatori tra un atto e l’altro finiscono per diventare il fulcro della messinscena. Realizzati con grandiose trovate spettacolari e scenotecniche (impiego di carri issati in cielo, mostri che sputano fuoco) stupiscono lo spettatore facendo dimenticare quasi del tutto le vicende di servi e giovani innamorati che si alternano nella storia principale.
Paolo Veronese, Nozze di Cana
Il teatro rinascimentale: scenografia ed attori
Scenografia rinascimentale
Rispetto ad un divertimento puro e semplice come una danza o un banchetto, il teatro diventa lo specchio della società e della centralità della figura del Principe. Mentre la scenografia medievale presentava vari luoghi deputati nella loro pluralità, quella rinascimentale unifica la scena in un quadro solo, costituito da uno spicchio di città dipinto alle spalle degli attori sul fondo più corto della sala. In un momento storico in cui il potere è nelle mani delle classi che vivono e operano nel centro cittadino, non stupisce che venga scelto proprio uno scorcio urbano. Una raffigurazione di una città astratta, con edifici generici che non individuano una città in particolare. La città riprodotta è una città ideale, con palazzi sempre sontuosi, simulati in marmo e realizzati in legno e stucco. Tutto assume valore ideologico e di propaganda: quella che vedono gli invitati è la città di questo o quel Principe che, seduto in prima fila al centro, guarda se stesso guardando la città dipinta riflesso della città reale che regge politicamente. Esemplare della scenografia del periodo è l’adozione della prospettiva. La scena viene dipinta con un punto di fuga centrale sul quale lo sguardo converge. Osservando da lontano, lo spettatore gode di una profondità della visuale che strabilia lo sguardo. Gli attori recitano senza avvicinarsi troppo al fondale per non rovinare l’effetto ottico. Contemporaneamente utilizzano dei fabbricati/case con porte e finestre praticabili, che ricordano le mansiones del teatro medievale, poste nella parte più avanzata del palcoscenico verso il pubblico. Come avviene per le maestranze impiegate nella parte tecnica, anche gli attori non sono dei professionisti, ma dilettanti che fanno parte della cerchia dei fedeli del Principe. Si tratta di persone che operano per il piacere del Principe e per il proprio, prestati al palco per l’occasione. E che magari, nel corso della giornata, partecipano anche alle altre tipologie di intrattenimento. Sono tutti uomini. Dobbiamo aspettare ancora qualche anno prima di vedere sulla scena le donne, inserite nei gruppi di attori professionisti che dalla seconda parte del Cinquecento animeranno la Commedia dell’Arte.
Scenografia medievale
Il teatro rinascimentale: le strutture
Per mettere in scena le opere teatrali con l’impiego delle scenografie, venivano realizzate strutture in legno provvisorie che venivano smantellate una volta finita la rappresentazione per dare spazio a un nuovo divertimento. A guardar bene questa scelta sembra un paradosso: viene riscoperto il teatro greco e romano e l’opera di Vitruvio, ma si decide di non realizzare strutture permanenti adibite a teatro. I Principi non ascoltano gli umanisti. Questi ultimi, infatti, riscoprendo il valore del teatro come cemento della comunità, chiedono la creazione di teatri stabili, in grado di accogliere i cittadini e ricomporre lo spirito comunitario. Viene rifiutata l’idea di un teatro che possa riunire tutti e si imprime all’idea stessa del fare teatro un forte segno di classe che distingua i ricchi dal resto della società. Solo alla fine del Cinquecento verranno costruiti i primi due teatri stabili che conosciamo. Si tratta del Teatro Olimpico di Vicenza progettato nel 1580 da Andrea Palladio e inaugurato nel 1585 con una meravigliosa scenografia prospettica e praticabile realizzata da Vincenzo Scamozzi. L’altro importante edificio è il Teatro di Sabbioneta costruito nel 1588 dallo Scamozzi su richiesta del Principe di Mantova. Costruiti in edifici specifici con spazi ben delineati per il pubblico e per gli attori sulla tradizione dei teatri romani, sono un esempio dell’evoluzione futura del luogo teatrale che porterà con le dovute differenze alla costruzione dei teatri all’italiana del Settecento.
il teatro di machiavelli
Per quanto riguarda la produzione teatrale di Niccolò Machiavelli, le sue prime esercitazioni risalgono all’età giovanile dove egli si dedica principalmente alle traduzioni o riadattamenti di testi teatrali latini secondo il gusto contemporaneo. Dunque possiamo vedere come l’autore sia accompagnato fin dalla giovinezza da canoni classici che avranno una grande influenza sulle opere successive ed indipendenti, sia per quanto riguarda la scelta di temi, trame e personaggi-maschere, sia per le indulgenze stilistiche che si concederà quando arriverà per lui il tempo di sviluppare una poetica personalissima.
Tra le prime traduzioni troviamo la traduzione dell'Eunuchus di Terenzio, una riduzione in volgare dell'Aulularia di Plauto ed un lavoro svolto sull’Andria di terenzio ( probabilmente sotto commissione ) sulla quale tornò più volte nel corso della sua vita per revisionarla, sgrezzarla, rifinirla.
Come precedentemente detto, i modelli classici offrono la base per le sue opere in quanto : • L'Asinaria, la Càsina e il Mercator di Plauto offrono la base su cui s'innesta l'intreccio della Clizia machiavelliana • La mandragola invece recepirà la lezione di stile che ripone nell’Andria • Troviamo anche una grande influenza nel teatro di Machiavelli dalla Poetica di Aristotele poiché l'autore rispetta le normative prescritte da Aristotele nella Poetica ed in particolare le unità di spazio, tempo e azione. Non sappiamo se Machiavelli prese direttamente visione del testo del filosofo greco; più probabilmente ne sentì parlare dai suoi amici. In effetti le commedie machiavelliane che ci sono giunte sono ambientate in poche stanze, si consumano nell'arco preciso di una giornata e seguono l'azione del protagonista e di pochi altri personaggi con rari strappi alla regola, e ben motivati da esigenze di copione.
Altro aspetto di particolare importanza riguarda la scelta della lingua. Machiavelli si allinea con l'opinione espressa da Baldassarre Castiglione nel dibattito sulla lingua letteraria sorta in quegli anni e - in posizione chiaramente antibembiana - privilegia la lingua dialettale corrente Con questa scelta Machiavelli palesa il suo proposito di colorare la lingua della commedia di toni vivaci e vernacolari, ascrivendo la sua poetica ad un più robusto realismo. Così nella Mandragola troviamo una serie di motti, espressioni idiomatiche e proverbi per nulla letterari, ma anzi bassi e quotidiani, che accrescono il senso di comicità e verosimiglianza dell'atmosfera della commedia; tale preferenza per il vocabolo dialettale non si estinguerà quando a prevalere nella diatriba sarà proprio Bembo, ma percorrerà nella più sotterranea clandestinità la via della commedia e della satira con basse aspettative di letterarietà fino a quando Alessandro Manzoni non rimescolerà le carte in gioco
Le opere
Una delle altre caratteristiche delle opere machiavelliane è l’uso di un umorismo pungente e accenni di misantropia.
Analisi e caratteristiche generali
Le maschere è una commedia perduta di Niccolò Machiavelli, scritta attorno al 1504, quando Machiavelli era Segretario della Repubblica fiorentina. La commedia, di intento satirico, pare fosse un atto unico in cui l'autore, ispirandosi al modello delle Nuvole del commediografo greco Aristofane, aveva inserito riferimenti a personaggi della scena politica contemporanea.
- la mandragola
- andria
- clizia
- le maschere
Forse si trattò di una perdita dolosa, causa il contenuto politico dell'opera. Ne viene infatti fatta menzione dal nipote di Machiavelli, Giuliano de' Ricci, che sembra si rifiutò di trascriverne i frammenti.
Andria
Andria è una commedia, mai rappresentata quando Machiavelli era ancora in vita, scritta tra il 1517 e il 1520 da Niccolò Machiavelli ed ispirata al modello di Publio Terenzio Afro da cui trae spunto per la trama, tranne alcuni particolari aggiunti da Machiavelli per adattarla alle esigenze del pubblico fiorentino del 1500, in pieno Rinascimento.
Con grande desiderio del padre e dell'amico Cremete, Panfilo deve sposarsi con Miside, che ha una relazione segreta con un'altra di nome Lesbia la quale è ritenuta sorella di Misis che aspetta un figlio. Simone, il padre di Panfilo, scopre la relazione, dopo la morte della ragazza, anticipa le nozze il più presto possibile. Tuttavia il fidanzato ormai tradito della ragazza, fingendo di acconsentire anche lui alle nozze, ha un ripensamento e minaccia di far abbattere una catastrofe sulla famiglia di Simone. La matassa s'interseca ancora di più quando giunge un nuovo personaggio che riconosce nella promessa sposa la figlia dell'amico Cremete, creduta dispersa in un naufragio. Contro le aspettative di Simone, Panfilo sposa la sua amante, mentre un suo amico di nome Carino si sposa Miside.
LA MANDRAGOLA
La Mandragola è una commedia di Machiavelli che fu pubblicata la prima volta nel 1524 e venne rappresentata per la prima volta nel 1518, in occasione delle nozze di Lorenzo dei Medici (da quel momento in poi venne spesso replicata) ed è considerata il capolavoro del teatro del Cinquecento e un classico della drammaturgia italiana grazie al grande successo ottenuto. Il suo nome deriva da quello di una pianta alla cui radice vengono attribuite caratteristiche afrodisiache e fecondative. Come in tutte le sue opere, abbiamo diversi riferimenti alla cultura latina in quanto la commedia si rifà al teatro di Plauto e di Terenzio per la presenza di personaggi tipici come il parassita e il servo, e inoltre prende spunto dalle commedie più in voga del tempo, i Suppositi e la Cassaria di Ludovico Ariosto, anche se se ne differenzia per tanti motivi. Abbiamo inoltre una comparazione tra la modernità dell'autore e la tradizione greco-latina per quanto riguarda i nomi utilizzati di cui alcuni sono di fatto nomi classici, si veda Sostrata (nome plautino), Callimaco (il cui nome significa bel combattente) Guadagni (il suo cognome è fiorentino, esistente all’epoca di Machiavelli).
Per quanto riguarda la struttura, l'opera è una commedia in prosa in cinque atti con una canzone iniziale, quattro canzoni che chiudono i primi quattro atti, e un prologo ; la funzione del prologo in quest'opera è diversa da quella che ha in Plauto o Terenzio, fonti che l'autore ha utilizzato per la stesura dell'opera. Infatti, Plauto utilizzava il prologo con l'intento di spiegare al pubblico la trama delle sue commedie, che di norma erano molto complesse; Terenzio invece, data la maggiore semplicità delle trame delle sue opere, usava il prologo per difendersi dalle accuse che gli venivano mosse riguardo alla composizione delle sue opere; Machiavelli nella Mandragola usa invece il prologo con lo scopo di presentare al pubblico l'opera e i personaggi.
TRAMA
La storia comincia mostrando questo giovane innamorato, Callimaco appunto, che si innamora di Lucrezia. Tuttavia, questo giovane uomo non sa come fare a conquistarla perché Lucrezia, oltre che la fama di essere molto bella, ha anche la fama della virtù (di essere molto fedele al marito). Chiederà dunque aiuto a Ligurio, un uomo astuto che trova il punto debole per togliere Lucrezia a Nicia. Questo punto debole si vede nella vecchiaia di Nicia, uomo molto più vecchio di lei, e nel desiderio di lui di avere un erede, cosa che non ha, e del quale pensa che la causa sia la sterilità della moglie. Ligurio, allora, suggerisce a Nicia una cura alla sterilità di Lucrezia. La cura è una pozione a base di mandragola a cui è legata una problematica, il primo uomo che passerà la notte con la donna che ha assunto la pozione morirà, quindi se Lucrezia dovesse bere la mandragola dovrebbe giacere con uno sconosciuto preso per strada per non uccidere il marito. Nicia crede tutta la storia e dunque cerca un sostituto, destinato a morire, si fa in modo quindi che a sostituirlo sia Callimaco travestito. Lucrezia oppone molta resistenza al piano ma Il frate e la madre la convincono. Si arriva dunque ad un risultato che accontenta tutti: Callimaco si unisce a Lucrezia, Nicia è contento perché avrà un erede (anche se chiaramente questo non è suo figlio) e Lucrezia si accorge di avere accanto un uomo più giovane che preferisce al vecchio marito. La relazione tra i due amanti diventa infine una relazione stabile. Apparentemente ognuno dei personaggi ha raggiunto il proprio scopo : frate Timoteo ottiene dei soldi, chiesti per convincere Lucrezia, Sostrata ottiene lo scopo di accontentare il genero, Ligurio ottiene soldi, danaro, soddisfazione e protezione, Callimaco ottiene Lucrezia e Lucrezia un amante giovane.
I personaggi
CARATTERISTICHe
Analizzando i personaggi, non sono presenti nel testo indicazioni sul loro aspetto fisico: di Lucrezia, nel dialogo tra Callimaco e il suo servo Siro, si dice solamente che è bella, mentre di Nicia si dice che è vecchio. Per quanto riguarda la condizione psicologica dei personaggi, Macchiavelli lascia capire i vari stati d’animo che i personaggi stanno presumibilmente provando a causa delle loro battute e all’interno di questi dialoghi, si può comprendere la condizione sociale ed economica appartenente alle varie figure:di messer Nicia e di Callimaco si sa la loro professione (avvocato e presunto medico) e di conseguenza si può dedurre la loro felice situazione economica. I personaggi della commedia di Machiavelli sono introdotti nel prologo attraverso indizi che ne riassumono le caratteristiche morali e sociali. I personaggi della storia sono Nicia, Ligurio, Callimaco, Timoteo e Lucrezia.
CALLIMACO TIMOTEO
NICIALIGURIO
Come in Plauto, i nomi dei personaggi della commedia sono greci, e hanno un significato che si adatta a loro. Nicia significa il vincitore ma in realtà lui è il beffato della situazione quindi Machiavelli usa l'antitesi: un modo ironico di dire una cosa per dire esattamente il contrario. Callimaco significa della bella battaglia, ma in realtà lui vince la battaglia solo grazie a Ligurio. Lo stesso Timoteo significa colui che onora Dio ma certamente questo frate tutto fa tranne che onorare Dio perché è spinto esclusivamente dalla sete di guadagno. Anche il nome Lucrezia ricorda la matrona romana che era stata violentata dal figlio del re e che si uccise per non sopportare questa vergogna, mentre Lucrezia decide di continuare ad avere un amante.
LUCREZIA
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La Clizia
È una commedia in prosa in cinque atti che ha come modello la Casina di Plauto. La protagonista, Clizia, è una ragazza giovane e bella, amata dal vecchio Nicomaco e dal figlio di lui, Cleandro. Alla fine, Nicomaco verrà ferocemente punito dalla moglie per i suoi ardori e Clizia riuscirà a sposare il giovane Cleandro. La commedia venne commissionata da Jacopo di Filippo Falconetti, un ricco popolano amico di Machiavelli che intendeva festeggiare la fine del suo esilio da Firenze, durato cinque anni. La Clizia fu rappresentata il 13 gennaio 1525 nella villa di Falconetti, con le scene e le prospettive di Bastiano da Sangallo. Le canzoni della Clizia erano interpretate da Barbara Raffacani Salutati, della Barbara Fiorentina, una nota cantante di cui Machiavelli si era innamorato. La commedia quindi ha uno sfondo autobiografico: non a caso il vecchio protagonista innamorato della giovane e bella Clizia si chiama Nicomaco, un nome che richiama quello dell’autore.