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La donna nell'antica Roma

elisa.ciriolo

Created on May 9, 2021

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La figura della donna nell'antica Roma

La donna in età arcaica

In età arcaica e repubblicana il posto riservato alla donna era quello della domus; doveva quindi occuparsi prevalentemente delle mansioni domestiche e della formazione dei figli, in particolare educandoli al mos maiorum, il nucleo della morale tradizionale della civiltà romana. Nonostante la sua vita si svolgesse soprattutto tra le mura domestiche, la donna romana poteva uscire a fare acquisti e partecipare ai banchetti, anche se non le era concesso di stare sdraiata e di bere vino.

«[…] se sorprendi tua moglie in adulterio puoi ucciderla senza esser punito in giudizio; se sei stato tu a commettere adulterio, che ella non osi toccarti con un dito, non ne ha diritto».

Da questa frase di Catone possiamo capire qual era la considerazione che i Romani in età arcaica avevano dell’adulterio da parte maschile e femminile.

  • La donna romana viveva in condizione di inferiorità rispetto all’uomo, da cui finiva per dipendere. Dipendeva quindi dal padre e dal marito, ma anche dal fratello o dal figlio maggiore se fosse rimasta vedova.
  • In caso di adulterio, il marito poteva decidere della sua vita.
  • Punizioni severe erano esercitate dal marito anche se la donna fosse stata sorpresa a bere vino; la sbronza, infatti, era considerata nella società romana come preludio di un possibile tradimento.
  • Solo l’uomo poteva votare, eleggere e farsi eleggere in politica. La donna ne era esclusa e per esercitare i suoi diritti civili (come ereditare, sposarsi e fare testamento) aveva bisogno del consenso di un uomo che esercitasse su di lei la tutela.
  • Le limitazioni della donna nell’esercitare i suoi diritti civili e giuridici erano giustificati dall’ignoranza che ella aveva nella conoscenza della legge e dall’inferiorità della mente femminile rispetto a quella maschile.

La donna in epoca imperiale

Le donne romane d’epoca imperiale cominciarono ad indossare abiti di seta, tacchi e gioielli, dedicando buona parte della giornata alla cura del corpo e dell’abbigliamento, affidandosi a cosmetici, belletti, profumi e ad acconciature elaborate.

Le donne romane non erano totalmente rassegnate a questa sottomissione. Molte di loro trovarono delle scappatoie legali per far valere i propri diritti e in alcuni casi arrivarono a sfidare apertamente la supremazia maschile. Fu il caso delle severe leggi contro l’ostentazione del lusso, Lex Oppia (215 a.C.).

Di fronte alla resistenza di alcune donne, Catone rispose con la sua abituale misoginia: «Ciò che vogliono veramente è la libertà senza restrizioni; o, per dirla tutta, il libertinaggio. Ma se vincono adesso, cosa le tratterrà in futuro?».

Le donne divennero anche più istruite e colte: i Romani, infatti, non ritenevano negativo o inutile che la donna ricevesse un’istruzione, perché convinti che una donna istruita fosse una madre migliore. La donna romana, almeno quella appartenente ai ceti sociali elevati, riceveva perciò una formazione scolastica.

Le donne romane praticavano sport, come le giovani di questo mosaico di Villa romana del Casale, in Sicilia

Cambiarono i diritti civili della donna romana (non quelli politici, tant’è che rimaneva ancora esclusa dalle cariche pubbliche e religiose).Il primo segnale di questo cambiamento venne del diritto matrimoniale. Il matrimonio tradizionale romano era quello cum manus che prevedeva il passaggio della donna sotto la potestà del marito. Dal II sec. a. C., si diffuse invece il matrimonio sine manu, ovvero quello che prevedeva il consenso di entrambi i coniugi. Anche il divorzio subì dei cambiamenti importanti: se in età arcaica il divorzio era deciso dagli uomini, dal I sec. a. C. divenne più libero, frequente e deciso anche dalla donna.

Come veniva giustificata la subordinazione giuridica e politica delle donne?

  • Seneca, per esempio, affermava: «I due sessi contribuiscono allo stesso modo alla vita comune, perché uno è fatto per ubbidire e l’altro per comandare».
  • Si sosteneva poi che la necessità di dedicarsi alla famiglia impedisse alla donna l’esercizio di cariche pubbliche.
  • Altri facevano riferimento all’inferiorità naturale delle donne e più precisamente alla loro “debolezza di giudizio”.

In quella stessa epoca era diventato più facile per i figli, sia femmine che maschi, accedere all’amministrazione del patrimonio familiare. Questo portò a una maggiore presenza delle donne nel mondo degli affari e dell’impresa, e persino della politica, come evidenziano decine di cartelli elettorali ritrovati a Pompei e firmati da donne.

Quando nel 169 a.C. fu promulgata la Lex Voconia, che impediva alle donne di ereditare dai cittadini delle famiglie più ricche, queste trovarono degli stratagemmi legali per eludere la restrizione, con la collaborazione di uomini appartenenti a classi diverse. Elaborarono anche complessi meccanismi giuridici per sbarazzarsi della potestà maschile, scegliendosi per tutori dei familiari o amici che non interferissero con le loro scelte. Ciò suscitò le critiche di alcuni autori conservatori, come Cicerone: «I nostri antenati stabilirono che le donne, per la loro debolezza di giudizio, fossero sottomesse alla potestà dei tutori, ma i giuristi hanno inventato una specie di tutore sottomesso alla potestà delle donne».