IL RAZZISMO
IL RAZZISMO
7. Collegamenti interdisciplinari
1. Canto XVI. Paradiso
8. Il razzismo nel cinema
2. Cos'è il razzismo ?
3. La storia del razzismo
9. Il razzismo nei social network
4. Umanità: tra normalità e diversita
10. Discorsi motivazionali per la giustizia
11. L'Italia a confronto
5. Bullismo: tra violenza e discriminazione
12. Fine
6. Politica in Italia: Costituzione e Leggi
Canto XVI
PARADISOLuogo: cielo di Marte Intelligenze motrici: Virtù Beati: spiriti militanti Visione: rossi splendori in una candida croce greca.
Trama
Il XVI canto del paradiso è un canto demografico, infatti dopo la rievocazione della Firenze antica del XV canto, ora Dante vuole sapere cose precise come la data di nascita di Cacciaguida e le sue discendenze; o riguardo le famiglie più antiche di Firenze e quanti fossero gli abitanti della Firenze Antica. La risposte di Cacciaguida si articolano in 4 tempi, inizialmente risponde alle domande sulla sua vita privata, egli fornisce la propria data di nascita, 1091 e alcune notizie riguardo i suoi antenati. Successivamente risponde riguardo il computo della popolazione della Firenze antica, si trattava circa di 18 mila abitanti, Cacciaguida ne da una stizzita deplorazione riguardo l’incremento di popolazione che nel trecento contava circa trentatré mila abitanti, egli infatti avrebbe preferito che la popolazione fosse rimasta quella senza aprirsi alla “confusion de le persone”. Nel terzo momento della risposta Cacciaguida deplora il gonfiarsi malsano della città, ma in realtà il suo discorso generalizzato non è contro delle categorie specifiche di persone, ma contro individui particolari responsabili di crimini specifici. Egli inoltre sa benissimo che le città sono destinate a mutare, crescere e morire, per questo la Firenze del mito non era destinata a rimanere ciò che era, forse quindi non è corretto intendere la sua critica all’incremento della popolazione fiorentina come un moto razzista, ma come un sintomo della malinconia fiorentina. Legata a questo sentimento è il quarto momento della risposta di Cacciaguida, ovvero una rassegna di cognomi di famiglie fiorentine, rispettabili nella Firenze antica ma che ormai sono andati quasi dimenticati. Un esempio è dato dalla memoria della faida tra Amidei e Bondelmonti, che stando al mito hanno contribuito alla divisione della città in guelfi e ghibellini e alle successive battaglie che ne seguirono. Infine il canto si conclude con l’immagine del gonfalone fiorentino trascinato nella polvere e asservito alle rivalità di una città riscossa, che introduce all’ultimo canto dedicato a Cacciaguida in cui verrà svelato il motivo della missione di Dante.
DANTE E LA NOBILTÀ
Dopo la chiusa del canto precedente, Dante apprende da Cacciaguida che la sua non è semplicemente una discendenza nobiliare, infatti a questa nobiltà è stata aggiunta la grandezza del martirio cristiano.
È dunque una tradizione che andava avanti con gloria nella dinastia Alighieri, ecco perché anche lo stesso poeta ne ammette il compiacimento, la fierezza di farne parte; e questo orgoglio non è per nulla scontato, visto che anche in passato Dante era stato protagonista di forti polemiche contro la nobiltà e contro la ricchezza. In seguito sará infatti lui stesso a confessare nel Paradiso di essere caduto in questa esaltazione nobiliare. Ad esempio nel IV trattato del convivio ricordiamo come il poeta attaccò duramente il pregiudizio che la nobiltà si traduce unicamente in ricchezze e costumi; la sua idea era sempre stata riconducibile a quella di Guinizzelli, secondo cui la vera nobiltà non è quella dei beni materiali, delle ricchezze, ma quella appartenente all’animo e quindi al cuore( cor gentile rempaira sempre amore).
Ecco perché Dante intende puntualizzare come il suo orgoglio non sia affatto permanente ma momentaneo, continuando a mantenere quei principi secondo cui i meriti individuali superano la tradizione e i privilegi dell’aristocrazia. Nonostante ciò è la stessa Beatrice a far notare come il poeta passando dal “tu” al “voi” si dimostra quanto più che mai umano, mostrando un forte stupore che come dice Beatrice, ricorda la prima dichiarazione d’amore fra Ginevra e il suo cavaliere. QUATTRO DOMANDE DI DANTE
Nell’entusiasmo provato da Dante nel porsi dinanzi al suo antenato scattano nel poeta quattro domande volte alla conoscenza approfondita della famiglia e in generale della città di Firenze.
Chiede infatti a Cacciaguida chi furono i suoi antenati, quando nacque, quanti erano numericamente parlando gli abitanti fiorentini e chi erano i cittadini più in vista di quel periodo. La risposta di Cacciaguida come vedremo seguirà un un linguaggio diverso, un fiorentino arcaico volto al richiamo quei tempi; si evidenzia quindi la capacità di Dante di dare importanza alla lingua, al modo in cui cambiano così che, come in questo caso, il narratore possa descrivere perfettamente la Firenze di Cacciaguida.
DEMOGRAFIA DELLA FIRENZE ANTICA
Cacciaguida precisa il suo anno di nascita (dalla nascita di Cristo, Marte aveva compiuto 580 volte il passaggio nella costellazione del Leone), cioè il 1091. Abitava al tempo nel sestiere di San Piero (ciascuna delle sei parti in cui sono suddivise alcune città italiane), all'imboccatura dell'odierna via degli Speziali. Non intende parlare degli antenati, forse perchè lo stesso Dante non avesse abbastanza informazioni e quindi non sapevo cosa far dire all'antenato. Fu un crociato, cavaliere, membro della nobiltà fiorentina. Dante chiese a Cacciaguida quanti fossero allora i fiorentini. Egli risponde il quinto della Firenze di Dante, cioè non più di seimila uomini in grado di portare le armi, e diciottomila abitanti considerando donne, vecchi e bambini.
FIRENZE IMBASTARDITA In seguito comincia la parte più problematica del discorso di Cacciaguida, la sua volontà di una Firenze "pura", tutta abitata da cittadini "originari". Si tratta dell'imbastardimento dei fiorentini dalle genti dei borghi limitrofi. Bisogna sottolineare che Dante fa riferimento ad alcuni individui colpevoli di ciò e non a interi popoli. Per esempio si riferisce a Baldo d'Aguglione in Val di Pesa, Bonifazio dei Morubaldini da Signa, entambi giuristi. Dante, dunque, non generalizza e piuttosto fa riferimento a responsabilità individuali precise. Semmai, il fenomeno che il discorso di Cacciaguida deplora è l'inurbamento come conseguenza del disfarsi dell'antica rete di castelli signorili in Toscana dopo la disfatta di Benevento. La responsabilità è attribuita alla Chiesa matrigna oppositrice del potere imperiale. I nuovi comuni dell'Italia settentrionale annettono ai propri territori i feudi delle grandi famiglie nobiliari che diventano di fatto cittadini del comune. Cacciaguida deplora la confusione delle nuovae città popolose, molto meno manegevoli e difficili da gestire delle piccole città a misura d'uomo. Tuttavia egli stesso è consapevole che le città "piccole" e a portata d'uomo non riescono a sottostare all'avanzare della storia: è il caso di città come Urbisaglia, Senigallia e Chiusi. Nel canto XVI la Firenze ideale del XV canto, cade di fronte all'impossibilità di tale mito. Anche Dante e Cacciaguida sanno che la storia non si ferma. Anche le città mutano, crescono e si "contaminano". Non resta che rimpiangere il passato e deplorare i tempi che cambiano, in particolare gli individui colpevoli di ciò. Dante è dunque un lodatore del passato ma lo supera sapendo che tutto deve morire e anche la Firenze del passato non può sottrarsi al destino comune dettato dall'avanzare della storia.
MUOIONO LE CITTA', MUOIONO LE SCHIATTE
Dante attraverso Cacciaguida afferma che le città cadono e allo stesso tempo, anche le famiglie (le schiatte) sono destinate a morire. Ciò che vuole affermare è che le casate che sono rispettate ed hanno un cognome importante potrebbero già non significare più nulla in futuro. Ciò che accade è che non nel breve periodo non ce ne accorgiamo, perché ci sembrano durare in eterno. Quest’affermazione era stata ripresa da Guicciardini nei suoi Ricordi. Vi sono dunque elencati una serie di nomi che nel corso della storia della storia di Firenze hanno significato qualcosa ma che col tempo si sono imoalliditi sempre di più fino a scomparire. Un esempio è la Famiglia della Pera, che dava il nome Alla porta Peruzza, dalla quale una volta si entrava a Firenze, famiglia che già ai tempi di Dante era quasi del tutto sparita.
AMIDEI, BUONDELMONTI E L'INIZIO DELLE FAIDE FIORENTINE
Cacciaguida narra uno degli avvenimenti storiografici della fondazione fiorentina, che ha portato alla divisione della città in guelfi e ghibellini. Intorno al 1215 durante una festa che celebra la nomina di cavaliere del messere Mazzingo Mazzinghi, vi fu uno screzio causato dallo scherzo del giullare che portò Bondelmonte dei Bondelmonte a ferire Oddo Arrighi. Le due famiglie si accordarono per risolvere la questione con un matrimonio, e Bondelmonte avrebbe sposato la fanciulla appartenente alla casa degli Amidi, nipote di Arrighi. Il giorno del matrimonio però si intromise Gualdrada Donati, che accusò Bondelmonte di aver accettato il matrimonio per viltà, egli così decise di rompere la propria promessa e di accettare in sposa la figlia dei Donati. La famiglia Amidei-Orrighi decide di vendicarsi e il giorno di Pasqua uccidono Bondelmonte sotto la statua di Marte “in capo a Ponte Vecchio”, e da questo momento iniziò la guerra che sconvolse Firenze tra i guelfi e i ghibellini. Il canto si chiude con l’immagine del giglio fiorentino, simbolo della città capovolto, in segno di sfregio sui campi di battaglia e mutato di colore (da bianco a rosso e lo sfondo da rosso a bianco) , infatti il giglio tramutatosi in vermiglio, per “division” aveva subito un cambiamento cromatico per il sangue fiorentino versato in battaglia
Cos'è il razzismo ?
Il termine razzismo indica un'ideologia, una teoria, una prassi politica e sociale fondata sull’arbitrario presupposto dell’esistenza di razze umane biologicamente e storicamente «superiori», destinate al comando, e di altre «inferiori», destinate alla sottomissione intesa con discriminazioni e persecuzioni contro di queste, e persino con il genocidio, a conservare la «purezza» e ad assicurare il predominio assoluto della pretesa razza superiore. Inteso, di conseguenza, come un complesso di manifestazioni o atteggiamenti di intolleranza originati da profondi e radicati pregiudizi sociali ed espressi attraverso forme di disprezzo ed emarginazione nei confronti di individui o gruppi appartenenti a comunità etniche e culturali diverse, ritenute inferiori.
La storia del razzismo
Nelson Mandela
KKK
Moti di Stonewall
Maria Paola Gaglione
BLM
LGBT
Martin Luther King Jr.
Shoah
George Floyd
Umanità: tra normalità e diversità
“Ogni uomo è fatto in un modo diverso, dico nella sua struttura fisica. È fatto in un modo diverso anche nella sua combinazione spirituale. Quindi tutti gli uomini sono a loro modo anormali. Tutti gli uomini sono, in un certo senso, in contrasto con la natura.” Parole di Giuseppe Ungaretti del 1965. Oggi, che rapporto c’è tra normalità e diversità ? Diversità è l’insieme delle caratteristiche di chi è percepito come “di-verso”, cioè che diverte, “si volge altrove, si allontana”. Ma da cosa di-verte la diversità ? Chi stabilisce ciò che è “normale” e ciò che è “diverso”? Da quale parametro è connotata la “normalità” da cui il diverso si allontana? Il fatto è che normalità e diversità descrivono la stessa cosa, sono due facce della stessa moneta, due parole “diverse ma uguali” che indicano lo stesso concetto: l’unicità, l’originalità, la particolarità, il portato irripetibile e dirompente di ciascun essere umano. Ogni uomo è fatto in un modo diverso, nella sua struttura fisica quanto nella sua struttura di pensiero. Quindi tutti gli uomini sono a loro modo a-normali, diversi per il fatto stesso di essere individui unici e irripetibili. Non esistono due persone che non siano diverse. La diversità è l’essenza di ciascun individuo e costituisce, di fatto, la sua normalità. La diversità, oggi come allora, è la normalità dell’essere umano. E’ normale essere diversi. E’ a-normale non esserlo. E’ disumano non volerlo vedere. La diversità è un dato di fatto, esiste in natura e non possiamo fingere che non ci sia, perché sarebbe come negare la natura stessa. La diversità non è una scelta. L’inclusione, però, è una scelta: è la volontà di gestire tale dato di realtà in modo da creare valore nel gruppo, nel complesso organizzativo, nella società. E come ogni processo decisionale, significa schierarsi, significa scegliere cosa “tagliare via”, significa avere il coraggio di mettere in discussione la cultura dominante. Significa avere il coraggio di rompere l’alibi del “Si è sempre fatto così” per chiedersi “Cosa possiamo fare di diverso, insieme?”. Occorre, quindi, decostruire il significato della parola “normalità” e cambiare le connotazioni negative di “diversità”.
Umanità: tra normalità e diversità
Trattando l’etimologia della parola, la normalità è un costrutto culturale riconducibile al latino, norma, sostantivo che indica “la squadra”, o “la regola”, lo strumento usato per misurare gli angoli retti, da cui normalis, nel senso di “perpendicolare” o “retto”. In questo senso, l'idea di normalità richiama quella di rettitudine, di esattezza, di regolarità. Si basa dunque sul principio della maggioranza, ciò cui corrisponde la maggior parte delle persone, creando un gruppo di norme più o meno esplicite e credenze più o meno implicite. L’impeto normativo spinge da sempre a definire la diversità in termini di ciò che si esclude e di chi viene escluso da quel gruppo perché i suoi caratteri distintivi sono lontani da quelli classificati come normali. Il problema di fondo è che si continua a intendere la diversità soprattutto come una non appartenenza a un gruppo “normale”, invece di un fenomeno intrinseco alla vita, in quanto basata su una differenza fra i caratteri distintivi dei membri di un gruppo. Questa negatività può anche derivare da ignoranza, disagio e portare ad atteggiamenti discriminatori. Essendo che la diversità va considerata come l’insieme delle potenzialità presenti in un ambiente, l’inclusione è il funzionamento di queste potenzialità e questo funzionamento dipende dalla capacità della scuola di dimostrare, nei suoi modelli organizzativi e operativi, la flessibilità necessaria per offrire esperienze e sfide da affrontare che siano appropriate , fornendo occasioni di apprendimento che siano significative, pertinenti e stimolanti per tutti. Occorre mettere a frutto interessi particolari e punti di forza, promuovere uguaglianza di opportunità e permettere a tutti di partecipare pienamente, in modo che ognuno possa sperimentare il successo, dimostrare di che cosa è capace e raggiungere i livelli di competenza più alti possibili.
Umanità: tra normalità e diversità
Bullismo: tra violenza e discriminazione
Con il termine bullismo s’intende definire un comportamento aggressivo ripetitivo nei confronti di chi non è in grado di difendersi. Solitamente, i ruoli del bullismo sono ben definiti: da una parte c’è il bullo, colui che attua dei comportamenti violenti fisicamente e/o psicologicamente e dall’altra parte la vittima, colui che invece subisce tali atteggiamenti. La sofferenza psicologica e l’esclusione sociale sono mirate a quelle persone che sono ritenute "diverse" e che tendono a non avere un rapporto sociale aperto con le persone che le circondano per motivi legati al prorpio io. Costoro si ritrovano a vestire il ruolo delle vittime subendo ripetute umiliazioni da coloro che invece ricoprono il ruolo di bullo. Le principali caratteristiche che permettono di definire un episodio con l’etichetta “bullismo” sono l’intenzionalità del comportamento aggressivo agito, la sistematicità delle azioni aggressive fino a divenire persecutorie (non basta un episodio perché vi sia bullismo) e l’asimmetria di potere tra vittima e persecutore. Spesso e volentieri, come già preannunciato, si parla proprio di una violenza sia fisica che psicologica, in cui entra in gioco la diversità fisica o caratteriale di un determinato individuo che viene di conseguenza preso di mira e schernito per essere "grosso", "basso", "brutto", "sfigato", "strano", "depresso" e così via, senza capire che non vi è un criterio di normalità per cui è possibile descrivere o giudicare una persona per l'essere se stessi.
Bullismo: tra violenza e discriminazione
Costituzione italiana
ARTICOLO 10
ARTICOLO 3
Leggi italiane
Legge Mancino
Ddl Zan
La legge 25 giugno 1993, n. 205 è un atto legislativo della Repubblica Italiana che sanziona e condanna frasi, gesti, azioni e slogan aventi per scopo l’incitamento all'odio, l'incitamento alla violenza, la discriminazione e la violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. La legge punisce anche l'utilizzo di emblemi o simboli. Emanata con il decreto legge 26 aprile 1993 n. 122 - convertito con modificazioni in legge 25 giugno 1993, n. 205 - è nota come legge Mancino, dal nome dell'allora Ministro dell'Interno che ne fu proponente (Nicola Mancino). Essa è oggi il principale strumento legislativo che l'ordinamento italiano offre per la repressione dei crimini d'odio e dell’incitamento all'odio.
Il Ddl Zan è un disegno di Legge contro l’omobitransfobia e la misoginia, recante misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità. Dopo l’approvazione del 4 novembre 2020 alla Camera – con 265 voti favorevoli, 193 contrari e 1 astenuto – si è tornato a parlare dopo la decisione della Commissione Giustizia di rinviarne l’esame in Senato. Il 30 marzo 2021 era prevista una riunione dell’Ufficio di presidenza, annullata dalla Lega. Il Senatore Pillon nella giornata del 31 marzo 2021 ha valutato come “non prioritaria” la legge Zan. Di seguito, fu calendarizzato in Senato – con 13 sì e 11 no – dopo ben 1091 giorni dal suo arrivo in Parlamento. Se venisse approvato, il provvedimento istituirebbe il carcere (e multe fino a 6 mila euro) per chi commette atti discriminatori sulla base dell’orientamento sessuale, di genere e sulla disabilità.
Collegamenti interdisciplinari
Oscar Wilde.Scrittore e drammaturgo inglese, processato e arrestatoper la sua omosessaulità.
Primo Levi.Scrittore e chimico italiano, deportato ad Auschwitz per la sua origine ebrea.
Pierpaolo Pasolini.Regista, sceneggiatore, attore, poeta, scrittore, drammaturgo, giornalista e filosofo italiano, ucciso per la sua omosessaulità.
Collegamenti interdisciplinari
L'ANTISEMITISMOLa comunità di popolo concepita da Hitler era una “nazione di sangue” che doveva lottare per preservare la propria purezza. La razza ariana era superiore mentre quelli inferiori per eccellenza erano gli ebrei, accusati dei peggiori vizi dell'umanità, ma soprattutto propensi a ibridarsi per contaminare le altre razze. Con la vittoria del nazismo, l'antisemitismo divenne una politica di Stato. Cominciarono atti di ostilità come il boicottaggio di negozi di ebrei, insieme una serie di discriminazioni. Con le cosiddette leggi di Norimberga venne legata da parità dei diritti agli ebrei, che furono ridotti a sudditi. L'apice si raggiunse durante la notte dei cristalli, tra l’8 e il 9 novembre 1938, quando le autorità naziste alimentarono la popolazione e le violenze contro gli ebrei. Durante la notte verranno distrutte vetrine dei negozi di commercianti ebrei e date alle fiamme le loro abitazioni. Gli ebrei non uccisi vennero arrestati e deportati nei campi di concentramento. I campi di concentramento, inizialmente nati come luoghi nei quali relegare gli avversari politici, erano luoghi sottratti a qualsiasi giurisdizione legale. Erano gestiti dalle SS e il primo fu a Dachau. Nei lager erano sottoposti a lavori tra violenze e stenti. Il campo di concentramento cancellava la dignità dei detenuti, che venivano qualificati untermensch, “subumani”.
Il razzismo nel cinema
La vita è bella, 1997.
Il colore viola, 1985.
Il bambino col pigiama a righe, 2008.
Moonlight, 2016.
La diseducazione di Cameron Post, 2018.
The Help, 2012.
Il razzismo nei social network
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Papa Francesco, 03/06/2020
Fedez, 01/05/2021
L'Italia a confronto
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Il razzismo
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IL RAZZISMO
IL RAZZISMO
7. Collegamenti interdisciplinari
1. Canto XVI. Paradiso
8. Il razzismo nel cinema
2. Cos'è il razzismo ?
3. La storia del razzismo
9. Il razzismo nei social network
4. Umanità: tra normalità e diversita
10. Discorsi motivazionali per la giustizia
11. L'Italia a confronto
5. Bullismo: tra violenza e discriminazione
12. Fine
6. Politica in Italia: Costituzione e Leggi
Canto XVI
PARADISOLuogo: cielo di Marte Intelligenze motrici: Virtù Beati: spiriti militanti Visione: rossi splendori in una candida croce greca.
Trama
Il XVI canto del paradiso è un canto demografico, infatti dopo la rievocazione della Firenze antica del XV canto, ora Dante vuole sapere cose precise come la data di nascita di Cacciaguida e le sue discendenze; o riguardo le famiglie più antiche di Firenze e quanti fossero gli abitanti della Firenze Antica. La risposte di Cacciaguida si articolano in 4 tempi, inizialmente risponde alle domande sulla sua vita privata, egli fornisce la propria data di nascita, 1091 e alcune notizie riguardo i suoi antenati. Successivamente risponde riguardo il computo della popolazione della Firenze antica, si trattava circa di 18 mila abitanti, Cacciaguida ne da una stizzita deplorazione riguardo l’incremento di popolazione che nel trecento contava circa trentatré mila abitanti, egli infatti avrebbe preferito che la popolazione fosse rimasta quella senza aprirsi alla “confusion de le persone”. Nel terzo momento della risposta Cacciaguida deplora il gonfiarsi malsano della città, ma in realtà il suo discorso generalizzato non è contro delle categorie specifiche di persone, ma contro individui particolari responsabili di crimini specifici. Egli inoltre sa benissimo che le città sono destinate a mutare, crescere e morire, per questo la Firenze del mito non era destinata a rimanere ciò che era, forse quindi non è corretto intendere la sua critica all’incremento della popolazione fiorentina come un moto razzista, ma come un sintomo della malinconia fiorentina. Legata a questo sentimento è il quarto momento della risposta di Cacciaguida, ovvero una rassegna di cognomi di famiglie fiorentine, rispettabili nella Firenze antica ma che ormai sono andati quasi dimenticati. Un esempio è dato dalla memoria della faida tra Amidei e Bondelmonti, che stando al mito hanno contribuito alla divisione della città in guelfi e ghibellini e alle successive battaglie che ne seguirono. Infine il canto si conclude con l’immagine del gonfalone fiorentino trascinato nella polvere e asservito alle rivalità di una città riscossa, che introduce all’ultimo canto dedicato a Cacciaguida in cui verrà svelato il motivo della missione di Dante.
DANTE E LA NOBILTÀ Dopo la chiusa del canto precedente, Dante apprende da Cacciaguida che la sua non è semplicemente una discendenza nobiliare, infatti a questa nobiltà è stata aggiunta la grandezza del martirio cristiano. È dunque una tradizione che andava avanti con gloria nella dinastia Alighieri, ecco perché anche lo stesso poeta ne ammette il compiacimento, la fierezza di farne parte; e questo orgoglio non è per nulla scontato, visto che anche in passato Dante era stato protagonista di forti polemiche contro la nobiltà e contro la ricchezza. In seguito sará infatti lui stesso a confessare nel Paradiso di essere caduto in questa esaltazione nobiliare. Ad esempio nel IV trattato del convivio ricordiamo come il poeta attaccò duramente il pregiudizio che la nobiltà si traduce unicamente in ricchezze e costumi; la sua idea era sempre stata riconducibile a quella di Guinizzelli, secondo cui la vera nobiltà non è quella dei beni materiali, delle ricchezze, ma quella appartenente all’animo e quindi al cuore( cor gentile rempaira sempre amore). Ecco perché Dante intende puntualizzare come il suo orgoglio non sia affatto permanente ma momentaneo, continuando a mantenere quei principi secondo cui i meriti individuali superano la tradizione e i privilegi dell’aristocrazia. Nonostante ciò è la stessa Beatrice a far notare come il poeta passando dal “tu” al “voi” si dimostra quanto più che mai umano, mostrando un forte stupore che come dice Beatrice, ricorda la prima dichiarazione d’amore fra Ginevra e il suo cavaliere. QUATTRO DOMANDE DI DANTE Nell’entusiasmo provato da Dante nel porsi dinanzi al suo antenato scattano nel poeta quattro domande volte alla conoscenza approfondita della famiglia e in generale della città di Firenze. Chiede infatti a Cacciaguida chi furono i suoi antenati, quando nacque, quanti erano numericamente parlando gli abitanti fiorentini e chi erano i cittadini più in vista di quel periodo. La risposta di Cacciaguida come vedremo seguirà un un linguaggio diverso, un fiorentino arcaico volto al richiamo quei tempi; si evidenzia quindi la capacità di Dante di dare importanza alla lingua, al modo in cui cambiano così che, come in questo caso, il narratore possa descrivere perfettamente la Firenze di Cacciaguida.
DEMOGRAFIA DELLA FIRENZE ANTICA Cacciaguida precisa il suo anno di nascita (dalla nascita di Cristo, Marte aveva compiuto 580 volte il passaggio nella costellazione del Leone), cioè il 1091. Abitava al tempo nel sestiere di San Piero (ciascuna delle sei parti in cui sono suddivise alcune città italiane), all'imboccatura dell'odierna via degli Speziali. Non intende parlare degli antenati, forse perchè lo stesso Dante non avesse abbastanza informazioni e quindi non sapevo cosa far dire all'antenato. Fu un crociato, cavaliere, membro della nobiltà fiorentina. Dante chiese a Cacciaguida quanti fossero allora i fiorentini. Egli risponde il quinto della Firenze di Dante, cioè non più di seimila uomini in grado di portare le armi, e diciottomila abitanti considerando donne, vecchi e bambini. FIRENZE IMBASTARDITA In seguito comincia la parte più problematica del discorso di Cacciaguida, la sua volontà di una Firenze "pura", tutta abitata da cittadini "originari". Si tratta dell'imbastardimento dei fiorentini dalle genti dei borghi limitrofi. Bisogna sottolineare che Dante fa riferimento ad alcuni individui colpevoli di ciò e non a interi popoli. Per esempio si riferisce a Baldo d'Aguglione in Val di Pesa, Bonifazio dei Morubaldini da Signa, entambi giuristi. Dante, dunque, non generalizza e piuttosto fa riferimento a responsabilità individuali precise. Semmai, il fenomeno che il discorso di Cacciaguida deplora è l'inurbamento come conseguenza del disfarsi dell'antica rete di castelli signorili in Toscana dopo la disfatta di Benevento. La responsabilità è attribuita alla Chiesa matrigna oppositrice del potere imperiale. I nuovi comuni dell'Italia settentrionale annettono ai propri territori i feudi delle grandi famiglie nobiliari che diventano di fatto cittadini del comune. Cacciaguida deplora la confusione delle nuovae città popolose, molto meno manegevoli e difficili da gestire delle piccole città a misura d'uomo. Tuttavia egli stesso è consapevole che le città "piccole" e a portata d'uomo non riescono a sottostare all'avanzare della storia: è il caso di città come Urbisaglia, Senigallia e Chiusi. Nel canto XVI la Firenze ideale del XV canto, cade di fronte all'impossibilità di tale mito. Anche Dante e Cacciaguida sanno che la storia non si ferma. Anche le città mutano, crescono e si "contaminano". Non resta che rimpiangere il passato e deplorare i tempi che cambiano, in particolare gli individui colpevoli di ciò. Dante è dunque un lodatore del passato ma lo supera sapendo che tutto deve morire e anche la Firenze del passato non può sottrarsi al destino comune dettato dall'avanzare della storia.
MUOIONO LE CITTA', MUOIONO LE SCHIATTE Dante attraverso Cacciaguida afferma che le città cadono e allo stesso tempo, anche le famiglie (le schiatte) sono destinate a morire. Ciò che vuole affermare è che le casate che sono rispettate ed hanno un cognome importante potrebbero già non significare più nulla in futuro. Ciò che accade è che non nel breve periodo non ce ne accorgiamo, perché ci sembrano durare in eterno. Quest’affermazione era stata ripresa da Guicciardini nei suoi Ricordi. Vi sono dunque elencati una serie di nomi che nel corso della storia della storia di Firenze hanno significato qualcosa ma che col tempo si sono imoalliditi sempre di più fino a scomparire. Un esempio è la Famiglia della Pera, che dava il nome Alla porta Peruzza, dalla quale una volta si entrava a Firenze, famiglia che già ai tempi di Dante era quasi del tutto sparita. AMIDEI, BUONDELMONTI E L'INIZIO DELLE FAIDE FIORENTINE Cacciaguida narra uno degli avvenimenti storiografici della fondazione fiorentina, che ha portato alla divisione della città in guelfi e ghibellini. Intorno al 1215 durante una festa che celebra la nomina di cavaliere del messere Mazzingo Mazzinghi, vi fu uno screzio causato dallo scherzo del giullare che portò Bondelmonte dei Bondelmonte a ferire Oddo Arrighi. Le due famiglie si accordarono per risolvere la questione con un matrimonio, e Bondelmonte avrebbe sposato la fanciulla appartenente alla casa degli Amidi, nipote di Arrighi. Il giorno del matrimonio però si intromise Gualdrada Donati, che accusò Bondelmonte di aver accettato il matrimonio per viltà, egli così decise di rompere la propria promessa e di accettare in sposa la figlia dei Donati. La famiglia Amidei-Orrighi decide di vendicarsi e il giorno di Pasqua uccidono Bondelmonte sotto la statua di Marte “in capo a Ponte Vecchio”, e da questo momento iniziò la guerra che sconvolse Firenze tra i guelfi e i ghibellini. Il canto si chiude con l’immagine del giglio fiorentino, simbolo della città capovolto, in segno di sfregio sui campi di battaglia e mutato di colore (da bianco a rosso e lo sfondo da rosso a bianco) , infatti il giglio tramutatosi in vermiglio, per “division” aveva subito un cambiamento cromatico per il sangue fiorentino versato in battaglia
Cos'è il razzismo ?
Il termine razzismo indica un'ideologia, una teoria, una prassi politica e sociale fondata sull’arbitrario presupposto dell’esistenza di razze umane biologicamente e storicamente «superiori», destinate al comando, e di altre «inferiori», destinate alla sottomissione intesa con discriminazioni e persecuzioni contro di queste, e persino con il genocidio, a conservare la «purezza» e ad assicurare il predominio assoluto della pretesa razza superiore. Inteso, di conseguenza, come un complesso di manifestazioni o atteggiamenti di intolleranza originati da profondi e radicati pregiudizi sociali ed espressi attraverso forme di disprezzo ed emarginazione nei confronti di individui o gruppi appartenenti a comunità etniche e culturali diverse, ritenute inferiori.
La storia del razzismo
Nelson Mandela
KKK
Moti di Stonewall
Maria Paola Gaglione
BLM
LGBT
Martin Luther King Jr.
Shoah
George Floyd
Umanità: tra normalità e diversità
“Ogni uomo è fatto in un modo diverso, dico nella sua struttura fisica. È fatto in un modo diverso anche nella sua combinazione spirituale. Quindi tutti gli uomini sono a loro modo anormali. Tutti gli uomini sono, in un certo senso, in contrasto con la natura.” Parole di Giuseppe Ungaretti del 1965. Oggi, che rapporto c’è tra normalità e diversità ? Diversità è l’insieme delle caratteristiche di chi è percepito come “di-verso”, cioè che diverte, “si volge altrove, si allontana”. Ma da cosa di-verte la diversità ? Chi stabilisce ciò che è “normale” e ciò che è “diverso”? Da quale parametro è connotata la “normalità” da cui il diverso si allontana? Il fatto è che normalità e diversità descrivono la stessa cosa, sono due facce della stessa moneta, due parole “diverse ma uguali” che indicano lo stesso concetto: l’unicità, l’originalità, la particolarità, il portato irripetibile e dirompente di ciascun essere umano. Ogni uomo è fatto in un modo diverso, nella sua struttura fisica quanto nella sua struttura di pensiero. Quindi tutti gli uomini sono a loro modo a-normali, diversi per il fatto stesso di essere individui unici e irripetibili. Non esistono due persone che non siano diverse. La diversità è l’essenza di ciascun individuo e costituisce, di fatto, la sua normalità. La diversità, oggi come allora, è la normalità dell’essere umano. E’ normale essere diversi. E’ a-normale non esserlo. E’ disumano non volerlo vedere. La diversità è un dato di fatto, esiste in natura e non possiamo fingere che non ci sia, perché sarebbe come negare la natura stessa. La diversità non è una scelta. L’inclusione, però, è una scelta: è la volontà di gestire tale dato di realtà in modo da creare valore nel gruppo, nel complesso organizzativo, nella società. E come ogni processo decisionale, significa schierarsi, significa scegliere cosa “tagliare via”, significa avere il coraggio di mettere in discussione la cultura dominante. Significa avere il coraggio di rompere l’alibi del “Si è sempre fatto così” per chiedersi “Cosa possiamo fare di diverso, insieme?”. Occorre, quindi, decostruire il significato della parola “normalità” e cambiare le connotazioni negative di “diversità”.
Umanità: tra normalità e diversità
Trattando l’etimologia della parola, la normalità è un costrutto culturale riconducibile al latino, norma, sostantivo che indica “la squadra”, o “la regola”, lo strumento usato per misurare gli angoli retti, da cui normalis, nel senso di “perpendicolare” o “retto”. In questo senso, l'idea di normalità richiama quella di rettitudine, di esattezza, di regolarità. Si basa dunque sul principio della maggioranza, ciò cui corrisponde la maggior parte delle persone, creando un gruppo di norme più o meno esplicite e credenze più o meno implicite. L’impeto normativo spinge da sempre a definire la diversità in termini di ciò che si esclude e di chi viene escluso da quel gruppo perché i suoi caratteri distintivi sono lontani da quelli classificati come normali. Il problema di fondo è che si continua a intendere la diversità soprattutto come una non appartenenza a un gruppo “normale”, invece di un fenomeno intrinseco alla vita, in quanto basata su una differenza fra i caratteri distintivi dei membri di un gruppo. Questa negatività può anche derivare da ignoranza, disagio e portare ad atteggiamenti discriminatori. Essendo che la diversità va considerata come l’insieme delle potenzialità presenti in un ambiente, l’inclusione è il funzionamento di queste potenzialità e questo funzionamento dipende dalla capacità della scuola di dimostrare, nei suoi modelli organizzativi e operativi, la flessibilità necessaria per offrire esperienze e sfide da affrontare che siano appropriate , fornendo occasioni di apprendimento che siano significative, pertinenti e stimolanti per tutti. Occorre mettere a frutto interessi particolari e punti di forza, promuovere uguaglianza di opportunità e permettere a tutti di partecipare pienamente, in modo che ognuno possa sperimentare il successo, dimostrare di che cosa è capace e raggiungere i livelli di competenza più alti possibili.
Umanità: tra normalità e diversità
Bullismo: tra violenza e discriminazione
Con il termine bullismo s’intende definire un comportamento aggressivo ripetitivo nei confronti di chi non è in grado di difendersi. Solitamente, i ruoli del bullismo sono ben definiti: da una parte c’è il bullo, colui che attua dei comportamenti violenti fisicamente e/o psicologicamente e dall’altra parte la vittima, colui che invece subisce tali atteggiamenti. La sofferenza psicologica e l’esclusione sociale sono mirate a quelle persone che sono ritenute "diverse" e che tendono a non avere un rapporto sociale aperto con le persone che le circondano per motivi legati al prorpio io. Costoro si ritrovano a vestire il ruolo delle vittime subendo ripetute umiliazioni da coloro che invece ricoprono il ruolo di bullo. Le principali caratteristiche che permettono di definire un episodio con l’etichetta “bullismo” sono l’intenzionalità del comportamento aggressivo agito, la sistematicità delle azioni aggressive fino a divenire persecutorie (non basta un episodio perché vi sia bullismo) e l’asimmetria di potere tra vittima e persecutore. Spesso e volentieri, come già preannunciato, si parla proprio di una violenza sia fisica che psicologica, in cui entra in gioco la diversità fisica o caratteriale di un determinato individuo che viene di conseguenza preso di mira e schernito per essere "grosso", "basso", "brutto", "sfigato", "strano", "depresso" e così via, senza capire che non vi è un criterio di normalità per cui è possibile descrivere o giudicare una persona per l'essere se stessi.
Bullismo: tra violenza e discriminazione
Costituzione italiana
ARTICOLO 10
ARTICOLO 3
Leggi italiane
Legge Mancino
Ddl Zan
La legge 25 giugno 1993, n. 205 è un atto legislativo della Repubblica Italiana che sanziona e condanna frasi, gesti, azioni e slogan aventi per scopo l’incitamento all'odio, l'incitamento alla violenza, la discriminazione e la violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. La legge punisce anche l'utilizzo di emblemi o simboli. Emanata con il decreto legge 26 aprile 1993 n. 122 - convertito con modificazioni in legge 25 giugno 1993, n. 205 - è nota come legge Mancino, dal nome dell'allora Ministro dell'Interno che ne fu proponente (Nicola Mancino). Essa è oggi il principale strumento legislativo che l'ordinamento italiano offre per la repressione dei crimini d'odio e dell’incitamento all'odio.
Il Ddl Zan è un disegno di Legge contro l’omobitransfobia e la misoginia, recante misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità. Dopo l’approvazione del 4 novembre 2020 alla Camera – con 265 voti favorevoli, 193 contrari e 1 astenuto – si è tornato a parlare dopo la decisione della Commissione Giustizia di rinviarne l’esame in Senato. Il 30 marzo 2021 era prevista una riunione dell’Ufficio di presidenza, annullata dalla Lega. Il Senatore Pillon nella giornata del 31 marzo 2021 ha valutato come “non prioritaria” la legge Zan. Di seguito, fu calendarizzato in Senato – con 13 sì e 11 no – dopo ben 1091 giorni dal suo arrivo in Parlamento. Se venisse approvato, il provvedimento istituirebbe il carcere (e multe fino a 6 mila euro) per chi commette atti discriminatori sulla base dell’orientamento sessuale, di genere e sulla disabilità.
Collegamenti interdisciplinari
Oscar Wilde.Scrittore e drammaturgo inglese, processato e arrestatoper la sua omosessaulità.
Primo Levi.Scrittore e chimico italiano, deportato ad Auschwitz per la sua origine ebrea.
Pierpaolo Pasolini.Regista, sceneggiatore, attore, poeta, scrittore, drammaturgo, giornalista e filosofo italiano, ucciso per la sua omosessaulità.
Collegamenti interdisciplinari
L'ANTISEMITISMOLa comunità di popolo concepita da Hitler era una “nazione di sangue” che doveva lottare per preservare la propria purezza. La razza ariana era superiore mentre quelli inferiori per eccellenza erano gli ebrei, accusati dei peggiori vizi dell'umanità, ma soprattutto propensi a ibridarsi per contaminare le altre razze. Con la vittoria del nazismo, l'antisemitismo divenne una politica di Stato. Cominciarono atti di ostilità come il boicottaggio di negozi di ebrei, insieme una serie di discriminazioni. Con le cosiddette leggi di Norimberga venne legata da parità dei diritti agli ebrei, che furono ridotti a sudditi. L'apice si raggiunse durante la notte dei cristalli, tra l’8 e il 9 novembre 1938, quando le autorità naziste alimentarono la popolazione e le violenze contro gli ebrei. Durante la notte verranno distrutte vetrine dei negozi di commercianti ebrei e date alle fiamme le loro abitazioni. Gli ebrei non uccisi vennero arrestati e deportati nei campi di concentramento. I campi di concentramento, inizialmente nati come luoghi nei quali relegare gli avversari politici, erano luoghi sottratti a qualsiasi giurisdizione legale. Erano gestiti dalle SS e il primo fu a Dachau. Nei lager erano sottoposti a lavori tra violenze e stenti. Il campo di concentramento cancellava la dignità dei detenuti, che venivano qualificati untermensch, “subumani”.
Il razzismo nel cinema
La vita è bella, 1997.
Il colore viola, 1985.
Il bambino col pigiama a righe, 2008.
Moonlight, 2016.
La diseducazione di Cameron Post, 2018.
The Help, 2012.
Il razzismo nei social network
TikTok
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Papa Francesco, 03/06/2020
Fedez, 01/05/2021
L'Italia a confronto
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