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IRAQ GEOGRAFIA
mariavittoria giulianelli
Created on May 3, 2021
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iraq
Bambini Giorgio, Lombardelli Matilde, Giulianelli Mariavittoria
aLL'INTERNO DELL'IRAQ
L'Iraq è uno Stato dell'Asia occidentale che confina con Turchia a nord, Arabia Saudita e Kuwait a sud, Siria e Giordania a ovest e Iran a est. A sud-est per un breve tratto è bagnato dal Golfo Persico. Il territorio dell'Iraq corrisponde approssimativamente al territorio dell'antica Mesopotamia, la "terra dei fiumi" (Bilād al-Rafidayn in arabo), mentre il nome attuale deriva dal persiano eraq, ossia "terre basse" (in contrapposizione all'altopiano iranico). La capitale è Baghdad. Possiede la terza riserva di petrolio più grande al mondo. Per circa 25 anni (16 luglio 1979 – 9 aprile 2003) il Paese è stato governato da Saddam Hussein. In seguito alla caduta di questo avvenuta nel 2003, l'Iraq è divenuto nel 2005 una repubblica parlamentare federale sotto l'influenza e il controllo degli Stati Uniti d'America. Tra il 2014 e Dicembre 2017 la parte occidentale del Paese è rimasta sotto il controllo dello Stato Islamico, gruppo fondamentalista jihadista, in guerra col governo centrale.
La presa di potere di Saddam Hussein
Nel 1977 iniziarono manovre di riavvicinamento fra Egitto ed Israele e la Lega araba reagì richiedendo una maggiore coesione fra i paesi membri. L'Iraq di al-Bakr e la Siria di Ḥāfiẓ al-Asad (anch'egli del partito Baʿth) cominciarono ad avere maggiore sintonia, malgrado in entrambi i paesi stessero consolidandosi forti opposizioni dei gruppi fondamentalisti religiosi, come i Fratelli musulmani. Il 12 luglio 1979 fu arrestato il segretario del consiglio della rivoluzione, Muḥyi ʿAbd al-Ḥusayn al-Mašhadī. Il 16 al-Bakr rassegnò le sue dimissioni, ufficialmente per motivi di salute, e il suo posto fu preso da Saddam Hussein, il quale il successivo 28 annunciò di aver sventato un tentativo di golpe organizzato da al-Mašhadī e da altri esponenti del partito Baʿth, tra i quali diversi altri componenti del Consiglio della rivoluzione. Il tentativo, dichiarò il nuovo presidente, sarebbe stato finanziato dalla Siria; un tribunale speciale fece giustiziare 22 cospiratori e ne fece arrestare molti altri. Nel frattempo il giovane governo sciita di Khomeini aveva preso posizione contro il partito Baʿth, giudicato troppo secolare, e la tensione con l'Iraq crebbe rapidamente, alimentata da scaramucce di confine], ma soprattutto dai proclami dell'Ayatollah, che dopo aver costituito il suo paese in "repubblica islamica", sostenne la necessità di esportarne il modello anche negli altri paesi arabi, Iraq in testa. Il 17 settembre 1980, preparato il terreno con una campagna di informazione sui media iraniani in cui sosteneva che la regione del Khuzistan intendesse riunirsi con l'Iraq, Saddam Hussein ruppe il trattato del 1975, accusando Teheran di averlo ripetutamente violato.
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La guerra con l'Iran
Il 21 settembre 1980 truppe irachene invasero l'Iran. Nel giro di poche ore l'aviazione iraniana bombardò basi militari ed altri obiettivi strategici iracheni. La guerra fu subito assai cruenta ed il 28 settembre il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite richiese un "cessate il fuoco", cui Saddam Hussein si disse disposto a convenire a patto che Khomeini facesse altrettanto; ma Teheran rispose negativamente e la guerra continuò. Stati esterni si interessarono del conflitto, e fra questi Israele, in un inedito appoggio all'Iran per conto del quale avrebbe poi mandato la sua aviazione a bombardare l'Iraq nell'operazione Babilonia. Naturalmente, i possibili riflessi sull'approvvigionamento petrolifero sarebbero stati tenuti nel debito conto. Si è anche ipotizzato che in ogni caso la guerra avrebbe avvantaggiato l'Occidente, eliminando uno dei due scomodi regimi ed indebolendo l'altro, che sarebbe risultato così più facile da contrastare. Saddām intanto provò a strozzare il traffico petrolifero marittimo, rendendo estremamente rischiosa la distribuzione del petrolio, con cui veniva finanziato l'acquisto di armi, e Teheran rispose tra la fine del febbraio e il marzo 1984 con la fallita "Operazione Khaybar", non prima però di aver conquistato le isole Majnūn (particolarmente ricche di giacimenti petroliferi) e con l'intensificazione delle operazioni nel Nord-Est iracheno, in prossimità dei confini turchi, effettuate insieme ai locali curdi. Sia in risposta a questi attacchi iraniani sia nelle controffensive irachene alle azioni della guerriglia curda, fu fatto diffuso ricorso alle armi chimiche; le vittime di questo tipo di armi furono ingenti e colpirono in particolare la popolazione curda[98].
Il 20 giugno 1987 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite emanò la risoluzione 598[102], votata all'unanimità, con la quale i contendenti erano invitati ad un immediato "cessate il fuoco" ed a sedersi ad un tavolo di trattative per la pace. Di nuovo Saddam Hussein si disse disposto ad accettare se l'Iran avesse fatto altrettanto, ma di nuovo così non fu; in realtà l'Iran non accettò né rifiutò, ma pretese il riconoscimento dell'Iraq come paese aggressore. La guerra continuò, ed anche gli Stati Uniti attaccarono navi e impianti iraniani; ridotti allo stremo (soprattutto l'Iran), i due belligeranti addivennero finalmente a una tregua il 20 agosto 1988 con l'accettazione iraniana della risoluzione. L'ONU inviò sul posto una forza appositamente creata]; le trattative si condussero lungamente a Ginevra fra i rispettivi ministri degli esteri, ma mentre l'Iraq poneva come condizione preliminare il rilascio dei prigionieri, l'Iran pretendeva invece l'abbandono dei territori occupati
LA PRIMA GUERRA DEL GOLFO
lE CAUSE CHE HANNO SCATENATO IL CONFLITTO
Nel 1990 l’Iraq, a due anni dalla fine del conflitto con l’Iran, era impoverito e colpito da una forte disoccupazione. In più il Paese doveva circa 74 miliardi di dollari ai paesi del Golfo (tra cui il Kuwait), i quali esigevano la restituzione integrale del debito. Hussein ha due strade: dichiarare il default o fare la guerra. Sceglie la seconda opzione. Infatti, in una lettera inviata alla Lega Araba, il presidente invoca la cancellazione del debito in virtù dell’impegno profuso dal suo Paese nella guerra contro l’Iran, una potenza integralista che minaccia gli Stati della regione. Inoltre accusa il Kuwait di aver estratto illegalmente petrolio dai pozzi lungo il confine e di aver violato gli accordi sui prezzi del greggio in combutta con gli altri Paesi del Golfo. Pochi giorni dopo, 100mila soldati iracheni sono già assiepati alla frontiera e pronti a invadere Kuwait City. L’Occidente ha gli occhi puntati sulle mosse di Saddam: il Kuwait possiede il 20% dei giacimenti petroliferi mondiali e una campagna di annessioni rischiava di fare dell’Iraq una vera potenza non solo regionale. In ballo infatti c'era la geografia stabilita con la pace di Parigi, con un vicino Oriente non più “balcanizzato”.
Così, Il 2 Agosto 1990 l'Iraq invase il Kuwait ed il 7 Agosto, il presidente americano George Bush, decise di inviare delle truppe militari, necessarie a fermare l'avanzata degli iracheni. Nel gennaio del 1991 inizia il conflitto aereo che viene trasmesso in diretta da tutte le TV mondiali. Bombe e missili furono lanciati su obbiettivi sensibili dell'Iraq e del Kuwait. Il 24 Febbraio iniziò l'operazione via terra, denominata "Desert Storm" (tempesta nel deserto), che terminerà con la liberazione del Kuwait in soli 3 giorni. Il 28 Febbraio 1991 l'Iraq si ritirò dal Kuwait, dopo aver incendiato oltre 700 pozzi petroliferi! Il conflitto vero e proprio è durato, in tutto, 42 giorni. La prima Guerra del Golfo fu quindi una guerra “lampo”, vinta dagli Stati Uniti, che costrinsero l’Iraq a rinunciare alla produzione delle armi di distruzione di massa, costruirono delle basi militari USA nei territori circostanti e furono create due no-fly zones (due "corridoi" aerei che non potevano essere sorvolati dagli aerei iracheni) e imposero delle sanzioni economiche all’Iraq con lo scopo di indebolire il paese e sfavorirne il riarmo. Il 6 aprile gli iracheni firmarono la fine delle ostilità: accettarono di pagare al Kuwait il risarcimento dei danni, di rivelare l'ubicazione e l'entità delle proprie riserve di armi chimiche e batteriologiche, nonché di smantellare i propri arsenali. In seguito, però, gli ispettori dell'ONU lamentarono che il governo di Baghdad ostacolava il loro lavoro di controllo in merito all'adempimento delle condizioni di pace: l'ONU decise perciò l'embargo economico contro l'Iraq, che in seguito, pur con lievi attenuazioni, avrebbe comunque condotto il paese sull'orlo del collasso.
La seconda guerra del golfo
Dal 1991 in poi, tra Iraq e Stati Uniti c'è stata sempe grande tensione, infatti non solo si sono imposte sanzioni economiche dopo la sconfitta irachena in Kuwait, ma anche altri raid ordinati dagli Usa contro Saddam. Inoltre le cose peggiorarono con l’avvento alla Casa Bianca di George W. Bush a seguito dell’attentato terroristico dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle, dopo la guerra lanciata in Afghanistan per cacciare i Talebani da Kabul, rei di difendere Osama Bin Laden e dunque l’autore dell’attacco alle Torri Gemelle, si è subito capito che il prossimo bersaglio americano sarebbe stato Saddam Hussein. Già nella primavera del 2002 infatti, l'USA stava andando in cerca di un piano per attaccare l’Iraq. Secondo Casa Bianca e Pentagono, Saddam Hussein rappresentava dunque un pericolo per la stabilità globale per via dei suoi presunti rapporti con il terrorismo islamico e per l’ambizione di costruire armi di distruzione di massa. Ecco perchè si è ben intuito come gli Usa oramai fossero pronti soltanto all’opzione militare, nonostante il consiglio di sicurezza dell’Onu sulla base dei rapporti degli ispettori fosse di parere opposto.
Nonostante la Turchia non avesse dato il suo benestare per lo stanziamento della fanteria Usa, da Washington hanno sfruttato l’astio dei curdi nei confronti di Saddam Hussein per penetrare ugualmente nel nord dell’Iraq. La minoranza curda infatti, da anni era impegnata nella rivendicazione di autonomia da Baghdad, negata da sempre dal governo centrale iracheno guidato dal partito Baath. Per questo, gli americani sono riusciti ad instaurare un’alleanza politica con le forze curde ed hanno stretto accordi militari con i combattenti curdo – iracheni.Le forze Usa, hanno avuto quindi facilità ad entrare nel nord dell’Iraq. La resistenza delle forze legate a Saddam Hussein nel Kurdistan iracheno è stata nulla, Ma è comunque da sud che statunitensi e britannici hanno principalmente puntato per entrare a Baghdad. Se a nord la coalizione a guida Usa ha trovato i curdi, nella parte meridionale dell’Iraq invece si è puntato sulle divisioni tra sciiti e sunniti. Questi ultimi costituiscono una minoranza nel Paese, ma al potere in quanto lo stesso Saddam Hussein era sunnita. Il 9 aprile invece, i mezzi dell’esercito Usa sono entrati definitivamente a Baghdad.
Con la caduta di Baghdad, nel resto dell’Iraq è venuta meno ogni resistenza da parte dell’esercito rimasto fedele a Saddam Hussein. Le truppe regolari irachene di fatto si sono frettolosamente sciolte, lasciando campo libero ai soldati avversari. Il 10 aprile curdi ed americani sono entrati nell’importante città petrolifera di Kirkuk, il 12 aprile invece a cadere è stata Mosul, terza città più grande del Paese. A sud, gli inglesi sono entrati definitivamente a Bassora. L’ultima importante città a cadere è stata Tikrit, centro natale di Saddam, da cui le forze irachene sono andate via il 15 aprile. Il 1 maggio il presidente americano George W. Bush, ha dichiarato ufficialmente la fine della guerra in Iraq. Oramai l’intero Paese era in mano americana, con Saddam Hussein messo definitivamente fuori dai giochi.
le origini del popolo curdo
I curdi discendono dai Medi, un popolo che nel VII secolo a.C. si diresse dall'Asia centrale verso i monti dell'Iran. Tra il 1169 e il 1250 una dinastia curda regnò in tutto il Medio Oriente musulmano. Nella metà del Cinquecento Selim il Crudele si impegnò a riconoscere uno Stato curdo. All'inizio del XVI secolo il Kurdistan venne diviso tra ottomani e persiani. Nel XIX secolo quasi tutto il territorio curdo passò sotto la dominazione ottomana, e a partire dai primi anni del '900 i turchi cominciarono una politica repressiva nei confronti delle popolazioni conquistate.
Oggi i curdi rappresentano il quarto gruppo etnico più grande del Medio Oriente, a maggioranza sunnita. La loro popolazione è stimata in circa 35 milioni di persone, ma non hanno mai ottenuto uno Stato nazionale permanente. Il Kurdistan, inteso come “Paese dei curdi”, infatti, non esiste su alcuna mappa ufficiale. Con Kurdistan ci si riferisce a un’area geografica per lo più montuosa, vasta oltre 450 mila chilometri quadrati, compresa entro i confini di quattro paesi. Per questo si parla di Kurdistan turco, iracheno, siriano e iraniano. I curdi infatti sono distribuiti tra Turchia (20%), Iraq (15-20%), Siria (10%) e Iran (8%). Anche se comunità curde vivono persino in Europa, soprattutto in Germania.
la questione curda
La nascita della “questione curda” coincide con il tramonto dell’Impero Ottomano e la fine della Prima guerra mondiale. Alla spartizione coloniale tra Francia e Regno Unito è seguito lo smembramento dei curdi tra vari territori. A dare speranza alle aspirazioni nazionaliste di questo popolo, sono state paradossalmente le stesse potenze alleate quando, nel 1920, hanno previsto la creazione di uno Stato curdo nel Trattato di Sevres, con cui si definivano i nuovi confini della Turchia. L’accordo è stato stralciato e sostituito 3 anni dopo dal Trattato di Losanna, che fissò i confini della moderna Turchia senza definire confini geopolitici per il Kurdistan. Così i curdi sono rimasti una minoranza nei diversi Paesi in cui si sono ritrovati a vivere. Finora qualsiasi azione dei curdi per creare uno Stato indipendente è stata sempre repressa.
la lotta per l'indipendenza
Nella storia recente, i primi a lanciarsi nella lotta armata per l’autonomia sono stati i curdi iracheni. Essi in Iraq ebbero sin dall’inizio più diritti ma subirono poi una violenta repressione. Nel 1946 formarono il KDP, Partito Democratico del Kurdistan, che sotto la guida di Mustafa Barzani iniziò a rivendicare maggiore autonomia. Nel 1961 iniziò la lotta armata. A metà anni Settanta, le divisioni all’interno del KDP portarono il partito a una divisione, che vide nascere il PUK, l’Unione Patriottica del Kurdistan. Con la dittatura di Saddam Hussein i curdi pagarono con la vita la vendita del petrolio all’Iran durante la guerra Iran-Iraq (1980-1988). Saddam Hussein, infatti, si vendicò con brutalità sulla popolazione curda e ordinò le deportazioni di migliaia di curdi in Iran, per la maggior parte donne, vecchi e bambini, mentre i maschi venivano arrestati e imprigionati senza alcuna accusa. I dissidi tra KDP e PUK portarono i curdi iracheni a una lotta a metà degli anni Novanta, dopo la Prima Guerra del Golfo.
Dopo che Saddam Hussein venne rovesciato definitivamente, i curdi godettero di crescenti diritti. L’ultimo atto di questo travagliato percorso è stato il referendum per l’indipendenza del 2017. A esprimersi a favore dell’indipendenza era stato il 92% dei partecipanti, ma il voto non ha fatto altro che catalizzare una serie di dinamiche che hanno messo in evidenza tutti i limiti politici, economici e militari del Kurdistan iracheno. La nascita della regione autonoma è passata attraverso i tradimenti degli Stati Uniti e le tragedie causate da Saddam Hussein. Ma oggi i curdi costituiscono circa un quinto della popolazione irachena e hanno un governo regionale del Kurdistan, che amministra le tre province di Dohuk, Irbil e Sulaimaniya.
+Info
Il petrolio di Stato e le tensioni in Vicino Oriente
Uno degli atti più importanti di Ahmad Hasan al-Bakr fu la nazionalizzazione della Iraq Petroleum Company. Un importante accordo commerciale fu siglato con l'Unione Sovietica nel giugno 1969, utile ad entrambe le parti per evidenziare da una parte la capacità tecnologica sovietica, dall'altra la non dipendenza irachena dai cartelli occidentali. Nel 1972 fu istituita la Iraq Oil Tankers Company (IPTC), la cui funzione era di provvedere alle concessionarie il supporto tecnologico e logistico per l'estrazione del petrolio, con l'obiettivo di rendere l'Iraq capace di vendere direttamente il prodotto finito. La IPC produceva allora tutto il petrolio iracheno, e nel 1971 si era avuto un picco della produzione; la IPC però continuava a non essere nazionalizzata, e le trattative per la rinegoziazione dei costi della concessione andavano avanti senza esiti, prorogando il regime concessionario corrente. Il 1º giugno 1972 la IPC fu infine nazionalizzata, ma così non fu per le sue controllate BPC e MPC, che continuarono quindi a produrre; in pratica, l'Iraq riacquisì le concessioni di Kirkūk, il cui prodotto era quello destinato al Mediterraneo, e requisì le relative installazioni. Lo stesso giorno un'analoga nazionalizzazione riguardò in Siria gli oleodotti e le installazioni della stessa IPC, provocando una reazione politica della Gran Bretagna, con cui nessuno dei due paesi aveva più relazioni diplomatiche, che chiese a gran voce indennizzi per la IPC. Le manovre irachene svolsero un ruolo di una certa rilevanza nella crisi economica generale che afflisse l'Occidente e contribuirono a far ascendere l'OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) ad un ruolo di prima grandezza nella politica economica internazionale, principalmente attraverso la regolazione dei prezzi di vendita. La reazione occidentale consistette in un drastico abbattimento del fabbisogno energetico e nella ricerca delle cosiddette energie alternative, mandando perciò i paesi dell'OPEC in sovrapproduzione; l'Iraq, in controtendenza, aumentò ulteriormente la produzione, ma dovette significativamente rivedere i prezzi. La decisione di Baghdad era indotta dalla necessità di far fronte alla dispendiosa guerra curda ed a premunirsi contro le eventuali conseguenze negative delle tensioni con la Siria e con l'Iran.
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