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Inferno di Dante

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Created on April 29, 2021

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Transcript

Divina Commedia

Quest'anno, nel 2021, ricorrono proprio 700 anni dalla morte del grande scrittore fiorentino. Mostre, documentari, film, laboratori: saranno tanti gli eventi che lo vedranno protagonista, come una vera star. L' " influenza" di Dante Alighieri sulla lingua italiana e la nostra cultura in generale è fortissima ancora oggi, ecco perché viene celebrato in maniera così imponente. Certo, a volte, studiare a scuola le sue opere può risultare un po' difficile e pesante. Ci sono però anche tante curiosità su Dante Alighieri che aiutano a trovarlo un personaggio molto interessante e a capirne a fondo l'importanza. Il manoscritto originale della Divina Commedia è andato perduto. Quello che studiamo oggi si basa su circa 700 manoscritti, copie dell'originale, del XIV e XV secolo. Dante scrive la Divina Commedia proprio per liberare l'uomo dal peccato, attraverso la conoscenza di quest'ultimo. ... Ma questo viaggio non serve a Dante solo per fungere da "guida" all'uomo, perché anche egli stesso deve purificarsi di un peccato: la superbia intellettuale (il suo regno è il Purgatorio).Il fine della Commedia è quello di «Removere viventes in hac vita de statu miserie et perducere ad statum felicitatis» cioè quello di rimuovere noi viventi, finché siamo in vita, dalla condizione di miseria, di peccato, di tristezza, e di accompagnarci alla felicità e alla beatitudine

L'inferno della DivinaCommedia

  1. CANTO I: la selva oscura e l'incontro con Virgilio

2. CANTO II: i dubbi di Dante e le tre donne benedette

3. CANTO III: gli ignavi e Caronte

4. CANTO V: Minosse e i lussuriosi

5. CANTO VI: i golosi

6. CANTO X: le tombe della città di Dite

7. CANTO XIII: suicidi e scialacquatori

8. CANTO XXVI: Ulisse e i consiglieri fraudolenti

Canto l

L'Inferno di Dante si apre con il poeta sperduto in una selva oscura. Egli vede come unica via d'uscita un colle illuminato dal Sole, che gli ridà speranza. Il suo cammino di ascensione è, però bloccato da tre feroci fiere. Dapprima una lonza, poi un leone e una lupa lo ricacciano nella selva. Dante, allora, si vede perduto, ma in suo soccorso c'è il poeta latino Virgilio. Egli si propone di fare da guida a Dante in un lungo viaggio in cui attraverseranno Inferno, Purgatorio e Paradiso fino a giungere alla contemplazione di Dio. Il canto termina con la profezia del "veltro", in cui Dante profetizza l'arrivo di un cane da caccia che ucciderà e ricaccerà all'Inferno la lupa.

Valore allegorico

Il primo canto dell'Inferno è probabilmente il più ricco di elementi allegorici. Innanzitutto la selva oscura, in cui Dante si sente smarrito allude al peccato in cui il poeta sta sprofondando nel mezzo del cammin (35anni). Il colle illuminato che gli restituisce speranza, invece, va interpretato come l'illuminazione divina che conduce alla salvezza. L'ascesa di Dante è interrotta da tre fiere: una lonza svelta e agile, un fiero leone ed una lupa famelica. Esse simboleggiano tre peccati particolarmente radicati nella mente umana: la lussuria per la lonza, la superbia per il leone e l'avarizia per la lupa. La guida di Dante, che si presenta come Virgilio, rappresenta la ragione umana necessaria per compiere il viaggio di purificazione spirituale, che assume un valore universale e esemplare.

Anche la proferzia del veltro nasconde un importante significato allegorico. Essa è una delle più oscure e controverse del poema dantesco. Le ipotesi più accreditate suggeriscono di prendere in considerazione una visione di tipo politico delle allegorie delle tre fiere , in particolare della lupa. Il bestia famelica potrebbe, allora, rappresentare il degrado e il disordine civile dell' Italia, frammentata e priva di un potere forte che faccia rispettare la giustizia e metta fine ai conflitti interni alle città. Dante, dunque, immagina un uomo forte che avrebbe riportato pace e giustizia, simboleggiato dal veltro che caccerà e ucciderà la lupa. L'identificazione di questa figura profetizzata da Dante resta sconosciuto. Si potrebbe trattare dell'imperatore Arrigo VII di Lussemburgo, Congrade la Scala o una figura volutamente ambigua, poichè non identificata da nessun uomo in particolare.

Virgilio

Virgilio è senza dubbio, l'anima più importante incontrata da Dante all'Inferno, poichè sarà la sua guida fino al Paradiso terrestre. Virgilio fu il più grande poeta dell'antica Roma. Egli nacque nel 70 a.C nei pressi di Mantova, da una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Ottene il successo nel 39 a.C dopo la pubblicazione delle Bucoliche, dieci poemetti di argomento pastorale. Tra il 39 e il 30 entrò a far parte della cerchia di Mecenate e scrisse le Georgiche, poemetti a tema didascalico. In seguito, fino alla sua morte avvenuta nel 19 a.C, si dedicò alla stesura dell'Eneide, il suo capolavoro senza però completarlo. Nell'Eneide, Virgilio narra le vicende di Enea, fuggito da Troia e fondatore della città di Lavinio nel Lazio, da cui avrà inizio l'impero romano. Il ruolo di Virgilio, come guida di Dante all'Inferno e nel Purgatorio, è spiegato dal fatto che, oltre ad essere il poeta preferito di Dante, egli era considerato un anticipatore del Cristianesimo, a causa della profezia del puer che avrebbe portato ad una nuova età dell'oro, presente nella quarta bucolica.

Canto ll

È la sera del venerdì santo quando Dante si accinge, solo tra i vivi, ad affrontare il viaggio nel mondo degli Inferi; per avere aiuto nell’ardua impresa di pellegrino e di poeta, egli invoca il sostegno delle Muse e il soccorso della memoria. Subito Dante si ferma e rivolge a Virgilio i suoi dubbi e le sue esitazioni rispetto a un viaggio tanto pericolo e insolito, che solo altissime personalità, come Enea e San Paolo, affrontarono in passato, giustificati dai fini religiosi e storici che ne dovevano conseguire. Virgilio, per rimuovere l’incertezza dall’animo del discepolo gli rivela che, mentre si trovava nel Limbo, dove la giustizia divina lo aveva relegato, Beatrice venne a pregarlo di offrire la sua abilità a Dante smarrito, piena di premure e mossa da amorosa trepidazione. Virgilio prosegue il racconto dell’incontro con Beatrice, che gli ha svelato come il destino e la salvezza di Dante fossero stati voluti dalla Vergine Maria e da Santa Lucia. Esse l’avevano convinta a soccorrere il poeta che tanto l’aveva amata e che per questo amore si era elevato dalla mediocrità morale ed artistica. Terminato il racconto, Virgilio sollecita Dante ad abbandonare ogni timore di fronte alla rivelazione del disegno e dell’intervento celeste; Dante si riconforta e si riconferma nella decisione di intraprendere il viaggio e, affidandosi alla guida, si addentra nella selva.

I PERSONAGGI

Oltre a Dante e Virgilio, già protagonisti del Canto I dell’Inferno, fanno qui la loro comparsa all’interno della Commedia «tre donne benedette»: Beatrice, la donna amata da Dante e cantata nella Vita Nova, Santa Lucia e la Vergine Maria. Vengono inoltre nominati Enea e San Paolo.

Enea

Beatrice

Santa Lucia e San Paolo

Giunto finalmente in Italia, a Cuma, Enea si reca nell’antro della Sibilla, profetessa del dio Apollo e custodedegli Inferi, alla quale chiede il permesso di scendere nelle profondità dell’Averno, per incontrare il padreAnchise (è stato infatti il vecchio padre, apparsogli in sogno poco dopo la sua morte, a prescrivergli di affron-tare quel viaggio).

Beatrice è il cuore del viaggio di Dante dall'umano al divino, è la donna attraverso la quale egli affronta e realizza il suo “pellegrinaggio”, è la musa che ispira il Poema. Beatrice è la possibilità, per Dante, di scoprire la bellezza e la luce dell'Amore assoluto.

Canto lll

Dopo i primi due di introduzione nel Canto III dell’Inferno ci troviamo finalmente nell’Oltretomba, e a darci il “benvenuto” è nientemeno che la porta infernale, che reca sulla sua sommità una minacciosa scritta. Il luogo di ambientazione, nello specifico, è quello dell’Antinferno (anche detto Vestibolo), connotato dall’oscurità e dal terribile riecheggiare di lamenti, urla e pianti: a popolarlo sono gli ignavi, coloro cioè che nella vita non sono stati in grado di prendere posizione, macchiandosi così irrimediabilmente di viltà. il Canto è quindi suddivisibile in tre sezioni: 1) La porta dell’Inferno, che segna l’ingresso vero e proprio all’interno della tematica infernale. Voluta e creata dalla Trinità, la porta sancisce l’immutabilità della condanna divina, non permettendo ad alcuna anima di tornare indietro una volta varcata la sua soglia ; 2) L'incontro con le anime degli ignavi, per cui Dante nutre profondissimo disprezzo, al punto tale che – oltre alla descrizione della loro colpa e della loro pena – non è dato loro alcuno spazio di intervento e di interazione; 3)La figura di Caronte, vero protagonista del terzo Canto, dalla duplice funzione didattica e profetica. Dante lo sceglie, con ogni probabilità, facendo riferimento al più illustre precedente in tal senso, quasi ad omaggiarlo: stiamo parlando di Virgilio, il quale inserisce la figura di Caronte nel VI libro dell’Eneide, in occasione della discesa agli inferi di Enea. La sua raffigurazione all’interno della Commedia è largamente attinta alla descrizione virgiliana del nocchiero: vecchio canuto e con gli occhi di fuoco.

Caronte

CHI ERAFiglio di Erebo e della Notte, è il vecchio e fosco nocchiero che traghetta le anime dei morti dall’una all’altra sponda dell’Acheronte dove avranno accesso al mondo dell’Oltretomba. Ignoto sia a Omero che a Esiodo, è comunque figura comune all’Oltretomba dei Greci, dei Romani e degli Etruschi. Per avere accesso alla sua barca, ogni defunto deve pagargli un obolo, la monetina che i parenti hanno provveduto a collocargli sotto la lingua al momento delle onoranze funebri. Ai defunti sprovvisti di moneta, perché non hanno ricevuto le debite esequie funebri, non resta che aspettare sulla riva per l’eternità oppure fuggire alla sorveglianza di Ermes, che li ha accompagnati fino alla riva dell’Acheronte, per tentare di introdursi nel Tartaro da un ingresso secondario.

Pochissimi, nella tradizione letteraria, i personaggi che, da vivi, sono riusciti ad essere trasportati dall’altra parte dell’Acheronte. Sono, nello specifico: la dea Persefone, Enea, Teseo, Piritoo e Ercole, Odisseo, il vate Orfeo, la sibilla cumana Deifobe, Psyche e, per l’appunto, Dante Alighieri.Anche Virgilio scirve, nell'Eneide, di Caronte anche se in modo diverso da Dante.Una differenza tra i due brani è che in quello di Dante è caronte che va a cercare le anime e a imbarcarle,mentre vigilio scrive che tutte le anime vogliono salire sulla barca e caronte le scaccia. La barca di caronte nell’eneide è provvista di vele, mentre secondo dante veniva spostata a remi. Le anime sono in tutti e due i brani rappresentate in una folla che urla, bestemmia e piange. Ma Virgilio però è più specifico di dante perché spiega che nella folla ci sono uomini, donne, bambini, ragazze ancora vergini e ragazzi uccisi davanti agli occhi impotenti dei loro genitori.

Canto V

Dante e Virgilio scendono dal primo cerchio nel secondo dove Minosse, giudice infernale, ascolta le colpe confessate dalle anime dannate e le destina al cerchio della loro punizione cingendosi il corpo con la coda tante volte quanti sono i cerchi che le anime dannate dovranno discendere.Minasse tenta di opporsi all'ingresso di Dante, ma Virgilio lo rimprovera così come già aveva fatto con Caronte. Il luogo in cui si trovano è tenebroso e caratterizzato da una bufera che trascina le anime dei dannati. Pianti, lamenti, strida, bestemmie si odono provenire dai peccatori che Dante comprende essere i “peccator carnali”, cioè i lussuriosi. Virgilio gli indica via via personaggi del passato: Semiramide, Cleopatra, Elena, Paride, Tristano. Ma l'attenzione del poeta è attratta da due anime che volano insieme: sono Paolo e Francesca. All'invito di Dante i due si avvicinano e Francesca narra la loro storia: il suo cuore gentile fece innamorare Paolo, attratto anche dalla bellezza fisica della donna, che a sua volta, si innamorò perché Amore esige che chi è amato contraccambi l'amore. Fu questa loro colpevolezza che condusse entrambi ad una stessa morte. Dante desidera conoscere come accadde il loro dichiararsi e Francesca racconta di come un giorno stessero leggendo dell'amore di Lancillotto, e quando lessero del bacio dato a Ginevra, anche Paolo la baciò “tutto tremante”.Al termine del racconto, mentre Paolo piange, Dante sviene a causa della commozione.

I PERSONAGGI

Minosse

Francesca

La figura che domina il canto è quella di Francesca da Rimini e il dialogo tra lei e Dante costituisce il nucleo centrale dell'episodio. Il poeta fa parlare solamente la donna perché è la creatura più scusabile per i suoi errori, è meno forte per resistere e la fatalità e la violenza di quell'amore si sono impadronite della sua vita portandola ad una tragica conclusione.Il sentimento che dante prova nell'ascoltarla è quello di una profonda commozione non solo per la fragilità umana, ma perché egli ripensa al proprio vissuto, in particolare al suo amore giovanile per Beatrice.

Personaggio della mitologia classica, figlio di Giove ed Europa, leggendario re e legislatore di Creta . Già nell'antichità era diventato il giudice delle anime nell'Ade e Omero ne dà una rappresentazione maestosa nel Libro XI dell'Odissea, come Virgilio nel Libro VI dell'Eneide.Dante lo colloca nel Canto V dell'Inferno, quale giudice dei dannati che indica loro a quale Cerchio sono destinati. Minosse è posto all'ingresso del II Cerchio (lussuriosi) e ha caratteri bestiali: ringhia, ha una lunga coda che avvolge attorno al corpo tante volte quanti sono i Cerchi che il dannato (il quale gli confessa tutti i suoi peccati) deve discendere. Nel Canto V accoglie Dante con parole minacciose ed è zittito da Virgilio con la stessa formula già usata con Caronte in Inf., III, 95-96.

Minosse

Paolo e Francesca

Canto Vl

Dante e Virgilio, dopo aver incontrato Paolo e Francesca si ritrovano nel terzo cerchio, dove sono condannati coloro che hanno peccato di gola. Qui cade una pioggia incessante, mista a neve e grandine che percuote e fa urlare i dannati. Il guardiano di questo luogo è Cervero, un mostro dalle tre teste che latra come un cane: ha gli occhi di colore rosso, la barba unta e nera, il ventre largo e le mani con gli artigli con i quali squarta i dannati. Quando Cervero vede Dante e Virgilio, spalanca le sue bocche mostrando le zanne, ma Virgilio lo zittisce gettandogli della terra in gola così possono continuare il loro cammino, fino a quando uno dei dannati ferma Dante e lo invita a riconoscerlo. Dante, però, non lo riconosce e lo prega di dirgli chi è; Il dannato, quindi, gli risponde che era di Firenze ed il suo nome è Ciacco. Allora il poeta ne approfitta per chiedergli il futuro della sua città, divisa da tanta discordia, e Ciacco risponde che a Firenze sarebbero arrivati alla guerra, i neri avrebbbero preso il potere e i bianchi sarebbero stati perseguitati e scacciati. Dopo aver ascoltato queste parole, Dante chiede a Ciacco dov'erano Farinata e tutti quelli che si erano impegnati per il bene di Firenze, ed il dannato risponde che questi erano tra le anime più colpevoli ed erano collocate in fondo all' inferno. Alla fine del discorso Ciacco supplica Dante che quando sarebbe ritornato sulla terra avrebbe ricordato ai vivi di lui. Queste sono le sue ultime parole poiché si sdraia di nuovo nel fango, vicino agli altri dannati. Dopo l'incontro con il dannato, Virgilio spiega a Dante che Ciacco e tutti gli altri dannati si sarebbero risvegliati il giorno del Giudizio Universale per ascoltare la sentenza. Poi mentre parlano arrivano all'inizio del cerchio successivo, dove incontrano un altro demonio: Pluto

Canto X

Quando entra nella città di Dite, nel sesto cerchio, Dante chiede a Virgilio di poter vedere qualcuno dei peccatori che giace nei sepolcri scoperchiati. Prontamente Virgilio gli spiega che quelle sono le tombe di Epicuro e dei suoi seguaci, accusati di eresia perché credevano nella mortalità dell'anima. Inoltre le anime di questi si sarebbero ricongiunte ai loro corpi solo dopo il Giudizio Universale e i loro sepolcri sarebbero stati chiusi definitivamente. Improvvisamente uno dei dannati si rivolge al poeta dopo averne riconosciuta la provenienza per l'accento fiorentino; Dante, così, vede un'anima che si erge fuori dal sepolcro e si avvicina timoroso per parlargli: è Farinata degli Uberti, anch'egli fiorentino. Farinata chiede a Dante notizie sui suoi antenati e poi gli dice di averli scacciati da Firenze per 2 volte; allora il poeta ribatte che essi erano stati cacciati, ma erano anche ritornati per due volte, cosa che però non era riuscita bene agli antenati di Farinata. Mentre stanno parlando, appare accanto a Farinata l'ombra di un altro dannato che chiede a Dante dov'è suo figlio Guido Cavalcanti, che era stato amico di Dante, e chiede perché non era con lui in quel viaggio ultraterreno. Dante, quindi, risponde che si era rifiutato di essere condotto da Beatrice e, poiché utilizza un verbo al passato Cavalcante crede che suo figlio sia morto, così l'anima si riaccascia e ritorna nella tomba. Successivamente Farinata riprende il discorso con Dante e confessa che l'esilio dei suoi familiari lo tormenta più della pena a cui è sottoposto, e gli chiede i motivi per i quali i fiorentini sono ostili nei confronti della sua famiglia; Dante gli risponde spiegandogli che la battaglia di Montaperti è ancora rimasta nelle memoria dei fiorentini, ma Farinata ribatte dicendo che egli non è stato l'unico responsabile di quello scontro, ma anzi, che è stato l'unico ad oppporsi alla distruzione di Firenze. Alla fine della conversazione Farinata spiega a Dante che i dannati sono in grado di prevedere il futuro, ma non il presente o gli eventi imminenti; il poeta allora prega Farinata di dire a Cavalcante de Cavalcanti che suo figlio Guido è vivo. Poi Dante chiede chi altro c'è nella tomba con lui, e Farinata gli risponde che ci sono Federico II e Ottaviano degli Ubaldini. Inoltre Dante, sconvolto per la profezia sul suo esilio, viene confortato da Virgilio, il quale gli dice di chiedere spiegazioni a Beatrice quando giungeranno in Paradiso. Infine i due giungono di fronte ad una valle dalla quale proviene un terribile odore.

Canto Xlll

Il tredicesimo canto della divina commedia avviene nel secondo girone del settimo cerchio dell’inferno, ovvero la ‘’selva dei suicidi’’, all’alba del sabato santo del 9 aprile 1300. I peccatori erano appunto i suicidi, coloro che si erano privati della propria vita, le loro anime erano imprigionate all’interno di alberi secchi che vengono fatti a pezzi dalle arpie.(creature mostruose appartenenti alla mitologia greca con viso di donna e corpo di uccello, la loro figura rappresentava una personificazione della tempesta. Si dice fossero figlie di Taumante , Dio greco che aveva nel nome il significato di ‘’meraviglia’’ , ed Elettra, un oceanina figlia del titano oceano. La figura dell’arpia viene associata alla furia di una tempesta, di fatti nella selva dei suicidi puniscono i dannati cibandosi delle foglie degli alberi dove sono imprigionate le anime e provocandogli un immenso dolore. Le arpie dantesche hanno però un interpretazione diversa da quelle descritte nei testi classici, si pensa che l’autore associ proprio il loro essere al peccato del suicidio, poiché strappavano via le foglie violentemente proprio come i dannati avevano strappato violentemente la loro anima dal corpo. Il protagonista del tredicesimo canto è Pier della Vigna, il quale si uccise per ragioni politiche e poiché non sopportava il fatto di essere caduto in disgrazia dinanzi al suo signore Federico II. Pier della Vigna nacque a Capua nel 1190 da una famiglia con seri problemi economici, che portarono il giovane a mendicare per pagarsi gli studi. Figlio di Angelus de Vinea , giudice della città di Capua Pier della Vigna studiò in diverse parti d’Italia, frequentò lo studium di Bologna dove fu allievo di ‘’Bene da Firenze’’. Nel 1220 iniziò la sua carriera come notaio alla corte di Federico II di svevia , con questo ruolo entrò a far parte dei Dictatores, ovvero l’equipe di notai al servizio dell’imperatore, Negli anni successivi ottenne moltissime altre cariche in ambito politico, fino a che nel 1249 fu arrestato per una presunta congiura, fu portato in cella e si suicidò sbattendo volontariamente la testa contro la parete della cella.

Dopo il racconto Virgilio invitò Dante a rivolgere altre domande al Dannato, ma vedendolo scosso preferisce egli stesso farlo, chiedendo come un anima venisse imprigionata nel tronco di un albero. Pier rispose che durante il giudizio di Minosse l’anima veniva lanciata in un punto qualsiasi e germogliava, mentre le arpie si nutrivano delle foglie dell’albero per indurre sofferenza all’anima. Mentre ascoltavano il racconto Dante e Virgilio sentirono dei rumori provenienti dalla selva, tale tonfo era prodotto da due dannati (lano da Siena e Iacopo da sant’Andrea), uno dei due si accasciò al suolo e fu sbranato da due cagne nere. Dante e Virgilio si avvicinarono al dannato e ascoltarono la sua storia, egli raccontò di aver mutato il proprio protettore da Marte a San Giovanni Battista e per questo fu vittima di diverse guerre, egli morì suicida impiccato nella propria casa

Canto XXVl

Siamo nell’ottava Bolgia del mondo infernale. Qui troviamo puniti i consiglieri fraudolenti, cioè coloro che hanno posto il loro ingegno non a servizio del bene e della virtù cristiana , bensì dell'inganno. E' un peccato di intelligenza che non fa perdere all'essere umano le proprie prerogative e non lo induce a divenire simile ad una bestia. Cio' non attenua le colpe dei condannati ma l'atmosfera è sensibilmente diversa e priva del tutto degli elementi di disprezzo , ripugnanza e di atroce sofferenza che caratterizzano l'Inferno. Anche la pena non è così atroce: i consiglieri sono avvolti in lingue di fuoco sottostando per analogia alla legge del contrappasso. Come in vita, attraverso la lingua e la parola, hanno espresso i loro ingannevoli consigli , così nell'Aldilà hanno assunto l'aspetto di lingue di fuoco. Tra tutte le fiammelle che ardono ce n'è una particolarmente illustre che finirà per dominare tutto il canto, quella dell'anima di Ulisse. Il canto si apre con un invettiva nei confronti di Firenze destinata ad un terribile futuro. Dante infatti nella settima Bolgia, dove sono puniti i ladri, ha incontrato ben cinque personaggi fiorentini. Dante e Virgilio riprendono il cammino e il buio dell'ottava Bolgia è rischiarato da tante fiammelle che imprigionano le anime dei consiglieri fraudolenti. Tra queste c'è una fiamma con la punta biforcuta che imprigiona l'anima di Ulisse e Diomede due eroi achei che si sono macchiati della colpa dell'inganno. Virgilio chiede all'anima imprigionata nella fiamma più alta, quella di Ulisse, di narrare la vicenda che lo ha condotto alla morte. L'eroe racconta che liberatosi dalla prigionia della maga Circe decise di partire insieme ad un gruppo di fedeli amici per soddisfare la sua sete di conoscenza che era tanto forte da non poter essere frenata dagli affetti familiari. Insieme ad i sui compagni si spinse nel mediterraneo fino araggiungere lo stretto di Gibilterra- le colonne d'Ercole, considerato un limite invalicabile. Dopo aver esortato e convinto i suoi compagni a varcare quel limite Ulisse navigò verso sud fino a raggiungere la montagna del Purgatorio. Ma una violenta tempesta colpì la prua della nave facendola ruotare tre volte su se stessa fino a farla inabbissare.

Ulisse

Il personaggio centrale è Ulisse e il racconto dell'avventura che lo ha condotto alla morte diventa l'argomento attorno a cui gravita tutto il canto. Dante costruisce la figura di Ulisse non sulla scorta del racconto di Omero, che non conosceva, bensì sulla base degli scritti di Ovidio, Stazio e Virgilio e dalla diffusione del mito nella letteratura medioevale. Per questo la storia dell'eroe diverge da quella narrata nell'Odissea. Ad una prima lettura Ulisse è l'eroe della conoscenza ed incarna l'uomo che spende tutta la vita per inseguire il desiderio di conoscere le cose del mondo e così realizzare la natura stessa dell'uomo. In realtà considerando il tragico epilogo a cui l'eroe va in contro, Ulisse diventa il simbolo dell'insufficienza dell'ingegno umano a raggiungere la verità. Il desiderio di conoscenza non è in lui illuminato dalla Grazia e quando decide di superare le colonne d'Ercole, limite invalicabile posto dal divino, la catastrofe è inevitabile. La ricerca di verità,insita in ogni uomo, lo porterà a intravvedere il Purgatorio. Ma non potrà raggiungerlo perchè quel viaggio non è percorribile con il solo dono dell'intelletto umano: per conoscere il mondo di verità e Dio è necessaria la rivelazione della fede. Ulisse è pertanto l'eroe che, nel suo ultimo viaggio, compie un "folle volo" cioè un'impresa che supera i limiti umani e i divieti stabiliti da Dio. Ulisse è quidi il personaggio che incarna in una atmosfera tragica la riflessione di dolorosa mediazione sul rapporto tra umano e divino di Dante. Anche lui si sente dotato, per dono divino, di alto ingegno e ciò che accade ad Ulisse deve spingerlo a non sprecare tale privilegio usandolo senza il sostegno della virtù della fede.

Fatto da:

Antonio Ruggiero Arturo NegriLuigi Fiorentino Esteban Piccirillo Simone Ercolano Marco Aiello